Pe' belli occhi della gloria

Part 6

Chapter 63,927 wordsPublic domain

Babbo Salvi non sapeva che cosa pensare di quei morti, di quel rossore del giovine, dello scoraggiamento del vecchio. Volle leggere ancora un nome, ma il cieco gli disse:

— Lasci stare; è sicuramente avvenuto un equivoco. Se la signorina Sofia ci vuol sonare una cosa allegra, sarà meglio.

Sofia disse di sì, e andò a prendere il braccio del cieco. Si avviarono in silenzio.

L’allegria superba di Rossini quella sera non fu molto fortunata, e a un certo punto il cieco volle riudire la Sonata appassionata di Beethoven.

Mentre la fanciulla sonava, babbo Salvi notò ancora che Tito aveva quell’aria stramba di uno, il quale ha fatto una corbelleria e non sa come rimediarla.

E andando a casa allegramente disse a sua figlia:

— Quel Tito non so quanto valga; ma suo padre è veramente un buon uomo; poveraccio! è stato un quarto d’ora lucciola, e si è creduto una stella fissa; è da compatire, ora che è cieco. Però ha le idee giuste, e sa pesare gli uomini.

— Perchè dici che il signor Tito non sai quanto valga?

— Perchè mi ha l’aria di essere impaziente di arrivare; sbaglierò, ma lo credo anche geloso della fama di suo padre... Già, tutti fatti così, questi ragazzi della scuola moderna... Sbaglierò...

— Sta zitto, babbo, perchè sbagli di sicuro.

Babbo Salvi non fiatò più fino a casa.

Presso al portone trovarono Tonio in sentinella.

— Sono io! disse egli attraversando la strada.

— Oh! Tonio! stavi qui a pigliar il fresco? domandò babbo Salvi.

— Dopo la scuola, ho detto: voglio mi po’ andare a portare gli augurii a zio Salvi ed alle cuginette.

— Se vuoi venire di sopra... Giuditta non è andata a letto; vedo che ha ancora il lume in camera.

Tonio volle essere eroico per resistere alla tentazione; ma quella luce che scendeva dalla finestra, quella luce che lo aveva incatenato lì per un’ora, fu più forte di lui. Seguì a capo chino zio Salvi, dicendo alla cugina Sofia su per le lunghe scale:

— Non vorrei dar noia; me ne andrò subito...

Ma era proprio disgraziato il povero maestro di disegno; Giuditta era già andata a letto, e Sofia tornò a dire che sua sorella leggeva un romanzo bello, che ringraziava il cugino degli augurii, e gli contraccambiava...

— Grazie! mormorò Tonio.

Fino a tarda sera, rimase in salotto, parlando a monosillabi, e quando zio Salvi, immaginando che quella buona pasta di ragazzo volesse dire qualche cosa in segreto alla cuginetta, gli disse di fermarsi ancora un poco, se voleva, ma che egli aveva sonno, allora Tonio si svegliò del tutto. E disse:

— Me ne vado. Sono le undici; fra un’ora comincerà il nuovo anno; sia un anno felice per lei, zio Salvi, per lei, Sofia... per Giuditta!

— Sia un anno felice per tutti! rispose babbo Salvi.

Sofia aggiunse sommessamente:

— Coraggio, Tonio.

E Tonio uscì ripetendo a sè stesso con baldanza: “coraggio, Tonio; il mondo è pieno di belle ragazze; coraggio per amarne una che ti corrisponda; coraggio per dimenticare una che non vuol saperne di te.„

Giunto sulla strada guardò in alto, alla finestra illuminata. Giuditta lesse lungamente il bel romanzo prima di spegnere la candela. Allora Tonio si avviò a casa.

Per la prima volta la faccenda della lettura dei biglietti di visita era andata malaccio; e Tito, non sapendo bene se il cieco si fosse accontentato della toppa che aveva messo lui lì per lì, si aspettava altre interrogazioni prima che il babbo andasse a letto. Mattia non diceva nulla, rimaneva solo un po’ più del solito a tavola; a un certo punto Tito potè immaginare che il sonno glie l’avesse fatta; e si scostava in punta di piedi.

— Non dormo ancora, disse il cieco; ma se stavo qui ancora un poco, ci cascavo; chiama e me n’andrò a letto.

Il tono di voce era spigliato, quasi allegro.

Tito, non si fidando ancora, gli girava intorno, dopo aver toccato il bottone del campanello. Tomaso si affacciò, e disse che il letto era caldo.

— Senti, Tomaso, disse Tito; sei stato tu a confondere i biglietti di visita?

— Quali biglietti?

Tomaso protestò che, quanto a lui, potevano star sicuri, che non aveva confuso nulla, che i biglietti di visita non gli aveva nemmeno toccati.

— Lascia stare, disse il cieco; ti dai pensiero di una cosa da nulla; domani staremo un momento a scegliere quelli che sono arrivati oggi, e me li leggerai tu stesso. Buona notte, figliuolo mio.

E appena fu solo col servitore, gli disse:

— Tito vuole che gli sia lasciata ogni cosa in ordine; e tu bada a contentarlo. Quelle carte di visite che hai confuso...

Tomaso interruppe per dichiararsi pronto a giurare sul Vangelo che egli non aveva confuso nulla.

— Allora, se non sei stato tu, sarà stata Barbara...

Ma no, ma no; non poteva essere nemmanco lei; la giustizia prima di tutto, ecco; era stato sempre lui a ricevere le lettere dal portinaio... E poi ci era poco da confondere; Tomaso poteva fare il conto ancora adesso. Il portinaio gli aveva portato le lettere tre volte; la prima volta cinque letterine; la seconda...

Mattia non fiatava.

.... la seconda tre; la terza una e la gazzetta — e tutte e tre le volte Tomaso era andato difilato a consegnare ogni cosa in mano del signor Tito; _ogni cosa_, cioè la prima volta cinque letterine, la seconda tre, la terza una...

Mattia non parlò più; si lasciò spogliare, e solamente dopo essersi messo a letto, disse:

— Sei ben sicuro che le lettere fossero nove?

— Altro che sicuro! mi sembra di vederle; la prima volta cinque; la seconda tre; la terza una — e niente più.

— Niente più proprio?

— Proprio niente.

— Buona notte, Tomaso.

E Tomaso se ne andò portando via il lume.

Dopo una notte insonne, aveva chiuso gli occhi al primo mattino; alle dieci dormiva ancora, e Tito, affacciandosi alla camera del babbo, stava per andarsene in punta di piedi, quando il cieco si svegliò.

— Tito!

— Babbo! Hai dormito più del solito.

— Sì... cioè no; ho vegliato; è stata una lunga notte di combattimento, figliuol mio.

Il cieco parlava con accento mesto, ma tranquillo, e non potendo leggere negli occhi di Tito, gli stendeva la mano cercando la sua. Quando la ebbe stretta con tutta la forza nuova che aveva guadagnato nella battaglia, soggiunse:

— Taci... non mi dir nulla; ho compreso tutto.

— Che cosa?

— Ho compreso l’inganno della tua pietà... povero figliuolo; taci... non cercare d’ingannarmi ancora.... è inutile. Sono forte.... solamente ho ancora sonno; lasciami dormire fino all’ora della colazione. Vedrai che l’appetito mi servirà a tavola... Zitto... Dammi un bacio.

— Mi spiegherai poi... perchè io non capisco...

— Sì, sì, ti spiegherò poi... disse Mattia voltandosi sul fianco.

Tito se ne andò sconsolato.

Per evitare lo sproposito commesso a tavola, egli ora vedeva come bisognava fare; lo vedeva chiaro chiaro ora che lo spropositaccio era commesso. A sanarlo, se fosse possibile, non gli rimaneva altro scampo che mettere faccia tosta per mentire; Tito ci si preparò in buona coscienza, studiando l’accento sincero della menzogna, come avrebbe potuto fare... una brava commediante.

— Ti assicuro, babbo, che è avvenuto un equivoco, che...

Sentiva che nel dire queste poche parole si sarebbe fatto rosso, ma Mattia non avrebbe visto. Solamente, prima di colazione, bisognava fare un po’ di esame di quei biglietti perchè non seguisse ancora qualche grosso guaio.

A tavola Mattia fu sereno come il solito, anzi un po’ più ciarliero; ma non dava le spiegazioni promesse. Tito, commediante malsicuro di sè, era impaziente di recitare la propria parte, e d’altro canto temeva di guastare il buon umore di suo padre.

Ma prendendo il proprio coraggio a due mani, disse con disinvoltura:

— Oh! vuoi che te li legga ora, i biglietti?

Mattia non rispose.

— Però... sta tranquillo: ci ho messo un po’ di ordine.

Il cieco si oscurò in volto, ma finì col sorridere nella gran barba bianca, e disse allegramente:

— Sì, mi farai piacere proprio... Sono molti, non è vero?

— Ce n’è una valanga. Vuoi che cominci?

— Sì, comincia pure...

E Tito lesse una litania di nomi e di titoli, che per un po’ fece star allegro suo padre. Poi Mattia piegò il capo sul petto, e disse:

— Basta così.

Tito rispose ingenuamente:

— Ce n’è ancora.

— Lo so, ma basta così.

Lasciò passare l’idea nera che gli era venuta, e si alzò per baciare suo figlio sulla fronte.

Non disse nulla.

IX.

L’invernata di quell’anno fu crudele. Tutto gennaio Mattia aspettò inutilmente il raggio di sole, che soleva entrare in studio e posarsi sopra le ginocchia del cieco.

Invece del sole, venne molta pioggia, ora scrosciando sul lastrico, ora tamburellando sulle vetrate, ma per lo più lenta lenta, tanto che, misurata dallo stillicidio d’una gronda vicina, le ore sarebbero sembrate eterne a Mattia, se egli non avesse avuto tanto da fare per rassegnarsi.

— A che pensi, babbo? gli domandava Tito qualche volta che stava troppo zitto.

E Mattia rispondeva, scotendosi di dosso la melanconia, che non pensava a nulla, che era allegro quanto si può essere sotto il diluvio; ma poi, insistendo ancora suo figlio perchè dicesse qualche cosa, cascava a parlare dell’arte, che è un’innamorata infedele, dell’arte che fa godere quando ci sorride, che fa sanguinare quando ci abbandona. Diceva l’arte, ma voleva intendere la gloria, e ne parlava con accento scherzoso, perchè non era rassegnato ancora all’abbandono.

Un giorno, con suo grande stupore, sentì esprimere a suo figlio un concetto che già era stato enunziato con molta arroganza da Primo Salvi, e che egli stesso non era ancora riuscito ad accettare.

— Che importa? disse Tito. Che importa se l’arte ci abbandonerà un giorno? Finchè ci sorride ed è bella, bisogna amarla. Del resto tu stesso che credi di essere stato abbandonato crudelmente, hai continuato a volerle bene per le gioie che ti ha dato, e... anche per quelle che ti darà ancora.

“Per quelle che mi darà ancora„ ripetè a sè stesso Mattia, senza nessuna amarezza verso la sorte, nè verso suo figlio, il quale s’ostinava a mettergli dinanzi agli occhi ciechi un trastullo guasto senza rimedio.

La nuova sventura, piombando sull’anima del cieco, aveva ancora lasciato due molle intatte: l’affetto paterno e un po’ di fede in un’altra vita, quella fede che è parente prossima dell’ideale, secondo assicurava Mattia. Con queste due molle robuste, la rassegnazione è meno difficile.

Allo spirar di quell’invernata, quando agli ultimi di febbraio Tito portò a suo padre le prime violette colte nel loro giardinetto, quell’anima, che si era stancata tanto nell’inseguire un’ombra, poteva dire d’essere arrivata alla pace.

— Ho la coscienza di aver compiuto la mia missione con tutte le forze che mi erano state date; l’ho compiuta fino all’ultimo, e se il cielo mi aprisse gli occhi un’altra volta, per un giorno o per un’ora, so che tornerei da capo a fare quello che ho sempre fatto.

Diceva questo perchè era sgomentato all’idea che suo figlio si innamorasse anche lui delle ombre, e che non avesse poi la forza di rinunziarvi.

E quando potè accorgersi che Tito non correva nessun pericolo, almeno finchè non si fosse innamorato ancora d’una creatura viva, volle sapere se pensava sempre a Cesira, e se Sofia...

Tito fu sincero. Confessò che Cesira lo aveva fatto soffrire abbastanza e che gli era caduta miseramente dal cuore.

— E allora... insinuò sorridendo il cieco.

— È una melanconia riconoscere la propria miseria; credevo che avrei sempre amato quella donna per il dolore che mi ha dato; invece....

— La natura è più generosa della volontà...

— Non so se più generosa, ma è sempre vera almeno; mentre la volontà...

Sì, la volontà si nutre anche di molta rettorica.

— E allora... insistè Mattia, innamòrati di un’altra.... guardati intorno; mi pare che io non stenterei a vederne una...

Tito volle parlare schiettamente:

— Sofia, non è vero? È una gran buona figliuola, piena di fede e di coraggio; sarà la consolazione dell’uomo che vorrà farla sua; ma non sarò io quello...

Il cieco non fiatava.

— Prima di tutto essa è innamorata d’un altro...

— Come lo sai?

— Me l’ha quasi detto, quando le ho parlato di quella donna fatale... senza però mai nominarla.... e della figliuola che forse...

Mattia, scoraggiato, disse:

— E tu sei andato a parlarle di queste cose?

— Ma sì... fra Sofia e me si è fatto un patto di alleanza; siamo due buoni amici, e l’amicizia fra un giovinotto e una ragazza non può durare senza la confidenza intera.

— Amicizia... confidenza... balbettava il cieco.

— Abbiamo promesso a noi stessi di non essere mai altro che amici; a Sofia sarà facilissimo perchè è innamorata di un altro; a me non sarà difficile...

— Perchè?...

— Perchè... te l’ho a dire? perchè Sofia, fisicamente, non mi piace...

— Hai torto...

— Sicuro che ho torto... Stando a quattr’occhi con quella ragazza mi sento tanto bene; ma non mi passa mai per il capo l’idea dì poterne fare qualche cosa di più... o di meno... di un’amica intima.

— Hai torto, insistè il cieco curvando il capo sul petto; poi volle sapere di chi fosse innamorata quella buona figliuola.

Ma siccome Tito titubava ad accontentare il babbo, egli stesso fu primo a pentirsi.

— Non me lo dire; non voglio saper nulla; lo indovinerò.

Infatti non tardò molto ad indovinare che la buona ragazza aveva una segreta inclinazione, di cui si sentiva umiliata, e che combatteva forte per vincere. L’inclinazione segreta e combattuta era per Tonio; per il cugino innamorato di sua sorella; ed era un’inclinazione di cui non avrebbe dovuto vergognarsi, perchè era nata da una gran pietà.

Quando era venuto Marzo ad annunciare con magnifiche giornate di sole che l’invernata era propriamente finita, Mattia aveva voluto scendere ogni giorno in giardino a far due passi, mentre suo figlio lavorava al cavalletto. Il braccio di Tito non gli era necessario; tastando col bastone le muraglie e tenendosi alle branche delle scale, era sicuro di non sbagliare; così diceva; ma Tomaso, consigliato da Tito, non lo perdeva mai di vista.

Faceva lunghe passeggiate nel viale, finchè si sentisse stanco; allora si andava a sedere sopra una panca di sasso, e stava per ore intere ad ascoltare il cicaleccio dei passeri; qualche volta si svegliava nel vecchio platano la voce di un merlo; faceva lunghi discorsi dicendo cose melanconiche, e Mattia lo ascoltava con una gran tenerezza.

Poi Tito veniva a raggiungerlo, e si passeggiava ancora a braccetto, prima del desinare.

Ora non accadeva più di parlare del passato. A che cosa poteva servire ancora pensare ad un amore sepolto, ad un’ombra svanita? Tito diceva in buona fede che, amando l’arte sinceramente, si è al sicuro da ogni altro amore; Mattia non era persuaso, ma non diceva di no. Aspettava. E quando la sera, puntualmente, arrivava Sofia, il cieco innamorato ancora, ma non sapendo più di che, le presentava le due mani, perchè essa corresse a stringerle.

Una sera erano soli. Tito era andato all’adunanza della Famiglia Artistica; il cieco aveva provocato con astute suggestioni la confidenza della sua giovane amica, e Sofia si era arresa a dire quasi tutto; aveva pensato un momentino prima di svelare il proprio sentimento, e l’aveva svelato perchè quella confidenza, se mai, non poteva far male ad altri che a lei.

Mattia aveva saputo molte cose, per esempio che quel Tonio era un bonissimo figliuolo, pieno di cuore e di volontà; che Giuditta era una ragazza accorta, che arriverebbe di sicuro a tutto quanto desiderava — (che cosa desiderava? — Sofia non lo volle dire); che babbo Salvi aveva la virtù ignota a tanti, d’essere fiero della propria sorte... e perchè la vita gli aveva dato l’arte, o almeno l’amore dell’arte, e perchè la morte gli prometteva...

— La pace, affermò il cieco.

— Oh! tutt’altro; il babbo non se ne sarebbe contentato; piuttosto la battaglia — ma perchè la morte gli prometteva semplicemente un’altra vita, babbo Salvi era contento.

Mattia aveva voluto sapere di più, e siccome la fede, che faceva tanto bene a babbo Salvi, e ne faceva molto anche a lei, non poteva far male al cieco, Sofia si dilungò a parlare di spiriti e di spiritismo.

— Lei ci crede? domandava ogni tanto il vecchio; lei crede proprio che Nerone...

No, Sofia non credeva a Nerone, anzi non era sicura di credere a nessuna delle manifestazioni che gl’iniziati assicurano d’aver ottenuto dal mondo superiore... — E perchè non ci credeva? — Oh! unicamente perchè non aveva visto e toccato nulla lei stessa; ma credeva alla buona fede di chi aveva visto e toccato; credeva ad un mondo superiore che guarda ed aspetta.

Il cieco ascoltava attentamente. Le parole meditate della ragazza lo facevano pensare. Egli confessò umilmente che se aveva guardato qualche volta in alto, era stato per non perder d’occhio l’ideale, quando si era immaginato che l’arte potesse essere tutta la sua vita.

Quella sera stessa, dopo un lungo silenzio, Mattia disse alla sua piccola amica:

— Può essere che anch’io, senza saperlo, abbia una religione, e non mi dispiacerebbe che fosse la sua.

Sofia assicurò che egli ne aveva una. Oh! non aveva avuto sempre il culto dell’ideale? Ebbene l’ideale è del cielo.

“L’ideale è del cielo;„ ripetè parecchie volte il cieco dubitoso.

Lo ripetè ancora quando Tito, tornato a casa dalla Famiglia Artistica, annunziò che Tonio era lì, in istrada, ad aspettare Sofia per accompagnarla a casa.

— Mi è venuto voglia di dirgli che venisse di sopra, invece di aspettare; ma egli mi ha visto e si è allontanato; glie lo dica lei, signorina.

— Glie lo dirò, rispose Sofia; povero Tonio!

Il cieco era stato ad ascoltare in silenzio per vedere se mai nelle parole di suo figlio e della bellissima Sofia si potesse scorgere un tantino di dispetto da una parte, di turbamento dall’altra; non ci vedendo nulla, tornò al pensiero di prima:

“L’ideale è del cielo!„

Tonio era puntuale. Alle nove di ogni sera, si avviava melanconicamente da casa sua, per avere tempo di aspettare una mezz’oretta la cugina Sofia. La buona ragazza si era doluta un paio di volte di quel sagrificio, aveva fatto notare che la casa del cieco era a pochi passi dalla propria, che a quell’ora la strada era ancora frequentata, e molte botteghe aperte, e infine che se ne avesse visto la necessità avrebbe detto a babbo Salvi di venirla a prendere, ma necessità non ce n’era proprio.

Ma Tonio, non volendo farsi bello del sagrificio, aveva assicurato ingenuamente che quell’ora non sapeva impiegarla meglio che accompagnando la cuginetta.

Era in buona fede. Non aveva taciuto nemmeno che nel venire ad aspettare Sofia passava, quasi senza volere, per la strada di... babbo Salvi, e che qualche volta si fermava a guardare in alto se la finestra tonda era illuminata. Così Sofia si lasciò accompagnare senza lagnarsi più.

Qualche volta il poveraccio le camminava al fianco in silenzio, ed allora toccava a Sofia risvegliare il dolore muto, perchè si lamentasse.

— Ah! quanto l’avrei amata! diceva Tonio; essa non saprà mai, voglio che non sappia mai quale amore ha respinto.

Sofia non rispondeva nulla, e Tonio continuava fin che la sua compagna, rallentando il passo per dargli tempo di finire il lamento incominciato, lo facesse accorto che il portone noto era in vista, che alla finestra tonda brillava la luce d’una candela. Allora Tonio ammutoliva ancora, Sofia lo consolava colla sola parola forte che le fosse rimasta. E non sapeva nemmeno lei se fosse la pietà di lui, o di sè stessa, o della povera umanità, che la profferisse:

— Coraggio!

— Oh! sì, sì, ne avrò, assicurava il giovine maestro.

Questo accadeva nel primo tempo, dopo che Giuditta aveva manifestato il proprio sentimento, senza lasciare speranza che potesse mutarlo.

Ma, durante quell’invernata crudele, Tonio fu a poco a poco condotto a considerare la propria miseria senza lamento; se per un pezzo era stato puntuale nell’accompagnare a casa la cuginetta quando Sofia era il pretesto di parlare di Giuditta tanto bella e tanto amata, ora sembrava aver vinto quell’amore fino a non parlare più di Giuditta, fino a parlarne ancora senza nominarla, fino a nominarla con melanconia tranquilla. Pareva a Sofia che, arrivato a questo punto della convalescenza, Tonio si potesse dire al sicuro; che se nondimeno aveva continuato ad accompagnare la cugina, lo avesse fatto per iscrupolo di gratitudine, o per troppa bontà, o per timidezza.

Quella sera di febbraio, Tonio era stato per istrada un po’ taciturno; sembrando alla ragazza non sapesse che dire, pensò che, senza avvedersene nemmeno, fosse un tantino seccato di quell’impresa cavalleresca di mettere in salvo ogni sera una ragazza bruttina, sempre la stessa ragazza bruttina, la quale, per dire il vero, non si sentiva punto bisogno di salvamento.

— Senti, Tonio, disse Sofia; ora tu sei proprio guarito, non è vero? Oh! bene. L’invernata è finita, stanno per cominciare i giorni più lunghi di marzo; non stare più ad aspettami la sera; il tuo tempo può servire a qualcosa di meglio.

— A che vuoi che mi serva? domandò il maestro di scuola. Dimmelo tu.

— Non so io... A vedere gli amici, a passeggiare, a far delle ciancie...

— Se non vuoi proprio... se ti do noia...

— Oh! Tonio, non lo stare nemmeno a pensare.

— Ebbene, se non ti do noia, lascia ch’io venga sempre; mi fa tanto bene stare con te, tu trovi sempre una buona parola per consolarmi. Me ne accorgo, sai, che sono noioso, che invece di parlare, qualche volta taccio per tutta la strada; ma con te si può anche star zitti, non è vero?

Sofia rispose di sì, che con lei si poteva anche tacere.

Infatti tacquero tutti e due fino al portone di casa.

— Addio, Tonio.

— Dunque, domani vengo ancora?... Vuoi?...

— Vieni, se vuoi.

X.

Passarono ancora due mesi di quella vita serena.

Tonio era venuto tutte le sere, per accompagnar a casa Sofia, tacendo molto, ovvero parlando a scatti; sembrava non occuparsi nemmeno più di Giuditta, perchè teneva di continuo gli occhi a terra fino quasi al portone di casa Salvi, senza pensare a sollevarli. Una volta sola fissò lungamente il finestrino illuminato: ma quella luce non scese più alla sua fantasia per svegliare il desiderio, ma solo per provocare una curiosità che egli espresse tranquillamente così:

— Chi sa mai se ha trovato il suo sogno?

Sofia non rispose, Tonio non insistette. Se avesse insistito, la sincerità avrebbe obbligato la ragazza a dire di sì, che forse aveva trovato il suo sogno. Quel sogno era un agente di cambio, il quale, stanco degli esercizii di borsa, voleva riposare nella vita matrimoniale. La cosa non era ancora assicurata, ma il più era fatto, perchè l’agente era innamorato cotto.

In quei due mesi sereni, babbo Salvi aveva fatto molte visite al collega glorioso; e interrogato da lui, gli aveva esposto diffusamente la dottrina spiritica. “Proviamo,„ aveva detto il cieco.

E un giorno provarono. Erano soli in una stanza appartata, alle due estremità della tavola, faccia a faccia; babbo Salvi invitò in buona maniera il suo buon amico Nerone a manifestarsi; e Nerone si manifestò con un picchio discreto, ma non volle picchiare tre volte, sebbene pregato e ripregato. “Non abbiamo fluido bastante,„ assicurava babbo Salvi. Ma questa verità spiritica non poteva entrare in testa al cieco, il quale lasciava balenare un sorriso malizioso. Era da far indispettire uno spiritista convinto come babbo Salvi, il quale, per non perdere un neofita così ben preparato, fece violenza alla propria coscienza e diede lui stesso i tre colpi che Nerone non volle dare; poi tentò ancora d’indurre il suo buon amico, dicendogli tante cosine belle perchè si manifestasse, e quando vide che non se ne faceva nulla, tornò a dire che non avevano fluido bastante.

— Ma dica, insistè il cieco, i tre picchi gli ha dati proprio la tavola? cioè lo spirito?

— Altro!

— Non vi è nessuno in stanza, non è vero? Lei certamente non voleva corbellarmi; e non è stato lei a picchiare?

— Le pare?

Dopo queste assicurazioni rimase nell’opinione di Mattia che la religione spiritica era una cosa da lasciare in disparte.

— Proveremo un’altra volta.