Pe' belli occhi della gloria

Part 4

Chapter 43,908 wordsPublic domain

— Già, col mistero voi altri accomodate ogni cosa; tutte le cose stupide o brutali le ha fatte il caso cieco e sordo, non è vero? e se ogni tanto ne imbrocca una di vostro genio, allora vi pare che veda ed ascolti, e diventa la provvidenza.

Babbo Salvi cercò una frase nuova capace di sfasciare tutto quel cattivo ragionamento, e non la trovando ne ripetè una di cui si era servito inutilmente tante volte.

— I disegni dell’invisibile sono impenetrabili.

Disse queste parole fissando la credenza d’abete, come per invitare Nerone ad intervenire.

Giuditta, che aveva indovinato l’intenzione di suo padre, ascoltò in silenzio, accennò anzi alla sorella di star zitta, e quando le parve che la credenza non avesse voglia di contentare il vecchio, disse ridendo:

— Nerone è occupato altrove.

Ma la credenza scrosciò forte in quel momento; babbo Salvi e Sofia si guardarono alla sfuggita; Giuditta crollò il capo continuando a ridere.

Rifacendosi seria, la bella ragazza entrò a dire:

— Vediamo un poco come possiamo spendere queste trenta lire...

— Vediamo, disse babbo Salvi.

— Teniamole da parte, propose Sofia; non mancheranno le occasioni di farle servire...

— Oh! questo sì. Non mancheranno mai le occasioni; anzi ne avremo sempre almeno un paio, che si saranno presentate senza che noi ci degnassimo di badare. L’altro mese, per esempio, spirava la moda d’autunno, spirava anche il nostro cappellino di paglia rimasto in vita per miracolo alla fine dell’estate, perchè era nero. Se il cappellino avesse potuto parlare, avrebbe detto allora che una occasione più bella d’essere lasciato in guardaroba tutto l’inverno non si sarebbe presentata mai più. A me lo va dicendo alla muta, sempre che me lo metto in testa; ma chi gli dà retta?

— A me pure, disse Sofia, va dicendo qualche cosa di simile; ma è proprio il caso di dire: chi gli dà retta? Io no, sicuro, e nemmeno tu, Giuditta, perchè noi pensiamo che il babbo ha bisogno di tante cose.

— Io non ho bisogno mai di nulla, affermò il vecchio con molta dignità.

— Sì, tu hai bisogno di un cappello meno unto, e fra poco avrai necessità di un buon paio di scarpe, perchè quelle che hai indosso sono lì lì per lasciar le suole sul lastrico. Invece il nostro cappellino, ricoperto da una piuma e da un cencio di velluto, non dirà più a nessuno che è di paglia; può aspettare ancora... non è vero, Giuditta?

— Sì, è vero; può affliggerci ancora un poco... sospirò la ragazza.

Babbo Salvi aveva curvato la testa sul petto, per non far scorgere un sorriso malizioso; ma le figliuole lo notarono, e subito Giuditta battendo le mani disse:

— Di’ la verità, babbo; tu hai vinto un terno!

— Gesummaria! che cosa ti salta in capo? disse prontamente il vecchio; per carità non lo stare a credere nemmeno un momentino. Un terno! Ma se avessi vinto un terno, sapete voi che cosa farei?.... Non ve lo immaginate nemmeno.... Farei... tante cose. Ma, se non è un terno, è forse qualche cosa di meglio: ho venduto, un quadro!

— Un quadro! dissero insieme le figliuole.

— Cioè una tela... che sarà messa in cornice. Ho venduto il paesaggio napoletano... quello del Vesuvio...

— L’hai finito? disse Giuditta.

— Non ci sono mai tele finite per un artista, sentenziò il vecchio. Un signore francese ha inteso parlare dei miei sgorbi, ed ha voluto vedere il mio studio. “Non ci ho studio,„ ho detto io; “un cavalletto nella mia stanza da letto; molte tele incominciate, nessuna finita.„ “Non importa, voglio vedere,„ ha detto lui. Stamane è venuto; ha visto la Campagna napoletana; gli è piaciuta e l’ha presa così com’era; non ha voluto nemmeno che aggiungessi i colombi che si dovrebbero levare a volo, quando il ragazzo corre per mandarli via dal mucchio di grano.

— Quale ragazzo? disse Sofia. Non me lo ricordo.

— Non ti ricordi del ragazzo seminudo, che mi ha fatto penare tanto?

— A! sì, quello che prima avevi messo in groppa a un asinello, e poi in cima ad un pino e finalmente sull’aia. Sì, ora me lo ricordo; mi piaceva quando era in groppa all’asinello...

— Piaceva anche a me; ma mi venne in mente che sarebbe stato meglio nudo come un piccolo selvaggio di bronzo, sotto il sole napoletano... e sta meglio infatti, ma avrebbe avuto bisogno di due pennellate ancora per dire le sue ragioni a voce alta... Peccato che quel francese non ne abbia voluto sapere.

Babbo Salvi aveva fatto tanta esperienza inutile nella propria vita d’artista, e pensava in buona fede che questa volta avrebbe ottenuto ciò che non gli era riuscito mai, cioè di rimettere una tela incominciata sul cavalletto senza farne un’altra da finire più tardi.

— Ve la voglio mostrare, disse preso dalla sua malattia.

Lo sgomento balenò negli occhi delle due ragazze, e Giuditta disse alla sorella, appena il babbo fu scomparso nella sua camera:

— Bisogna impedirgli di guastare la sua tela; questo tocca a te.

Sofia non trovò parole per rispondere; quando il vecchio Salvi tornò colla tela in mano, erano tutte e due desolate.

— È inutile, più la guardo, e più vedo la necessità di gettare un poco di luce sul grano; anche una pennellata di ombra farebbe staccare meglio la figurina... con tre o quattro tocchi di biacca i colombi si leverebbero davanti a questo monello... Non ti pare, Sofia?

Presa così di fronte, la povera ragazza fu astuta per istinto, e dopo essere stata a guardare la tela in silenzio, disse parlando a sè stessa:

— Sì, mi pare; questo braccio del ragazzo si staccherebbe con un po’ di scuro nell’ombra; il grano con due tocchi di giallo e di biacca sembrerebbe proprio d’oro. Ma tutto questo è inutile, ora che il contratto è fatto, aggiunse con fermezza.

— Perchè inutile? Se io posso migliorare l’opera mia, se per far questo mi tocca lavorare ancora, in che vedi il male?

— Tu non sai se il compratore sarà contento; ci è della gente così stramba che l’arte non l’ammira se non nei difetti. E tu lo sai! Se migliorando quello che è per te un difetto, avessi a cancellare quello che pare un pregio al compratore francese...

— Hai ragione, disse il vecchio artista ridendo.

Ci pensò ancora in silenzio ed aggiunse:

— E poi ho promesso di consegnarla stasera al Manin; la porterò io stesso. Aiutatemi a levarmi dagli occhi la tentazione.

Ah! finalmente si respirava!

In un momento le due ragazze ebbero nascosto la tela in una gran fascia di carta e difeso la fascia con un giro di cordicella; dopo di che Giuditta disse:

— Quanto?

— Non molto; ma ci sta un cappellino per te, uno per tua sorella; per me un paio di scarpe nuove e un cappello, se vi sembra proprio necessario...

— Altro che necessario!

— E poi ancora qualche altra cosa; ma siccome bisogna fare economia...

— Quanto? ripetè Giuditta.

— Lo vuoi proprio sapere: cento lire!

La somma parve bellina, veramente bellina, ma nessuna delle ragazze lo diceva perchè ora toccava a babbo Salvi esprimere una contentezza rassegnata.

— Sì, cento lire non sono molte, diss’egli, se pensiamo in che acque pesca la pittura moderna; del resto la colpa è anche mia; se sapessi accontentare me stesso di poco, il pubblico si accontenterebbe magari di nulla. Ma io faccio l’arte e non il mestiere. Questa tela incominciata vale mille lire almeno; potrei finirla in poche ore e farmi pagare anche più, come fanno certuni che conosco io; ma allora non varrebbe più nemmeno cento, e mi sembrerebbe di rubare in casa mia.

A questo punto babbo Salvi ebbe un impeto di rettorica, e rizzandosi fieramente in faccia alle sue figliuole, come fossero lì, a posta, a rappresentare il mondo burattino, il mondo corbellatore e corbellato, mentre le povere ragazze avevan tutt’altro per il capo, aggiunse con enfasi queste parole magnifiche:

— Io non sarò mai fra i mantenuti dell’arte; mi piace meglio dare l’obolo mio alla divinità; pagare in ginocchio, adorando e soffrendo.

Per solito, quando gli era venuta fuori una di quelle frasi con cui medicava la propria povertà, il vecchio artista, ingenuo in fondo in fondo, stava a ripetersela sottovoce per ammirarla ancora, e qualche volta ne sorrideva per il primo nel fitto della barba brizzolata.

Quella sera, essendo di buon umore, ne rise forte addirittura, e invitò le due ragazze a far eco.

— Dare l’obolo in ginocchio alla divinità... ti piace, Sofia, e a te, Giuditta?

La frase era piaciuta a tutte e due, di sicuro, ma nè Sofia nè Giuditta espresse la propria soddisfazione altrimenti che con un sorriso.

Solamente, appena babbo Salvi se ne fu andato con la tela per consegnarla all’_Albergo Manin_, Giuditta disse con amarezza:

— Mi fa proprio ridere; ah! che prurito ho avuto di dirgli il mio pensiero. Scommetto che ti è venuta in mente la stessa cosa.

— A me non è venuto in mente nulla.

— Io invece mi sono ricordata la favoletta della volpe e dell’uva. “I mantenuti dell’arte!„ Il segreto di saper stare al mondo non consiste forse nell’essere i mantenuti di qualcuno?

— Oh! Giuditta!

— Non stare a credere nulla di male. Voglio soltanto dire che quando un uomo o una donna ha un capitale qual si sia, l’ingegno, come il babbo, o la bellezza, come... noi, è colpa sua se non arriva alla ricchezza. L’altro giorno il professore di letteratura ci ha parlato della meccanica celeste; ha detto che è una cosa alta, che pochi la intendono. Ma io l’ho intesa a modo mio. La meccanica celeste ha fatto anche più del necessario per far arrivare noi donne quando ci ha dato una molla, cioè un po’ di bellezza.

— Oh! Giuditta; ripetè Sofia.

— Non capisci proprio nulla; disse la bella ragazza con accento dispettoso; ebbene sì, ho detto mantenere, è questa la parola che ti offende? Ma sta tranquilla; io voglio farmi mantenere da un uomo ricco, che non possa scapparmi mai più; io voglio farmi mantenere da mio marito. Rassicurati, sono molto astuta, sarò molto virtuosa.

Sofia crollò il capo.

— Io credeva che la bellezza ti fosse stata data per farti amare...

— Sicuro! Appunto per questo...

— Sì, ma non per questo soltanto; anche per amare.

Giuditta crollò le spalle; Sofia continuò:

— A che ti servirà l’essere amata, se non contenta il tuo cuore?

— Il mio cuore si contenta di poco, e se voglio si contenterà di niente; tu piuttosto bada a quello che fai; se ti credi in dovere di amare ognuno che ti dice le belle paroline...

— A me nessuno dice le paroline, perchè io non sono bella...

— Ma sì, che sei belloccia tu pure; affermò Giuditta con indulgenza; solamente bisognerebbe che tu non chinassi gli occhi a terra più del necessario, e non avessi sempre quell’aria di dire ai giovinotti: non mi state a guardare, tanto non ne vale la pena.

Balenò nella faccetta buona della ragazza la vanità contenta, ma subito si spense.

— Non mi domandi di Tonio; disse per isviare il sentimento, che si stava aprendo la strada nel suo cervello.

— Giusto! sta bene, Tonio? Povero Tonio, non si vuol persuadere che butta via il suo tempo ad innamorarsi di me.

— Ma tu che cosa hai fatto per non alimentare questa passione? gli hai detto che non ti piace, che non sarai mai sua?

— Questo non sarebbe stato la verità, e non gli avrebbe fatto piacere. Tonio è un bel giovinotto... gli ho detto che se egli avesse una posizione da contentare i miei gusti, io non avrei nulla in contrario a sposarlo. E siccome questa posizione è difficile che l’abbia mai...

— Bisognerebbe spiegare meglio il tuo pensiero; se no quel poveraccio crede che potrà bastare ammazzarsi di lavoro, perdere gli occhi per far la scuola serale di disegno per arrivare fino a te.

— È vero. Glielo dirò domani. Andrò io a fare la musica dal tuo cieco; probabilmente mi aspetta... non ti ha chiesto perchè non sono andata ancora?

— No, rispose Sofia; purchè qualcuno suoni, si contenta.

— E il giovine?

Questa domanda era preparata da un pezzo, e Sofia l’aveva vista affacciarsi più d’una volta.

— Con quello mi sembra che non ci sia niente da fare, disse sorridendo.

— Chi lo sa? Non ti ha dimostrato nessuna curiosità di sapere perchè io non sono venuta? Non ti ha detto nulla?

— Nulla, proprio nulla.

Giuditta, andando a letto, pensava:

— Quella povera Sofia è innamorata di Tonio; è meglio che io glielo lasci. Purchè non sia innamorata anche di Tito! Ne è capacissima. L’amore sembra fatto a posta per essere offerto dalle ragazze brutte a chi non ne vuole.

VI.

La mattina successiva babbo Salvi fu costretto dalle sue ragazze ad entrare nella bottega del cappellaio dirimpetto, dove si trovò alle prese con cinquanta cappelli a staio tutti stretti; e già sperando di non trovarne uno a misura del proprio testone, non perdeva di vista l’antico indumento, e una volta se lo mise ancora in capo per guardarsi nello specchio; vedendosi spelato agli orli, ammaccato in più luoghi, ammise che la sua testa era forse fatta male, e non era sincero, ma disperò sinceramente di trovare un coperchio nuovo.

— È inutile, disse quando il bottegaio tornò a lui con due cappelli; vedrà che saranno stretti anche questi.

Infatti uno era ancora stretto.

Ma il cappellaio sorrise come sorride un cappellaio, che ha la fede robusta; non dubitava menomamente che nel suo magazzino non si trovasse da coprire anche il testone del vecchio artista; solo, perchè babbo Salvi non perdesse la pazienza, assicurò che pochi avevano una testa come la sua.

— Per lo più gli uomini si contentano di poca testa, disse celiando; provi questo...

Quello finalmente era così largo da scendere fino al naso. Sofia e Giuditta, che assistevano all’impresa difficile, risero insieme col babbo e col cappellaio; e dopo questa risata la fede tornò in tutti e quattro; solamente quando babbo Salvi ebbe il suo coperchio nuovo (egli si era impuntato a dargli questo nome che gli sembrava faceto), volle ancora esaminare quello che gli era sceso sul naso, e non disse nulla.

Fu Giuditta la prima a suggerire al babbo di recarsi quella sera in casa Bondi, insieme con lei.

— Tanto gli dobbiamo una visita, ci aspettano. Vuoi?

— Sì.

Non gli sarebbe venuta mai l’idea di mettersi faccia a faccia con Mattia Bondi, col famoso Mattia Bondi, se non per dirgli quello che pensava della sua pittura leccata, della sua pittura filosofica, e più che tutto della sua fortuna; non lo avendo fatto mai quando l’artista celebrato era sano, ora che egli era cieco sentiva una riluttanza che non sapeva spiegar bene. Chi sa? il vecchio ricco e famoso potrebbe esclamare: _anche lei è venuto_! e pigliare per un omaggio all’artista ciò che in fin dei conti non sarebbe se non un atto doveroso, o, a dir molto, un omaggio alla sventura. È vero che babbo Salvi aveva smesso la fierezza, quando aveva proposto le sue figliuole per divertire il cieco, ma allora aveva umiliato il padre povero, l’artista no; anzi nell’umiliazione di sè stesso e delle figliuole, gli era paruto di dire superbamente al rivale fortunato: “vedete a che riduce l’amore dell’arte?„ E a volte immaginava che, con queste parole, il suo caso fosse spiegato luminosamente da non lasciar luogo ad equivoci; e che Mattia, scendendo in fondo alla propria coscienza, potesse vedere la distanza che lo separava ancora dalla gloria vera.

Queste idee, queste ombre si erano combattute fieramente nella grossa testa di babbo Salvi ogni volta che le figliuole gli avevano detto di andare in casa del cieco.

Questa volta Giuditta fu più fortunata, e il babbo disse sì senza pensarci. Pensandoci dopo, non si pentì nemmeno, e solo stupì dentro di sè di averlo detto alla prima. Le figliuole anch’esse rimasero meravigliate della condiscendenza, non si potendo immaginare che un coperchio nuovo potesse aver tanta padronanza sopra un vecchio testone.

Insomma quello stesso giorno babbo Salvi andò a far visita al vecchio Mattia. Andò solo, non avendo voluto che nessuna delle figliuole lo accompagnasse, tanto si sentiva forte nel suo cappello nuovo (egli diceva _nella sua miseria_); vi andò di buon passo, e, introdotto nello studio, dove Tito gli voltava le spalle lavorando a fare il ritratto di suo padre, si arrestò sulla soglia.

Tito non aveva udito rumore, e continuava a lavorare davanti al cavalletto; ma il cieco, volgendo verso di lui la testa luminosa, sembrava guardare fissamente.

— Disturbo? domandò babbo Salvi con disinvoltura, presentando il cappello nuovo come uno scudo.

— Niente affatto! rispose allegramente Tito, andandogli incontro colla tavolozza, coll’appoggiamani e col pennello ancora in pugno. Qual buon vento? Sai chi è, babbo?

— È Primo Salvi.

— Proprio io, rispose Salvi, stringendo la mano di Tito, che per offrire una stretta aveva afferrato un pennello coi denti; proprio io; mi scusi, se ho tardato a venire da lei; il mio dovere era di venire subito.

Mattia, porgendo tutte e due le mani al collega disgraziato, disse:

— Sì, l’ho aspettato, ma non mi stia a parlare di dovere; l’ho aspettato per ringraziarlo, per dirle che con questo po’ di capelli bianchi mi sono innamorato. È stata quella sua figlia impertinente a farmi la burletta. Ho indovinato subito che era lei perchè lo aspettavo, ed anche perchè da un pezzo non viene più nessuno a trovare l’artista cieco; nessuno di quelli che ci venivano sempre, invece altri, che non erano venuti mai, mi fanno visita qualche volta, perchè la sventura ha almeno questo di buono, che concede da una parte quello che toglie dall’altra.

Gli anni e la cecità avevano reso Mattia verboso più del necessario; perchè, non potendo interrogare nella faccia degli interlocutori l’effetto delle proprie parole, non si sapeva contentare di dire le idee a mezzo.

Primo Salvi, senza pensarci molto, rispose:

— È vero, io non sono venuto mai, perchè ci venivano tanti.

Ma appena ebbe pronunziato queste parole, si maravigliò di scorgervi un significato tutto diverso da quello che egli aveva sempre immaginato; e non seppe dire a sè stesso se ora veniva a visitare l’artista cieco per generosità, oppure perchè tutte le piccole invidie, tutte le piccole collere, che gli erano sembrato fierezze grandi, fossero placate da una sventura. Era un quesito da risolvere a casa, più tardi, se ne avesse voglia; ma intanto poteva star sicuro che nell’intenzione di Mattia Bondi le parole avevano un significato ingenuo e che se vi entrava un tantino d’amarezza non era sicuramente per lui.

— Forse è stata un po’ di fierezza, confessò umilmente babbo Salvi; ho sempre temuto di essere confuso cogli adulatori. Io sarei stato schietto... avrei detto il mio pensiero...

— Mattia ascoltava con molta docilità, preparato a sentirsi dire una piccola impertinenza....

— Non sempre sarei stato d’accordo cogli altri, perchè ciascuno ha le proprie... debolezze... ma quando le avessi detto che in sostanza... nessuno ammirava le sue tele quanto me... lei forse mi avrebbe messo nel mazzo con tutti gli altri.

Lusingato dal giro che aveva preso la frase in bocca di babbo Salvi, il cieco lasciava vagare sulle labbra un sorriso, che illuminava la sua testa gloriosa. E rispose lentamente:

— La lode in bocca d’un adulatore mi ha sempre dato il suono di una moneta falsa; mi è sempre piaciuta la sincerità, mi piace questa sua schiettezza.

Dicendo così, s’immaginava di essere propriamente nel vero, perchè infatti quella schiettezza di Primo Salvi lo accontentava. Se ne accontentò anche Primo Salvi, pensando che quando si dice schiettezza non s’intende già impertinenza brutale, e che quanto all’ammirazione...

Non ebbe tempo di compiere il proprio pensiero, perchè il cieco proseguiva:

— Ma non sa quante volte io mi sono occupato di lei, fin da quando espose a Brera, si ricorda? l’abbozzo d’una _Madonna della peste_... se ne ricorda?

— Altro! altro!

— Ha poi finito quella _Madonna_?

— L’ho cancellata...

— Peccato! Mi ricordo di aver notato certe nuvole basse che pesavano sulla terra come il flagello di Dio; da quel tempo non perdei di vista il nome suo, e mi accadde molte volte di fermarmi davanti alle sue tele, che non erano mai molto finite, se ricordo bene. Le pare?

— Altro! altro!

Babbo Salvi non voleva sviare quella lode, che gli andava in tanto sangue, ma in un’altra occasione avrebbe detto baldanzosamente che per lui quelle tele erano finite, che gli artisti veri devono vedere i quadri in un modo diverso dal pubblico grosso. Ma se avesse detto questo, probabilmente sarebbero entrati in una discussione, e allora l’artista cieco non avrebbe più potuto medicare le ferite che facevano tanto male a babbo Salvi. Lasciò che compiesse quell’opera di misericordia, senza interromperlo.

— Sì, signor Salvi; ho avuto sempre desiderio di conoscerlo, per incoraggiarlo; — mi sarebbe stato lecito incoraggiarlo perchè sono molto più vecchio di lei — le avrei detto che nei suoi abbozzi vi era sempre una pennellata che parlava. E dica, è vero che non vuol mai finire un quadro?

— Sì, è vero; confessò babbo Salvi; forse amo troppo l’arte mia, l’amo tanto da non mi accontentare; ho fatto nel mio cervello tanti quadri che mi sembravano belli, ma quando gli ho fissati con entusiasmo sulla tela, mi hanno lasciato dispettoso; allora gli ho cancellati, qualche volta col pennello, qualche volta colla pietra pomice...

Era la prima volta che babbo Salvi guardava in faccia il proprio peccato senza sentirsi umiliato e nemmeno pentito, perchè durante la confessione il cieco glorioso continuava a mormorare: _peccato_!

— Peccato! ripetè ancora.

E Primo Salvi compì la propria confessione.

— Così ho sciupato tutta la mia vita.

— Non dica così....

— Scusa, babbo, disse Tito dal cavalletto, volta un tantino la testa... a sinistra... così. — Scusi anche lei, signor Salvi, se continuo a lavorare; il tempo se ne va, e questa testa dev’essere finita per san Silvestro.

— Faccia il comodo suo... Il ritratto del babbo, non è vero?

— Sì, è una testa difficile...

Primo Salvi osservò attentamente il cieco, e dopo un poco convenne anche lui che la testa di Mattia era difficile.

— Che ci posso fare io? disse il cieco.

— Sì, ha una testa difficile, affermò babbo Salvi; e messo in vena di corbellare sè stesso, soggiunse: mi pare che io la cancellerei tante volte.

Fu una risata discreta.

— Mi vuol lasciar vedere quello che ha fatto? chiese il Salvi, e avuta la licenza si andò a mettere di fronte al cavalletto, stette un poco a guardare il ritratto e l’originale, e disse: “bravo!„

Ripigliando il posto di prima soggiunse:

— Pieno di luce!... Che cosa stavo dicendo?

Mattia non sapeva più.

— Quando?

— Io le diceva che colla mia incontentabilità, col soverchio amore dell’arte mia, ho sciupato la vita... e lei mi pare che volesse dire qualche cosa...

— Ah! Non dica così; le sue tele sono ammirate dagli intelligenti; ogni artista sa che un abbozzo può valere un quadro finito; sa che tante volte il quadro finito è il maggior nemico dell’abbozzo — solamente l’amore dell’arte va inteso con un po’ d’umiltà; finire i quadri incominciati è un dovere; il pubblico vuol la parte sua; e si può dire in odio del pubblico tutto quello che si vuole, ma se l’arte deve essere una missione, non si ha a dimenticare il pubblico, che dà il... pane, il plauso, il coraggio... e perfino la gloria.

Babbo Salvi non rispose. Ricercava in quelle parole gravi, pronunziate con una lentezza solenne, un significato che fosse rimasto inavvertito per lui; e non lo trovando, crollò il capo.

— La gloria! a vent’anni l’ho guardata in faccia anch’io; sembrava mi sorridesse; ma ora ho imparato che la gloria della pittura non comincia se non dopo che il pittore è ben morto.

Il cieco si oscurava in viso, ma Primo Salvi lo medicò così:

— Io conosco una persona, che ha meritata la gloria vera, ma è viva ancora, e non l’avrà forse se non quando sarà morta... il cielo la conservi! Tempo addietro questa persona ha avuto le sue battaglie; ora gli hanno dato una tregua perchè si è ammalata. Speriamo che guarisca e che il cielo confonda tutti gli avversari.