Pensieri, Discorsi, Illustrazioni
Part 5
Ed esempi di necessità a rompere le leggi della morale, sono in tempi più recenti le stragi degli Sterlizzi, quelle dei Mamelucchi, le altre dei Giannizzeri, e forse le giornate del Settembre dai Convenzionali di Francia consentite, o volute; — e sopra tutto (imperciocchè con maggior agio ragionisi dei casi alquanto dai moderni nostri discosti) i modi tenuti dal duca Valentino in Romagna.
La fama di costui intristisce con i tempi. Morto povero, lontano dal trono, spenta la sua famiglia, esecrato per costume da tutti, perchè dovrebbero affaticarsi gli scrittori a rivendicarne il nome? E non pertanto ai tempi di lui le terre d'Italia erano tutte piene di tiranni senza cuore e senza intelletto, lupi contenti di un brano sanguinoso, non già lioni cupidi di magnanima preda; sicchè i popoli e la terra stessa andavano di giorno in giorno dileguandosi dentro ai sepolcri: nessuna cosa venerata, o santa; nessuna legge rispettata o temuta: ogni vincolo sciolto, e la repubblica declinante a Sterminio inevitabile. Il Borgia (e lasciamo dire la gente) accolse un concetto rigeneratore: forse egli adoperò mezzi alla propria sua indole consentanei, ma certamente quali le condizioni dei tempi volevano. L'esito non potè giustificare il principio: se fosse giunto a completare il suo sillogismo di sangue, gli uomini lo avrebbero salutato ottimo, massimo. Ahimè! pur troppo che la stirpe nostra infelicissima qualche volta giunge a tale, che a redimerla nulla giova, tranne il sacrifizio di sangue! Al Valentino essendo mancata la fortuna, il comodo che doveva uscire dall'edificio finito non potè fare sì che andassero in oblio le prime pietre destinate a starsi sepolte nei fondamenti per sempre. È una gran croce quella che grava le spalle dei riformatori dei popoli! Trono o patibolo, laude od infamia, inferno o paradiso. E se alcuno stupido o protervo negasse la fortuna, io vorrei dirgli: «Chinati a quella forza indomata, arcana e feroce, alla quale, non che altri, Silla e Mario sagrificarono.»[27]
Rammentansi essi le immanità di Augusto, di Carlomagno, e di Pietro il Grande? Il manto imperiale di Napoleone ricuopre solamente splendidi gesti? Maometto Alì, uomo del quale sebbene la Europa stesse in aspettazione grandissima, e superiore alla forza e intelligenza sue, pure dimostrava intendere le ragioni degli stati e degli uomini assai argutamente, al principe Muskau, che confortavalo a dettare le Memorie della sua vita, quando con molto senno rispose: «Io nol farò, e desidero che altri nol faccia, perchè dovrebbero tacersi tutte quelle epoche della mia vita, che pure sono le più lunghe, nelle quali, debole e povero, mi era forza appigliarmi a non generosi partiti.»
Quanti uomini che fama hanno di grandi, come il Gigante delle tempeste di Camoens, dalla cintola in giù voglionsi lasciare immersi nell'abisso! Basta che tocchino il cielo col capo. Se male non mi sovviene, Esiodo immagina che i primitivi Dei derivassero dall'Erebo e dalla Notte. A Carlo, a Pietro, a Napoleone, e ad altri _magni_ concessero i fati anni sufficienti e potenza a esporre nella massima parte, o intero, il concepito disegno. Nessuno poi è tra loro, che interrotto nei primordi della vita non avesse lasciato fama più trista di Cesare Borgia, a cui popoli benevolenti rimasero per lungo tempo fedeli, a cui fu traditore Consalvo chiamato _il grande_, a cui similmente fu amica la bella morte incontrata mentre combatteva da prode uomo in battaglia.
Tito Livio nel nono delle _Storie_ ci somministra esempio della seconda epoca, nella quale il destino dei popoli sembra pendere incerto tra la magnificenza e la ferocia. Veturio Calvino e Spurio Postumio, conducendo lo esercito contro a Luceria, lo avventurano entro le forche caudine. I Sanniti lo circondarono, ma non sapendo in qual modo dovessero usare della vittoria, spedirono per consiglio a Erennio Ponzio, uomo grave di anni e di sapienza preclaro. Udito il caso, egli risponde: «lascinsi andare.» — Non talentando il consiglio, si rimandano ambasciatori a consultarlo, ed egli per questa volta li accommiata dicendo: «uccidansi tutti.» I Sanniti, considerata la discrepanza dei pareri, rimasero su quel subito di avviso che, come il corpo, lo spirito fosse ad Erennio diventato per decrepitezza imbecille, ma poi non si potendo persuadere che tanto lume di senno fosse così ad un tratto venuto meno, lo fecero condurre sopra un carro al campo, ove gli domandarono ragione delle contrarie sentenze; la quale egli addusse con sapienza ammirabile: «Buono parmi che fosse il consiglio di spegnere i Romani, imperciocchè distrutti due fioritissimi eserciti, essi torneranno nella pristina debolezza, donde voi v'ingegnerete a non lasciarli più uscire; e buono era anche l'altro, che liberi si rimandassero, dacchè il benefizio insigne vi farà eternamente amico un popolo potentissimo.» Ed insistendo i capi dell'esercito per sapere se tra questi due estremi gli sovvenisse qualche provvedimento mezzano, riprese: «Qualunque altro diverso da questi non toglie nemici, e non procura amici.»
Ma il corso della vita dei popoli continua pei secoli: per correre acqua migliore si alzano le vele; la crisalide si fa farfalla; cessano i giorni che l'uomo o i popoli tengono comuni coi bruti; incomincia la epoca morale, o la necessità inclita della grandezza. _Non de solo pane vivit homo_, predicò Gesù Cristo; bene non vive la gente sodisfacendo ai soli materiali bisogni: esiste in lei un altro spirito vitale, che abbisogna del nudrimento di amore, di fede e di gloria. La carriera dei popoli sopra la terra procede in questo periodo maestosa come quella del sole in mezzo ai cieli. Tutto adesso è grande, uomini e cose: le leggi severe, la dottrina di Zenone presiede ai contratti, i giudici professano la filosofia stoica,[28] non la cinica, non la cirenaica,[29] non la scettica, o come spesso avviene, tutte e tre insieme praticamente, non già per teorica, che a loro è ignota perfino la scienza del vizio e dell'errore. I detti, i gesti, i monumenti e i volti spirano religiosa reverenza, e quando la lingua, nella quale furono favellati quei detti, non suonerà più sopra le labbra degli uomini, e di quei gesti perverrà un eco lontano alle tue orecchie, dalle rovine stesse sorgerà una voce, che li empirà di spavento, oh anima squallida dei giorni che corrono! Allora Cammillo respinge legato ai Falisci il pedagogo traditore; allora Cammillo bandito accorre in aiuto della patria prostrata, e giunge quando Brenno gitta la spada dentro la bilancia gridando: Guai ai vinti! e fa provargli intera l'acerbità della minaccia troppo presto volata dalle barbare labbra. Regolo viene a Roma per confermare la patria nella guerra contro Cartagine, e stretto dalla religione del giuramento, torna al supplizio. Carlo Zeno tratto dalla carcere perchè vinca i nemici, salva la patria, e si riconduce a prendere i ceppi in Venezia.[30] Allora, perchè più a lungo non mi diffonda nella narrazione di fatti, i quali pure si accostano soavemente al cuore dell'uomo, vivono i personaggi che fanno esaltare gli egregi nepoti, e lieti della letizia che animò Correggio all'aspetto dei dipinti di Raffaello, esclamare: «Anch'io sono uomo!»
Ma il retaggio di sapienza e di gloria pesa sopra le spalle dei popoli. Guai a loro se per un solo momento diventano immemori dell'ardua dignità! O sia che scadano alquanto dalla consueta virtù, o sia che infastidendo il vero vi sostituiscano l'esagerato e il bugiardo, uguali danni li attendono. Quanto l'uomo impiega nella esagerazione, altrettanto toglie alla sostanza. Se desideri avere la misura del falso, fa conto di ragguagliarla sopra quanto vedi ostentare oltre al confine del vero; e questa sentenza ti giova, o lettore, a conoscere la virtù mentita di cui oggi ha copia quasi incredibile nel mondo.
Ed io amo allargarmi alquanto sopra siffatta materia, imperciocchè davvero la cosa di per se stessa lo merita, e le nuove e le antiche ipocrisie si vogliono flagellare senza intermissione, come senza pietà. Quando Roma precipita in fatali rovine, ecco Seneca filosofo spingere oltre il possibile la dottrina di Zenone. Non date fede allo ipocrita. Seneca stoico lauda la maritale illibatezza, e adultera poi con Agrippina, e con Giulia figlia di Germanico. Seneca dispregia le dovizie, e per le immani sue usure cagiona la ribellione della Brettagna, e la morte di ottantamila Romani. Seneca aborre gli agi, e possiede tre milioni di sesterzj, e cinquecento tripodi di legno cedro co' piedi di avorio. La umanità sembra poca pei tesori dell'amore di Seneca, e Seneca, roso dalla invidia, calunnia e perseguita i migliori di lui: egli odia la menzogna, e compone panegirici a Claudio imperatore, poi lo vitupera morto, e scrive al senato l'apologia del parricidio di Nerone! Che più? Seneca non cura la vita, e Seneca piagnoloso offre a Nerone tutte le sue ricchezze per riscattare pochi giorni, ed infami. Nerone prende il tesoro, e gl'impone la morte; e Seneca allora, dacchè gli è forza incontrare il fato supremo, muore non come un filosofo, ma come uno istrione, e desidera a conforto della scenica agonia il fragore del plauso.[31] E noi pure abbiamo i Senechi nostri, e moltissimi, e non meno pravi, ma degli antichi più nani, e miserabili assai.
Considerate all'opposto Papiniano, avvocato!... sì in verità, io vi dico avvocato, ma di cotesti avvocati Natura fece e poi ruppe la stampa: non protervo petulante, ma semplice di modi e di parole, risponde a Caracalla che gl'impone escusare in Senato la strage fraterna: — non poterlo fare. — E quel feroce, a cui il sangue del tradito pesava forte su l'anima, instando veemente, egli senza punto turbarsi soggiunge: — molto più agevole cosa essere commettere, che scolpare il fratricidio. — Nè con semplicità e costanza punto minori il visconte di Orte scrisse a Carlo IX che gl'imponeva trucidasse gli Ugonotti di Baiona: — Sire, tra i cittadini e gli uomini di arme mi è venuto fatto incontrare cittadini dabbene, e soldati valorosissimi, ma non un carnefice; per la qual cosa eglino ed io supplichiamo la Maestà vostra a impiegare le braccia e vite nostre in cose che le si possano fare. — Montesquieu, interprete degno di tanta grandezza, osserva: — questo grande e generoso coraggio considerava impossibile una viltà.[32] Per onore della stirpe umana vuolsi aggiungere come d'Orte non fosse solo a operare il fatto magnanimo, e la Storia memore ricorda ancora Montmorin. Uomini, a chi ben considera, non pure da uguagliarsi, ma da preporsi agli antichi, avvegnadio dovessero questa fortezza ricavare dall'animo proprio, mantenuto sano nel mezzo alla peste degli esempi pessimi, mentre gli antichi a cagione del costume, della educazione e di quanto insomma costituisce il vivere civile, fossero a bene operare quasi condotti per mano. Gli austeri intelletti si palesano naturalmente senza artifizio. Chi si fa banditore della propria virtù dimostra temere, e quindi non meritarsi che altri favellino con lode di lui. Gli uomini, generalmente, molto si sentono inclinati ad ostentare quello che non hanno, e più tenaci afferrano le cose che più sfuggono da loro. I falsi e gl'ipocriti urge il bisogno per simulare il contrario di quello che sono; la virtù vera scaturisce dal cuore, come polla di acqua viva: suo scopo è la grandezza, la semplicità la formula. — E poichè i falsi intellettuali corrispondono ai fisici, tu vedi le donne pallide dipingersi il volto di vermiglio. Montaigne ci racconta come un solenne magistrato essendosi condotto a visitare un capitano, gli favellasse sempre di saracinesche, mezze-lune, false brache, controscarpe ed altre opere della fortificazione, di cui egli non intendeva niente, e il capitano era peritissimo, invece di tenere proposito di costumanze e di leggi in cui meritamente godeva fama distinta.[33] La corruttela, decadendo l'impero romano, assunse lo stoicismo come maschera, la tirannide la prese in parola, ed irridendo lo sottopose ad esperienza di sangue.
Adesso mi prende vaghezza di raccontare un fatto, il quale siccome conferma mirabilmente le proposizioni enunciate, così ancora è fecondo di applicazioni efficaci. Sagunto, città alleata di Roma, si era mostrata in certa occasione infestissima ai Cartaginesi, i quali avendola presa in odio, le mossero guerra, e di aspro assedio la strinsero. I Saguntini ricorrendo per soccorso ai Romani, i mali orribili ai quali si trovano condotti riferiscono, la religione dell'amicizia e la santità dei patti invocano, Roma difendersi in Sagunto dimostrano; e tutto invano. I Romani (secondo narra la fama che per tre giorni agli Abderitani avvenisse) erano ebbri: non gli ascoltarono; immemori della consueta maestà, i concetti generosi obbliando, o sprezzando, dentro un infelice cerchio d'interesse momentaneo si costringono, si chiudono la porta del futuro, e con una parola miserabile l'arbore glorioso e trionfale, educato dal senno e dalla virtù degl'incliti capitani, sterilendo esclamarono: — _l'oro e il sangue romani sono per Roma!_
Otto mesi interi l'assedio di Sagunto durava, quindi nella lunga agonia abbandonata periva. La morte rese immobili le labbra dei Saguntini, e non pertanto con bene altra voce che questa nostra non suona, i sepolcri proclamarono al mondo la infamia di Roma.
Però presso i Romani non si trovò nessuno il quale o tanto amasse la perfidia, o tanto procedesse nemico al pudore, che asceso sopra i rostri così annunziasse la rovina della infelice città: — _Quiriti, la pace regna in Sagunto!_
E la pena in breve tenne dietro alla colpa. Prostrata Sagunto, ecco i Cartaginesi si apparecchiano a invadere la Italia. I Romani pensosi per tanto turbine di guerra mandano ambasciatori in Cartagine, fra quali Q. Fabio, a provvedere alla salute della patria. Le blande proposte provocavano superbe risposte; dichiarata la guerra, gli ambasciatori si conducono nella Spagna allo scopo di tenere bene edificati quei popoli, le alleanze antiche confermare, procurarne delle nuove, dare ad intendere comune nemico essere i Cartaginesi, e come tale si unissero ai Romani per combatterlo. Furono da per tutto ributtati, e dai Seniori dei Volsci in ispecie alla presenza del senato così duramente ripresi: «Quale insania, quale impudenza sono elleno queste vostre, o Romani, che osiate richiederci, affinchè noi alla amicizia cartaginese preponiamo la vostra? Chi più si mostrò infesto ai Saguntini; i Cartaginesi, o voi altri? Costoro li sterminarono avversi, voi li tradiste benevoli. Andate, e fatevi a cercare alleati là dove non sia giunta notizia della saguntina strage.»[34]
Quindi Annibale scese in Italia, e quindi Ticino, e Trebbia, e Trasimeno, e Canne: — spaventevole espiazione!
I Romani espiarono la colpa, e fecero senno. D'ora in poi, non che gli amici e i confederati sovvenissero, gli stessi popoli vinti con ogni maniera di blandizie tennero bene affetti; anzi conoscendo come sovente la ingiuria nell'onore, nella vanità aspreggi più il sangue, che quella fatta nelle sostanze, avendo avuto bisogno nell'ultima guerra punica, in difetto di uomini liberi, di schiavi, a istigazione di Tiberio Gracco mossero una legge con la quale ordinarono pena del capo contro qualunque rimproverasse loro la Servitù.[35] Arti romane erano dettare leggi ai popoli.[36] Romani esercizi vincere i superbi, e perdonare ai vinti. Ufficio romano disciplinare a ordinato vivere civile i popoli volenti.[37] Non solo i popoli del mondo, ma gli Dei stessi si riparavano all'ombra del Campidoglio e del Panteon. Simbolo della maestà romana diventarono a ragione i fasti consolari: un cumulo di verghe costrette di lacci tenaci, e Roma nel mezzo, sotto forma di scure, pronta alla difesa, alla offesa terribile. — Così i Romani con sapienza e giustizia, meglio che con le armi, dominarono l'universo, e quando nel giorno della sventura ebbero mestiero del sangue e degli averi dei confederati, chiesero con fiducia soccorso, e con agevolezza l'ottennero, non più temerono le sdegnose parole dei Volsci, e non invano sperarono che le placate ombre dei Saguntini non irrompessero dagli aperti sepolcri gridando: «Guardatevi dai traditori!»
Certo non forma argomento di questo breve discorso la esposizione delle cause per cui Roma, dalla più sublime magnificenza alla quale Dio concedesse mai ad una generazione di uomini pervenire, decadesse in fatali rovine. Gibbon e Montesquieu lo hanno già fatto. Ma in pochissimo stringendo il molto, basti allo scopo nostro affermare, che la ingiustizia, la ipocrisia, la rapina, le fedi rotte, i codardi abbandoni, il patteggiare co' barbari, la viltà, i vizi, e le infamie pubbliche e domestiche, condussero l'impero Romano a condizione sì estrema, che supera qualunque lutto.
Corrotti i costumi, a nulla valsero le leggi, che senza quelli possono assomigliarsi a flauti senza sonatore; splendide di saviezza furono le costituzioni di Nerone, di Domiziano, di Comodo, di Eliogabalo, di Caracalla e degli altri bruti, piuttosto che imperatori, come scrive Giuliano nei _Cesari_,[38] e la giustizia agonizzante periva. E in quella guisa, secondo la sentenza di un filosofo antico, che la copia delle medicine e la frequenza dei medici danno manifesto indizio di molte e gravi malattie, così la moltiplicità delle leggi indica gli ordini civili guasti profondamente.[39] — E mancata la prestanza militare, alla quale compartivano i Romani per antonomasia il titolo di _virtù_, a nulla valsero le fortezze. Le fortificazioni del Reno con tanto studio innalzate dall'imperatore Valentiniano non contennero gli Alamanni irrompenti, nè i Quadi quelle del Danubio. Disprezzate o prostrate le muraglie costruite nell'Armenia, Cosroe potò minacciare Costantinopoli. Il passo delle Termopili, difeso dal codardo Geronzio, non trattiene un momento Alarico e i suoi Goti: meglio era lasciarlo vuoto, chè la memoria dell'estinto Leonida sarebbe stata più temuta assai che la presenza del capitano di Arcadio. Le fortezze senza coraggio si assomigliano alle spade poste per decorazione sopra i catafalchi dei soldati nel giorno dell'esequie. Non fosse, non muro, non bastita mai gioveranno tanto alla salute del popolo, come il sentimento che pose in bocca degli Spartani (ai quali per istatuto di Licurgo era vietato circondarsi di mura) queste parole, allorchè Pirro assaltò l'aperta patria loro con 25,000 fanti, 2000 cavalli, e 24 elefanti: «Se tu sei un Dio, non angustierai quelli che non ti offesero: uomo, avanzati, troverai uomini pari a te stesso.»[40]
E nessuno dei popoli che vissero, o vivranno nei secoli, sia tanto, non dirò superbo, ma stupido, che voglia paragonarsi ai Romani. La mano romana non irrigidiva nella Scizia per gelo, nè per calore si prostrava nell'Affrica. A noi una frazione dell'antica Numidia arde i guanti, e scotta le mani; poniamola giù via, lasciamo andare una provincia che Cesare avrebbe donato maggiore a qualche suo famigliare! Ma che dico io maggiore? Cesare si offriva pronto a donare a M. Ofrio raccomandato di Cicerone tutto quel paese che oggi si nomina Francia, protestando, che se altri amici aveva a raccomandargli, a lui non sarebbero venuti meno i regni da elargire[41]I Romani, quasi in sollievo dei brevi ozi, gittano ponti sopra il Danubio, che tuttora rimangono; tra il Clyde e la Twede fabbricano muraglie in Brettagna, nelle sabbie infocate dell'Affrica costruiscono strade, per le quali noi pure oggi passiamo, intorno alle quali noi spenderemo dieci anni a rassettarle, per vederle tornate guaste tra cinque. I giuochi stessi di cui occupiamo l'efemeridi nostre, le splendidezze e le magnificenze sono trastulli da infanti a paragone delle romane. Un giullare americano ci empie di maraviglia scherzando co' lioni, e Marc'Antonio percorreva Roma sopra un carro tirato da questi medesimi animali, Eliogabalo da tigri. — Lucio Metello 142 elefanti, M. Scauro 150 tigri, Silla 100 lioni, Pompeo 410 tigri, 500 lioni, elefanti, ed altre assai belve, Augusto 36 coccodrilli, Tito nella dedicazione del Colosseo 500, o, come Dione Cassio assicura, 9000 fiere gittavano a straziarsi nei circhi per diletto del popolo. Cesare lastricò il gran circo di argento, Eliogabalo lo sparse di polvere di oro. I teatri erano capaci di 150,000, e perfino di 485,000 persone.[42] Eh via! lasciamo degli antichi Romani; noi altre squallide anime dei popoli moderni, loquaci, presuntuose, infingarde, buone insomma a nulla, assomigliamo a quei magnanimi trapassati come una lumaca a un cavallo di battaglia.
Ma quando la virtù non fece perdonare altramente la potenza, e il diritto dei Quiriti, esteso da Giustiniano alle Provincie, non fu ampiezza di onore, ma comunione odiosa di viltà e di tributo; quando i popoli soggetti videro le mani romane spiegate sempre alle rapine, e non più strette al brando, e come gregge si trovarono venduti in prezzo di paci infami; quando finalmente, dimenticati i magnifici concetti della repubblica, prevalse la turpitudine dell'impero, allora quel così tanto stimato nome romano, a caro prezzo perfino una volta comprato, non pure si repudiava e fuggiva, ma con orrore si abbominava.[43]
Venite, e vedete se mai fu pena eguale a quella dell'impero romano. Dalle più remote regioni si mossero popoli, quasi ad un convegno di vendetta, per istraziare le membra d'Italia, ed erano di quei popoli che Mario atterriva con solo uno sguardo. Qui si riunirono genti nate fra i geli della Scizia e gli ardori dell'Arabia per depositarci sul capo un tributo di obbrobrio, nella guisa che costumavano di fare gli antichi Greci sopra la vittima espiatoria destinata ad essere lanciata negli abissi del mare.[44] Da ora in poi gli sfregi sopra la faccia compongono gli annali di Roma. Di lei non avanza neppure la rovina: naturali e stranieri congiunsero le mani per seppellirne perfino la tomba; imperciocchè la tomba medesima era argomento di troppa vergogna pei primi, di troppo terrore ai secondi.[45] Per grado estremo di decadenza, il nome romano stette a denotare pei barbari quanto di più abietto è mai dato d'immaginare: «Noi altri Longobardi, scrive Liutprando, vescovo di Cremona, legato dell'imperatore Ottone, allora quando presi da sdegno vogliamo offendere un nostro nemico con qualche grandissima ingiuria, non sappiamo immaginarne altra maggiore di quella, che chiamarlo _Romano_.»[46]
La caduta delle foglie d'autunno, l'arena travolta dal turbine, la nebbia dileguata dal sole, la spuma del mare dietro nave che passa, il fumo nell'aria, lo strascinare del serpe sopra il granito, formano materia malinconica ad altrettanti paragoni per denotare la traccia dei popoli nel seno del tempo, come lo potrebbero del pari per accennare la traccia del tempo nel seno della eternità. E nonostante, una rovina così profonda duole al nemico stesso; imperciocchè l'odio non vorrebbe togliere il sentimento della vergogna e del dolore. Queste sono le piaghe _Che Annibale, non che altri, farian pio_.[47]