Part 3
Ma ne salutò fuggitivamente una, fu dal primo momento incatenato dalla bellezza dell’altra; la quale si era rizzata un momentino, e si era rimessa a sedere spargendo intorno a sè una malia, unicamente col moto del capo e con lo splendore degli occhi neri.
— Lei, signorina, è Giuditta? balbettò il poveraccio divincolandosi da quella bellezza feroce.
— Sissignore; e questa è Sofia, mia sorella. Il babbo ci ha mandato da loro perchè ci vedano; soniamo tutte e due, e ciascuna di noi può fare la lettura ad alta voce; mia sorella sa più di me, perchè è la maggiore; io sono più allegra. Ma di’ qualche cosa anche tu, Sofia.
— Che vuoi che dica? Abbiamo molta parte del giorno libera...
— E possiamo disporre di tutto il tempo necessario, interruppe Giuditta. Ma il pianoforte dov’è?
— Ci sarà domani, disse il cieco; ma prima mi dicano: quale di loro è la più paziente?
— Sofia!
— Lei che ha parlato è?...
— Giuditta.
Tito si lusingò che questa risposta potesse risolvere il quesito per Sofia, ma il cieco ci pensava ancora, e rispose:
— Brava Giuditta. E lei, Sofia, che cosa dice? È della stessa opinione?
— Mia sorella mi vanta sempre, non mi lascia mai tempo di dire bene di lei.
— Il bene che si può dire di me, lo posso dire io stessa, assicurò Giuditta: sono allegra... ecco.
Ma una lieve reticenza diceva a Tito: “io sono bellissima, e posso essere generosa con mia sorella, che, al confronto, è bruttina.„
Evitando di guardare quel fascino, Tito non sapeva come fare ad avvertire suo padre che Giuditta era troppo bella ed audace, e lui troppo giovine e troppo artista da resisterle a lungo. Ma per fortuna anche il cieco non si sentiva forte per risolvere addirittura, e non si potendo consultare con suo figlio fece una pensata.
— Sentano, signorine; il vecchio Salvi le ha mandate perchè io faccia la scelta; ma io, che sono un cieco astuto, le scelgo tutte e due. Vogliono? quando non potrà venire Sofia, verrà Giuditta; e quando mai una di loro avesse altre occupazioni o si annoiasse troppo leggendo e sonando per un artista invalido... potrà mandare sempre sua sorella. Vogliono?
— Altro che! disse Giuditta.
— Sono contento! e mi facciano il piacere di dire al babbo che il vecchio Bondi conosce e stima molto il Salvi.
— Grazie! rispose Sofia con un lieve tremito di contentezza, che non isfuggì al cieco.
Giuditta era attenta a spiare nello specchio dirimpetto se quel giovinotto fosse proprio tanto indifferente, come voleva parere.
Quando le due sorelle se ne furono andate, rimase nel cervello di Tito l’impressione dell’atto freddo con cui Giuditta lo aveva salutato in anticamera, guardandolo appena appena sbadatamente. Sofia invece gli aveva sorriso un sorriso buono, mostrando denti uguali e candidi, lo aveva guardato con occhi non tanto accesi come quelli di Giuditta, ma grandi, intelligenti e pensosi.
Veramente egli non aveva badato molto a Sofia, ma pure si ricordò di quegli occhi e di quel sorriso, quando il cieco gli chiese:
— Ebbene? Che te ne sembra? Sono belle, non è vero?
E siccome la risposta non fu pronta, Mattia lasciò fiorire sulle labbra la soddisfazione maliziosa:
— Vuoi sentire quel che penso io di quelle ragazze?
— Sì; sentiamo che concetto te ne sei fatto; io, per dire la verità, non ho ancora avuto tempo di farmene uno. Comincia da Giuditta...
— Giuditta è bella, o almeno crede di essere...
— È vero. È bellina, ma si crede bellissima.
— È magra... piuttosto alta, sì?... deve avere due occhietti piccoli che caccia in faccia alla gente; e forse non è nemmanco allegra, come si vanta...
— È vero, è verissimo, approvò Tito; ma in quel ritratto di maniera gli occhi meravigliosi chiedevano giustizia, e il giovane artista credette di essere coscienzioso correggendo così: solamente gli occhi di Giuditta non sono piccoli.
— Non sono però tanto belli, come quelli di Sofia... È vero?
— Forse; ma sono pieni di luce.
— Sofia, continuò il cieco incoraggiato dal buon successo, Sofia è più piccola, più modesta, più melanconica, più attenta. Dev’essere una di quelle buone figliuole che, nascondendosi sempre, dicono ogni giorno qualche virtù. Non ti pare?
Tito ci pensava.
— Può essere; ma non l’ho osservata bene.
— Segno che è brutta, disse Mattia; e questo mi dispiace.
Allora Tito si pentì d’essere stato troppo sincero, ed assicurò che al contrario Sofia era bella quanto Giuditta, ma che la sua bellezza non era di quelle che fanno colpo...
IV.
Il giorno successivo, dopo il desinare, venne Sofia, e rimase due ore col vecchio sonandogli Cimarosa. Quella musica gaia faceva penetrare ondate di luce nel cervello melanconico del cieco, il quale alla fine d’ogni pezzo diceva _brava_ e batteva le mani.
— Bravissima! disse in ultimo; e mi dica, signorina, lei non sente nell’allegria di Cimarosa una nota di pianto?
— Tutta la musica piange; rispose la fanciulla con semplicità.
— Può essere, soggiunse Mattia; dopo aver pensato un momento a quelle parole; quando si ha il cuore preparato alla melanconia, tutta la musica piange; ma io vorrei sapere che la mia piccola amica non è melanconica.
— Non sono molto allegra, ma nemmeno melanconica, assicurò Sofia timidamente; non parlavo di me: dicevo che la musica può sembrare allegra agli spensierati; è sicuro che certa musica non dice nulla, ma quella non è musica, è chiasso.
Parlava con parola facile ed armoniosa, ma si faceva rossa in viso come se il cieco potesse scorgere nella frase sfuggitale un’affettazione che essa non vi aveva messo.
Il cieco pensava invece:
— Questa bella donnina è piena di sentimento; peccato che Tito non sia rimasto!
Tito non era rimasto perchè si teneva sicuro che sarebbe venuta Giuditta, e non gli spiacendo mortificare la vanità di quella civettuola, voleva anche sottrarsi al fascino. Perchè, ahi!... Tito, avendo frugato nel proprio cervello, aveva riconosciuto che una medesima cellula nutriva uno stesso amore prepotente per l’arte e per la bellezza. E ancora aveva visto che Mattia non era l’uomo più adatto per arrestarlo sulla china della corbelleria quando mai si fosse incamminato ad innamorarsi un’altra volta; piuttosto vi avrebbe contribuito con uno spintone paterno.
Ora quando il cieco gli disse della venuta di Sofia, e della bellezza e delle grazie e della bontà di quella creatura, il giovane artista disse in segreto: “Me lo dovevo immaginare: Giuditta verrà, domani, ma Oloferne difenderà la propria testa, non si lasciando trovare in casa.„
Diceva questo un po’ per celia, un po’ per davvero; non gli dispiacendo di corbellare sè stesso, esagerava la debolezza erotica del proprio temperamento.
Ma il giorno dopo venne ancora Sofia, e allora il giovine non seppe più che cosa pensare. Decise di rimanere sempre in casa di piè fermo.
La bellissima fanciulla non venne nemmeno il domani; e quando Tito vide Sofia arrestarsi nel vano dell’uscio a salutare timidamente, ebbe per istinto un po’ di rancore che si riserbava a spiegarsi più tardi. Ma fu cortese con quella ragazza meschina, che sembrava scusarsi di non essere bella quanto Giuditta.
— Sono sempre io, disse sorridendo; mia sorella non ha potuto venire.
Il cieco non nascose la propria contentezza, e rispose:
— Lei, signorina, è sempre la benvenuta; fra di noi s’è già fatto amicizia; più tardi faremo amicizia anche con sua sorella, ma sono contento che essa non abbia potuto venire oggi. Così mio figlio potrà sentire come suona lei la nostra vecchia musica.
Così dicendo teneva il capo rivolto verso Tito, come per aggiungere sottovoce:
— Esamina bene questa donnina; non è vero che è proprio bella? Osserva come guarda, come sorride; con che vocina e con che manierine parla. Quando avrò finito io, fammi il piacere di dirle anche tu una parola gentile.
Tito intese ogni cosa, e non titubò menomamente nell’accontentare quella ragazza bruttina, che gli chiedeva misericordia con due grandi occhi buoni, con un visino patito, con una bocca troppo grande.
Fece anche di più. Sapendo di non correre pericolo, si tenne accanto a lei, quando essa fece correre le dita sulla tastiera come per risvegliare il pianoforte. E quando, dopo molte volate, arpeggi ed ottave da stordire, annunziò la sinfonia del _Barbiere_, Tito si mise tranquillamente a sedere in modo da guardarla in faccia. Pericoli non ce n’era proprio. Non ostante il proprio temperamento amoroso, potrebbe stare dinanzi a quella ragazza tutta quanta la vita senza scaldarsi la fantasia. Fu il primo pensiero che gli venne questo di domandarsi come mai una linea sbagliata in una faccia femminile possa mutare tutto l’ordine di sentimenti che sarebbe capace d’ispirare. Guardando ben bene Sofia, mentre sonava a capo basso, Tito notò che la faccetta pallida aveva un ovale delicato, che la fronte sua era pura come se non fosse stata mai invasa da altre idee fuor che da quelle suggerite da Gioachino Rossini; notò gli occhi buoni velati da lunghe ciglia, che ogni tanto si alzavano ad interrogare la musica; notò che nel mento tondeggiante si scavava una fossetta. E infine convenne che quella testina avrebbe potuto ancora scaldare la testa d’un giovinotto, il quale non fosse mai stato al fuoco vivo, come era stato lui, se un pennello intelligente avesse potuto assottigliare l’estremità del naso, cancellare un po’ di bocca.
La sinfonia del _Barbiere_ faceva ancora il chiasso delle ultime battute, quando Tito, rimasto incolume, ne aumentava il rumore battendo le mani.
— Brava! Brava! Brava! disse il cieco, e rivolgendosi a suo figlio aggiunse: che cosa te ne pare?
Tito, potendo guardare al sicuro gli occhioni sereni, ne abusava fino a dar soggezione alla ragazza.
— La musica che preferisce lei, signorina, è proprio questa del _Barbiere_ che ci ha sonato con tanta grazia?
Sofia fu sincera; a costo di ferire l’ideale del cieco, disse che il suo gusto era per la musica più moderna e più... sentimentale.
— Bellini, allora; fu pronto a suggerire Mattia, oppure Donizetti...
— Sì, ma Bellini e Donizetti hanno fatto cantare la voce umana; non hanno fatto parlare il pianoforte come Beethoven, Chopin...
E senza aspettare d’essere pregata, incominciò la _Sonata appassionata_, mandando in estasi il giovine artista e accontentando il vecchio. Quando poi la ragazza, lasciandosi trasportare dal proprio temperamento, sonò la _Marcia funebre_ dì Chopin, Mattia trovò una lagrima negli occhi ciechi.
— Scusi, disse Sofia vedendo il vecchio intenerito a quel punto; scusi, non credevo di farle pena.
— Non me n’ha fatto, sono anzi contento; gli occhi mi servono ancora a qualche cosa, se hanno potuto piangere.
In quelle due ore la ragazza finì di guadagnare il cieco, il quale volle baciarla in fronte.
— Il tempo è freddo; si copra bene, signorina; cacci le mani nel manicotto, perchè se le venissero i geloni non potrebbe più sonare come ha fatto oggi... E dica... dove abita lei? chi l’accompagna a casa?
— Sto a quattro passi di qui, e non ho paura della gente.
— Non importa che lei non abbia paura; oggi è domenica, vi sono sempre degli ubbriachi per le vie; se mi permette l’accompagnerò io... disse Tito.
— Grazie, non è necessario; ci ho già chi mi accompagna.
Si fece rossa in viso all’idea che queste parole potessero essere intese malamente, e si affrettò a soggiungere:
— Ci ho mio cugino...
Ancora non bastava. Balbettò una parola: Tonio...
— Buona notte! disse poi rinunziando a giustificarsi.
— Buona notte! ripeterono Bondi padre e figlio. Il vecchio aspettò che la ragazza fosse uscita per dire:
— Ha l’innamorato! Ma già bisognava immaginarlo! È tanto bella!
Tito non fiatò, e Mattia aggiunse fra sè e sè: _peccato_!
V.
Tonio aspettava all’aperto da un’ora almeno, con le mani in tasca, interrogando ogni tanto il cielo rigido, che prometteva una bella nevicata per ceppo; stando sulla soglia di casa Bondi, batteva i piedi perchè non s’irrigidissero, oppure attraversava la strada, per mutare maniera di battere i piedi, ma senza mai perdere di vista il portone di casa.
Finalmente la fanciulla aspettata apparve:
— Tonio! eccomi.
— Oh! sei tu? disse il giovinotto.
— Sì, sono ancora io.
Si strinse nello scialle e si avviarono a braccetto.
Per un poco tacquero tutti e due. Sofia si era accostata il manicotto di pelo alla bocca, Tonio pensava a quello che potrebbe dire per uscir dal silenzio.
— Giuditta non ha potuto venire nemmanco questa volta, disse la ragazza; me ne dispiace.
— Non fa nulla, rispose melanconicamente Tonio; e poi, senti, quasi è meglio così; tu sei tanto buona, con te posso parlare; essa invece non mi ascolta.
— Che cosa hai di nuovo a dirmi? interrogò Sofia parlando nel manicotto.
— Sempre le stesse cose; ho fatto scuola tutto il giorno, ma non me la sono potuta levar d’attorno un momento; essa è stata sempre lì nel mio cervello, indifferente e bella... tanto bella e tanto indifferente!
— Povero Tonio!... Ma chi sa poi se Giuditta è tanto indifferente come te l’immagini. Un po’ di bene te lo vuole di sicuro...
— Questo sì! assicurò il maestro di scuola lasciandosi andare alla credulità; anche l’altr’ieri mi ha detto: se tu mi potessi offrire uno stato come voglio io, non avrei nulla di più caro che d’esser tua, Tonio. Te lo ricordi; ha detto proprio così: _non avrei nulla di più caro_.
Ma, ricadendo subito nella sfiducia, aggiunse:
— Sicuro; se io potessi darle lo stato che desidera!
Diceva questo con molta melanconia, ma senza ombra di amarezza, come se fosse una cosa stabilita così, dal cielo o dall’inferno.
— Lo sai tu, Sofia, qual è lo stato che accontenterebbe tua sorella? Io glie l’ho domandato tante volte, e non mi ha mai risposto. E pure, se essa mi amasse solamente un poco, si potrebbe essere tanto felici insieme! Facendo scuola tutto il giorno mi busco da vivere; e quando vedessi la necessità di fare la scuola serale, sarei tanto contento di affaticare il doppio per lei. E poi, non ha la sua musica? potrebbe dare delle lezioni anche essa. A me sembrerebbe una cosa tanto facile essere felici in due. Non pare a te pure, Sofia?
La domanda era di quelle che non aspettano risposta. Fecero un tratto di strada in silenzio, poi Tonio ripigliò:
— Bisognerà pure che mi risolva a non pensarci più; a dirle che cerchi la sua felicità per un’altra strada. Non troverà Tonio a darle noia, te lo assicuro io. Al mondo ci sono tante belle ragazze... e un uomo vale quanto un altro.
Sofia acconsentì a ridere un momentino; poi disse seria:
— Basta saperla aspettare, la felicità arriva sempre; nessuno ne è più degno di te, povero Tonio!
— No, non mi compiangere; non voglio essere il povero Tonio; io sarò infelice, ma forte. Vedrai; tu non mi conosci ancora, anche Giuditta non sa come sia fatto il cuore, che le ha chiesto l’elemosina. Verrà giorno in cui saprò venirle incontro, e fissare gli occhi nella sua bellezza senza tremare. Vedrai.
Tacque per dar tempo a quella visione di formarsi tutta nel suo cervello. Tante volte vi si era provato inutilmente; ma ora che l’aveva presentata a sè stesso a voce alta, gli sembrava una cosa facile. Si vide tanto indifferente quanto era stato appassionato, sicuro di sè quanto era stato debole nell’umiliarsi; ascoltava il suono melanconico delle parole che avrebbe proferito; erano poche parole gravi e virili da meravigliare molto la bella creatura. Senza verun proposito di vendicarsi, egli forse sarebbe vendicato.
— Vedrai!... ripetè a questo punto.
La visione continuava. Ora nel cervello di Tonio si presentava Giuditta innamorata e melanconica; diceva: “Tonio, possibile che tu non mi voglia più bene?„ e Tonio rispondeva: “il mio cuore se n’è andato; che cosa vuoi farne di un uomo che non ha il cuore? Tu sei giovine e bella; innamorati di un altro e sarai felice.„
Erano giunti in vista della casa abitata da babbo Salvi; ad una finestra tonda del quinto piano, sopra le grondaie, appariva la luce di una candela. La visione scomparve.
— Ci è lume alla sua finestra! mormorò il giovane; chi sa mai a che pensa?
— Addio, Tonio, disse Sofia scostando il manicotto dalla bocca; fatti coraggio!
— Oh! sì, sì; ma tu dille...
— Che cosa vuoi che le dica?... chiese Sofia dopo avere aspettato inutilmente.
— Non le dir nulla; sarà meglio.
L’accento smentiva le parole.
Sofia si curvò per passare l’usciolo basso e stretto che si apriva nel portone chiuso, si volse ancora nell’ombra, chinandosi a stringere la mano di suo cugino.
— Coraggio! ripetè sospirando.
— Vedrai... vedrai...
Non disse altro; la ragazza scomparve.
Tonio attraversò la via e stette un poco a guardare la luce immobile, che scendeva melanconicamente dal quinto piano; poi la luce si mosse, e il poveraccio pensò: “Ora Sofia è arrivata, ora le parla di me.„
Alla finestra tonda si accostò un’ombra, una faccia appiccicandosi al vetro guardò nel buio; sembrava dire: “Sei lì, povero Tonio? ascolta come batte il tuo cuore.„
Poi la luce e l’ombra della finestra si agitarono un’altra volta, scomparvero; sulla strada il cuore innamorato martellava ancora.
“Figliuole, disse il vecchio Salvi, vedendole venire dalla loro camera; la cena è pronta, e voglio che mi diciate qualche cosa di questa cavolata.„
Giuditta si affrettò a guardare nella pentola fumante, e non ci vedendo altro che fumo, domandò:
— Che cosa ci è dentro?
— Ci è un cavolo, disse ridendo; ma ci è proprio. E ci è ancora molta cotenna di lardo, e il poco lesso avanzato dal desinare. Voglio che me ne diciate qualche cosa...
Sofia si affrettò a scodellare, e Giuditta potè accontentare il babbo, dicendo:
— Buona! bonissima; ma scotta!...
— E tu, Sofia, che ne dici?
Sofia aveva scodellato la grossa porzione di suo padre, e scodellava la propria.
— Buona! disse approvando con un cenno del capo e con un sorriso.
— E allora, buon appetito! consigliò il vecchio soddisfatto della propria parte di cuoco.
Per non mangiare in silenzio, il vecchio Salvi, che quel giorno era di buon umore, intercalava ogni tanto delle esclamazioni che dicessero alla sua progenitura, a sè stesso e agli invisibili il buon effetto prodotto da ogni cucchiaiata.
— Questa è scesa diritta perchè sapeva dove andare — quest’altra ha riempito un posticino in un cantuccio — questa ha fatto tacere un nervo affamato che gridava troppo forte — questa...
Le ragazze ridevano per incoraggiare il babbo, il quale propose un quesito:
— Vediamo: perchè noi tre assomigliamo ai giocatori di bussolotti?
Le ragazze si guardarono in faccia esagerando il loro sbigottimento.
— In questo momento solo, oppure sempre? domandò Sofia.
— In questo momento, disse il babbo a bocca piena.
Ci pensavano; e Giuditta disse:
— È troppo facile: perchè facciamo sparire la cavolata...
Babbo Salvi fece un risolino malizioso.
— Ci sei andata vicino...
E Sofia disse:
— Perchè la cavolata è calda, e ad ogni cucchiaiata noi ci soffiamo dentro prima di metterla in bocca...
— Al soffio la cucchiaiata sparisce... e il giuoco è fatto. Brava Sofia!
Dopo aver riso forte, continuò a sorridere.
Quando le ragazze vedevano di buon umore il babbo, erano sicure che egli era contento della propria pittura; ma non era avvenuto mai che dopo aver fatto sparire la cavolata, o il risotto, o il minestrone, comparisse qualche altra ghiottoneria. Questa era un’arte di prestigio ignota ancora a babbo Salvi. Invece quel giorno babbo Salvi sbottonò la giacchetta, e dalla tasca interna con molta malizia estrasse un involto rosso che depose sulla mensa. Le ragazze si curvarono più del necessario a guardare il fenomeno, e Sofia, come se non potesse più resistere alla curiosità, allungò un dito per toccare; incoraggiata dall’esempio, Giuditta fece altrettanto. Avevano fiutato che si trattava di cacio di Gorgonzola, ma stettero ferme ad aspettare che il babbo lo avesse rivelato come gli paresse meglio per mantenere il tono del buon umore.
La celia di babbo Salvi fu questa, di scoprire lentamente l’involto rosso per lanciarne apparire un altro blu, e di nuovo uno rosso, e ancora uno blu; finchè, dopo molto ridere, Sofia e Giuditta di comune accordo dichiararono che avevano capito tutto, e che tutti quegli involti non vestivano un bel niente. Allora il genitore si affrettò a spogliare di altre due camicie il cacio di Gorgonzola, che apparve tutto nudo, trionfando sulla mensa.
— Che idea ti è venuta quest’oggi di portare a casa il cacio di Gorgonzola? interpellò Giuditta.
Babbo Salvi non rispose, ma brandendo il coltello con molto mistero spartì la gorgonzola in quattro parti; ne offrì una a ciascuna delle figlie, una a sè stesso, lasciò l’ultima sulla mensa per gl’invisibili. Quest’ultima porzione era piccolissima, perchè, secondo la dottrina del pittore Salvi, gl’invisibili sono bensì ghiotti e vogliono mangiare di tutto, ma si contentano di poco.
All’ultimo disse:
— Non vi voglio far penare; Nerone mi ha dato tre numeri; gli ho giocati, ed ho vinto...
— Quanto? dissero insieme le ragazze.
— Poco... trenta lire; ma mi fanno comodo.
— Gl’invisibili potrebbero essere più generosi, disse Giuditta; per essere stato imperatore di Roma, Nerone non è splendido.
— Contentiamoci, Giuditta; Nerone fa quel poco che gli è concesso nell’altro mondo, dove non sono più nè imperatori nè sudditi, ma solamente spiriti alti e bassi... che non possono far male...
— Per fortuna! interruppe Giuditta, se no il tuo Nerone sarebbe capace di ricordarsi le prodezze che compiva in terra; per esempio quando...
— Taci... disse Sofia.
In quel punto si udì un colpo secco sulla credenza; i tre commensali si guardarono in silenzio. Poi babbo Salvi cominciò a parlare con voce profonda e cogli occhi fissi sul punto dove si era manifestata la collera dell’invisibile.
— Nerone, se pure l’amico nostro non ha avuto le sue ragioni di umiliarsi pigliando ad imprestito questo nome odioso, Nerone è mutato. Se gli sarà concesso d’incarnarsi un’altra volta, darà prova di pentimento con tutti; ma intanto con babbo Salvi e con voi altre si è sempre comportato con bontà, e noi lo ringraziamo di tutto cuore.
Il vecchio artista parlava alla credenza con voce melliflua, per pigliare colle buone lo spirito di Nerone; e quando ebbe finito aspettò un momento ancora per essere sicuro di averlo placato, poi, mutando modi e con un accento stizzosetto, disse a Giuditta:
— Già da te non si può mai avere una parola indulgente; la signorina è sempre pronta a condannare; prego il cielo che tu non abbia mai bisogno d’essere compatita ed assolta.
Giuditta non si scompose, ma allungò un braccio verso suo padre; aveva la mano candida al cui paragone la bianchezza sospetta della tovaglia faceva una figura pessima; e senza muovere il corpo menomamente per accostarsi, agitava le dita sulla mensa, perchè il vecchio vi pigliasse una carezza.
Egli volle resistere ancora un poco, disse che quella severità nel giudicare gli altri avrebbe poi dovuto essere accompagnata da qualche altra virtù (e non espresse quale), da qualche altra cosa (non disse nemmeno più virtù), da... insomma...; e allora si arrese, e strinse la manina inquieta che si moveva sulla mensa.
— Caro! disse Giuditta; m’impazientavo, sai? Dunque si ha proprio a dir grazie a questo spirito se ha mandato un ambo?
— E a chi vorresti dirlo? chiese il vecchio.
— Non so bene; lo direi, mi pare, al caso indifferente...
— Dicessi almeno: “alla provvidenza,„ interruppe Sofia.
— Per te tutto è provvidenza. Quando un padre di famiglia si ammala, la malattia è stata provveduta perchè i figliuoli patissero l’appetito. E se il padre muore, è la provvidenza o la società che lo fa almeno seppellire?
— La società obbedisce alla provvidenza, disse Sofia.
— E per obbedirle, fa strillare gli orfani, non è così?...
— I disegni dell’invisibile sono impenetrabili, assicurò con voce grave il vecchio pittore.
Ma Giuditta non dava retta; la boccuccia bella voleva dire ancora poche parole, e le disse: