Part 2
Solo suo padre non si era lasciato ingannare; nell’umore taciturno del figliuolo, nelle tele che incominciava e non finiva, egli aveva visto che Tito pensava ancora a quella donna fatale; solamente sbagliava anche lui, come la famiglia artistica, attribuendo la persistenza della malattia amorosa ad un desiderio insoddisfatto. Tito avrebbe potuto dire che Cesira, impietosita da un amore ingenuo e forte come non avrebbe mai incontrato il simile sul palcoscenico, si era data a lui interamente; che gli sonavano ogni tanto nel cervello le parole drammatiche della resa; che vedeva ancora l’atto indifferente ma tragico con cui si era rassegnata al sagrifizio; e che sentiva ogni volta il turbamento infernale di quell’ora di paradiso.
“Voglio contentarvi; voglio che non pensiate più a me, voglio che mi possiate dimenticare.„
Erano le parole che Tito aveva ripetuto a sè stesso mille volte per sentirne ancora il suono; non ne mancava una. Dopo di che Cesira aveva chiuso gli occhi... Ah! li chiudeva anche il giovine quando non si voleva credere abbandonato del tutto.
Ma erano passati molti mesi e Cesira non aveva dato nessuna notizia di sè. Un giorno, da Buenos Ayres, giunse finalmente una lettera della commediante; annunziava di essere divenuta la prima amorosa, d’essere applaudita ogni sera, di essere finalmente arrivata e felice. _Arrivata_ e _felice_ erano sottolineati. E conchiudeva:
“Nulla mi manca, proprio nulla, perchè io sono madre d’una bella bambina, e siete stato voi a darmela. Non ve lo volevo dire, sapete! perchè vi conosco e temevo che questa notizia potesse guastare la vostra pace, mentre a me ne dà tanta. Ci ho pensato meglio; e vi dico che mi avete resa gloriosa, dandomi l’unica felicità che mi mancasse. Non v’inquietate di nulla e siate felice anche voi; io amerò molto la mia creatura, e le ho già insegnato il nome vostro.„
Il povero giovane lesse due volte come uno smemorato; non sapeva bene che cosa andasse ricercando nella notizia allegra che rimescolava tutto il suo vecchio dolore; ma finalmente, in un angolo di quella lettera di quattro pagine fitte, trovò queste parole dimenticate dalla prima amorosa nella foga dello scrivere e aggiunte dopo, probabilmente quando ebbe recitato a voce alta ciò che aveva scritto: “La mia bambina si chiama Bianca...„
Il primo pensiero di Tito Bondi era stato quello di correre, come si trovava nello studio, senza cappello, in maniche di camicia, difilato a Buenos Ayres per baciucchiare la propria creatura, e anche per stringersi al petto quella madre tanto bella, e pregarla, e scongiurarla, e costringerla, se fosse necessario, ad accettare il nome, la casa, l’avvenire, tutto il grande amore che le aveva già offerto una volta. Ma siccome quel viaggio richiedeva quasi un mesetto, e i vapori postali non partono tutti i giorni per la Plata, ebbe agio di riflettere, e formulò un telegramma conciso ma chiaro, che gli parve dover riuscire efficacissimo.
“Tito felice rinnova proposta, scongiura torniate subito; vi aspetta col primo postale. Scrive.„
Rileggendo, si era avveduto che bisognava cancellare le parole _rinnova proposta_, perchè potevano dare l’idea d’un dubbio; rileggendo ancora, cancellò la parola scrive. Ma quando ebbe fatte queste cancellature, e mandato il dispaccio, non essendo ancora ben sicuro che Cesira si arrendesse, scrisse.
E dimostrò con molte parole questo unico assioma: “La felicità che non mi avete concesso e che io non vi chiederei più, è diventata una necessità, un dovere per tutti. Non vi è lecito respingere l’uomo che vuol essere il padre della propria creatura.„
Mandata questa lettera che decideva dell’avvenire, ebbe bisogno di raccogliersi per fare nella solitudine molte riflessioni inutili. Il risultato fu che, scrivendo a quel modo, scrivendo senza riflettere, scrivendo subito, egli aveva fatto molto bene per molte ragioni.
Notiamole in buona fede: _perchè_ il dovere va innanzi a tutto; _perchè_ non vi è maggior dovere di quello che stringe un padre a sua figlia; perchè l’istinto stesso dell’amore è fatto di pietà; perchè il sangue...
Il perchè del sangue non entrò bene nemmeno nel cervello di Tito, il quale, volendo immaginare come era fatta la piccina a cui aveva dato la vita, non trovò mai altro che le forme della madre tanto bella.
Tutto quel giorno aveva avuto la febbre; si era detto cento volte; “a quest’ora Cesira ha ricevuto il telegramma, pensa ai fatti suoi, parla al capocomico, si decide, telegrafa per avvisare la partenza...„
Quando il suo pensiero infilava questa strada, Tito era proprio felice, e se non si buttava nelle braccia di suo padre e non gli confidava la sua grande speranza, era perchè il suo pensiero si metteva subito in un viottolo cieco, dove il desiderio trovava prima una muraglia alta e forte, l’indifferenza della donna, poi una più alta e più forte, la vanità della commediante.
E nondimeno, dopo aver aspettato un telegramma senza molta speranza per due giorni interi, si era accorto che al suo dispaccio mancava qualche cosa d’essenzialissimo, e lo corresse con un altro:
“Se vi occorre denaro per viaggio, telegrafate.„
Cesira non telegrafò, non venne col primo postale, nè col secondo, e nemmeno scrisse. Tutte le notti Tito sognava Cesira; la sognava bella ed arrendevole come era stata una volta; la sognava innamorata. Svegliandosi, trovava il proprio desiderio inquieto di farla sua per sempre. In queste visioni del sonno e della veglia, egli voleva che entrasse anche la bambinetta color di rosa, altrimenti non sarebbe stato degno del nome di padre; ma vi entrava fuggitivamente, quasi chiedendo scusa all’uomo buono, che le faceva l’elemosina di chiamarla figlia.
Tito sapeva che tutti i mercoledì parte un vapore postale per la Plata; e non volendo darsi vinto, aveva scritto ogni lunedì una lettera di quattro pagine fitte, crescendo il tono ogni volta, aumentando in buona fede la tortura che diceva di patire perchè non poteva nemmanco immaginare il visino gentile della sua Bianca. Dopo molti mesi di silenzio aveva annunziato disperatamente che se Cesira non rispondesse quest’ultima volta, non avrebbe scritto più nulla, ma sarebbe venuto in persona.
Minacciata così, Cesira rispose una lettera che faceva cascar le braccia.
“Io non potrei essere vostra, perchè sono di altri, perchè sono stata di tanti. Credetelo. Non ho mai amato nessuno, sono incapace di amare; voglio bene unicamente alla mia piccina, e sono grata a voi che me l’avete data. Siete giovane, siete artista, innamoratevi d’una buona fanciulla, come ce ne sono tante, e sarete felice.„
Tito Bondi si era proposto di non dir nulla a suo padre finchè ogni cosa fosse intesa; diceva a sè stesso: “non sgomenterò quella cara testa che sogna finchè non sia venuta l’ora;„ ma quando vide crollare tutta la sua speranza, si sentì preso da una pietà di sè stesso, che lo indusse a ricercare una parola di quel sicuro amore.
Mattia crollò il testone canuto, e trovò per istinto la via del cuore di quell’ammalato. Disse melanconicamente:
— La tua malattia la conosco; so che pene fa soffrire.
Non disse altro, ma con queste parole si assicurava la confidenza; e infatti il giovine, sapendo di trovare scavato nell’anima di suo padre uno stesso dolore, spento ma intelligente ancora, si era affrettato a versarvi tutto sè stesso.
Quando avevano letto insieme quella lettera che non lasciava sopravvivere nulla, Tito disse con amarezza: “è una commedia„ e Mattia rispose: “sì, è una commedia, ma è sincera.„
E spiegò il proprio concetto:
— Tutte le commedianti scaltre fanno così; mettono sempre una parte della verità negl’inganni. I più bravi a far la commedia sono quelli che possono qualche volta ingannare sè stessi. Ai miei tempi ho visto tante attrici piangere; ne vedrai tu pure. Ciò che scrive Cesira è la verità, e ti puoi chiamare fortunato se nella commedia che fa in questo momento a Buenos Aires, chi sa con chi, a te siano toccate le parole sincere. Fa a modo mio; non ci pensare più se puoi; ma quando ci pensi, voglio che ne parli al tuo vecchio amico. Guariremo più presto, e se avremo la fortuna di innamorarci d’una buona fanciulla...
Tito aveva protestato in silenzio, accontentandosi di diniegare con un moto del capo; all’ultimo aveva interrotto per assicurare in buona fede:
— Credilo, babbo mio, Cesira od un’altra sarebbe per me indifferente; ma il pensiero che quella disgraziata è madre, e che il mio amore è risponsabile d’aver dato la vita ad un’infelice...
Mattia fu brutale, e non gli lasciò finire la frase.
— E che ne sai tu se quella bambina è nata della tua colpa? La madre non ti scrive forse che si è data e si dà ad altri? sarebbe capace di ricominciare se tu facessi la corbelleria di sposartela.
— La sua stessa schiettezza... balbettò Tito scoraggiato; la sua abnegazione... il suo disinteresse...
E allora Mattia fu indulgente; prese nelle proprie la mano di suo figlio e gli parlò semplicemente, in tono dimesso, coll’aria di non volerlo nemmeno convincere.
— Pensiamoci insieme: vediamo quanto valga la schiettezza d’una commediante, se non sia sempre un inganno, anzi il più audace degli inganni. Vediamo se in quella che chiamiamo abnegazione non entri là vanità — perchè se vi entrasse appena appena, non crederemmo più all’abnegazione. Al disinteresse poi, non ci credo assolutamente. Chi sa a quanti altri avrà affibbiata quella maternità di cui si dice orgogliosa...
— Ora sei ingiusto, babbo; essa non domanda nulla...
— Perchè non ha bisogno; perchè forse ottiene senza domandare. Chi ti assicura che non domanderà più tardi, quando, avendo bisogno, non sarà sicura di ottenere? Ma allora sarai guarito e potrai anche far l’elemosina, se ne avrai voglia...
— Ti assicuro che io sono guarito...
— E se scendi in fondo alla tua coscienza, disse Mattia, vedrai che lo scrupolo paterno non entra per nulla nella tua smania.
Egli non disse, e sarebbe stato inutile, che nell’anima inquieta di Tito viveva ancora il desiderio di quella vaghissima madre.
Ci viveva tanto, che quel giorno stesso il giovine aveva inviato un’altra lettera dicendo (che cosa non disse in quella lettera di otto pagine?) dicendo che, se volesse tornare, ora e sempre, lei e la sua creatura sarebbero accolte a braccia aperte.
Aveva scritto senza confidarsi con anima viva, ma si pentì e non volle serbare segreti per suo padre, il quale disse unicamente questa parola: _aspettiamo_.
Aspettarono infatti insieme otto settimane ancora, immaginando che Cesira pensasse meglio ai casi suoi; poi Mattia non aspettò più, e Tito aspettò ancora per molti mesi.
Mattia il glorioso era arrivato al quarto d’ora della disgrazia. La provvidenza, abbandonando lui, lo mise in braccio a suo figlio, che aveva anch’esso un gran bisogno di staccarsi dalla smania amorosa per guardare in faccia a un dovere. Per dir tutto in poche parole: Mattia si ammalò di paralisi, complicata di amaurosi. Col tempo la paralisi fu vinta, ma l’amaurosi rimase: Mattia era condannato a non vedere mai più i capolavori proprii, a non leggere mai più le appendici delle gazzette. Le quali, tutte d’accordo, stamparono che l’illustre, il venerando Mattia, il pittore, che aveva dato all’arte tante tele celebrate, non avrebbe dipinto più nulla.
In quel coro si erano uniti con tutta la buona volontà _Sincerus_ e _Novus_, adoperando press’a poco le parole medesime. Se non che _Sincerus_ si accontentava di chiamare _illustre_ il povero cieco; _Novus_ aveva abbondato negli epiteti e gli dava ora dell’_illustre_, ora del venerando, e una volta dell’_illustre_ e _venerando_ insieme, per farla finita.
III.
La cecità era stata un colpo crudele della sorte per quel vecchio glorioso. Per due anni interi aveva consultato gli oculisti più famosi, non ricevendo mai nessuna lusinga, ed egli lusingandosi sempre; s’immaginava e diceva che un bellissimo giorno, fissando la parete nera che gli stava sempre davanti agli occhi, la vedrebbe accendersi e splendere, da costringerlo a chiudere le palpebre.
“Vedrai, aveva detto a suo figlio, il mio malanno è venuto a un tratto, e così se n’andrà.„
Ringraziava i critici, che quando lo avevano creduto spacciato si erano accorti che egli poteva essere _illustre_ e _venerando_, ma era sicuro che un giorno dovrebbero rintascare quelle lodi prodigate come monete, che sonerebbero per l’ultima volta per non avere corso mai più.
“Voglio vederli ridiventare avari, quando avranno visto e toccato che io sono vivo ancora, e ancora artista.„
Tito diceva sempre di sì, e metteva anzi nella bugia un tantino di enfasi perchè dal tono di voce il vecchio la potesse credere la verità.
Ma due anni di aspettazione e di fede stancano anche le illusioni più robuste.
Nella notte che lo circondava, il tempo, come lo spazio, si era perduto a poco a poco, e se ora Mattia guardava ad un avvenire, altro non vedeva se non il proprio passato glorioso continuarsi nel presente. E perciò si era rassegnato.
Quell’inverno si era fatto portare nello studio un’ampia seggiola e aveva voluto che fosse collocata innanzi al finestrone per modo che il sole ad una certa ora gli battesse sulle gambe. Stava là per ore intere, in silenzio, poi a un tratto sorrideva ad un’immagine gioconda che si era affacciata nel buio.
— Che stai facendo ora? domandò un giorno a suo figlio.
— Metto un po’ di nero nel fondo per staccare meglio la figura; ma ho quasi finito; un momentino ancora e ti dirò se sono contento.
Quando seppe che la macchia nera del fondo faceva bene nel quadro, e che la figura aveva più aria di prima, il vecchio artista fece una domanda inutile, alla quale Tito rispose semplicemente, dopo di essersi curvato a guardare meglio l’espressione della faccia del cieco.
— Babbo, tu pensi ad altro.
— Non è vero, disse Mattia, ma col sorriso smentiva la negazione.
— Tu hai qualche cosa da dirmi, continuò Tito; dimmela subito. —
Prima Mattia rise forte all’invito amorevole, poi si fece serio e tacque lungamente, mentre suo figlio continuava a lavorare davanti al cavalletto. A un tratto, come se continuasse un dialogo avviato, il cieco entrò a dire:
— Io ho capito tutto; il babbo tuo ci vede ancora.
— Che cosa hai capito? balbettò Tito, curvandosi per istinto a guardare suo padre negli occhi; hai indovinato il tema del mio quadro nuovo? Volevo tacere perchè mi vergognavo della mia debolezza; sì, babbo, hai ragione; quella donna si è cacciata nella mia testa, e non avrò pace fin che non ne l’abbia fatta uscire. Tu sai che agonia è copiare un’immagine, che si affaccia nel cervello e si nasconde. Però posso dirti che come artista soltanto m’innamora, ma come uomo, è una cosa finita, propriamente finita.
Mattia non rispose, ma continuò a sorridere in un certo modo misterioso.
— E credi che arriverai in tempo? disse poco dopo.
— A che?
— La sai bene la massima mia; tutto il lavoro incominciato nell’anno dev’essere finito a San Silvestro.
— Spero, disse Tito; ma quelle parole e il lieve sorriso che durava ancora sulla faccia serena del cieco gli fecero venire un’idea. E subito staccò silenziosamente dalla parete un telaio preparato, e, lì per lì, con pochi tocchi di carbone segnò le prime linee d’una testa pensosa che s’incorniciava nella spalliera altissima d’un’antico seggiolone.
Il cieco stava in ascolto.
— Ora non capisco più; sento lo sfregamento del carbone sulla tela nuova; tu lavori sopra un altro telaio?
— Sì, rispose Tito ridendo; è una testa molto difficile; quando le teste sono difficili il miglior sistema è di cancellarle; ma io non cancello, perchè in quello che ho fatto ci è del buono.
E Mattia fu lusingato di sapere che egli aveva una testa difficile.
— Ma se tu ci vedi meglio di me, soggiunse il giovine artista dopo un lungo silenzio, è inutile che facciamo la commedia; dimmi la verità: non ti fai un’idea della tela che sto dipingendo?...
— Chi sa? Forse sì, disse il cieco. In un canto della tela, un seggiolone antico, come questo, nel seggiolone un vecchio con una testa difficile, molta barba bianca e molti capelli bianchi; gli occhi aperti che non guardano più le cose della terra perchè hanno visto molte cose del cielo... Va bene così?
— Va benone. A San Silvestro il tuo ritratto sarà finito.
— Mi posso muovere? domandò di lì a poco Mattia.
— Sì; smetto.
Tito si rammaricava in cuore che quell’idea naturale di dipingere la bella testa del padre cieco non fosse venuta a lui prima che al vecchio, il quale probabilmente da molti giorni posava coscienziosamente per il proprio ritratto. E per punire sè stesso, voltò contro la parete la solita Cesira, salvo a rivoltarla più tardi.
Mancavano dieci giorni a San Silvestro, e a quel tempo il ritratto doveva essere finito, non già perchè Tito avesse fatto sua la massima vantata dal padre, ma perchè Mattia avrebbe compiuto i settantaquattro. Avendo lavorato con lena due giorni interi, la vigilia di Natale il giovine artista potè dirsi contento dell’opera propria, e Mattia potè respirare liberamente.
— Perchè, vedi, figliuolo mio, sono quasi due mesi che in ci lavori.
— No, babbo.... non credo....
— Sì, proprio due mesi; fa il conto; hai cominciato il 20 ottobre, quel giorno dell’acquazzone, e hai detto così, mi par di sentirti ancora: “piove, la nostra passeggiata è perduta; mettiti davanti alla finestra ed ascolta come la pioggia picchia sulle vetrate; io intanto.... sporcherò una tela nuova...„ E quando volli sapere che cosa avevi fatto, mi dicesti che non ti era riuscito nulla di buono. Da quel giorno tu hai sempre lavorato all’improvvisata che mi volevi fare; di’ che non è vero, se puoi... lo vedi? La provvidenza, figliuolo, ci aiuta tutti quanti, dà agli sventurati la forza di sopportare la sventura, dà ai ciechi la doppia vista.
E siccome Tito, credendosi obbligato a rispondere qualche cosa, fece allusione alla guarigione in cui non sperava nemmanco lui, Mattia tentennò il capo a sorrise senza amarezza.
— Tu dici così, ma non credi tu stesso. Però senti: voi altri che ci vedete, che camminate diritti, che volate sulla vostra giovinezza, non potete pensare senza orrore alla disgrazia di chi non vedrà più nulla, di chi ha una gamba di legno, di chi si trascina appena tanto è debole. Ma è un inganno della vostra pietà. I ciechi, gli storpi, i monchi e gli ammalati godono anche la loro parte di cielo. Se sono riusciti a farsi l’abitudine, possono essere felici come la gente che ha due gambe buone e due occhi che portano lontano. La rassegnazione sembra una virtù molto difficile; così è sembrata a me per un anno intero. Ma ora che ho perduto ogni speranza....
— Non dir così, babbo.
— E perchè non dovrei dirlo, se questa speranza, dopo avermi medicato per tutto un anno, se n’è andata lasciandomi una forza, che non mi abbandonerà più?
Avendo infilato quella via il cieco vide subito che poteva andare fino al proprio desiderio segreto, e vi andò di buon passo.
— Mettiti bene in capo che io non posso più patire di nulla; vivendo d’un passato che non può essermi tolto, trovo nella memoria tutte le sorgenti del mio godimento. Ma tu non crederai che si possa vivere senza un desiderio almeno... io ne ho uno....
— Dimmelo.
— Sì? Te l’ho a dire? Te l’ho a dire proprio?
Non lo disse. Il desiderio suo era che Tito scegliesse una compagna, non già per lui solo, ma anche per quell’egoista di Mattia; una donnina che fosse bella, che aiutasse il figlio a sperare, che accarezzasse la cecità rassegnata del padre.
Il cieco aspettava un indizio che gli permettesse di proseguire; e quando Tito si lasciò sfuggire un sospiro, egli vi aggiunse una risata discreta, e non fiatò più.
Ma sembrava fatto a posta; quel giorno Barbara ebbe il coraggio ostrogoto di servire in tavola due braciuole, che dalla gratella erano andate a finire nella cenere; e Tomaso si lasciò pigliare ancora una volta dal suo vecchio amore per il vino vecchio del suo vecchio padrone.
E allora il cieco spiattellò il proprio desiderio segreto.
Tito ascoltò in silenzio la parola paterna, e non rispose, ma baciò il testone canuto.
Più tardi entrò a dire:
— Peccato che tu non sappia sonare il pianoforte; peccato che non lo sappia sonare nemmeno io; quanto volentieri a quest’ora si farebbe insieme un po’ di musica! Ma di’ un po’; se ogni sera venisse in casa un sonatore, che si mettesse al cembalo un’ora o due.... Non sarebbe bello?
Il cieco applaudi.
— Uno che sonasse tutta la vecchia musica di Cimarosa, di Rossini... Sicuramente, sarebbe bello. Se poi volesse leggere qualche novella, o qualche poesia, sarebbe anche meglio; ma un sonatore od un lettore si annoierebbe presto; avrei più fede in una lettrice....
Dovette convenire anche Tito che gli uomini sono meno pazienti delle donne, e che un’antica maestra, una vecchia zitellona, una vedova senza figli....
— Ma perchè vecchia, ma perchè antica? interruppe il cieco; se la lettrice fosse giovine e la parola sua fosse argentina; se la sonatrice fosse allegra e bella, che male ci vedresti? Tu t’immagini forse che uno, quando è vecchio e cieco, sia indifferente alla gioventù ed alla bellezza? Ma non per nulla siamo rimasti per cinquant’anni artisti.
Tito convenne di buon grado anche in questo.
— E allora trovami tu una ragazza intelligente, che voglia adattarsi a passare qualche ora con un vecchio cieco; ce ne devono essere tante, che non aspettano altro. Se non me la trovi tu, sai che faccio io? mi metto alla finestra e grido: “Una bella ragazza che sappia sonare il pianoforte e che abbia voce chiara e amabile per fare la lettura, troverebbe un buon collocamento.„ Scommetto che si fermerebbe molta gente, e che non tarderei a trovare il fatto mio.
Tito vide in questa idea venuta a lui, migliorata da suo padre, lo scampo alla necessità che gli si era affacciata tante volte, e che lo avrebbe tormentato sempre più; diciamo la necessità di prender moglie. E andò un passo più avanti del cieco.
— Se poi fra queste concorrenti se ne trovasse una buona tanto da poter tener luogo della figliuola che ti manca....
— Ebbene.... allora....
— Allora potresti pregarla di rimanere sempre in casa, fin che non trovasse marito.
Il cieco sospirò di nascosto, e disse semplicemente:
— Dunque trovamela subito.
La stessa sera Tito andò a dire alla _Famiglia artistica_ che lo aiutasse a salvarsi dal matrimonio, trovando una sonatrice per il padre cieco; e un vecchio artista, famoso, anche lui, per avere cominciato molte tele senza averne mai finito una, lo prese in disparte.
— Io ho due figliuole, gli disse con solennità: sono allieve del Conservatorio... Vedo che lei non sa che io sono il Salvi; tutti le diranno chi è il vecchio Salvi; suo padre forse mi conosce. Le mie figliuole verranno in casa sua perchè il vecchio Bondi possa scegliere. Ma le posso dire che sonano tutte e due benone, che Giuditta è bellissima, che Sofia è tanto buona....
— Mandi Sofia, si affrettò a dire Tito.
— Perchè Sofia e non Giuditta? domandò il vecchio Salvi.
— Perchè le bellissime ragazze sono sempre meno pazienti delle.... altre, rispose il giovine sorridendo.
— La sorte ha voluto renderle pazienti tutte e due, affermò il vecchio con sussiego. Lasci fare a me; gliele mando domani al mezzodì.
Vennero infatti all’ora indicata; Giuditta si presentò la prima sull’uscio del salotto, si tenne un momento ritta nel vano per fare la riverenza, poi si scostò lentamente per scoprire Sofia, che era tanto minutina e dimessa, quanto la sorella appariva alta, sicura di sè.... e bella.
Mattia, che le aspettava sul vecchio seggiolone, quando si accorse che le ragazze erano entrate, disse lentamente:
— Mi scusino se non posso riceverle come vorrei; or ora verrà mio figlio, che ci vede; ma se hanno la bontà di accomodarsi... lì, ci sono delle sedie.
Giuditta si accomodò subito, Sofia rimase in piedi, non ostante che la sorella le accennasse di imitare il suo esempio. Dissero _grazie_ entrambe.
In quel punto entrò Tito.
— Sono qua, babbo; buon giorno, signorine.