Pe' belli occhi della gloria

Part 9

Chapter 94,015 wordsPublic domain

— Allora, mi aiuti ad amarla; sia lei la compagna mia, sia la sposa mia, sia tutta la mia felicità.

Sembrava che quelle parole sommesse, quasi tremanti, continuassero la confessione incominciata nel vano dell’uscio di strada, quella notte, che era già tanto lontana.

Il sentimento selvatico che il giovine aveva indovinato era ben sveglio, ma non trovava parole nell’anima di Sofia. Essa ascoltò lungamente quella musica, quella carezza.

All’ultimo si sciolse dolcemente dalla mano, che stringeva la propria, e mormorò: _grazie_.

Il giovine insistè:

— Un’altra parola ancora, dica solo di sì.

— Grazie, signor Tito, ripetè la fanciulla fissando gli occhi a terra; ma sono tanto commossa; mi lasci pensare. Creda che sarei felice di poter rispondere subito come lei ora desidera; non pensi nulla di male se non lo faccio; io sono proprio superba delle parole che mi ha detto; mi sembrerà sempre di ascoltarle...

— Dunque!... dunque!... balbettò Tito scoraggiato; dunque non si sente sicura di potermi amare, un giorno, se ha bisogno di pensarci...

Allora Sofia lo guardò. Aveva negli occhi un luccicore di tenerezza, e la pietà profonda per gli altri, ma non per sè.

— Mi lasci pensare, disse ancora; non si offenda, se mai tarderò a rispondere.

Queste parole melanconiche dicevano che il lavoro del pensiero era cominciato.

— Aspetterò quanto vorrà; ma mi lasci almeno credere che non le sono indifferente.

— Indifferente! disse Sofia; e nell’accento di questa parola era tutta la breve storia d’un amore che aveva vinto un altro amore.

Il giovine non volle sapere di più; lasciò che Sofia si ritirasse nella propria camera, poi corse al letto del padre cieco, a risvegliare il vecchio desiderio.

XV.

Tito non era stato impaziente; avendo promesso di aspettare che la fanciulla si decidesse a diventar la _madre_ della piccina, egli aveva cominciato subito ad essere il _padre_.

“Amiamola con coraggio„ aveva detto Sofia, e il giovine andò alla _Famiglia artistica_, a dare la buona novella che egli si era preso in casa una piccina di sei anni, bella come un amore, e che col tempo l’avrebbe adottata. La notizia non aveva meravigliato nessuno di quei capi ameni. Erano gente assorta nell’amore della forma, e poco badavano al resto; non era infrequente — tutt’altro — che la carità fiorisse in mezzo alle loro strettezze. Non meravigliò anche perchè la notizia della piccola zoppina piovuta in casa Bondi aveva fatto molta strada, ed era naturalmente arrivata alla Famiglia Artistica. Solamente Tito aveva taciuto il nome della madre dell’orfanella.

Padre e figlio erano già d’accordo che non bisognava mettere la ragazza troppo alle strette; che se anche era una pena aspettare, il sì della buona creatura doveva essere dato con coscienza e con libertà; e che intanto nessuno doveva fiatare.

Tito sentendosi sicuro di sè, non aveva molta fede nella pazienza del vecchio; e fin dal primo giorno, se il cieco si pigliava fra le ginocchia la bambinella, con l’aria di non volersi occupare se non di lei, notò che quando Sofia passava, o diceva una parola, la testa del cieco diventava immobile, la carezza si arrestava a mezzo. Quando poi la zia rimaneva un poco a discorrere sommessamente col _nonno_, Tito aveva una gran paura che suo padre si lasciasse uscire di bocca una parolina tentatrice. E appena erano soli, diceva: “che cosa le hai detto?„

Questo nel primo giorno; ma il secondo la sicurezza dell’animo aveva cominciato a vacillare, e dopo il terzo, notando che la ragazza diveniva sempre più malinconica e taciturna, furono tutti e due d’accordo che non se ne poteva proprio più.

— Io le parlo chiaro, a costo di commettere una corbelleria. Ah! se i miei occhi si aprissero ancora! Ma tu che ci vedi, non sei tu buono a guardarla bene in faccia, a dirmi se posso parlare?... chi sa che non aspetti altro, se non d’essere interrogata.

Tito guardò lungamente, e più volte, e sempre che lo potè fare di nascosto; ma nella faccia della ragazza non lesse altro se non che, parlando, v’era il rischio di affrettare la catastrofe.

Furono giorni tormentosi per tutti, perchè anche Sofia lasciava scorgere nella faccia un pensiero che le dava molta battaglia.

Se non fosse stata la piccina a porgere un filo di discorso a tavola, avrebbero desinato alla muta. La sera, che per lo più si spendeva in ciancie allegre, fu con tacito accordo consacrata interamente alla musica; e la _sonata appassionata_ disse molte volte a Mattia ed a Tito lo strazio d’un cuore in lotta col pensiero, finchè una sera Bianca, che stava sempre a guardare attentamente come facevano le mani della zia a trovare nella tastiera quella musica così bella, levò gli occhi a guardare la faccia pensosa, e corse dal nonno a dirgli sottovoce: _piange_.

Mattia fu subito in piedi, e venne a mettersi accanto alla sonatrice. Intanto la bimba aveva ripetuto la scoperta fatta al babbo, e Tito, istintivamente, si pigliò la piccina in collo per andarsene nella vicina stanza.

Nel salotto rimasero il vecchio e la fanciulla.

Sofia si era accorta che il cieco le stava alle spalle, che Tito era andato via colla bimba; continuò a sonare quella musica dolente sino all’ultima nota.

Quando ebbe finito, il cieco le mise le mani sugli omeri.

— Basta ora; venga qui, con me, e mi dica una cosa.

Sedette sul canapè, e tenendo allacciate le mani della giovinetta, e alzato il capo verso di lei come se potesse coll’occhio spento penetrare l’anima innocente, soggiunse a bassa voce, per meglio invitare alla confidenza:

— Me lo vuol dire dunque, perchè la sonata di Beethoven l’ha fatta piangere?

Sofia rimase un po’ perplessa, ma non seppe mentire.

— Sì, glielo voglio dire; credo anzi d’aver bisogno di dirlo a lei, che è tanto buono e mi compatisce. Mi sembra di essere un’ingrata verso di loro. Il signor Tito mi ha detto una parola che m’innalza fino a lui, ed io non ho potuto ancora risolvermi. Mi crederanno una ragazza superba e sciocca... non è vero?

— Non è vero. Solamente mio figlio, che le vuol tanto bene, si accora perchè lei non gliene vuole.

— Io glie ne voglio tanto; confessò umilmente la poveretta; ma non glielo dica... Ho bisogno di pensarci ancora... non mi stia a dir nulla; tutte le parole che lei potrebbe dirmi me le sono già ripetute io stessa; ma ne ho ascoltate molte altre che hanno parlato nella mia coscienza...

— E queste altre... non me le vuoi dire?

Sofia strinse la mano del cieco.

— Basto io, rispose; bisogna che la mia coscienza mi permetta di essere felice.

— È una strana fanciulla, disse Mattia a suo figlio, quando la piccina e la zia si furono ritirate nella loro camera; ha degli scrupoli che mi nasconde, ma intanto è certo che ti vuol bene.

Tito ne dubitava.

— Ti dico che ti vuol proprio bene; ti dico che è innamorata di te. Mi sembra che ti dovrebbe bastare. Aspetteremo ancora domani; poi...

— Poi?

— Poi faremo qualche cosa; immagino che potremo fare qualche cosa, per farla decidere.

Il domani passò senza portare nessun altro avvenimento fuor che una più profonda mestizia di Sofia, e una letterina che Bianca aveva voluto scrivere alla mamma.

La missiva fu letta forte dalla bimba prima di essere mandata. Diceva:

“Mammina bella.

“Io sto bene in questa casa; tutti mi vogliono bene, ed io ne voglio tanto a tutti. Tu mi avevi insegnato a scrivere l’alfabeto; la zia Sofia mi ha insegnato anche le parole, e questa prima lettera è per te, mammina cara. Ora so anche contare fino a cento, e tornare indietro, che è molto difficile. Io ti aspetto tutti i giorni, e tu non vieni mai. La tosse se n’era andata, ma l’altro ieri mi è tornata; poco poco. Ti mando molti baci e i saluti della zia Sofia, del babbo Tito e del nonno cieco. Sai? Non ci vede proprio. Scrivi presto.

“La tua piccola Bianca.„

Quella letterina fu uno spiraglio di luce per Mattia.

— Sei stata proprio tu a scrivere così bene? domandò accarezzando il visino contento.

— Sì, proprio io; ma la zia mi ha aiutato un poco.

— Voleva sempre scrivere a mammina, ed io l’ho aiutata.

— Ed ora, soggiunse la bambina, ora bisogna portargliela subito.

Tito s’impossessò della lettera, e tranquillamente la mise in una busta. Bianca batteva le mani.

— La soprascritta, disse poi il giovine, la scriverà la zia; ma non possiamo portarla... perchè mammina non è in Milano; è andata via.

— Dov’è andata?

— In un paese lontano; ma la lettera l’andrà a trovare quand’io ci abbia messo il francobollo. Ecco fatto. Ora la zia farà la soprascritta.

Sofia scrisse il nome; e continuando a tenere il capo chino, domandò il paese.

— Metta Barcellona.

La giovinetta scrisse Barcellona.

Bianca volle ancora sapere se quello era un paese molto distante, e quanto tempo ci vorrebbe perchè la lettera arrivasse al suo recapito; dopo di che Tito si avviò dicendo che andava alla posta.

Sofia non sapeva ancora che pensare; solamente, quando il giovine tornò a dire che aveva fatto mettere in buca da Tomaso la lettera della piccina, comprese che nemmeno lui sapeva dove Cesira era andata.

Quella sera stessa Mattia parlò a suo figlio così:

— Tu hai inteso tutto, come ho inteso io; essa non si sente sicura che Cesira un giorno o l’altro non ritorni, e non s’impadronisca un’altra volta del tuo cuore. È stata una malizia infernale quella di non lasciarsi vedere in faccia!

Anche a Tito pareva che fosse così. Ma s’ingannavano tutti e due.

XVI.

La mattina successiva Sofia ebbe bisogno di rivedere la sua casa povera, il lettuccio in cui aveva fatto tanti sogni, il babbo tanto debole a cui voleva tanto bene, la sorella tanto forte che le metteva soggezione.

Ma trovò in casa solamente Giuditta.

— Sei venuta proprio tempo; comincio a credere anch’io nello spiritismo; è stato sicuramente il vostro Nerone a mandarti. Dunque rallegrati: mi sposo.

Sparata a bruciapelo questa notizia strepitosa, non diede nemmeno il tempo a Sofia di meravigliarsi, e spiegò d’un fiato le maliziette impiegate per indurre il vecchio agente di cambio. “I vecchi, assicurava la ragazza astuta, poco o tanto sono tutti un poco imbecilli; ma mio marito è più forte di quello che credevo. Mi ci è voluta un po’ di fatica... Ma lascia che ti guardi in faccia; non mi hai l’aria contenta. Si direbbe che non ti faccia piacere che io mi sposi. Va là, sorniona, che anche tu sei a buon punto.„

Era verissimo che Sofia non aveva l’aria contenta. E come avrebbe potuto essere allegra, se contro il suo cuore ingenuo si appuntava peggio che mai uno dei tanti pensieri maligni di molte notti insonni? Ed era che il mondo crederebbe anche lei una sorniona in cerca di un buon negozio. Le sembrava già di udire dietro i suoi passi: “quell’altra almeno aveva la bellezza, ma questa qui non ha proprio nulla.„

Giuditta non credeva che vi potesse essere uno della famiglia, il quale non fosse contento della fortuna toccata a lei, e bastò che Sofia domandasse: “è proprio una cosa intesa?„ per rispondere allegramente:

— Altro che intesa! Il mio vecchio non ha tempo da buttar via; si andrà subito a far le pubblicazioni, faremo le nozze presto. Dico il mio vecchio, per dire, ma non ha ancora cinquant’anni. Egli almeno me lo assicura, poveretto! teme che io possa pentirmi di pigliarlo se ne avesse cinquanta sonati...

Quel cinismo era così ingenuo, che la stessa Sofia si unì alla risata.

— Ora parlami del caso tuo, perchè io ci ho pensato sempre, sai? Di’ su.

— Ma io non ho nulla da dire.

— Sei un tantino ipocrita; non te lo avere a male... Come se io non sapessi tutto...

— Che cosa sai?

— So che il signor Tito è cotto, e che non manca se non la tua decisione... abbi pazienza, non farmi l’aria afflitta, che è inutile... lo so dal babbo; e al babbo è stato detto dal tuo innamorato in persona, un giorno che egli non ne poteva più. Il babbo è stato lì lì per correre subito a farti una ramanzina, ma il tuo signor Tito gli ha detto di non parlare ancora. Infatti il babbo, per non dirti nulla, da cinque giorni non viene a trovarti... Tutte le mattine dice: se non si decide oggi, andrò io domani a dirle il fatto suo.

— Posso entrare? interruppe una voce discreta dietro l’uscio socchiuso.

— Oh! Tonio! Qual buon vento?

— Babbo Salvi mi ha incontrato per istrada e mi ha dato la buona notizia, rispose il giovine con accento spigliato; ti faccio i miei augurii.

— Grazie, rispose Giuditta; gli accetto perchè so che sei sincero e che mi hai sempre voluto un po’ di bene. Hai già visto il mio sposo? No?... Non è bello, e nemmeno giovane, ma non si può aver tutto quello che si desidera.

— Che importa la bellezza? La bellezza può dare il capogiro, ma non dà mai la felicità.

Questa frase era uscita più che mezza dalla bocca di Tonio, quando egli si avvide che poteva ferire l’innamorata antica; ma nondimeno la finì con un tantino di compiacenza.

Giuditta intese tutto, e non si avendo a male dell’indifferenza del cugino, gli strinse la mano nel dirgli:

— Mi fa proprio piacere che tu parli così.

— E tu, Sofia, come stai? chiese il giovine.

Sofia stava bene, ma si era fermata troppo, e il cieco l’aspettava...

— Fai musica anche la mattina? domandò Giuditta.

Sofia non rispose. Era turbata dalle parole della sorella che le si erano fitte in mente, dall’intervento di Tonio, proprio di lui, e in quel momento di battaglia; non vedeva l’ora di trovarsi all’aperto, per troncare il litigio colla propria coscienza.

— Te ne vai proprio?

— Sì, vado; addio Giuditta; addio Tonio.

— Vengo anch’io, disse il cugino.

Scendendo le lunghe scale, la ragazza trovò più volte il coraggio di sagrificare sè stessa, l’avvenire, Tito, ogni cosa, e di dire al proprio scrupolo ed al mondo: “tacete tutti, ora siete soddisfatti;„ e più volte trovò l’idea baldanzosa di far felice Tito, il babbo e sè stessa, di beffarsi allegramente dello scrupolo e della malignità della gente.

Tonio scendeva in silenzio alle sue spalle.

— Dove sei avviato? domandò Sofia al cugino.

— Ti accompagno, se non ti do noia; è un pezzo che non facciamo questa strada insieme.

Si avviarono.

Dopo essere rimasto taciturno un tratto di via, Tonio cominciò a dire lentamente, e con una voce profonda che toccava il cuore:

— Non ti sei mai accorta che io sono uno stupido? che io sembro fatto apposta per arrivare in ritardo alla felicità? No? Non te ne sei mai accorta?...

— Non ti capisco... balbettò Sofia.

— Quasi non mi capisco nemmeno io. Non capisco perchè abbia aspettato tanto a dirti il mio pensiero, e che senta il bisogno di dirtelo ora che non può giovare a nulla.

E siccome Sofia non chiese: _quale pensiero?_ Tonio proseguì:

— Io so che il signor Tito ti vuol bene, e che anche tu gli vuoi bene; so che sarete felici, e che nissuno ne avrà tanto piacere sincero, quanto me. Perchè anch’io ti ho voluto bene, e ancora te ne voglio, e sento che te ne vorrò sempre. Direi che ti ho sempre amata senza saperlo, mentre mi pareva di non poter vivere senza Giuditta; ma tu avresti ragione di riderti di me. Ed è per questo che non ho osato parlare; per la vergogna di aver amato un’altra, e che questa altra fosse tua sorella.

Sofia guardò suo cugino con quegli occhi buoni che dicevano tanta indulgenza e tanta pietà.

Camminarono ancora un pezzetto senza dir parola; Sofia cercava la risposta da dare a Tonio, per non affliggerlo, per consolarlo, e anche per non pentirsi essa stessa delle proprie parole o del proprio silenzio. Scelse di dire la verità.

— Sì, è vero; il signor Tito mi ha detto che mi vuol bene; è vero anche che io gliene voglio. Ma ancora non ho accettato l’offerta che mi ha fatto.

— L’accetterai, disse Tonio melanconicamente; devi accettarla se gli vuoi bene...

Sofia crollava il capo.

— Tu non sai... Al mio posto, tu faresti come me; ne sono sicura, come sono sicura che tu sei il più generoso e più sincero degli uomini.

— È possibile mai?... È possibile mai?... interruppe Tonio, e gli tremava la voce.

— È tanto possibile, rispose mestamente Sofia, che io non credo più alla felicità... non parlo per te; sono sicura che tu sarai felice... e te lo meriti... ma non credo più alla mia felicità.

Erano arrivati alla porta di casa Bondi.

— Ma... se... per caso rifiutassi... allora?...

— Allora rimarrei zitella.

Pronunciando queste parole, fissò tranquillamente suo cugino, il quale pigliò la mano che gli veniva offerta, e la tenne un poco fra le sue, in silenzio.

— Una ragazza che può dare la felicità a qualcuno, è in dovere di farlo. Non ti far scrupoli di essere felice...

Sorrisero tutti e due melanconicamente.

— Addio!

— Addio!

Sofia si arrestò su per le scale, per asciugarsi gli occhi.

Tonio si avviò di buon passo a scuola. Camminando colla testa eretta come un conquistatore, non tremava una fibra della sua faccia melanconica; ma gli erano cadute due lagrime sulle guance, ed egli non ci badava nemmeno. Ci badava la gente, che lo vedeva passare con quell’aria spavalda e colla faccia bagnata di pianto.

XVII.

— Che ci è di nuovo? domandò Sofia al servitore.

— Ci è suo padre; è in salotto che aspetta da un bel poco.

Infatti babbo Salvi andava su e giù nella sala. Sua figlia lo arrestò.

— Sei qui solo?

— Non sono sempre stato solo; la tua Bianca mi ha fatto tante ciancine; è stato anche qui il signor Tito, un momento, perchè ha dovuto andar via per affari.

— E il cieco?

— Poco fa era qui anche lui; mi ha detto che tu eri venuta a trovarmi; e allora ho pensato di aspettarti.

Babbo Salvi studiava le parole.

Sofia intese che era venuta l’ora di parlar chiaro; si lasciò cadere sopra una seggiola e disse rassegnata:

— Tu mi vuoi dire qualche cosa... parla pure.

In tutto quel tempo che babbo Salvi era andato su e giù per la sala, aveva preparato varie forme oratorie per arrivare all’animo della sua figliuola; si era immaginato due o tre scenette, in qualche punto aveva così bene preveduto le parole di Sofia che le aveva pronunciate egli stesso e si era risposto trionfando; — ma tutta la sua strategia andava a male per questa prima mossa impreveduta.

Non sapendo come rispondere, si andò a mettere dietro la seggiola della ragazza, e le lisciò la fronte, i capelli, il visino melanconico.

— Io non ho nulla a dirti, disse poi con accento carezzevole; ma tu invece dovresti aver molte cose da dire a tuo padre.

Sofia pensò un momento a queste parole, poi rialzò il capo per incontrare lo sguardo del vecchio.

— Può essere che io abbia avuto torto di tacere con te, ma l’ho fatto perchè non volevo guastare la tua pace; perchè volevo battagliare io sola per vincere.

— Ed hai vinto?

— Non ancora, disse umilmente Sofia; sono troppo attaccata alla felicità...

A queste parole sconsolate babbo Salvi fece la corbelleria di abbandonare la posizione vantaggiosa che aveva preso per venire a mettersi di fronte alla figliuola, sotto lo sguardo buono e mesto ma risoluto. Cercando una sedia, gli venne veduto uno sgabello basso, e lo andò a prendere in buona fede. E quando ebbe messo il testone spettinato sotto la carezza della fanciulla, s’immaginò d’essere più forte nel dirle l’animo paterno. Disse lentamente:

— Io non voglio far violenza alla tua volontà, ma ti dico che la tua coscienza questa volta non è buona consigliera. Anzi ti posso assicurare che non già la tua coscienza parla dentro di te; ma uno scrupolo falso.

Diede tempo la fanciulla di pensare a quelle parole paterne, prima di proferirne altre che s’era preparato.

— Vedi, figliuola, io non mi ho a male che tu non pensi al conforto che darebbe al tuo vecchio padre il sapervi arrivate tutte e due all’agiatezza; non mi ho a male che tu non pensi che io morrei contento di aver vissuto un po’ di tempo accanto alle mie figliuole, compiacendomi della loro ricchezza...

— Ah! non dir questo, babbo mio, interruppe Sofia; non dirlo, perchè non lo pensi; non dirlo, perchè tu pensi il contrario.

— Lo dico; lo ripeto... avevo fatto il sogno di passare una settimana con Giuditta, magari due con te; Giuditta mi avrebbe compatito perchè in casa di mio genero l’agente di cambio non avrei trovato _l’ambiente_ artistico; mentre in casa di mio genero l’artista famoso...

— Taci, taci, babbo; ti fai torto.

— Ma... perchè? Mi faccio torto! ma perchè?

— Perchè rinunzi a tutto te stesso. Tu sei sempre stato povero, e non te ne sei mai vergognato; tutta la vita hai combattuto la povertà colla fierezza; e vorresti farmi credere che la ricchezza delle tue figliuole avesse a distruggere nella vecchiaia una virtù, non diciamo pure virtù, se vuoi...

— Diciamolo anzi... una virtù, una virtù.

— Diciamo invece una _forza_ che ti è costata tanto. Tu non puoi essere un altro da quello che sei sempre stato; tu rimarrai fedele all’orgoglio che ti ha fatto incontentabile della pittura, ma innamorato dell’arte. Le tue figliuole hanno visto i sagrifizi che hai fatto per mandarle a scuola ad imparare una professione, e non pretendono da te la rinunzia che fai ora. Se Giuditta fosse qui, ti direbbe essa pure che ti siamo grate di tutto.

Gli occhi di babbo Salvi, fissi ancora negli occhi della giovinetta, non avevano più la fermezza vivace; e a un certo punto si oscurarono, come se ritorcessero lo sguardo a veder nell’anima propria cose non mai viste o viste male.

— Ah! lo riconosci, babbo caro, continuò a dire Sofia. Tu volevi farmi credere ad una... cosa di cui ti saresti poi pentito. E ciò perchè ti sei fatto l’idea che la ricchezza sia molto per la felicità di una ragazza, e che una giovine non possa stare al mondo senza un marito.

— Questo poi lo credo, mormorò babbo Salvi.

— Ma il resto no; ne convieni? Vedi! Ci avevo perfino pensato io stessa...

— Che cosa avevi pensato?

— Avevo pensato che il ricco matrimonio delle tue figliuole avrebbe potuto farti torto agli occhi del mondo...

— Perchè... Ah! t’intendo... “Quel babbo Salvi ha saputo cavare le sue castagne dalla cenere.... non ha mai finito un quadro, ma ha dato due ricche cornici alle sue ragazze. Grand’artista quel babbo Salvi!„ È questo che il mondo minchione avrebbe detto, non è vero?

Sofia non rispose; sicuramente, era questo.

— Il mondo ha la lingua lunga, tentò di affermare babbo Salvi; ma non bisogna dare importanza alle chiacchiere della gente maligna.

— Ed io non gliene ho data; è stata un’idea fra le tante; è venuta, se n’è andata. Ma altre sono rimaste, ed una non mi lascia pace.

Il vecchio Salvi, messo per la prima volta di fronte a sè stesso, andava frugando nella propria coscienza di uomo, di padre, di artista; alle ultime parole della giovinetta, la sua mente si arrestò un momento per ripigliare subito l’inquieto lavoro di ricercare sè stesso.

— Dimmi... quali sono rimaste?... Vogliamo guardare in faccia tutti gli scrupoli, assicurò babbo Salvi.

Ma la baldanza di queste parole era smentita dall’accento dimesso e distratto.

— Guardiamoli pure, disse Sofia mestamente; il primo scrupolo è stato che, essendosi trovato un marito ricco per Giuditta, io non dovessi assolutamente fare il paio... Era la fierezza, era la tua fierezza che ho nel sangue, che mi parlò così; pensandoci, riconobbi che quest’idea non aveva fondamento...

— Meno male; la gente chiacchiera volontieri; quando può, dice l’ira di Dio; ma in fondo è indifferente a tutto.

— Poi venne lo scrupolo che la gente avesse a dire male di te...

— Sempre la gente...

— Ma, per essere sincera, durò poco. Poi...

— Poi? insistè babbo Salvi.

— Poi mi si presentò Tonio, a cui mi sembra di aver voluto tanto bene, quando... egli non pensava punto a me, quando io non pensava... ad un altro....

Babbo Salvi stette zitto; lasciò che quell’idea se ne andasse da sè, prima di dire:

— E che altro scrupolo?

— Povero Tonio!... mormorò Sofia.

— E che altro scrupolo? insistè babbo Salvi. Vuoi che ti dica io l’altro scrupolo? Tu hai avuto paura, e tu hai paura ancora, che il signor Tito abbia lasciato un brano del suo cuore in quella donna fatale che lo innamorò un giorno. Non sei ben sicura che quella donna sia diventata brutta, e temi che quando egli la rivedrà bellissima possa ricascare nella rete.