Part 5
Mattia, senza parlare, allungò la mano perchè babbo Salvi la stringesse. Avrebbe potuto mettere le cose nella vera luce, correggere almeno il criterio che quell’artista sbagliato si era formato della gloria, facendogli toccare con mano che un uomo può essere immortale ed accontentarsi di essere vivo; ma scelse d’essere umile in silenzio.
Quando babbo Salvi annunziò che aveva abusato abbastanza, Mattia lo pregò di non dir così, che anzi aveva fatto un’opera di misericordia, e che ne facesse ancora spesso.
— E non dimentichi di mandarmi la signorina Sofia dopo pranzo.
Andando a casa di buon passo babbo Salvi vide il cappellaio sull’uscio di bottega, e potè immaginarsi che entro il cappello nuovo ci avesse una testa ancora più grossa e novissima. Per via riflettè un poco, ma poco poco, a tutte le parole che aveva detto per consolare il cieco, alle bugie pietose che gli erano venute in bocca, alle adulazioni meritorie con cui aveva pagato quel poveraccio illuso ma sincero.
E infine per togliere di mezzo anche l’ombra del pentimento, affermò forte in faccia alle figliuole la propria contentezza di aver fatto visita a quel cieco illustre, a quell’artista, sodo, acuto, pieno di criterio... nel giudicare le pitture degli altri.
— Che cosa ti hanno detto? domandò Giuditta.
— Tante cose.
E disse quali, nel disordine con cui gli si presentavano alla mente. Ma Giuditta non si accontentava ancora; essa voleva sapere una cosa, e perchè il babbo non la diceva, interrogò:
— Non ti hanno domandato perchè non sono mai andata in casa loro invece di Sofia?
— No, non me l’hanno domandato. Ma in sostanza, dicano quello che vogliono gli altri, per me Mattia Bondi è un grande artista.
Più tardi, ripetendo la stessa frase, rimpicciolì le dimensioni di Mattia Bondi, ma non tanto che il cieco non si potesse accontentare; disse che era un artista di molto valore... un artista che sapeva il fatto suo...
E per tutto quel giorno non indietreggiò altro.
VII.
Dopo il desinare, Giuditta disse alla sorella: — Stasera andrò io a fare le sonatine al cieco. Non ti dispiace? Credi che non saranno scontenti del cambio?
— Perchè scontenti? rispose ingenuamente Sofia; è il tuo dovere andarci; non si era rimasti d’accordo così?
Giuditta andò. Costretta ad aspettare in salotto, intanto che il servitore andava a dire ai padroni che era arrivata quell’altra, ne approfittò per guardarsi in uno specchio di fronte, pensando che non potesse venirle incontro il cieco solo; infatti vennero tutti e due, padre e figlio; ma subito la bella sì avvide che erano tutti e due ciechi, perchè quello che ci vedeva non le metteva gli occhi in viso come la prima volta.
Furono però cortesi; vollero prima un po’ di ciancia appena appena, poi della musica, troppa musica che la meravigliosa ragazza fu costretta a sonare dando le spalle al prossimo, senza nemmeno potersi rifare guardando nello specchio che era troppo alto e non abbastanza inclinato da riflettere tutta la sala, per chi stava a sedere sopra lo sgabello del pianoforte. Pure sonò il meglio che potè e sonò benissimo; fece sfoggio di tutta la sua bravura d’allieva del Conservatorio, che per via di arpeggi, e sopratutto di molte scale, vuole salire a qualche cosa.
E interrogata, spiegò il suo ideale, che era di diventare una concertista di pianoforte da girare tutto quanto il mondo.
“Facendo girare la testa a ogni abitante maschio dei due emisferi,„ aggiunse mentalmente Tito, che si era tenuto al fianco di suo padre sul divano.
“Fino a tanto,„ aggiunse ancora mentalmente la magnifica ragazza, “fino a tanto che un brav’uomo, come m’intendo io, non mi arresti per avere tutta la felicità che posso dare colla mia bellezza.„
E per dire questo alla muta si era voltata di scatto, facendo fare allo sgabello un giro di vite.
Tito era sempre rimasto sull’avvisato; si conosceva troppo bene, o forse si conosceva troppo male da non credersi battuto abbastanza da una gran burrasca. Temeva la bellezza femminile, perchè vi aveva naufragato una volta; ma non sapeva che certe anime deboli si temprano colla osservazione di sè stessi, e che allora la debolezza può essere la forza di tutta quanta la vita.
Di quella mossa di Giuditta sullo sgabello, Tito intese tutto il significato, e ne sorrise; ma pure non guardò la pianista, che veniva spiegando al vecchio Mattia la propria idea.
Il cieco approvava tutto col capo, e all’ultimo disse:
— Mi rallegro; non sarò io a dirle: badi, va incontro a molti dolori che saranno pagati forse con poche soddisfazioni. Si vince ogni cosa da chi sa patire, e lei mi sembra innamorata della gloria...
— La gloria! Io innamorata della gloria! Ma niente affatto innamorata! A che serve la gloria? Come è fatta la gloria? Chi l’ha vista mai da vicino? Quelli che l’avrebbero sono troppo morti, quelli che l’avranno sono troppo vivi.
Giuditta espresse questi concetti ridendo e celiando, e infine confessò che non se gli era fatti lei; non aveva avuto tempo di pensare certe cose; ripeteva quello che aveva sempre inteso dire a tavola, dal babbo.
— So benissimo come la pensa il babbo; me l’ha lasciato intendere oggi stesso; egli crede di amare unicamente l’arte e di non pensare alla gloria; invece ne è innamorato cotto anche lui; non glielo stia a dire, perchè andrebbe in collera; ma può credere ad un cieco che da molto tempo guarda nell’anima umana, e vi scorge cose poco vedute.
Giuditta, fissando attentamente la faccia del vecchio, notò che Tito le aveva messo gli occhi in faccia due volte, fuggitivamente; e che la terza volta non li staccò più.
— Sarà benissimo, disse Giuditta tanto per dire qualche cosa quando il cieco ebbe finito; e non sapendo dove mettere lo sguardo per non dar soggezione, lo girava qua e là, poi lo chinò a terra un momentino, per rialzarlo sfolgorante e piantarlo addosso al giovinotto.
Ma Tito sostenne l’urto senza barcollare, perchè, avendo pensato a Cesira e ad altre donne belle, a Sofia ed altre ragazze buone, Giuditta era rimasta lì, in faccia a lui, mentre egli era altrove. Infatti per il resto della serata si sentì tanto al sicuro da offrirsi di accompagnarla a casa, come aveva fatto la prima volta con Sofia.
La bella ragazza rispose melanconicamente grazie, perchè la nuova disinvoltura di Tito le faceva intendere che aveva sprecato tutta la strategia. Ma non disperava ancora.
Non si era ricordata nemmeno più di Tonio, che a quell’ora faceva sentinella, e indovinandolo all’altro lato della strada, non lo volle vedere. Il poveraccio, che già aveva mosso un passo per venirle incontro, si sentì inchiodato a terra da quella sbadataggine. Dopo un poco, la seguì da lontano, attratto dalla sua disgrazia.
Osservava e pensava senza amarezza: “Lui è un bel giovane, è ricco, è quello ch’essa cerca; egli le parla forte, senza voltare il capo verso di lei; ora tace; tacciono entrambi; sarebbe mai vero che non ne fosse innamorato?„
Ma ad ogni mossa del capo di Giuditta, ad ogni parola mormorata che l’aria rubava a quei due per mordere il seno del disgraziato, egli sentiva crescere la propria disgrazia. Però tacevano molto; erano venuti quasi al portone di casa, non avevano detto gran che. Poi Giuditta si fermò, si fermò anche Tonio.
“Sono arrivata!„ disse Giuditta.
E il bellissimo giovinotto non disse peccato! come Tonio aveva immaginato che i bei giovinotti dicessero sempre a tutte le donnine belle; disse invece, e Tonio udì benissimo: “le raccomando di salutare il babbo e la signorina Sofia.„
Poi salutò profondamente e tirò diritto senza nemmeno voltarsi. Allora Tonio sentì la spinta di una molla segreta e in due salti fu sul portone.
Giuditta l’aveva aspettato.
— Bel modo il tuo! gli disse appena fu a tiro; non presentarti subito, e seguirmi da lontano, per far nascere, magari, il sospetto che io ti avessi dato la posta in istrada, o che tu...
— Oh! Giuditta!
— È la verità; se ti fossi presentato subito, non ci sarebbe stato nulla di male; avrei detto al signor Tito che sei mio cugino. Così, non sapevo che fare; sicuramente egli deve essersi accorto che tu mi accompagnavi... come me ne sono accorta io.
— Oh! Giuditta; non lo stare a credere, non si è nemmeno voltato una volta...
Giuditta continuava implacabile:
— Ti avrei chiamato io, per castigarti; ma ho pensato: chi sa? è capace di dire una corbelleria, di compromettermi.
— Oh! Giuditta!
— Ma ti saresti meritato che io ti castigassi.
— Ho temuto d’essere importuno, sospirò Tonio, e perciò non mi sono presentato subito; quel signor Tito è un bel giovine.
— Che ne importa a te? e a me che ne importa?
— Dici davvero che non te ne importa?
— Nè di lui, nè di te, nè di altri; lo dovresti sapere a memoria; io non sarò mai moglie d’uno che non sia ricco. È parlar chiaro, mi pare. Addio, Tonio, dimenticami presto; è per la tua felicità che ti do questo consiglio.
Tonio rimase su quel portone come se la felicità lo avesse cacciato di casa.
Giuditta, rientrata in casa, trovò sua sorella al tavolino, con dinanzi il calamaio da tasca e un quaderno di carta; ma non ebbe la curiosità di sapere che cosa avesse scritto.
Girò per la camera, deponendo qua lo scialletto, slacciando alla finestra i nastri del cappellino, e tornando a deporre il cappellino sul letto, accanto allo scialle. Aveva detto appena ciao Sofia, entrando; ora non diceva più altro. Alla fine vedendo che Sofia, rimasta a sedere, seguiva tutte le sue mosse, voltando gli occhi e la testa, si cominciò a lamentare:
— Non dici nulla, questa sera?
— Tacevo perchè devi aver tu qualche cosa da dirmi... Io so bene che cosa...
— Sì, ho da dirti che in casa di ciechi non ci vado più.
— Ti hanno detto qualche parola disgustosa?
— Nessuna parola... nè disgustosa nè altro; ma ti ho a dire che mi sono seccata, e non ci ricasco; il cieco, tanto tanto, può passare, ma l’altro, quel tuo signor... come lo chiami?... Tito...
— Perchè mio? domandò ingenuamente Sofia.
— Perchè te lo lascio; perchè non so che farmene.
Sofia si era fatta rossa rossa, e taceva per timore di rispondere una parola grave da offendere sua sorella, che era nel buon momento di mettere broncio.
Dopo un poco, Giuditta si pentì delle proprie parole, e disse con amorevolezza:
— Non sono punto in collera, sai? anzi ti voglio dire le ultime parole di questo tuo... di questo Tito... le vuoi sapere?... ha detto: “le raccomando di salutare la signorina Sofia...„ come vedi, io non ho mancato. Credo che potresti fare qualche cosa con lui... se avessi giudizio.
— Perchè non ne fai... qualche cosa tu stessa? rispose Sofia con tranquillità.
— Se ti dico che per me non ci è nulla a fare, prima di tutto perchè non mi piace, e poi perchè dev’essere già innamorato.
A questo punto notò che sua sorella stava scrivendo, e le dimandò:
— A chi scrivevi?
— A nessuno, rispose prontamente Sofia.
Ed era la verità.
Scriveva a sè stessa, scriveva al suo cuore inquieto ma forte, al proprio desiderio indocile, al pensiero alato; scriveva così: “pazienza ancora per poco; troverete la forza della quale unicamente si vive.„
Non era scritto qual fosse questa forza.
VIII.
Tito aveva mantenuto la promessa, e per san Silvestro il ritratto del babbo era finito. Da molti anni quel giorno non era venuto senza portar una messe sempre crescente di biglietti di visita, di letterine, di augurii, di mazzolini di fiori come ad una bella donnina, e perfino di mazzi colossali come ad una prima donna assoluta. Era stato ogni anno il gran stupore di Mattia, come facesse il mondo ad occuparsi dei fatti suoi, a sapere in che giorno e di qual anno egli era venuto a pigliarsi la propria porzioncina di gloria e papparsela in silenzio. Invece Tomasina, buon’anima, non si stupiva niente affatto, e diceva celiando, ma sul serio, che se Mattia faceva chiasso, lo doveva all’indiscrezione di aver voluto la porzione troppo grossa, e di non se ne contentare ancora, tanto è vero che la chiamava _porzioncina_.
Rallegrato da queste parole, l’artista glorioso aveva finito con acconsentire modestamente che il mondo vede tutto, sa tutto, e che è inutile tentare di corbellarlo.
Era il buon tempo, quello. Ma quando più tardi si era scatenato l’impressionismo per mordere a tutte le cantonate ogni artista invecchiato nell’adorazione dell’idea, quando ogni impressionista minchione si era vantato di trattare l’arte come una facile conquista del primo venuto, che avesse un po’ d’ingegno, mentre ai vecchi era costata tanta fatica; e quando la monelleria, invece di essere messa nel banco dell’asino, fu lodata dai giornali, ammessa nelle esposizioni, e persino pagata, allora soltanto Mattia ebbe il primo sospetto d’una gran verità. La verità grande, espressa ad alta voce in lingua volgarissima, era questa: il mondo è fatto apposta perchè i corbellatori se lo possano mettere comodamente in tasca.
Ma non ostante la nuova malattia della pittura, non ostante la malattia cronica della critica dei giornali, anche sotto il regno dell’impressionismo, a san Silvestro i biglietti, i mazzolini, gli augurii avevano continuato a fioccare, e l’ultimo giorno dell’anno Mattia si poteva dire pagato delle offese sopportate con poca rassegnazione tutto l’anno. Poi era venuta la cecità, era scesa sulla casa di Mattia una valanga di condoglianze, e il cieco aveva pensato in buona fede all’idea di poter vivere della propria gloria passata, e se mai fosse il caso, prepararsi alla rassegnazione.
Fin dalla vigilia del giorno famoso, era arrivato l’augurio d’un vecchio russo e d’un croato; si dicevano ammiratori tutti e due, e si poteva credere, perchè erano stati anche compratori. Il croato faceva il suo augurio in cattivo italiano; il russo, per esprimere il diletto che gustava ancora dopo tanti anni guardando nella sua sala da pranzo l’Idillio greco, adoperava la lingua latina. Era stata una mezz’oretta allegra, quando, dopo aver corretto la grammatica spropositata del croato, Tito e Mattia si erano cacciati nel latino del russo senza speranza di portarlo via tutto.
— _Velim mei semper recorderis_, aveva detto Tito ridendo; chi sa che cosa è quel velim; il resto sicuramente vuol dire _si ricordi sempre di me_. Non ti pare?
— Credo anch’io, acconsentì il cieco; chi mai avrebbe potuto immaginare che per sporcare qualche tela non fosse inutile studiare il latino?
— È vero; ma scommetto che abbiamo inteso tutto. Non è poi il diavolo il latino. _Velim mei semper recorderis et si venerit tempus quo aliqua in re tibi esse possim_... Si capisce quasi tutto.
— Quasi.
Ma il cieco, lusingato da quell’augurio che arrivava da Pietroburgo, si può dire dall’altro mondo, scritto in lingua morta, non era scontento di farselo spiegare molte volte da quanti fossero venuti a fargli visita, ancorchè non avessero saputo di latino.
Perchè, se tutto l’anno non si vedeva quasi nessuno, salvo qualche artista poveraccio, a cui Mattia faceva l’elemosina, non era così a san Silvestro; almeno i numerosi amici di Tito, sapendo di far piacere al compagno, avrebbero portato un augurio al vecchio.
Vennero infatti tutti; e ognuno ebbe una parola bugiarda per consolare il cieco.
Egli domandava:
— Che cosa fate voi altri? Qual è la pittura di moda fra i giovani?
I burloni rispondevano sempre: la vecchia; gli altri s’impaperavano, dando il gusto a Tito di poter dire con indulgenza rassegnata: “peccato che io non possa vedere quello che fate!„
— Mi faccia piacere di dir _fortuna_, ribatteva il burlone; lei ha chiuso gli occhi in tempo, glielo dico io.
Oppure il burlone rispondeva:
— Sì, un gran peccato, perchè se potesse vedere quello che facciamo noi, farebbe qualche cosa di meglio lei!
Il cieco si schermiva appena appena, ma finiva accettando la lode; a questo punto gli veniva in mente il latino del russo.
— Oh! Giusto!... fagli un po’ vedere la lettera famosa... chi sa che egli ne capisca più di noi.
Egli non capiva affatto, e il vecchio si rallegrava sempre più.
Tutto l’anno, quanto è lungo, Mattia era ridotto alla contemplazione della propria gloria; era una contemplazione melanconica, ma oramai aveva imparato il metodo di annoiarsi, e quasi si può dire che non si annoiava più. E a san Silvestro, quando nella solitudine credeva che fioccassero i biglietti di visita a richiamarlo da lontano, offrendogli un giorno, un’ora del passato, pareva a Mattia di essere preso a braccetto da questa sua gloria che gli camminava a fianco tutto l’anno senza parlargli ad alta voce.
Ogni anno, a tutte le ore della posta di quel famoso giorno, aveva sorriso senza dir nulla, aspettando che Tito gli mettesse in grembo una manciata di biglietti.
— Sono pochi, aveva detto una volta palpandoli, e prima gli aveva contati fra le dita in silenzio, poi aveva voluto che Tito glieli leggesse a uno a uno.
Ma ogni volta erano andati scemando di numero, un po’ perchè taluni degli ammiratori erano morti, un po’ perchè gli enfatici, per esempio quelli che al proprio nome aggiungevano una coda di superlativi, si erano stancati di ammirare. Tito aveva avuto paura che suo padre, il quale intendeva tante cose dell’anima umana, non potesse intendere questa: che l’ammirazione è una gran fatica, e che l’enfasi ha sempre il fiato corto.
E perciò Tito, quando la messe era stata scarsa, vi aveva aggiunto un po’ del vecchio raccolto, per far dire a suo padre:
“Sono molti!„
Sebbene, in fondo al cuore, Tito si dolesse di questa malizia, come farsi un vero scrupolo d’un inganno che, non facendo male a nessuno, faceva gongolare il povero cieco?
Quell’anno la pioggia di augurii era scarsa; la prima posta del mattino ne aveva portati cinque, la posta delle undici tre appena, dopo il mezzodì il portalettere non aveva portato altro che una lettera d’un vecchio compagno di scuola, e la gazzetta che Mattia si faceva leggere dopo cena.
— Ecco una lettera che ti farà piacere, disse Tito al vecchio; indovina chi ti scrive...
— L’ambasciatore americano... il segretario della legazione di...
— Niente ambascerie, nè legazioni; è un amico vecchio, un compagno di scuola.
— Gerolamo... è proprio lui?... dà qua...
Volle toccare la lettera, prima di dire:
— Leggila.
Era una grossa porzione del passato che Gerolamo gli presentava alla memoria; si vedeva che lo scrivente era vecchio, perchè nel fare gli augurii non parlava dell’avvenire. “Ti ricordi?„ diceva ad ogni tratto, e finiva con poche parole di tenerezza melanconica.
Mattia, rimasto un po’ a fantasticare, si svegliò poi a dire:
— Immagino che saranno anche arrivati i soliti biglietti...
— Oh! sì sì...
— Molti?...
— Abbastanza, mi pare... li vuoi?
— No; me li leggerai più tardi; anzi, me li farò leggere da Sofia; verrà a desinare, lo sai?.... Non ti spiace?
— Tutt’altro.
— Ho fatto pregare anche quel povero diavolo di suo padre e la signorina Giuditta... Non ti spiace?
— Hai fatto bene.
Ma all’ora del desinare vennero soltanto Sofia e suo padre, il quale, appena entrato in salotto, giustificò l’assenza dell’altra figliuola con l’emicrania.
E avendo Mattia detto ah! appena appena, Primo Salvi si ricordò della gran raccomandazione che la figlia rimasta a casa gli aveva fatto prima d’uscire. “Ricordati, gli aveva detto, ricordati bene di dire a Mattia Bondi che mi associo io pure a tutti gli amici suoi nell’augurargli...„ E allora Mattia il glorioso interruppe modestamente dicendo: “Grazie„ e volle sapere se quell’emicrania faceva molto soffrire la buona ragazza.
Quando babbo Salvi lo ebbe rassicurato informandolo che Giuditta andava soggetta a queste sorte d’emicranie passeggiere, all’artista glorioso uscì di bocca una parola ingenua: peccato! E spiegò prontamente che, se non fosse stato di quel peccato, le due sorelle avrebbero potuto sonargli molta musica a quattro mani.
Ma dopo il desinare, che fu allegro quanto babbo Salvi non aveva immaginato, Mattia non sentì verun bisogno di musica. Il suo commensale nemmeno. Continuava a trovarsi benone a tavola; messo di fronte ad un vinone di Valpolicella, si può dire senza testimoni — perchè il cieco non poteva vedere quanto gli piacesse, e i due giovani erano accalorati a discorrere — non gli era costata fatica avviare il discorso sull’arte eternamente giovane. Confortato da quel vinone, egli era diventato indulgente cogli altri e sopratutto con Mattia, crudele soltanto con sè stesso; ma l’artista glorioso medicava tutte le ferite man mano che babbo Salvi se le faceva.
E credevano di fare un’opera pietosa tutti e due.
A un certo punto il cieco smascherò il proprio disegno, che era di far leggere a voce alta i nomi di tutti coloro che gli avevano mandato gli augurii.
— Abbiano pazienza un momentino; per solito mio figlio in questo giorno ha troppe cose per la testa; soltanto dopo il desinare abbiamo un po’ di pace.
Primo Salvi si versò da bere, ed assicurò che non era scontento niente affatto, anzi si propose per lettore lui stesso.
Aveva l’aria di dire: “vedete come sono fatto io; sono buono come il pane, io; il mondo che mi maltratta tutto l’anno, fa di me quello che vuole se mi prende per il verso giusto.„
— Dove sono i biglietti di visita? disse a Tito. Il babbo vuole i biglietti di visita; li leggerò io stesso.
Tito si fece rosso nel levarsi da tavola; girò la testa di qua e di là, come uno smemorato, prima d’accostarsi ad uno scaffale in fondo alla stanza.
Primo Salvi gli stava dietro cogli occhi, impaziente di cominciare la lettura; sentiva dentro di sè una grandezza nuova, a cui egli non si curava di dare nemmeno il nome, contento di sentirla appena. Però non tralasciava le proprie osservazioni, e non gli sfuggì che il giovine era un po’ impacciato nel mettere sulla mensa la coppa dei biglietti.
— Dia qua, gli disse; il suo babbo è contento che legga io; non è vero?
Il cieco acconsentì, sorridendo alla sorte che gli serbava ancora dei momenti buoni.
E Tito cercò inutilmente di resistere al braccio allungato sulla mensa, e consegnò la coppa. Babbo Salvi, prima d’incominciare, volle che il cieco assaporasse bene la propria gloria, se quella si poteva dire gloria, chè egli ci aveva i suoi dubbi.
— Metta una mano qua dentro; quanti! non è vero?
Il primo biglietto che si presentò aveva un nome lungo lungo.
Ariodante Ramirez Spinosa dei marchesi di Roccamala augurava cento anni di vita al grande artista.
— Cento anni sono troppi, disse Mattia modestamente.
— Troppi niente affatto; affermò con sicurezza Primo Salvi. “Chevalier M. N. O. Blowitz, attaché à l’ambassade d’Autriche.„
— Oh! le chevalier Blowitz!... senti Tito; le chevalier Blowitz non era morto?
Primo Salvi sorrideva ad un altro biglietto di visita più complicato, impaziente di leggerlo forte, per vedere come se la sarebbe cavata; non vide che il povero giovine si era fatto rosso.
— Pare anche a me; ma se ha mandato il biglietto di visita, è vivo.
Il cieco pensava.
— Ma no, ma no, che non è vivo... Ma sì, ma sì, le chevalier Blowitz è morto e sepolto; quel biglietto è un intruso...
— Può essere che il servitore abbia sbagliato... che l’abbia raccattato da terra e messo lì cogli altri...
— Può essere, disse il cieco con diffidenza.
Babbo Salvi, raccogliendo tutti gli spiriti vitali, si provò a pronunziare un nome difficile:
— “Casimiro Trr... Trr... Trz... Trzcinski Granichski„ magnifico nome; merita la corona di cinque punte che gli sta sopra... Trzcinski Granichski.
— Un polacco; l’ho conosciuto in viaggio.
Ma dall’accento dimesso con cui il cieco diede questa dilucidazione, babbo Salvi potè credere che egli avesse mancato di riverenza a quel nome, e fu peggio quando Tito propose di andare innanzi lui e gli si fece accosto, mettendoglisi dietro la spalliera.
— No, legga pure lei, signor Salvi.
Per un po’ la lettura andò benissimo; ma ad un certo punto Tito gli levò di mano il biglietto che stava per leggere.
— È morto anche questo? disse Primo Salvi.
— Ci è un altro morto? domandò il cieco.
— Sì, non so come sia accaduto; qualcuno deve aver confuso i biglietti... ma quelli che abbiamo letti finora sono tutti arrivati stamattina.