Pensieri, Discorsi, Illustrazioni

Part 2

Chapter 23,598 wordsPublic domain

Ma, egli è mestieri pur dirlo, il simulacro di cui massimamente si appagano le ardue anime dei Grandi vuole essere inalzato dal popolo, — dal Briareo dalle cento bocche e dalle cento mani, — il dominato dominatore di tutti, — del quale i re, i poeti, gli artisti, gli uomini insomma per ogni maniera cupidi di fama, domandano supplichevoli la laude o le larghezze, o la tutela, o la vendetta. — Sì, la laude, — perchè i potenti, i sacerdoti, e tutti insomma cui arse desiderio di gloria, non crederono che la corona, la tiara, e la ghirlanda, a ragione fosse posta sopra la testa loro se il voto dell'universale non ve la confermava. Al popolo fu concesso essere sopra i re, quando creò i suoi re; e quando qualche volta, ma rado, prendendo da se questa facoltà li distrusse, il popolo scelse quelli a cui disse: Voi sarete i miei Grandi: ed anche in questo i principi si trovarono ad essere sottoposti al popolo. — Sì, la larghezza, — imperciocchè le perle del diadema reale per la più parte si composero delle lacrime congelate del popolo, e il poco oro della reggia e del tempio venne comprato con la massa enorme di rame che estrassero dalle viscere del popolo come da una miniera. — Sì, la tutela, — perchè se il popolo ti guarda, chi ti toccherà? se il popolo ti odia, chi ti salverà? — Sì, la vendetta, — perchè il popolo quando pose la sua mano sopra un capo quantunque potente, sopra un regno sebbene vetusto, dopo istanti od ore fu detto: Qui visse un Uomo, e qui fu un Regno!

E nonostante, assai più fatale dell'oblio nuoce l'altro peccato, che consiste nell'onorare gl'immeritevoli. — Nequissima turpitudine, comune a tutti i tempi, ai nostri poi miserabilmente speciale. Allora la virtù torce sconsolata lo sguardo dal mondo, e sopra questo si addensa una ecclissi dolorosa: le lacrime amare che le sgorgano dagli occhi si convertono in pioggia di desolazione quaggiù, ed a ragione; imperciocchè se il primo fatto nasce da oscitanza, il secondo poi deriva dalla offesa premeditata: nè difetto di debito ossequio percuote mai tanto quanto l'oltraggio manifesto.

Però io desidererei che non si ponessero immagini ai vivi (specialmente se principi), e nemmeno ad avi di principi regnanti; conciossiachè la esperienza ammaestri come troppo spesso passioni non rette nè giuste possano persuadere oggi tale atto di cui ci pentiremo forse domani: e i principi virtuosi dovrebbero piuttosto meritare che desiderare una statua, e sapere che di tutte le lusingherie, pericolosissima è quella che li espone al voto delle presenti generazioni e delle future. Ed in quanto agli avi dei principi tuttora regnanti, il sospetto che dai trecconi si abbia in mira piuttosto di piaggiare il vivo che lodare il morto, dovrebbe persuadere il consiglio generale di rifiutare simili dimostrazioni, le quali non si nega che possano essere sincere, ma bisogna convenire che potrebbero ancora essere bugiarde; e la lode, assai più della moglie di Cesare, non ha da comparire sospetta. — A me sembra pertanto senno grandissimo quello che nella moderna Roma fece dettare la legge che vieta erigere simulacri ai Pontefici viventi, però che il popolo, talvolta insanendo, fu visto al tempo di sede vacante precipitarli nel Tevere.

Mentre dunque l'uomo vive, non abbia statua; ma chiuso il giorno supremo, per quello che sparse di se larga fama nel mondo, si proponga al popolo se abbia o no meritato l'onore della statua; e dove il consenso universale lo conceda, passato un anno si torni a proporre un'altra volta, e così fino alla terza; e vincendo sempre pel sì, vada consolata cotesta ombra di simulacro marmoreo. Ove poi il primo anno si rigetti il partito, si proponga l'anno dopo, o forse meglio decorso spazio maggiore di tempo: in mezzo secolo tre volte o quattro; conciossiachè nel periodo di mezzo secolo le passioni si acquietino, le opinioni mutino, e sia sperabile allora che la verità generosa levi soltanto la voce.

Come, dove, e avanti cui avesse a proporsi il partito, io lo dirò un'altra volta. — Per ora basta così. Questo concetto mi sorse doloroso nella mente considerando come gli uomini mossi dalle passioni, vento contrario alla vita serena, s'ingannino. E non dico già di quelli che hanno grosso intendimento, ma sibbene anche di coloro che fanno professione di filosofia, e furono dai cieli benedetti d'ingegno. Ed in conferma di questa mia sentenza valgami per tutti lo esempio del Byron, il quale alla distanza di pochi anni giudicò tanto diversamente Napoleone. Nel 1815 egli cantava così:

ODE A NAPOLEONE BONAPARTE.

Pesa Aniballe: quante libbre trovi In cotesto supremo capitano? GIOVENALE, Satira X.

Lo imperatore Nepote venne accolto dal Senato, dagl'Italiani, e dalle provincie della Gallia. Le sue virtù morali, e la militare prestanza, furono lodate largamente, e quelli che ritraevano qualche privato benefizio dal suo governo annunziavano con voci profetiche la restaurazione della pubblica felicità..... Ma la sua vituperosa renunzia, la sua vita per pochi anni protratta in miserabilissima condizione tra imperatore ed esule, finchè...... GIBBON, _Decadenza ec._, vol. VI.

«Egli cadde; ma pure ieri fu re! ed armato a combattere contro ai re. Ed ora tu sei una cosa senza nome, — abietta, — e nonpertanto viva! E questi è l'uomo dai mille troni? Questi colui che seminò la terra di ossa nemiche? E può egli sopravvivere così? Dopo lui, che salutammo follemente stella mattutina, nè uomo mai, nè demone precipitava in tanta immensa miseria.

»Uomo malvagio, perchè la stirpe che ti stringeva le ginocchia flagellasti? Contemplando sempre te stesso divenisti cieco, e il fastidio di guardarti insegnasti.... Con tanto magnifica potenza, — potenza di salvare — l'unico dono che ai tuoi adoratori largisti è stato il sepolcro. — No; — prima della tua caduta gli uomini non potevano credere come tanta ambizione andasse congiunta a tanta bassezza!

»Gran mercè dello insegnamento; — egli varrà ad ammaestrare i futuri guerrieri, assai meglio che le sentenze della divina filosofia non facciano, siccome invano hanno fatto fin qui. Il fascino che occupava la mente degli uomini si è rotto, nè tornerà più a prostrarsi davanti questi idoli della spada dalla fronte di bronzo e dai piè di creta.

»Il trionfo, l'orgoglio, e la gioia della battaglia, e la voce della vittoria scuotitrice della terra, erano l'alito della tua vita. Il brando, lo scettro, e il dominio che gli uomini, come se vinti da necessità naturale, obbedivano, e co' quali si era oggimai addomesticata la fama, tutto è spento. Spirito tenebroso! oh quanto deve lacerarti amara la tua rimembranza!

»Chi desolava è desolato! Il vincitore è vinto! L'arbitro degli altrui destini adesso supplica pel suo proprio destino! Gli rimane forse qualche speranza d'impero che valga a fargli sopportare cosiffatta vicenda, o teme soltanto la morte? — Morire da re, o vivere da schiavo. Ah! la tua scelta fu coraggiosamente codarda.

»Colui che vecchio intese fendere la querce, non temeva che gli si potesse richiudere. Incatenato al tronco che si provò invano di rompere, — quando si vide solo — quali furono gli suoi sguardi dintorno? Te incolse una pari sventura nella superbia della tua forza, e un destino più tenebroso del suo ti percosse. Egli cadde preda delle belve della foresta; — tu se' condannato a divorarti da te stesso il cuore.

»Il Romano, quando ebbe sfuocato il cuore rovente nel sangue di Roma, gittò via il pugnale, e ardì ridursi a casa nella sua salvatica grandezza. Egli osava partirsi per maggiore onta degli uomini che avevano sopportato il suo giogo e lo lasciavano incolume. L'ora della sua gloria fu quella in cui spontaneo abbandonò il potere.

»Lo Spagnuolo, quando l'agonia del dominio ebbe perduto ogni splendido incanto per lui, cambiò le corone in rosarii, lo impero con la cella, e la sua follia vaneggiava innocente quando si convertì in solenne annoveratore di grani di rosario, e in sottile disputatore di credi; — pure beato lui, se non avesse conosciuto mai o le reliquie della superstizione, o le tirannidi del trono!

»Tu poi — dalla mano repugnante ti era strappato il fulmine; — In poi troppo tardi lasciasti l'arduo comando, al quale ti teneva la tua debolezza attaccato. E comunque tu sii uno spirito maligno davvero, fa male al cuore considerare il tuo tanto avvilito, — e pensare che il bel mondo di Dio sia stato sgabello a creatura sì abietta!

»E la terra prodigava il suo sangue per costui che si mostra tanto avaro del proprio! E i potenti tremando con tutte le membra gli si prostrarono davanti rendendogli mercè per un trono! bella libertà, noi dobbiamo tenerti ben cara, dacchè i tuoi più acerbi nemici palesarono con modi così disonesti la interna paura! Oh! non possa mai tiranno al mondo lasciare nome migliore dietro di sè per ingannare il genere umano.

»I tuoi gesti iniqui stanno scritti nel sangue, nè così scritti invano: la fama non parla più dei tuoi trionfi e ne rivela le infamie. Se tu morivi come sa morire l'onore, forse qualche altro Napoleone sarebbe sorto a vituperare il mondo di nuovo. — Ma chi vorrebbe ascendere all'altezza del sole per rovinare poi in una notte senza stelle?

»Pesata la polvere di un eroe, ecco ella è vile quanto la creta del plebeo. Le tue bilance, o Morte, sono giuste per tutti quelli che muoiono: pure io credeva che una qualche più lucida scintilla, capace ad abbagliare e a stupire, animasse i grandi viventi, nè mi pareva possibile che il disprezzo giungesse a farsi ludibrio dei conquistatori del mondo.

»Ed ella, il vago fiore dell'Austria altera, la tua pur sempre sposa imperiale, come sopporta col cuore l'ora della tua sventura? Sta ella sempre unita al tuo fianco? Dovrà ella pure curvarsi, partecipare il pentimento tuo tardo, la lunga disperazione di te omicida rovesciato dal trono? Ov'ella ti amasse sempre, abbila cara: sarebbe la gemma più bella del tuo perduto diadema.

»Affrettati alla squallida tua isola, e guarda il mare: cotesto elemento può sostenere il tuo sorriso, perciocchè egli non fosse mai dominato da te; — e con la mano neghittosa, nelle tue torbide fantasie scrivi sopra la sabbia che la terra è libera come il mare, adesso che può applicarsi alla tua fronte il motto del pedagogo di Corinto.

»Nuovo Timour, nel carcere della tua gabbia quali pensieri saranno i tuoi mentre covi il cruccio imprigionato? Uno solo: — il mondo fu mio! — A meno che somiglievole in tutto a colui di Babilonia, tu non abbi perduto col tuo scettro ogni sentimento, e la vita non dovrebbe più a lungo rinchiudere uno spirito così largamente dimostrato, — così lungamente obbedito, — e così indegno d'impero.

»Oh simile al rapitore del fuoco celeste, vorrai resistere all'urto, e dividere con lui la eterna condanna, l'avvoltoio e la rupe! Maladetto da Dio, esecrato dagli uomini, l'ultima tua azione, quantunque non la più trista, eccita il riso di Satana stesso. — Vi fu un giorno, — vi fu un'ora in cui la Terra era della Gallia, e la Gallia era tua: allora, non anche sazio, la rassegna dello immenso potere sarebbe stato atto di fama più pura di quella che circonda il nome di Marengo, e avrebbe diffuso una luce di oro sopra il tuo tramonto traverso il crepuscolo dei secoli, — malgrado qualche nube passeggiera di delitto.

»Ma tu eri nato al trono e a vestire la clamide di porpora, come se cotesto manto di follia avesse avuto virtù di soffocare le rimembranze del tuo petto. — Dov'è adesso la clamide scolorata? Dove sono le vanità di cui ti compiacevi ornarti: — la stella, — i cordoni, — la piuma? Stizzoso fanciullo d'impero! — dimmi, ti furono involati i tuoi trastulli? — Ma dove dunque potrà riposarsi l'occhio stanco che va in traccia di qualche osa di grande? dov'è dunque che splende una gloria incontaminata, una vita senza onta? — Sì, — uno, — il primo, — l'ultimo, — il migliore, il Cincinnato dell'Occidente, chè non trova la invidia ove emendarlo, legava agli uomini il nome di Washington per farli vergognare ch'egli solo nacque tra loro.»[20]

Nel 1821 il potentissimo poeta, ricredendosi, consolava la grande anima con questo altro canto:

ODE A SANT'ELENA.

«Pace a te, o isola dell'Oceano! Salute alle tue acque e ai tuoi venticelli! Dove la marea con moto alterno agita i tuoi flutti soavemente così, che paiono pennacchi di piume candidissime! Magnifica sarà la ghirlanda della storia sopra la tua onda, e ti fiorirà eternamente verde intorno alla fronte quando i popoli che adesso ti abbandonano alla oscurità, con giusta vicenda giaceranno nell'oblio. Immota nella tua gloria, incontaminata nella tua fama, la laude dei secoli santificherà il tuo nome!

»Salute al Capitano che riposa dentro di te la mole della immensa sua rinomanza! Quando egli avrà compito il suo tramite terreno, quando sarà chiuso il libro della sua vita, la storia consacrerà le sue geste: le sue prodezze si annovereranno fra le prime di tutti i tempi, e i re della terra s'inchineranno dinanzi al suo valore. I canti dei poeti, gl'insegnamenti dei sapienti, lo chiameranno maraviglia e grazia del mondo. — Le meteore della storia impallidiranno al tuo cospetto — ecclissate dal tuo splendore, — o fulgidissima meteora della Gallia.

»O isola luminosa di gloria! Te rinfreschino sempre salutifere le aure. Pellegrini di remote nazioni e tribù libere come le tue onde, verranno a salutarti. E il vagante pel mondo si fermerà sopra la tua sabbia corrusca da lontano per contemplare una terra cotanto famosa. Ogni gleba, ogni pietra, ogni dirupo santificato dalla orma dell'Esule, lo tratterranno. Per lui tu acquistavi una luce divina, e il tramonto del suo sole fu la levata del tuo.

»Dove sono le mani che lo hanno incatenato? mani che si affaticarono invano di contendere con lui. I popoli gli resisterono qualche volta, ma non lo superarono mai. I potenti, che spesso s'inchinarono alla sua potenza, recuperarono le loro corone fra le sue prede di guerra! Il vincitore è vinto; l'aquila giace adesso contristata, e tentano muovere guerra di tenebre al raggio della tua stella. — Ma la tua gloria apparisce scintillante di nuovo splendore, e percorre sublime il suo ascendente come il pianeta degli anni.

»Lieti sieno gli arbuscelli delle tue montagne; copiosa la verdura dei tuoi prati; limpidi e perenni i rivi delle tue fontane; incolumi i tuoi annali da qualsivoglia sventura. Tu sorgi in mezzo all'ampio Oceano, come un magnifico altare di cui le reliquie saranno salutate dalle preghiere del genere umano. Le tue costiere respingano la rabbia delle procelle, e le aperte sponde la contesa del mare e del vento. Superba riposi l'aquila sopra i tuoi bastioni per ornare te, — che sei l'orgoglio del mondo.

»Il giglio adesso fiorente rimarrà appassito. — Dov'è la mano che valga a nudrirlo? I popoli che lo rilevarono lo contempleranno cadere: infauste rugiade lo maladiranno. Allora la violetta che cresce nella valle confiderà ai venti il suo redivivo profumo, e quando fie che lo spirito della libertà imprechi anatema sopra i sepolcri della tirannide, la vasta Europa tremerà di paura che la tua stella prorompa ad ecclissare le funeste comete del Settentrione.»[21]

Il presagio del poeta fu legge del Fato, e la statua di Napoleone sorge adesso di nuovo sopra la sua colonna, quinci guardando le Provincie di Francia, ch'egli amò tanto, — _ch'egli amò troppo_, — come il patriarca Giacobbe affacciato al balzo di un monte vedeva i suoi figliuoli padri della tribù educare i greggi per le pianure della Giudea: e la sua benedizione scendeva salutifera e perenne sopra di loro....!

Ma chi avrebbe mai potuto presagire che la statua di lui, supremo cantore della Inghilterra, prodigio d'intelletto, e cuore nobilissimo, donata dal Thorwaldsen al Capitolo di Westminster, perchè fosse collocata fra le tombe dei re, sarebbe andata dispersa?

Gli esecutori testamentari del poeta hanno mosso lite contro i Doganieri per lire trentamila di sterlini. Perderanno essi o vinceranno? Forse vinceranno, dacchè Giudici, Avvocati e Doganieri insieme uniti compongano una delle meglio potenti calcine con le quali apparisce murato questo egregio monumento sociale. Ma vincano o perdano, la vergogna è sicura; senonchè io dubito forte che i Doganieri di puro sangue possano mai sentire vergogna. Basta, quello che io so di certo si è questo, che trentamila anni basteranno appena al popolo inglese per lavarsi della colpa della morte di Napoleone: cotesta è macchia uguale a quella di Lady Macbeth: nè anche tutta l'acqua dell'Oceano ha virtù di stingerla, e per istropicciarla che uomo faccia, sempre e più sempre apparirà vermiglia, vivida e fumante. — Grave, e più di questo, io direi quell'altro obbrobrio di sopportare che il vincitore fortuito di Waterloo tenga nelle cantine del palazzo di Aspley-House la statua del gran Capitano, opera del Canova e dono di Luigi XVIII; — e l'altro infine, della prodigiosa codardia nel tollerare che un Collegio tristo d'ipocriti mandi disperso l'omaggio che un genio ha reso all'altro genio, diseredi il più sublime dei suoi poeti del retaggio di onore, e contamini la fama di un popolo grande davanti Dio, e davanti le generazioni degli uomini. Cotesto Collegio dava pur dianzi a Campbell tomba in Westminster; la negava al Byron. E sì che la luce del Campbell, a paragone di quella del Byron, pare fiammella di lucciola dirimpetto ai raggi del sole: ma le nottole non temono le lucciole, e fuggono il sole. — Forse è meglio così. Bruto e Cassio furono più amorevolmente desiderati, e più onoratamente rammentati, quando il popolo romano non vide comparire le loro immagini nei funerali di Tiberio!

DISCORSO SECONDO.

SOPRA LE CONDIZIONI DELLA ODIERNA LETTERATURA ITALIANA.

ALLA NOBILE DONNA SIGNORA ANGELICA BARTOLOMEI, nata Palli.

Alloraquando nelle serate lunghissime d'inverno io alternava seco, rispettabile Signora, i seguenti ragionamenti senza studio come senza ira, e così proprio secondo che scaturivano dal cuore, io non pensava certo che potessero un giorno formare soggetto di stampa. Ma l'uomo trama e la Fortuna tesse; ond'è che offerendomisi il destro di pubblicarli, io non ho voluto farlo senza intitolarli all'onorato suo nome, parendomi giustizia renderle in parte quello che le appartiene per diritto di legittima proprietà.

Ora mi sembra che nostro malgrado noi concorressimo in questo, cioè che le umane lettere volgono fra noi a infelicissima decadenza: e quanto ciò sia grave danno, per certo non importa discorrere; dacchè a dimostrare non pure la utilità, ma la necessità delle umane lettere, tali e tanti uomini vi si affaticassero attorno, che volendo aggiungervi parola, avrei più che di altro sembianza di colui che s'ingegnasse sospingere al mare le acque di un fiume. I tempi nostri paionmi assai somiglievoli all'uffizio di questa settimana santa, ove al cessare di ogni salmo spengono un lume, finchè non vengono le tenebre; e allora incomincia il turbinìo delle cieche percosse. — Però, come riesce agevole avvertire lo effetto, non potremmo con pari facilità indicare le cause di simile decadenza.

Invero, dei molti fatti che occorrono alla mente come radice di tanto male, se noi vi posiamo sopra il pensiero, troviamo che tanto potrebbero essere quanto ancora non essere. Cagione di decadenza ci sembrò la poca protezione, anzi lo abbandono, od anche meglio il disprezzo compartito alle lettere umane; ma consideravamo poi che nè abbandono, nè disprezzo, nè persecuzione erano bastate mai a trattenere gli altissimi intelletti a compire le belle opere per le quali salirono a tanta rinomanza; e per tacere degli altri (imperciocchè delle sventure dei nostri Grandi vanno attorno grossi libri stampati), Dante non rivelava la sua visione, esule, condannato al fuoco, e costretto a mendicare la vita a frusto a frusto? Campanella non concepiva prose e versi e utopie di umana felicità, nello squallore di una prigionia più che trilustre? Condorcet, mentre deliberava uccidersi per fuggire al patibolo, non sognava sogni di umana perfezione, sino al punto di presagire la immortalità a noi atomi per un minuto animati? Voltaire sopra i muri del carcere segnò i versi della _Enricheide_; e Torquato, rinchiuso come colpevole e matto, scriveva nobilissime carte tutte piene di filosofia. E poichè gli esempi potrebbero prodursi infiniti, così sarà consiglio buono rimanerci a questi.

Cagione di decadenza ci parve il poco o il nessun costrutto che i letterati ricavano dalle onorande loro fatiche: ma per quanto me ne giungesse notizia, nè Omero mai nè Dante ritrassero copia di beni dai canti divini. Milton (e fu fortunato) vendè trenta ghinee il _Paradiso perduto_; e al giorni nostri, Carlo Botta (Tito Livio della Italia moderna) si ridusse a pagare lo speziale dei farmachi somministrati alla inferma consorte con tante copie della _Guerra Americana_, a ragguaglio di peso di carta. Giuseppe Parini si lagna che il sì lodato verso non giovi ad apprestargli un vil cocchio, che basti a salvare lui (offeso nelle gambe da dolorosa malattia) dal furore della tempesta,[22] e peggio ancora con un grido del cuore, che io per me stupisco di vedere espresso in versi, egli esclamava:

La mia povera madre non ha pane Se non da me, ed io non ho danaro Da mantenerla almeno per domane.

E nonostante, nessuna forza al mondo poteva dissuadere cotesto ostinato amatore della sua musa dallo educare con sommo studio un lauro nel suo povero letto, e appendervi corone. E per altra parte, le larghe mercedi non fruttarono sempre egregie opere d'ingegno; e di questo io non adduco esempio oltre quello dei quattordicimila scudi all'Achillini pel famoso sonetto: _Sudate, fuochi, a liquefar metalli_. Aggiungi che gli scrittori forse non hanno mai ricavato dalle opere loro una qualche mercede come ai tempi che corrono. In Francia e nella Inghilterra retribuiscono assai le opere d'ingegno, e se ciò non nuoce, neppure mi sembra che giovi, conciossiachè senza offesa di alcuno a me paia vedere come molti svegliati talenti avrebbero provveduto meglio alla fama se meno fossero stati premurosi di accumulare pecunia. Gli editori d'Italia insomma, quantunque non senza gemito grande, pure qualche cosa si lasciano adesso cascare di mano; sottile è vero, sufficiente per vivere, ma non pertanto bastevole a non far morire. Gli editori nostri conoscono come l'adipe torni nemica al talento, e non vogliono fare quello che nelle Sacre Carte si minaccia:

il cor t'ingrasso Perchè dramma non v'entri d'intelletto.