Pe' belli occhi della gloria

Part 8

Chapter 83,945 wordsPublic domain

Sì, lo credeva veramente; non sapeva dire perchè, ma le sembrava proprio che la sciagurata donna...

— Sarà l’effetto della mia cecità... ma io continuo a vedere le cose come le ho viste una volta... Può essere come dice lei. Dobbiamo dunque aggiungere che Tito è assente?

Sofia non rispose; ci pensava ancora, ma prima che avesse risposto, Mattia disse:

— Scriva ancora questo: “Io sono cieco, mio figlio è assente per affari — può dunque venire liberamente perché non sarà vista da nessuno.„ Va bene così?

— Oh! così va bene... rispose Sofia.

— Ora stia a vedere come so scrivere ancora, disse il cieco appoggiando la mano sul foglio; non cancello nulla?... No... Ed ora guardi...

— “Mattia Bondi!„ pronunziò Sofia; ma benone!

— È scritto chiaro? Si legge bene? È un po’ di sghimbescio, forse?

— Ma no; ma no; un pochino appena...

E il vecchio artista si rallegrò ingenuamente di aver scritto il proprio nome un po’ di sghembo, ma in modo leggibile.

Quando Sofia ripassò nell’anticamera per tornare a casa sua, Tito, che l’aspettava, le venne incontro.

— Grazie, ripetè; grazie; io so già quale risposta ha dato a mio padre.

La ragazza sorrise melanconicamente nell’interrogare:

— Come lo sa?

— Lo so perchè la guardo. Lo so perchè da molto tempo ho imparato a leggere nell’anima sua. Dunque lei verrà?

Sofia non rispose subito; diede tempo ai propri sentimenti di ricomporsi, poi disse semplicemente:

— Vado a casa per dirlo a mio padre; poi vengo.

— Crede che babbo Salvi non si opporrà?

— Spero.

La fanciulla scese le scale e infilò l’uscio della portineria senza voltarsi a guardare il giovine rimasto sul pianerottolo.

XIII.

Sofia era al suo posto. Poteva dire che tutto era preparato intorno a sè per ricevere la bambinella inferma; la quale verrebbe al mezzodì, quando Tito doveva salutare i monti severi del lago di Lecco, la Grigna, il Barro, il San Martino.

Andando e venendo per la nuova casa piena di luce, Sofia ne pigliava possesso, mentre il vecchio si aggirava nel buio, fermandosi ogni tanto di fronte al pendolo a contare i secondi.

Sofia lo aveva trovato più volte in questo atteggiamento, prima di dire:

— Mezzodì sta per sonare; senta...

Mattia non aspettò nemmeno che il pendolo avesse battute le dodici; al primo scatto, disse scoraggiato:

— Sapevo bene che non sarebbe venuta.

Ma in quel punto Tomaso portò una lettera.

— Di lei! annunziò la ragazza.

— Mettiamoci a sedere, disse Mattia, non sperando più nulla di buono; e Sofia, stando in piedi in faccia a lui, lesse:

“Uomo generoso. Perdoni ad un’infelice se non viene all’ora indicata; essa accompagnerà la bimba prima di notte. Se la porta del giardino che mette sulla strada sarà aperta, Bianca entrerà. Oh! potesse la disgraziata madre baciare la mano che proteggerà la sua creatura! Ma ne morrebbe di vergogna... Grazie, grazie, grazie.

“Cesira.„

— Sta bene, aspettiamo ancora; disse Mattia; e dopo un momento di silenzio: lei, Sofia, che cosa ne dice?

Interrogata così, la giovinetta disse che lei se lo aspettava. — Che cosa si aspettava? — Si aspettava che quella donna non volesse venire al mezzodì. A quell’ora sarebbe stata veduta, e la cecità dell’_uomo generoso_ non la metteva al sicuro dagli altri occhi.

— Può essere, ripetè Mattia, può essere.

La musica, il desinare, la lettura s’ingegnarono a far passare le ore di quella giornata di maggio, e molto prima del crepuscolo, il cieco scese in giardino, accompagnato da Sofia. Passeggiarono un pezzo in silenzio; più volte Mattia interrogò se il sole si mostrasse ancora sull’orizzonte e si impazientì delle ciarle che facevano sul suo capo i passeri sul vecchio ippocastano. Finalmente quel ciaramellio di vocine celianti scemò, e cadde quando il merlo gettò al vento la prima domanda lunga e melanconica.

Allora Mattia prese Sofia per mano, e l’accompagnò fin sull’uscio, che metteva nella viuzza deserta. La ragazza volle tirare il catenaccio, ma non riuscì; e il vecchio le disse con un po’ di tremito: “sono ancora più forte di lei...„

Aperto l’usciolo, Sofia si affacciò nella strada.

— Non vi è nessuno, disse:

Si andarono a mettere sulla panca più vicina. Il sole era proprio tramontato. I contorni delle cose cominciavano a sfumare, e il merlo continuava ad interrogare nel gran silenzio.

Poi una bambina si affacciò nel piccolo vano dell’uscio socchiuso, si guardò intorno, mosse pochi passi barcollanti come per obbedire ad un eccitamento, poi si fermò e si volse.

Il cieco aveva sentito tremare nella propria la mano di Sofia, indovinò il resto, e subito rizzandosi in piedi e voltandosi verso l’uscio, disse con voce amorevole:

— Bianca!

Sentendosi chiamare per nome, la bambina tornò indietro; e allora Mattia chiamò con voce profonda:

— Cesira!...

La sciagurata madre si mostrò. Teneva il capo curvato sul petto e un fitto velo le nascondeva la faccia; appoggiò le mani sugli omeri della piccina, che si voltava a guardare ingenuamente.

— Cesira! ripetè Mattia.

— Sono qua.

— Mi dia la mano, proseguì il cieco; così mi parrà di vederla.

Cesira sussultò a queste parole, e scorgendo Sofia che si teneva in disparte, fece l’atto di voler fuggire; ma si accontentò di assicurare il velo nero, e porse una mano tenendo con l’altra sua figlia come per difendersi o per difenderla.

Sofia notò che tutto questo era fatto con atteggiamenti teatrali; e notò ancora che la piccina continuava a guardare curiosamente.

Il cieco si era commosso nello stringere la mano di quella donna, che, potendo fare una felicità grande, non aveva voluto. Le parlò con benevolenza:

— Lei mi ha scritto d’una sventura; ma non mi ha detto quale sia. Se volesse dirmelo, se si potesse ancora rimediare....

Il cieco aspettò una parola, che non venne.

— Non me lo vuol dire?...

Aspettò ancora; poi abbandonando la mano della madre, cercò il volto della bimba, di cui sentiva l’alito.

— Dunque, siamo intesi; disse mutando accento; me la piglio io.

Così dicendo, attirava dolcemente a sè la testina, finchè la sentì appoggiata alle proprie ginocchia; la madre infelice esalò un sospiro lungo; la piccina continuava a guardare curiosamente ora l’uomo colla barba bianca, ora la mamma nascosta sotto il velo nero.

— Ah! quanto sono disgraziata! mormorò Cesira.

— Oh! sì; molto disgraziata, confermò Mattia, commosso; è la peggior disgrazia che le potesse toccare.... voler rinunziare alla sua creatura...

— Rinunziare, no; interruppe Cesira con accento drammatico; la mia figliuola, il mio sangue mi appartiene ancora; spero che lei mi permetterà un giorno di rivederla, di amarla sempre e che dirà a quest’innocente di non dimenticare la mammina, di volerle sempre bene, d’aspettarla, perchè essa verrà, verrà presto.

Queste ultime parole furono mormorate appena; all’ultimo vinta dalla commozione la commediante pianse. Pianse propriamente.

La bambinella, dilettata molto da questa scena, rideva.

Mattia tacque; non già perchè non credesse a quell’ardore di palcoscenico, ma perchè la commedia, se era tale, aveva vinto lui stesso e gli levava di bocca le parole.

— Si ricordi che la sua figliuola è in mano di un uomo di cuore, disse poi affannosamente; e se posso fare qualche cosa per la sua sventura... me lo dica subito.

Allora Cesira baciò la mano del cieco; poi, con frenesia disperata, avvinghiò la piccina.

— Ti ricorderai di mammina, non è vero? dillo; te ne ricorderai? Mammina verrà presto, sai? presto presto. E scriverò a questo buon signore; e scriverò anche a te.

— Una lettera che sia tutta scritta, che sia sigillata, e con francobollo... raccomandò la bimba.

— Sì, sì, sì....

Dette queste parole si guardò intorno, in silenzio, come per ricordarsi lungamente l’ora e il luogo. Le venne veduta Sofia, che in tutto quel tempo si era tenuta in disparte.

— La raccomando anche a lei.

E corse alla porticina, dove si fermò un momento senza voltarsi.

— Se n’è andata? domandò Mattia, lisciando con mano tremante la testina di Bianca.

— Addio! gridò per l’ultima volta Cesira voltandosi per mandare un bacio alla ragazza.

— Se n’è andata, rispose Sofia.

Allora il cieco si accertò colla mano che la piccina non piangeva, e le disse:

— Figliuola mia; la mamma ha fatto per celia... ma tornerà... lo sai?

— Sì che lo so; rispose Bianca.

— Ed ora non bisogna più piangere...

La bambina mostrò il bel volto ridente.

— Ora non piango più; ho pianto tante volte in teatro, quando quell’uomo nero sgridava mammina; mammina era rimasta in ginocchio, e mi diceva: va, ora ricordati di piangere bene; era tanto bello; la gente batteva le mani, io faceva la riverenza.

Il cieco ascoltava le parole ingenue, e gli pareva che già quella vocina avesse cantato in lui come la vecchia musica di Cimarosa e di Rossini. Era una vocina soave e lenta, frammezzata da respirazioni lunghe. Non gli veniva in mente dove nè quando egli ne avesse sentito la cadenza e il suono.

Tenendo con una mano la testa della bimba, volle dirigersi verso l’abitazione.

— Sofia? chiamò a bassa voce.

— Sono qua.

— Rientriamo in casa; vuole?

— E l’uscio del giardino rimane aperto?

— È vero; mi faccia il piacere di chiuderlo lei.

La bambina vide dar di catenaccio a quell’uscio e volle sapere come mammina avrebbe potuto tornare.

— Passerà da un’altra porta, rispose Sofia.

Nel breve tratto del viale, Bianca notò ancora che il vecchio tastava colla bacchetta i tronchi allineati nel viale di acacie.

— Perchè fai così?

— Perchè non ci vede, rispose Sofia, accarezzandole il mento.

— Perchè sono cieco, disse il vecchio.

Bianca alzò la testina intelligente verso il suo nuovo amico, e le balenò negli occhi una curiosità pietosa.

Ma dal canto suo non abbandonando mai la mano di Bianca, anche Mattia aveva notato il passo incerto e un po’ sbilenco della bimba.

Quando furono in salotto e il vecchio si fu accomodato nel canapè:

— Ora lascia che io ti veda, disse; mettiti qua, fra le mie ginocchia. Così.

Dopo aver tastato le mani, le braccia e il torace miserino della nuova figlia, Mattia ripetè che voleva vederla proprio.

— Cominciamo di qui, annunziò celiando; e la bambina sentendosi afferrare il nasino, rise molto.

Fu una lunga carezza; la mano leggiera dell’artista glorioso passò sugli occhi, sulla fronte, sulle orecchie, sulla bocca e sulle guancie della bambina. Poi si cacciò accortamente fra i ricciolini biondi, e all’ultimo accostò al petto la testina che continuava a ridere.

Sofia stava a guardare melanconicamente.

— Ora che ti ho vista bene, voglio che tu sappia chi sono io. Io sono il babbo.

— Il babbo? domandò la piccina incredula.

— Sì, il babbo; non ti è stato mai parlato del babbo?

— Mammina mi ha detto che era un bell’uomo...

— E ti pare che io non sia bello?

— Sì, sei bello anche tu; ma sei vecchio.

— Ti pare? E perchè ti pare che io sia vecchio? Vedi un poco quanti capelli ho anch’io; ne ho tanti come te...

— Sì; ma gli hai bianchi; e poi, vedi, qui non sei liscio come gli altri.

Mattia ebbe l’aria di pensarci un poco; ma finì coll’arrendersi; e Bianca, contenta di averlo persuaso, disse trionfando: lo vedi!

— Sì, sì, lo ammetto; sono un babbo vecchio; non ho la faccia liscia; ma tu devi voler tanto bene al babbo vecchio. Non è vero?

La piccina rispose distrattamente tanto; aveva messo gli occhi in faccia a Sofia, che la guardava con bontà.

— Tu, come ti chiami?

La ragazza la baciò in bocca, sugli occhi e sulla fronte con una tenerezza grande che non sapeva da che cosa fosse suggerita; poi rispose:

— Mi chiamo Sofia, e ti voglio tanto bene.

Bianca rispose tranquillamente che anch’essa glie ne voleva tanto.

Mattia, continuando l’esame incominciato, disse:

— Ora parla, dimmi qualche cosa.

— Che cosa ti devo dire?

— Parlami del paese dove sei stata, parla di quello che facevi in teatro.

Bianca obbedì; e parlò di mammina bella, del teatro in cui essa aveva fatto tante parti, quando stava bene. Era una cosa tanto bella! Ma poi si era ammalata ad una gamba, e non aveva più potuto perchè era rimasta zoppina. Non se n’era accorto Mattia? Ma sicuro! egli non ci vedeva! Ma Sofia sì, se n’era accorta; ad una scarpina portava i tacchi alti alti, per non zoppicare, ma tanto zoppicava ancora... Dunque quando era sana aveva fatto tante parti, e la gente le diceva brava, e una volta perfino le avevano regalato dei dolci e una bambola grande grande...

— Che cosa altro vuoi sapere? Ti ho detto tutto... Ah! di mammina bella...

E Bianca parlò di mammina bella, senza titubanza; disse che non la sgridava mai, ma che aveva tante cose da fare, imparare la parte, e poi fare la prova, e poi recitare... da un po’ di tempo era di malumore, forse perchè aveva la tosse.

— Non sei tu che hai la tosse?

— L’ho avuta, ma ora non l’ho più.

Mattia non insistè nelle induzioni per non abusare di quell’innocenza.

La lasciò parlare un pezzo, finchè la chiacchierina fu interrotta più volte dallo sbadiglio.

Allora Sofia domandò alla bimba:

— Hai sonno?

— Sì, un poco...

— Vuoi che ti metta a letto?

— No, aspetto mammina; ha promesso di tornar presto.

— Mammina è andata in teatro; tornerà tardi; quando eri in casa tua, a quest’ora sicuramente mammina ti metteva a letto per andare alla recita...

Era verissimo; ma solo da quando era stata ammalata; prima no, perchè faceva la commedia anch’essa.

Continuò un poco così, parlando a scatti, finchè il sonno la prese interamente fra le ginocchia del cieco.

— Povero angiolo! disse Mattia a bassa voce dopo aver ascoltato la respirazione tranquilla della piccina. Lei, Sofia, che cosa dice?

— Povero angiolo! confermò la ragazza.

Per un po’ tacquero; poi il vecchio volle sapere se la bimba... era bella...

— È tanto bella, è proprio un amore.

— È ricciuta, non è vero?

Sofia disse di sì.

— È bionda?

La ragazza disse ancora di sì.

— Ha il nasino rivoltò in su; ha la fronte ampia, nelle guancie due fossette, le orecchie piccolissime... Lo so bene... Ma vorrei sapere...

— Se gli somiglia?... interruppe Sofia con tenerezza; è proprio il suo ritratto.

Mattia non disse nulla; ma gli tremò la mano nel lisciare i capelli e la fronte dell’innocente. Era la prima carezza di nonno; e Sofia stette a guardare in silenzio, finchè il cieco disse:

— Tito dovrebbe essere qui; e sono state io a mandarlo via...

La giovinetta continuò a tacere per non dire il proprio pensiero che, dopo aver aspettato una parola di risposta, fu espresso meglio dal vecchio.

— Non mi avrebbe dovuto obbedire; il suo posto a quest’ora era qui, e non sul lago di Lecco...

— Si sveglia... disse Sofia; è meglio metterla a letto.

Si prese in braccio la bimba, e le disse:

— Ti mettiamo a letto.

— Mammina, mormorò Bianca; dov’è mammina?

— Mammina verrà dopo il teatro...

Nell’attraversare le stanze, Sofia col suo fardello, il cieco dietro tentoni, la bimba si addormentò ancora; ma si svegliò del tutto quando fu nella cameretta che in avvenire doveva essere il nido delle due fanciulle. Disse a Sofia:

— Qui è bello! Sei tu che dormi accanto a me?... Ma tu perchè non te ne vai?

— Mi mandi via, disse il vecchio; hai vergogna di spogliarti in faccia agli uomini, non è così? Ma io sono cieco.

— Non ci vedi proprio niente? domandò la bimba.

— Proprio niente!

Bianca si ricordò che non aveva detto l’orazione: e mettendosi in ginocchio sul letto disse ad alta voce:

“Signore, che siete nei cieli, mettetemi sulla buona via per arrivare sino a voi; benedite la mammina, il babbo e tutti i miei parenti.„

Dopo di che lasciò che Sofia finisse di spogliarla e si cacciò nel letticciuolo.

— Dammi un bacio, disse a Sofia.

— E da me lo vuoi un bacio? disse il nonno.

— Anche da te. Quando torna mammina, ricordati di dirle che sono stata buona...

Pochi minuti dopo la bimba dormiva placidamente.

Allora Mattia parlò a sè stesso.

— Ho fatto male a mandarlo via. Il suo posto era qui, era proprio qui.

Dopo un breve silenzio disse a Sofia collo stesso accento:

— Domattina mi farà il piacere di scrivergli che suo padre lo aspetta.... che sua figlia lo aspetta. Me lo farà questo piacere?

Sofia non ebbe tempo di rispondere, e il cieco, abbassando la voce, aggiunse:

— Peccato di quella gambina! Lei ha visto bene che male ha? Non crede che si potrà guarirla?

Sofia spiegò che la gambina destra era ben fatta, ma solo pareva colpita da atrofia, al paragone dell’altra; e perciò la bimba barellava un poco nel camminare.

Rimasero accanto al letticciuolo della fanciulla, fino a tarda sera; fu Mattia il primo a dire:

— Me ne vado a letto; anche lei avrà bisogno di riposare. Buona notte.

— Io l’accompagno, disse Sofia mettendo la mano in quella del vecchio.

— Non si muova: Bianca potrebbe svegliarsi... Io so la mia strada, non posso sbagliare. Solamente, ho bisogno di un bacio... me lo dia.

Sofia si rizzò in punta di piedi per baciare il vecchio sulla guancia, e Mattia, contento, si avviò diritto all’uscio che aprì senza far rumore.

— Buona notte, disse ancora.

La ragazza, senza pensarvi, volle fargli lume; ma appena si fu affacciata al lungo corridoio, vide seduto in un canto... chi mai? Tito in persona. Egli le faceva cenno di star zitta; intanto Mattia continuava imperturbato la sua strada, tastando colla bacchettina la parete. Quando il cieco fu entrato nello studiolo, Tito si levò e corse a Sofia.

— Me la faccia vedere, disse.

XIV.

Dov’è mammina bella? aveva chiesto Bianca, nello svegliarsi; e per molti giorni questa domanda era tornata ogni tanto, fra le chiacchierine, ma senza ansia nè sgomento.

E ogni volta Sofia rispondeva prontamente, per paura che la piccina maliziosa si accorgesse che Mattia e Tito stavano troppo zitti.

Diceva: “Mammina bella verrà presto; ha mandato a dire che sta bene, che si diverte, che è contenta, e che vuol sapere se sei contenta anche tu.„

— E tu che cosa gli hai risposto? che io sto bene, che la tosse non mi è più venuta, che mi piace tanto stare con voi, che tu sei la zia, che questo è il babbo, e che questo qui è il nonno.... e che io faccio la bambina buona...

— Proprio così...

E la zia, poi il babbo, il nonno in ultimo, si stringevano al petto quella testina intelligente.

Come aveva detto la bimba, tutti avevano subito imparato la loro parte. Sofia confessava a sè stessa che si sentiva tanto bene, occupata nelle nuove cure, e che così i pensieri non si affollavano troppo alla sua mente; Mattia, cieco ed avariato come l’avevano ridotto il tempo e la disgrazia, dava molti punti ai più giovani e più sani nel far la parte di nonno. Dalla sua bocca soltanto s’udiva la celia meravigliosa per far aprir tanto d’occhi alla bimba; ed era poi còmpito del babbo distruggere ciò che la meraviglia aveva fatto per la fantasia, colla spiegazione naturale e vera che educasse il criterio.

Quanto al cuore, se non ci fosse stato altri, bastava la zia. Non aveva essa la missione in terra di amare tutta la gente che soffriva, o che le sembrasse minacciata dal dolore?

Questa domanda era stata fatta sottovoce un giorno da Tito, mentre il nonno si teneva sulle ginocchia la piccina, e le andava empiendo la testa delle cose stupefacenti che avrebbero fatto insieme più tardi, quando la nipotina avesse avuto sedici anni, e il nonno fosse guarito dalla cecità.

Sofia fissò gli occhi in volto al giovine. Non disse parola. Ma rimase nell’anima di Tito un turbamento che egli non seppe spiegare a sè stesso, come se in quell’occhio sereno ma supplichevole avesse visto un proposito. Quale? Ci pensò senza venir a capo di nulla; ma in quest’indagine trovò la via per guardare attentamente nel proprio essere.

Sembrava che la figliuola di Cesira imponesse a lui un dovere senza molto concedere in cambio, e una sera lo disse con amarezza, mentre la bimba dormiva sulle ginocchia del nonno.

— A te, babbo, a lei, Sofia, è facile amare questa buona bambina; non è vostra; siete tutti e due ispirati dalla pietà; ma a me no, non è facile, ve lo dico io. Quando mi viene la tentazione di amarla molto, ci è qualche cosa che mi trattiene; ed è... non lo indovinereste mai... è l’idea che può essere... _mia_.

— È tua, affermò Mattia; io ti dico che è tua. Dica lei, Sofia, dica lei, se non è sua.

— È proprio il suo ritratto; disse la ragazza arrossendo; ha la stessa fronte, lo stesso girar d’occhi, e quando sorride, fa appunto come lei ora...

Tito tentò inutilmente d’indovinare in quelle parole un sentimento segreto.

Tacquero per affacciarsi all’avvenire, finchè Mattia disse:

— Però non bisogna amarla troppo; la prudenza lo insegna.

La prudenza insegnava anche a parlare con voce sommessa e ad accarezzare i capelli della bimba così leggermente che non si svegliasse.

Sofia e Tito si guardarono di sfuggita.

— Perchè? domandò la giovinetta.

— Perchè la madre mi fa paura; perchè non sappiamo dove mira quella donna; perchè non è improbabile che sia rimasta in Milano ad aspettare lo svolgimento della sua commedia, perchè un giorno o l’altro ci è il pericolo di trovarcela ancora di fronte per richiedere la sua figliuola. Perciò non bisogna amarla troppo.

Quest’idea era già balenata a tutti.

Sofia guardò melanconicamente Tito, il quale soltanto, a parer suo, avrebbe potuto correggere la minaccia che parlava per bocca del cieco. Ma il giovine non contraddisse apertamente e subito; solo, sentendosi penetrare dallo sguardo indagatore della ragazza, dopo un breve silenzio entrò a dire al vecchio:

— Non ti ho detto tutto, babbo. Quel giorno che tu mi credevi sul lago di Lecco, e che io era rimasto invece accanto a voi, non era soltanto per vedere la piccina, ma anche la madre.

— Cesira!... mormorò il vecchio crollando il capo...

— Sì. Ho voluto vederla, senz’esser visto, per poterti dire a voce alta che Cesira non esiste più per me, che la mia passione è morta di dolore. E ho sperato che essa fosse bellissima, più bella di prima, per poterti dire che la sua bellezza mi aveva lasciato indifferente.

Parlava con voce profonda e lenta, senza mai voltarsi verso Sofia.

— L’hai vista? domandò Mattia.

— Ho visto venire una donna velata e la sua bimba che zoppicava; si accostarono alla porta del giardino, la bimba entrò, la madre rimase; poi entrò essa pure; io mi teneva celato dietro un albero del bastione. Dopo un poco riapparve Cesira sola; ma non la potei vedere in faccia. Ditemi che è bellissima ancora...

Sofia era la sola che potesse rispondere, ma ebbe timore che il suono della sua voce tradisse l’intimo pensiero. Rispose invece il cieco.

— Sofia non ha potuto vederla in faccia nemmeno lei; ho voluto sapere la verità da quest’angioletto, e le ho domandato se la mamma è bella, se non ha avuto una grave malattia... e mi ha risposto sempre che la mamma è tanto bella.

— Anche a me ha detto così; ma una madre è sempre bella agli occhi d’un’innocente.

Queste parole fuggite di bocca alla giovinetta, la turbarono; e per il resto della serata non parlò più.

Solamente quando ebbe messo a letto la piccina, e il cieco si fu ritirato nella sua camera, Sofia, trovandosi un momento sola col giovine, gli disse senza turbamento:

— Senta, signor Tito; lei soffre una pena che non ha propriamente meritato; non pensi a chiudere il cuore all’innocente che chiede un po’ d’affetto... Non credo che suo padre abbia ragione quando dice...

L’occhio di Tito, fisso nel suo volto, le fece mancare la parola.

— Che cosa dice mio padre?

— Quando dice che la prudenza insegna a non amar molto questa poveretta; quando dice questo, il buon vecchio inganna sè stesso. Si provi lui ad amarla con misura, se gli riesce?

Tito, continuando a guardare quella faccina, si avvide che il proprio sguardo vi metteva un po’ di rossore.

— Dica, dica...

— Mi sembra che non avrei paura del dolore, se volessi tanto bene a questa piccina. Io glie ne voglio già tanto; e lei pure, e il nonno pure — amiamola con coraggio.

Tito le prese una mano, e disse umilmente, sottovoce, come se avesse paura di svegliare un sentimento selvatico che dormisse nell’anima buona della fanciulla: