Pe' belli occhi della gloria

Part 7

Chapter 73,961 wordsPublic domain

— No, non stiamo più a provare; qualunque cosa sentissi, dubiterei sempre; è la sorte dei ciechi.

Quando questo pensiero melanconico si affacciava al suo cervello, Mattia si credeva il più infelice degli uomini; allora enumerava le proprie sventure, e dava un gran valore a tutte le rinunzie che negli ultimi tempi aveva dovuto fare, per poter buttare in faccia a suo figlio queste parole significative: “che ci sto a fare al mondo?„

Ma non era vero che egli non sapesse stare nel posticino che gli era rimasto, accanto al suo figliuolo, nell’intimità di quella buona ragazza, che gli faceva la lettura e gli sonava la gran musica. Nell’ora di buon umore lo confessava egli stesso. Solamente aggiungeva che perchè la sua felicità fosse intera, gli mancava una cosa, sempre la stessa cosa.

Qualche volta la sera, quando era sicuro che Sofia e Tito fossero vicini, badava bene a non sviare il silenzio con una parola; aspettava il caffè, o lo aveva bevuto appena, e se ne stava zitto in aria meditabonda, per far credere a quei due ragazzi che egli si fosse appisolato; ma in verità tendeva l’orecchio aspettando una parola sommessa che non veniva mai.

— Che veste ha in dosso oggi? aveva chiesto tante volte alla ragazza.

Ah! se gli fosse stato lecito dare un consiglio a quella magnifica creatura sempre vestita di lana bigia e coi capelli pettinati male! “Signorina, le avrebbe detto se non avesse avuto paura d’intimorire la sua modestia; signorina, il bigio non sta bene alle belle ragazze come lei, lei è bruna, è pallida, dunque ci vuole l’arancio; oppure il nero; i capelli me li tenga rialzati in modo da lasciar vedere la fronte, accomodi le treccie dai lati e le lasci cadere sugli omeri, come una cornice. Se farà tutti i giorni così, qualcuno non resisterà lungamente.„

Però qualche speranza gli rimaneva ancora; notava che Tito da un poco non andava volontieri alla _Famiglia Artistica_, preferendo rimanere col vecchio babbo e colla nuova amica.

Così si era giunti ai bei giorni di maggio. Ma la serenità fu rotta da una lettera inaspettata, da un nome non dimenticato: Cesira!

Erano ancora a tavola quando il servitore portò quella lettera arrivata colla posta delle otto.

Tito, appena ebbe dato un’occhiata alla soprascritta, impallidì; guardò Sofia, che lo guardava.

Mattia, interrotto nella dimostrazione canzonatoria d’una teorica d’arte, sorrideva ancora pronto ad avviarsi ancora; ma siccome il silenzio si prolungava più del necessario, chiese sommessamente:

— Che cosa è stato? che ci è in quella lettera?

— Ancora non l’ho letta, rispose Tito nervosamente. Ma tu non puoi immaginare chi è che scrive?...

— Cesira! balbettò il cieco. Che cosa ti può scrivere?

— Ora lo sapremo, disse il giovine.

Ma guardava ancora la busta suggellata.

— Senta, disse la ragazza, non legga subito; aspetti almeno un poco, aspetti d’essere solo.

Allora Tito lacerò la busta e lesse con un tremito nella voce.

La commediante scriveva:

“Amico mio!

“Tu mi dicesti una volta: “in ogni tempo, qualunque cosa accada, ricordati che tu e la tua figliuola sarete sempre le ben venute.„

“Ebbene, io sono qui a pochi passi da te e sono infelice, quanto mai può essere una creatura umana. Ho perduto tutto ciò che un giorno mi ha fatto amare da te, e che ti ha fatto soffrire. Bianca anche essa non sta bene, ha la tosse; le hanno consigliato il mutamento di clima; ed ho pensato che suo padre soltanto può guarirla. La mamma non potrebbe altro che morire con lei. Tito, amico mio buono, fatti cuore e cerca di vincere il tuo risentimento per pietà di questa innocente. Essa picchia alla tua porta chiedendo l’elemosina della carezza paterna. Essa sola. La madre sua non vuol nulla; e ti benedirà in eterno chiedendoti soltanto questo, che tu non cerchi nemmeno di vederla. Rispondi fermo in posta alla disgraziata

“CESIRA.„

Fu un lungo silenzio.

Tito aveva piegato il capo sul petto e Sofia guardava fissamente nel vuoto, trattenendo a forza la commozione. Soltanto il cieco aveva un sorriso amaro sulle labbra; e fu il primo a rompere quella pena.

— Rileggi ancora; spero che non ti farà male, anzi ti farà bene.

Tito si provò a rileggere, ma era commosso troppo, e Mattia insistè.

— Signorina, vuol leggere lei?

Sofia interrogò Tito collo sguardo, e il giovine consegnò la lettera.

E allora la giovinetta lesse con lentezza; lesse ingenuamente senza commenti d’accento e di pause, ma anche essa aveva la voce velata da un singhiozzo represso.

Nel restituire la strana missiva, le erano spuntate le lagrime che aveva trattenuto inutilmente.

Tito vide ogni cosa; fissando in volto la fanciulla, mormorò grazie.

— A me par chiara, disse il cieco, e a voi?

Non ebbe risposta e proseguì abbassando la voce.

— Dunque la prima attrice rientra in scena per recitare la gran parte lagrimosa. Ma noi non ci lasceremo cogliere!

Nessuna risposta ancora; il cieco proseguì quasi parlando fra sè e sè:

— Se fosse vero che essa non chiede nulla, che si contenta di vedere la sua piccina sotto la protezione d’un uomo onesto....

— D’un padre, interruppe Tito con amarezza.

— Ebbene sì, d’un padre... ma non sarai tu, sarò io; affermò tranquillamente il cieco. Per difenderti contro il tuo passato, contro te stesso, io ti dico che quella creatura non è tua, ti dico che è mia.

Tito continuava a tacere, e Sofia pure; si guardavano negli occhi, ascoltavano entrambi quelle parole mormorate appena.

— Ah! se fosse così! speriamolo, perchè tutto è possibile ad una commediante... anche la verità. Ma se invece questa lettera è un tranello, bada bene Tito...

— Sta sicuro, babbo mio. Ma pensiamoci stanotte ancora, domattina ne riparleremo. Dico bene, signorina?

Sofia accennò di sì, ma si sentiva a disagio, non trovando parole per nascondere il turbamento insolito cagionatole dallo sguardo profondo di Tito, dalle parole sommesse del cieco, dall’accento lamentoso di quella missiva. Rimase per un po’ sgomenta, non sapendo nemmeno lei di che, se degli altri o di sè stessa, e infine chiese licenza d’andare a casa.

— L’accompagno fin sull’uscio, disse Tito.

E quando furono giù per le scale, aggiunse:

— Signorina, l’accompagno fino a casa... me lo permette?

La giovinetta non rispose.

— Dovrei dirle una cosa... insistè Tito.

— A me? balbettò Sofia; e cercando una difesa al sentimento da cui si sentiva afferrare, mormorò: Tonio!

Ma subito si pentì e trovò un po’ di disinvoltura per soggiungere:

— Tonio mi accompagna ogni sera; ma oggi ho anticipato, e forse non ci è ancora; guardiamo.

Fece gli ultimi scalini di corsa, e andò a tirare il catenaccio, perchè l’aria fredda della notte le battesse sulla faccia.

Tito si era affacciato egli pure nella strada deserta.

— Non ci è nessuno, disse il giovane; dunque l’accompagno.

Ma venne in mente alla ragazza che, quando venisse Tonio, starebbe Dio sa quanto ad aspettare.

— Lo aspettiamo, vuole?

Rimasero un poco nel vano dell’uscio; nel buio la mano di Tito trovò quella di Sofia; ma non diceva altrimenti la cosa che gli era sembrato di dover dire alla ragazza. Poi un passo celere sonò nel silenzio della strada.

— Tonio! ripetè Sofia, e si sciolse dalla mano che la tratteneva. Allora, sotto l’imminenza dell’addio, Tito finì la propria confessione, parlando all’orecchio della ragazza.

— Senta, Sofia, la cosa che io le doveva dire è solamente questa, che le voglio bene, che le voglio bene tanto, che ora sono proprio sicuro di averle sempre voluto tanto bene.

Tonio era già lì a due passi.

— Buona notte, balbettò la ragazza e corse incontro a Tonio.

— Già qui! disse il giovine, vedendo Sofia che gli si buttava addosso.

— Sì, ho avuto bisogno di andare a letto più presto. Il signor Tito voleva accompagnarmi, quando ero sull’uscio ti ho visto.

— Che hai? Non ti senti bene?

— Benissimo.

Sofia s’incamminò frettolosa; il suo compagno stentando a tenerle dietro non sapeva che pensare.

— Sofia, disse dopo un po’ di silenzio, assicurami che non ti è accaduto nulla di male.

— Nulla; solamente sono eccitata; temo che stanotte avrò un po’ di febbre; senti...

Tonio si fermò sulla strada per tastare il polso di sua cugina lungamente; concluse che non se ne intendeva, ma che infatti gli sembrava...

La ragazza riprese l’andatura di prima, e Tonio dietro.

Quando furono sul portone di casa, Sofia disse al cugino:

— Senti, Tonio, non stare più ad aspettarmi la sera; non avevo mai pensato che dovevi stare in sentinella un pezzo...

— Che importa?...

— Importa molto. E poi, te l’ho già detto, io non ho bisogno che nissuno mi accompagni, anzi non so nemmeno se andrò regolarmente in casa Bondi; e quando non ci andassi, tu mi aspetteresti inutilmente. Ti ringrazio per quello che hai fatto e che faresti ancora per me; ma non voglio più.

— Non vuoi?... balbettò Tonio.

— Sì, non voglio proprio.

Il giovane guardò di qua e di là, come cercando le parole restie. Trovò finalmente queste e le pronunciò con voce affievolita.

— Verrò domattina per vedere se non hai avuto la febbre...

— Non avrò febbre; ora mi sembra che sia passato tutto. Senti.

Tonio toccò il polso come la prima volta. Non era ben sicuro, secondo lui, che una febbricciatola non le venisse nella notte.

— Verrò domattina in ogni modo...

— Vieni; buona notte.

XI.

Sofia sapeva di non trovare nessuno a casa. Babbo Salvi e Giuditta essendo andati al Conservatorio per il concerto di una pianista famosa, era proprio una fortuna per lei di poter star sola, di aver tempo a lasciar passare le idee nuove, che le si presentavano in processione, e fermarne una che fosse salutare, non per lei soltanto, ma molto più per... lui. Salì le scale di corsa e nel ricercare la chiave di casa ebbe bisogno di arrestarsi perchè il cuore le batteva forte. Quando fu nella propria cameretta, non ebbe nemmeno bisogno di accendere il lume; perchè i sentimenti, che poco prima erano nebbie appena, pigliassero un contorno era meglio stare al buio.

Sedette al tavolino, e fissò lungamente la parete nera, dove luccicava in una cornice dorata il ritratto della mamma morta. Vide al chiarore incerto della finestra tonda, le ombre lunghe dei letti.

— Ma dunque? diceva forte ogni tanto.

E stava ad ascoltare se dal mondo invisibile le giungesse una parola. Ma il silenzio non fu rotto da nessuno di quegli scricchiolii con cui le anime morte si annunciano alle anime che soffrono.

Soffriva essa realmente?

Sì. Le pareva di soffrire la pena di uno sgomento che ancora non sapeva definire... Sì, soffriva lo strazio della coscienza inquieta.

La processione d’ombre continuò.

Passò la commediante ignota, ma bellissima, passò la bambinella malata, passò il cieco sorridente nella splendida canizie, passò il giovine artista che era stato fino ad un’ora prima l’amico, e non altro. E passò pure Tonio, il segreto amore d’una volta; passò innamorato di Giuditta, e poi indifferente a tutto.

La coscienza inquieta sembrava accusare Sofia d’infedeltà, perchè colui che era poc’anzi l’amico, null’altro, le sembrava divenire il solo, il vero, il suo grande amore. E quando la coscienza si fu placata fino a farle quasi accettare l’infedeltà, rimase in quel cuore semplice e schietto come la umiliazione di una caduta dall’altura in cui essa aveva collocato i propri sentimenti.

Allora volle veder chiaro nel passato e in sè stessa; accese il lume, e rilesse molte pagine di un suo libriccino di memorie.

Il libriccino non nominava nessuno, ma qualche volta accennava ad un sogno suggerito dalla pietà, ad un sogno che era fra le cose belle da dimenticare. Quando non era possibile farne di meno, questo sogno era espresso con una iniziale. Sola nella sua cameretta, rileggendo quelle pagine in cui aveva cercato di raffermare sè stessa, stranissima cosa, le pareva che dove era accennato Tonio, si avesse a leggere Tito, ora e sempre e unicamente Tito, perchè era lui che le aveva detto la prima parola d’amore. Ma, cosa più strana ancora, non era in pace colla coscienza anche per questo; e volle dirlo alle anime morte, le quali certamente in quel punto le stavano intorno curvandosi a guardare quello che avrebbe scritto nella pagina bianca.

Essa scrisse una data: 1 _Maggio_! pensò ancora lungamente, e non aggiunse altro. Chinò il capo, chiuse gli occhi e la processione di ombre continuò a passare.

Babbo Salvi e la sorella tornarono a casa dopo le undici. Giuditta era di buon umore.

— Peccato che tu non abbia potuto venire, avresti imparato qualche cosa!...

— Quella pianista è proprio tanto brava come dicono?

— Ah! sì, bravissima; ma ci è altro che la pianista; ci è l’agente di cambio, il mio vecchio; egli mi si è messo vicino, ed ha voluto farsi presentare al babbo. Capisci, ha voluto lui, ed io l’ho presentato. Il babbo, siamo giusti, si è portato benissimo, sembrava che sapesse la lezione, e invece ti giuro che egli non sapeva nulla ancora.

— Ed ora sa?...

— Sì, tornando a casa, gli ho detto: hai notato quell’uomo che si è fatto presentare; cosa te ne sembra?... È vecchio, ha detto lui, ma è ben conservato... Ebbene, quell’uomo ben conservato, ho detto io, ha molti quattrini, non ha moglie e si è innamorato di me.

— E che cosa ha detto il babbo? balbettò Sofia.

— Che non ci stessi a pensare nemmeno, che noi siamo stati sempre disgraziati, e che non ci può toccare una fortuna simile.

— Ha detto proprio così?

— Sì; allora gli ho detto che quando fossi diventata la signora dell’agente di cambio — senti che effetto: la signora dell’agente di cambio!... — la miseria sarebbe finita per me, per lui, per tutti...

— Ebbene... che cosa ha detto?

— Il cielo t’ascolti... ha detto; ma per le scale mi ha assicurato che veramente lui non avrà bisogno di nulla, che, come ha vissuto sempre, vivrà ancora; ma sarà contento per noi altri... Un diluvio di parole... Spero che tu sarai più schietta.

Sofia non rispondeva.

Quelle parole di Giuditta e del babbo erano scese alla sua anima turbata.

E per essere almeno schietta, si umiliò anche più, e rispose:

— Se riesci a sposarlo, sarà un colpo magnifico: so bene che non ti scorderai di me.

— Meno male che sai che ho buon cuore, che non sono avara, che non sono egoista.

— È vero, tu non sei egoista! Beata te, che sai di non esserlo!

Dopo una notte agitata, la mattina, contro il suo solito, Sofia dormiva ancora quando Giuditta, che era levata da un pezzo, fece molto rumore nella camera perchè sua sorella si svegliasse. E appena svegliata, le disse:

— Che cosa hai avuto ieri sera, che sono venuti in due a chiedere notizie?

— Sono venuti in due? Chi?

— Tonio e il servitore di Mattia il glorioso... Tonio è venuto su nell’andare a far scuola; il vecchio Bondi ha fatto domandare se stavi bene, e ti prega di andarlo a trovare questa mattina stessa. È stato il babbo a riceverli tutti e due, io non mi sono lasciata vedere.

Sofia mormorò grazie e si levò in silenzio.

In quelle poche ore di sonno, tutto il rimescolio di idee si era posato; rimaneva vivo ed inquieto il solo pensiero della minaccia che pendeva sopra quelle due anime buone, tutte due ingenue, e tutte due, in diverso modo, cieche.

Giuditta aspettò un poco in silenzio che sua sorella le dicesse qualche cosa; vedendo che non rispondeva nulla, insistè:

— Mi pare che potresti rispondere a tua sorella.

— Scusa, che cosa mi hai domandato?

— Ho domandato che cosa hai avuto ieri sera?

— Ma nulla. Tonio e il signor Mattia si sono spaventati di nulla; ho avuto un po’ mal di capo, e sono venuta a casa più presto del solito.

Giuditta, non intendendo ancora, disse:

— Ah!... intendo; e quando siamo venuti a casa dal concerto, che erano le undici sonate, eri ancora levata!... intendo...

— Si può entrare, bambine? interruppe babbo Salvi schiudendo l’uscio.

— Avanti, rispose Sofia, e corse a ricevere il bacio. Senza essere interrogata, ripetè che la sera prima si era sentita male al capo, ma che la notte aveva portato il rimedio, ed ora stava benone.

— Tu non t’immagini che cosa possa volere il vecchio Mattia da te, che ti fa chiamare di mattina?

— Può essere per una lettera arrivata ieri che ho dovuto leggere io.

Vedendo che anche suo padre aspettava la confidenza, si affrettò a soggiungere tranquillamente:

— Non ho capito nemmeno bene di che cosa si tratti; e poi non è un segreto mio.

Dopo di che confrontò con un’occhiata i due cappellini, il vecchio e quello nuovo regalato da babbo Salvi, e mise in testa il vecchio.

Quando fu uscita per andare dall’artista _glorioso_, Giuditta affermò con sicurezza:

— Quella modestina deve aver fatto molta strada.

— Che vuoi dire? Non ti capisco.

— Capirai presto... e data un’occhiata indagatrice all’artista, che non voleva essere fra i mantenuti dell’arte, gli disse tranquillamente: anzi mi hai già capito.

Babbo Salvi ripetè che non aveva inteso affatto affatto, era pronto a giurarlo; del resto, siccome egli non era mai stato curioso, era contento che Giuditta non gli dicesse nulla.

XII.

Nell’andare in casa del cieco, Sofia sapeva bene di obbedire ad un dovere più forte di lei stessa, ma qualche volta le sembrava che la felicità l’avesse chiamata a nome; e allora rallentava il passo, perchè era una felicità così grande che metteva paura a quell’anima ingenua.

Oh! come le battè il cuore passando per l’andito in cui quella felicità le aveva parlato all’orecchio!

Ancora non aveva visto nessuno, perchè il portinaio non si era nemmeno affacciato al finestrino. Salì le scale lentamente, e quando fu sul pianerottolo si arrestò incerta; ma si schiuse un uscio, e le apparve lui stesso, Tito.

Aveva l’aspetto battuto, dall’ansietà forse, o forse dalla veglia soltanto; perchè dalle prime parole che disse stringendo la mano della giovinetta, appariva mesto, ma sicuro di sè.

— Grazie, disse, grazie; lei è sempre tanto buona che mi vorrà perdonare l’audacia che ho avuto ieri sera...

E siccome Sofia non fu pronta a rispondere, insistè:

— Dica di sì, che mi ha perdonato.

— Ho perdonato tutto, rispose la fanciulla. Dov’è lui?

Non aveva voluto dire: _il babbo_, come aveva detto tante volte.

— In sala....

La fanciulla si avviò risoluta, Tito rimase a guardarla finchè ebbe picchiato all’uscio e fu entrata nel salotto.

— Sapevo bene che lei sarebbe venuta subito, disse il vecchio cieco arrestandosi nel mezzo della stanza; aveva in mano la bacchettina che gli serviva a dirigersi e a riconoscere gli oggetti, quando aveva bisogno di girellare per le stanze.

Offriva la mano aperta in cui la ragazza pose la propria.

— Mettiamoci a sedere. Lei non immagina nemmeno quanto può essere indiscreto un vecchio cieco, che ha visto, propriamente visto, una bell’anima come la sua. Ma si tratta di fare una buona azione, e mi pare che non ci possa essere altri che lei per aiutarmi a farla...

Quell’esordio rassicurava il cuore turbato di Sofia. Senza intendere ancora di che si trattasse, essa rispose: _grazie_.

— Lei ha letto ieri la lettera della commediante, che vuole affibbiare a mio figlio una paternità... ignota. Ho parlato lungamente con Tito, e l’ho persuaso senza molta fatica che egli non può essere la vittima d’un falso dovere. Mio figlio deve molto ancora al suo avvenire, e non lo butterà via per uno scrupolo; io voglio che egli sia marito e padre alla sua ora, voglio che sia felice.

Sofia non rispondeva, e il cieco proseguì lentamente:

— Ma ciò che non può fare mio figlio, lo farò io stesso, se lei mi aiuta: sarò io il padre di quella creatura innocente.

— Lei?

— Sì, proprio io. Può essere che quando quella donna abbia visto andar a male la commedia, rinunzierà all’idea di abbandonare la sua bambina; ma se è davvero determinata a lasciarmela, io me la piglio, come è vero che le parlo.

— Oh! mormorava Sofia commossa.

— Non mi stia a lodare troppo; non creda nemmeno che io sia molto generoso... tutt’altro forse... se guarda bene alla mia generosità ci troverà un po’ di egoismo.... A lei posso dir tutto. Ho paura che quella donna si penta della proposta che ha fatto e non voglia accettare la mia... Allora addio il _mio avvenire_... giacchè se quella madre si decide ad abbandonare sua figlia, avrò anch’io un avvenire.

Sofia strinse in silenzio la mano del cieco. Mattia proseguì:

— Mi dirà: che posso fare io? Glielo spiego: venga a stare colla mia bambina; tenga il luogo della madre... Vuole?... Non mi risponda subito.... ci pensi.

Ma Sofia non ci pensò nemmeno; sapeva che la riflessione non avrebbe potuto aggiungere una parola alla risposta che la pietà aveva già scolpito nel suo cuore.

— Sono pronta, disse tranquillamente.

Quando ebbe fatto questa promessa, volle pensare a tutte le conseguenze per sè e per i suoi; ma il cieco, come per non dar tempo ad un pentimento, disse tre volte grazie.

— Ah! sia ringraziato il cielo! ho trovato il lume dei miei occhi! Dunque stia a sentire quello che ho pensato di fare. Prima di tutto ho pensato che Tito se ne vada a fare un po’ di moto per l’aperta campagna, sulle Alpi o in riva al mare, dove meglio gli piaccia, tanto da non lasciarsi pigliare dalla tentazione di vederla... parlo di quella donna fatale che gli ha fatto perdere la testa una volta... Sta bene che egli è sicuro che non gliene importa... ma non si sa mai... Quando Tito sia andato via, io scrivo a quella commediante una letterina che ho già in mente... La vuol sentire?...

— Dica...

— Facciamo di meglio; io detto e lei scrive. Abbia pazienza; non potrei già servirmi della mano di mio figlio, perchè quella donna ne conosce la scrittura. Vuole che andiamo di là?

La ragazza prese le mani del cieco e lo accompagnò fino allo scrittoio.

— Dunque detto?

— Detti pure.

“Signora,

“La lettera che ha scritto a Tito, è stata consegnata da lui a suo padre cieco, ed è il padre cieco che le risponde. So che mio figlio ha scritto le parole che lei accenna; so anche che ne ha scritto altre per invocare un diritto, che allora lo avrebbe reso interamente felice. Lei non rispose prima e rifiutò in ultimo. Ora che la ferita del mio Tito è interamente sanata, io posso dirgli a voce alta: “non voglio che tu accetti un falso dovere; hai diritto alla tua parte di sole, e l’avvenire ti sorride ancora; tu sarai padre unicamente dei figliuoli della donna che ti avrà fatto felice coll’amor suo.„

“Ma se lei è veramente la disgraziata donna che dice, se lei ha proprio perduto ogni cosa, se non vede altra salvezza che affidare la sua bambinella ad una persona di cuore, l’accetterò io.

“La piccina troverà in me un tutore, e se per poco è buona ed affettuosa, come mi piace immaginarla, anche un amico, che qualche volta è meglio d’un padre.

“Mi accompagni la bambina al mezzodì: io la aspetto.„

— Faccia il piacere di leggere quello che ha scritto.

Sofia lesse forte perchè il cieco vedesse se non ci era nulla da aggiungere.

— Mi pare che ci sia tutto. Lei cosa dice?

— Se quella donna ha detto la verità, non vorrà venire, e scriverà ancora.

— Perchè?

— Perchè lo ha scritto essa stessa: “sopratutto non cercare di vedermi... ho perduto tutto ciò che mi ha fatto amare da te.„

Ah! se Mattia avesse potuto vedere di che rossore si copriva la faccia buona della ragazza!

— Ci ho pensato anch’io; può essere che sia diventata un mostro e che si vergogni della sua deformità... può essere... Ma può essere anche... un artifizio di palcoscenico. E se scrivessi che mio figlio se ne va per non trovarsi con lei, invece di rassicurare la sua vanità, mi sembrerebbe di alimentarla. E poi...

— E poi?...

— E se invece la prima donna vuol fare una scena di commedia, non verrà più sapendo di non trovare il primo attore. Ci riserberà un atto, parecchi atti, molti atti; ora a tutti noi sta a cuore di affrettare la catastrofe, e di farla finita.

— È vero, è vero... mormorava Sofia.

Ma nell’accento con cui lo diceva, il cieco vide una titubanza rimasta.

— Lei non è persuasa? Lei crede veramente che la signora Cesira sia diventata brutta come l’orco?

— Ma... non so...