Pensieri, Discorsi, Illustrazioni

Part 3

Chapter 33,764 wordsPublic domain

Cagione di decadenza dicono le menti volte ai subiti guadagni, alle mercature, alle strade ferrate, alle macchine a vapore, allo speculare sopra il prestito pubblico, e simili altri mercimonii siffatti. Ma io, di grazia, domando: E i padri nostri non davano opera continua al commercio? Non erano gl'Italiani pressochè gli unici negozianti e banchieri dei tempi di mezzo? E a' giorni nostri, qual popolo mai può vantarsi più trafficante del britanno, e qual popolo moderno più di quello si onora di nobilissimi scrittori? Anzi Rogers, Roscoe, Lewis, Campbell furono mercanti o sono, e Scott, giudice di pace, si viveva in intima corrispondenza di poesia con Unfrido Davy, fisico sommo, preso quegli (cosa singolare a narrarsi) dalla passione di curare i boschi, questi di pescare i salmoni. E poi chi dice che nelle strade ferrate e nel vapore non occorre poesia? Considerate il futuro. La vicenda del mondo di nuovo e in nuovo modo si alterna. Il commercio asiatico, quasi smarrito pel Mediterraneo, vi torna con auspicii migliori. L'uomo percorre i mari e i deserti a pari della rondine. Alessandria, Tiro e Sidone resuscitano dalle antiche rovine, come forti ristorati dal sonno. Venezia con la sua cintura d'isole, simile a cigno circondato dalla piumata famiglia, torna a specchiarsi superba per le adriache lagune. La Provvidenza restituisce alla Italia e alla Grecia le corone che in parte volenti e in parte repugnanti deposero già tempo dalle auguste loro fronti. E spingendo oltre lo sguardo, ecco l'uomo rovesciare le barriere con le quali un male genio volle un popolo diviso dall'altro; pcco sparire gli spazi, mescolarsi le nazioni, le lingue confondersi, e nascerne una nuova, ampissima, e accomodata a tutte le necessità fisiche e morali del continuo rinascenti: astii e gare sopprimersi, nessuno più geloso delle contrade altrui, imperciocchè in brevi giorni il Lappone o il Samoiedo può venire a bevere la tepida aura che muove dalle nostre colline, e scaldarsi le membra irrigidite ai raggi del nostro sole: le antiche società disfarsi, e con esse, leggi, instituti, religioni e costumi, come le cose che vediamo talvolta menare seco la piena di un fiume, e sorgere nuove capacità e attitudini per diventare tutti una famiglia sola. Il magnetismo o elettricismo ci si presenta sempre come trovato di empirico, e diffida i dubitativi; ma forse anche a lui apparecchiano i tempi magnifiche sorti. Intanto il fulmine imprigionato, la vita per breve momento restituita al defunto, — quasi orma mossa oltre il tremendo limitare della eternità! — e la favella per molte miglia trasmessa con prestezza maggiore della luce, paionmi cose, e sono, da esaltare la fantasia di qualsivoglia prosatore o poeta, e dar soggetto a qualunque più alta scrittura. E neppure le scienze possono reputarsi ragionevolmente cagione di decadenza; conciossiachè chi non troverebbe più adattato argomento di poesia alle stupende ricerche del Cuvier che non in tutte le composizioni dell'Arcadia, di buona memoria? Rammento una bella Orazione, non so se letta o favellata all'improvviso dall'Arago alla Camera dei Deputati di Francia, nel 25 marzo 1837, intorno al progetto della legge sopra la istruzione secondaria. L'egregio oratore volendo confutare la strana proposizione che gli studi scientifici non contengono cosa che possa suscitare l'anima umana, così si esprime: «Eulero fu personaggio per pietà insigne. Un amico suo, ministro di certa chiesa di Berlino, visitandolo un giorno, gli disse: «La religione va perduta miseramente, la fede manca di base, e il cuore repugna a lasciarsi commuovere con lo spettacolo delle bellezze e delle maraviglie della creazione. Lo crederete voi? Io ho presentato la creazione con tutto quanto offre di più leggiadro, di più poetico, di più maraviglioso; citai gli antichi filosofi e la Bibbia, e nonostante mezzo auditorio è rimasto distratto, l'altro mezzo o si pose a dormire o uscì di chiesa.» — Eulero, consolando il ministro rispose: «Or via, procurate di fare la esperienza che io vi propongo: invece di desumere la descrizione del mondo dai filosofi greci e dalla Bibbia, prendetela dagli astronomi: svelate il mondo come le indagini astronomiche ce lo hanno fatto conoscere. Nella predica vostra voi avete per avventura descritto il Sole a modo di Anassagora che lo immaginò una massa di fuoco grande quanto il Peloponneso: dite al vostro uditorio che secondo misure esattissime e sicure, il nostro Sole è un milione e dugentomila volte più grande della Terra. Voi per certo favellaste di cieli di cristallo uno dentro l'altro incastrato? ditegli che così non possono essere, e che le comete li romperebbero; che i pianeti sono mondi, e Giove supera in grandezza millequattrocento volte la Terra, Saturno novecento; descrivete le maraviglie dell'anello, parlate delle lune molteplici di cotesti mondi remoti. Giungendo poi alle stelle e alle distanze loro, non contate a leghe: infinite sarebbero le cifre, nè le comprenderebbero bene; per punto di paragone prendete la velocità della luce; avvertite com'essa percorra ottantamila leghe per minuto secondo; aggiungete non isplendere stella di cui la luce pervenga a noi in minor tempo di tre anni; e di alcune poi non ci vuole meno di trent'anni. E dalle cose certe passando alle probabilissime, insegnate come noi potremmo vedere stelle dopo milioni e milioni di anni che cessarono di scintillare, perchè la luce che emana da cotesti splendori impiega molti milioni di anni a percorrere lo spazio che li divide da noi.» — Tal era in succinto il consiglio che Eulero dava all'amico suo. E seguitandolo, il ministro rivelò il mondo della scienza e non più il mondo della favola. Eulero lo attendeva impazientemente, e l'amico sopraggiungendo disfatto in sembianza e sbigottito, esclamò: — «Eulero mio, a quali tempi fummo noi riserbati! Dimentico l'uditorio del rispetto dovuto al luogo sacro, mi ha applaudito come si costuma in teatro.» —

Forse, e senza forse, causa schifosa di decadenza sembra che possa estimarsi il _Giornalismo_ nel modo che ai giorni nostri noi lo vediamo esercitato da _taluni_ in Italia. Potrebbe sostenersi anche meglio com'egli sia non causa, ma conseguenza. Però, principio od effetto, mi pare brutta e turpe piaga della nostra letteratura. Francesco Troloppe, con argutissimo trovato, osserva che la provvidenza compartì ai giornali l'odore nauseante di cui li sentiamo gravi, per prevenire i lettori contro le brutte cose che in essi si contengono, non altramente nè con pensiero diverso da quello pel quale dava il fragore ai serpenti a sonaglio onde la gente se ne guardasse e stesse lontana. — Io non sono davvero di quelli che pensano doversi annoverare la Critica fra le Muse; nonostante io la reverisco, e confesso che giova. Ma qual è la critica di cui intendo discorrere io? Di quella esercitata da uomini valorosi e prudenti, che il fiore dello intelletto adoperarono in comporre opere egregie. Questi che di sè porsero tanto buon saggio, e non altri, giunti in cotesta parte della vita, ove la mente desiderosa di riposarsi aborre dalla concitazione che nasce dal creare; questi, dico, possono dare opera al più facile lavoro di esaminare le creazioni altrui. La molta esperienza, l'animo pacato, la gloria conseguita, la coscienza delle fatiche sofferte e delle difficoltà superate, e poi l'onesto esitare dei propri giudizi, la convenienza, il decoro, e soprattutto il pudore, che mai non si scompagna dalla vera sapienza, come la stella mattutina precede sempre il pianeta della vita, e molte altre condizioni che troppo ci tornerebbe lungo discorrere, ci somministrano sicurissimo pegno che gli avvertimenti loro sarebbero mossi dal senso dell'onesto e del bello. E certo, per insegnare bellezza essi non andrebbero a far tesoro dei difetti del brutto, e ne farebbero mostra con intento maligno. O voi, fabbricanti delle regole che conducono al bello, ditemi se quando un maestro di disegno intende insegnare il nudo ai suoi scolari, forse presenti loro un gobbo od uno sciancato? E voi, come volete conoscere il bello e additarlo altrui, se sembra che non abbiate sortito altro senso tranne quello del laido e del sozzo? Le cose belle s'insegnano con modi ingenui e con esempi di bello. Ma se piace a Dio, e sia detto in lode del vero, io vedo tali che trattano la penna a cui molto meglio starebbe trattare il remo, con la modestia di un cavadenti, e la coscienza di........

E qui il paragone mi manca, imperciocchè io temerei commettere ingiustizia grande assumendo per subbietto di paragone una cosa qualunque, comecchè schifosamente miserabile e luridamente codarda, costituirsi Draconi e Soloni, e dalle loro soffitte, come Moisè dall'alto del monte Sinai, promulgare leggi sopra le ragioni del bello e del grande ch'essi furono condannati a non conoscere giammai. Ma da costoro poco danno può uscire, dacchè, sebbene al ragno possa talora venir fatto velare con la sua tela le chiome del Giove di Fidia, egli si rimarrà pur sempre un insetto tiranno delle mosche soltanto; il peggio sta in quanto io sono per esporre.

Tragedi laureati di sibili, autori erpetici di opera rientrata, per la quale nessuno stampatore acconsentì fare le parti di Lucina; poeti che non colsero in Pindo altro che ortica; filosofi fantastici che non seppero ragionare nè immaginare; e simile altra genía, mettono in società latrati e livore e stupida presunzione, e menano uno schiamazzo tanto disonesto quanto imbecille: ed anche di loro non è da curarci. Succedono i pedanti, i quali armati con una corazza di punti e virgole, brandendo una copula e cavalcanti un dittongo, favellano parole da far piangere gli angioli: neppure di loro vuolsi prendere pensiero. Vengono dopo i mediocri (Dio nella sua misericordia ci salvi dai mediocri!), arena molta e fastidiosa, ch'entra per gli occhi e li fa dolere; neve abbondante e ghiaccia che intirizzisce il cuore. A costoro par bello vagheggiare il proprio nome stampato, quando anche fosse sopra un avviso di partenza di battello a vapore, o sopra una sentenza graduatoria. Cotesti non si potendo inalzare fino all'altezza degli ingegni eccellenti, presumono abbassarli fino a loro; ed essi pure compongono arnesi per tagliare, limare e inverniciare quanto reputano unicamente bello. Gl'ingegni supremi essi aborrono, non altramente che se altrettanti Cornelii Silla si fossero, e chi passa il regolo pena di morte, come a Remo per avere saltato le mura di Roma. Io per me penso vedere questa brutta guerra della mediocrità contro la superiorità in molti instituti promossi ai giorni nostri sotto sembianza di carità; ma per ora mi taccio, proponendomi di svolgere a comodo questo singolare argomento: solo mi conforto considerando come in verun secolo mai vissero splendide altezze, delle quali basti pel mio assunto ricordare Napoleone e Byron: — ed anche da questi poco male ne viene. Subentrano coloro che ingegno hanno e non poco, ma senno punto: vani, presuntuosi e superbi, dominati dal demonio di correre ad ogni costo su per le bocche degli uomini, invidiano Erostrato che bruciò il tempio di Diana. Non sacerdoti, ma piuttosto masnadieri delle lettere paionmi costoro: violenti e brutali, tu li vedi avventarsi contro nobili ingegni, come i grassatori costumano sopra le publiche vie contro i doviziosi viandanti. Chi siete voi? Quali sono le opere vostre? Chi vi conosce? Chi vi conoscerà? Certo incresciosi siete, e molto, come un vento importuno che muove dal deserto, e passa via; ma chi ricorda il vento dell'anno, del mese, e del giorno passato? Declinate la faccia, svergognati, e rispettate gli uomini di cui gli errori formerebbero per voi la gloria più grande che mai vi sia lecito sperare! Avete voi più sapienza di tutto un popolo? Si contiene in voi la sapienza dei tempi? Operate, io vi dico, operate, e assumerete alcun poco di verecondia e di modestia. Ecco qua l'arco di Ulisse; provate a tenderlo con le vostre braccia paralitiche. Vi pare egli un bel che notare i difetti di una opera grande? Chi non conosce come ogni cosa ne abbia? Davvero vi aspetta la gloria di Colombo per questo! Se voi infiamma il sacro amore del bello, questo cercate, questo insegnate, o piuttosto pregate che dall'alto discenda in voi virtù che vi renda capaci a ricercarlo e a impararlo. Dove l'opera meriti oblio, a che tanta ira maligna? Pensate voi che il tempo non distruggerà cotesta povera opera con la falce, con la quale miete popoli e imperi, come l'erba del campo? E il tempo precipitò in Lete anche le ottime cose. Ond'è dunque tanta ira? Perchè, e come siffatta concitazione contro l'opera di un minuto che il vostro biasimo farà per avventura durarne due? Perchè uccidete un morto? E la vostra censura e l'opera censurata periranno in un medesimo punto, come Rita Cristina, quel mostro umano a due teste. E dove poi la opera sia tale che abbia forza da collocarsi sopra le spalle del tempo, e costringerlo a portarla per qualche spazio di secolo, e a che monteranno le parole vostre? Allora voi, come è più probabile, vivrete la vita dello insetto, breve e noiosa, o durerete nome di scherno. Nel collegio dei magnanimi voi starete come Tersite nell'assemblea degli eroi di Omero, per latrare ed essere percossi. Io, comunque mi senta poco amorevole alla Mitologia, riporrei nonostante volentierissimo tra il coro delle Muse, accrescendone il numero, la Modestia piuttosto che la Critica, imperciocchè udii come Socrate, filosofo e scultore, velasse anche le Grazie; il quale esempio ho veduto ai giorni nostri imitato dal Finelli, e penso che abbia fatto bene. Le Grazie del Canova, _balenanti nude nel riso di lor bellezza_, io non dirò che mi paiano male femmine, ma certo neppur vergini e Dee, e piuttosto mi appariscono seguaci della Venere terrena che non della celeste. Il Baretti guastò molti, e molti continuerà a guastare, perocchè i traviati non considerino come i tempi del Baretti procedessero troppo diversi dai nostri; e forse quel suo scrivere acerbo, o tollerabile od efficace allora, suona adesso grossolano e brutale. Però egli era vecchio, dotto per lunghi studi, ed aveva già fatto bello acquisto di fama, onde qualche cosa gli si poteva concedere, e nonostante frustando lo stile altrui, troppo spesso egli adopera brutto limo di frasi e di parole non italiane, nè belle: egli biasima Dante, egli lacera Goldoni, e leva a cielo Metastasio; e i posteri non hanno approvato il suo giudizio: egli gitta in mucchio con gli scrittori di quisquilie Muratori e Maffei, venerati adesso come maestri solenni di erudizione e di storia: per la qual cosa veggano i discreti come sia agevole andare errati, e le opinioni loro propongano, come conviene, a modo di dubbio, e non per via di formule da disgradarne quelle delle Dodici Tavole. Sommi pontefici in fatto di lettere non si danno; e per questi a me piace e giova concludere, come Geremia concludeva le sue Lamentazioni, o meglio ancora citando quanto insegna in proposito Beniamino Franklin nella sua vita: «Conservai sempre l'abitudine di esprimermi con modesta diffidenza, o di non adoperare mai, per una proposizione che poteva essere impugnata, le parole _certamente, indubitatamente_, o qualunque altra che potesse farmi credere troppo tenero della mia opinione. Io piuttosto diceva: — suppongo, mi sembra che questa cosa sia così, per la tale o tale altra ragione; oppure la cosa sta così, s'io non m'inganno.» E prego a leggere di cotesta pagina fino al punto in cui conclude, citando il verso del Pope: _for want of modesty is want of sense_, perchè mancanza di modestia è mancanza di senno.

Ora avanzano gli altri a cui più specialmente io mi rivolgo, e sono quelli che non protervi, non inverecondi, ma ingegnosi e buoni, pure si lasciarono abbindolare per soverchia facilità di costume dai tristi cottimanti di giornale. Oh di loro certo mi duole! Quantunque la mala compagnia non giunga a pervertirvi il cuore e lo ingegno, però io vedo ogni giorno rimettere dei modi ingenui; non anche procedono le vostre parole meretricie affatto, e nonostante incomincia a venirne meno il bel candore; già il limo del trivio le contamina, già le appassiscono il fumo e il miasma vinoso della taverna: non sono nere ancora, e il bianco muore. O sconsigliati, voi mietete il vostro grano in erba; fiori voi cogliete, non frutti. Costretti ogni giorno a concepire e a produrre, le vostre creazioni di un'ora durano la vita di un minuto; più spesso nascono morte. Il vostro pensiero nelle continue emanazioni si spossa, come le membra dell'etico si disfanno pei quotidiani sudori: io vedo uscire dalle vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal connesse e viete, e mille volte ripetute; che se i giornali non fossero, voi le fareste gravi, profonde, durature, e come di onore a voi, così di conforto e di gloria alla patria che in voi confida. Senza grande fatica di vita nulla concessero gl'Immortali a noi uomini. Le vostre carte effimere paionmi responsi della Sibilla scritti sopra le foglie che il vento disperde, e nessuno raccoglie. Guaritevi dalla febbre di volere ogni giorno intorno agli orecchi il ronzio della fama; confidate il nome vostro non all'ale dello insetto, ma a quelle dell'aquila; che se è bello ottenere onoranza dai contemporanei, divino è poi conseguirla dai posteri. Imitate il Gran Cancelliere d'Inghilterra, il quale rivelando i suoi concetti presagiva che gli uomini non lo avrebbero compreso se non se dopo lungo spazio di secolo. Consolatevi del difetto di ossequio immediato, imperciocchè se mancheranno ai vostri altari quotidiani sacrificii ed incensi, non per questo sarete defraudati della laude meritata. Così racconta Eliano (se la mente non erra), come certi popoli avendo cessato d'immolare vittime sopra l'ara di Augusto, la Natura, quasi riparando al fallo degli uomini, vi facesse crescere un lauro trionfale. Insomma, per amore vostro, per amore della patria comune, io vi esorto, onorandissimi giovani, a separarvi dalla compagnia malvagia e inetta, a ritemprarvi nel santuario dell'anima, e a impiegare lo ingegno in opere grandi e generose.

Conosco una generazione di uomini che crede ai beni del _Giornalismo_, e lo va encomiando come rugiada fecondatrice e potente di vitalità. Io per me non gli nego un moto e una vita, ma quella che si manifesta nel corpo di un eroe dopo la sua morte, — vita di vermi. Per vivere non basta muoverci, sibbene bisogna camminare con passi liberi e franchi, e con testa levata verso il cielo, — patria divina dell'uomo. Questo mio giudizio però non si estende a quei Giornali che si propongono diffondere a tenuissimo prezzo cognizioni utili di scienze, commercio, industrie, lettere ed arti, ed anche a quelli che esercitano la critica sopra la opera altrui, purchè muova da persona grave, illustre, soprattutto onesta, come io diceva nelle pagine antecedenti, e sia vereconda, generosa e gentile indagatrice di ogni maniera di bello.

Ma senza dilungarmi più oltre sopra questo argomento, tutte le cause discorse qui sopra, e le altre ancora taciute, ognuna per sè o insieme raccolte, io per me penso che possano come non possano generare la decadenza fatale; imperciocchè, senza saperne la ragione vera, abbiamo veduto le scienze e le lettere peregrinare dai Caldei per gli Etruschi, fra i Romani, fra i Greci, in mezzo ai Saracini, e così in giro per le varie contrade del globo: e senza saperne del pari la ragione vera, ora nacque un sublime ingegno nella Grecia, tale altro in Italia, ora nella Germania, adesso nella Inghilterra; e poi la Natura si riposò per qualche secolo come spossata dal parto prodigioso. Di questi ingegni sublimi la Italia fu feconda meglio di qualunque altra terra: ai giorni nostri sembra esaurita; ma forse nel segreto del destino rifà le forze per generare qualche altro gigante del pensiero. — Così sia. Nel buio e nel freddo della mezzanotte consoliamoci nella speranza della luce e del calore dell'alba, dacchè la vita delle nazioni non si consuma come la vita dell'uomo, pel quale la gioventù passa irrevocabile, e la esistenza, rotta in minuti, correndo alla morte misura il tempo della sua durata, ma si rinnuova come le stagioni di un anno che non ha mai fine.

Favellando però di decadenza, io ho inteso accennare a decadenza imminente, non presente; poichè pel tempo che corre, vivono ed operano tali ingegni da illustrare qualunque tempo più splendido della italiana letteratura. Vive in Lombardia Manzoni, nobile ingegno, quantunque io non so perchè volontario si taccia. Vive quel caro Grossi, ma la lira mutata in protocollo, spaventa con questo la sua Musa che lo ama tanto, come con la vista del capo della Gorgone. Pellico vive come lampada al mancare dell'alimento; ed altri pur vivono, non incapaci certo, ma per quello che sembra poco vogliosi di fare. Però mi giova credere che l'apparenza m'inganni, e che nella quiete e nella meditazione apparecchiano opere di lunga lena e non foglie di giornale. Niccolini vive, e non solo vive, ma giunto in quella parte della età dove il comune degli uomini raccoglie le vele, scende nuovo Entello nella arena e combatte, e tale ne manda raggi di luce splendidissima, che ci lascia incerti se per noi si deva il suo mattino al suo vespero, o piuttosto questo a quello preferire. Potesse in lui non tramontare la vita, come non tramonta l'anima! Uomo per eccellenza di intelletto, ma più per costanza di cuore, veramente grande. — E vive tra noi Giusti, di cui le labbra fanno sorridere il più sottile sorriso di Talia, e prorompere nella voce poderosa con la quale Nemesi spaventa i malvagi. Degli altri forza è che taccia; perocchè troppo sarebbe lungo l'argomento, e questo solo ci basti, che per ora almeno in lettere, scienze ed arti, possiamo reggere il paragone con qualunque altro popolo incivilito.

Oltre però il naturale difetto, quello che a parere mio deve riuscire nocivo, massimamente alle condizioni della nostra letteratura, è la incertezza nella quale viviamo non solo intorno agli scopi, non solo intorno ai mezzi dell'arte, ma perfino intorno alla lingua.

Alcuni che si chiamano puristi, hanno chiuso il vocabolario della lingua, come ai tempi del doge Pietro Gradenigo chiusero in Venezia il Gran Consiglio, e da nuove parole aborriscono non altramente che se viperino sangue si fossero. Altri, all'opposto, secondo il costume dei Romani, ospiti larghissimi di ogni maniera di Numi Stranieri nel Panteon, ai nuovi vocaboli spalancano gli usci. La lingua parlata troppo si dilunga dalla scritta, e la distanza diventa quotidianamente maggiore. Noi pendiamo sempre dubbi se la parola che stiamo per adoperare sia o non sia di buona lega, ed il pensiero aspetta fremendo che noi abbiamo esaminato prima se la veste con la quale anela prorompere sia veramente italiana. E intanto, mentre apparecchiamo la vesta, il pensiero etereo per eccellenza si è dileguato, e troppo spesso ci avviene di vestire cadaveri. Ai tempi del Metastasio correva lamento che la nostra lingua eletta si riducesse a poche migliaia di vocaboli: adesso invece di ampliarla, taluni scrittori l'hanno maggiormente ristretta. Da una parte la lingua parlata diversa dalla scritta, per cui è forza che noi ci traduciamo; dall'altra il giro breve delle parole dentro le quali si svolge il pensiero, rendono la condizione dello scrittore presso a poco simile a quella di Antioco preso nel circolo di Popilio.