Part 10
Questa era una delle tante frasi che babbo Salvi aveva preparato; solamente mancava l’accento ironico col quale le doveva pronunziare per far bene la sua parte; aveva anzi parlato colla monotonia melanconica di un cattivo avvocato, che non confida nel trionfo della propria eloquenza.
— Di’ la verità; è questo che tu temi?
Sofia non rispose, e babbo Salvi proseguì:
— Ebbene, sappi che è stato lo stesso Tito... a farci venire in mente, a me ed a Mattia Bondi, questa idea curiosa della gelosia anticipata...
Sofia crollava il capo.
— Non diciamo gelosia, diciamo amor proprio, dignità di sposa...
Nessuna parola esprimeva bene il concetto, a quanto pareva.
— Non diciamo nulla; ma ti dico io che Tito è sicuro, proprio sicuro, che quella donna gli è caduta dal cuore. Tu non lo credi?
— Lo credo.
— Pensando che in te potesse entrare un turbamento qualunque, egli ha cercato di vedere in volto quella donna velata; sperava che fosse bellissima sempre, per poter venire a te a dirti che gli era indifferente.
— Lo so, rispose Sofia. Avevo capite tutto questo... prima che egli me lo dicesse.
— E allora... e dunque?
— Dunque non capite nulla... affermò Sofia.
Babbo Salvi cercò frettolosamente se avesse dimenticato qualche cosa; e non trovando, tirò ad indovinare.
— La piccina... Bianca? Oh! in buon ora! Ma che ti viene in mente che questo sia un ostacolo alla tua felicità?... Alla felicità di Tito?... Se tu vuoi bene a quella creatura, e se lo merita perchè è tanto bonina, se tu le vuoi bene, dovresti essere contenta di far una parte che a te riuscirà senza fatica, la parte di madre.
Sofia fissò gli occhi in faccia a suo padre, e disse:
— Sì, io vorrei essere la mammina di Bianca, lo sarei con affetto sincero, lo sarò fin che mi sarà lecito; ma non è possibile che, di proposito, metta me stessa fra la piccina e... i suoi genitori.
— Ma che ne sai tu, se...?
— Non dirlo... si legge in faccia... E anche se rimanesse il dubbio, lo scrupolo sarebbe forte ancora fino a tanto che rimanesse una probabilità...
— Quale probabilità?...
— Che, incontrandosi un giorno, quella donna e il signor Tito sentissero la necessità di amare insieme la poveretta a cui hanno dato la vita... Non voglio essere io a frappormi... ad un dovere... Quella creaturina ha il diritto di portare il nome di chi l’ha messa al mondo. Non ti pare, babbo caro?
Il vecchio Salvi chinò sul petto il testone canuto.
Dopo un po’ di silenzio, si rizzò in piedi e baciò sua figlia in fronte.
— Mi hai fatto vedere ancora l’anima giusta della mia povera morta.
Lasciando la stanza andò a dire al cieco ed a Tito con umiltà:
— Ho fatto fiasco; mia figlia mi ha messo in sacco...
E quando ebbe spiegato tutto il colloquio diplomatico, conchiuse affermando con un po’ di baldanza:
— Quella ragazza si è servita delle stesse armi che ha trovato in casa, delle armi con cui avevamo combattuto, la mia morta ed io.
Ma siccome Tito e Mattia avevano altro per il capo che sapere di quali armi si erano serviti i coniugi Salvi, il vecchio artista fu preso da uno scrupolo, e modestamente non finì la frase. Senza di che, tutti avrebbero saputo quel medesimo giorno che babbo e mamma Salvi avevano combattuto con la giustizia e colla fierezza — due armi che la società ha ridotto a due monconi per il mal uso che ne ha fatto.
XVIII.
Una mattina Tito annunziò ai cieco ed a babbo Salvi che andava di buon passo a riconoscere sua figlia.
— Credo che ci vorranno dei testimoni; vuol esser lei uno?
Altro che! Babbo Salvi non chiedeva di meglio; ma aveva i suoi dubbi che la cosa si potesse fare così alla lesta; in ogni modo non sarebbe nulla di male tentare; egli conosceva parecchi impiegati all’ufficio dello stato civile, essendo già andato ad informarsi come dovesse fare per le pubblicazioni dell’altra sua figliuola. Era pronto a seguirlo. Andarono.
Il cieco, rimasto solo, si ricordò che nella libreria ci doveva essere un libriccino che gli aveva servito qualche volta, e subito si affacciò all’uscio della camera delle _sue_ ragazze. “Sofia! Bianca!„
— Non posso perchè faccio la calligrafia, rispose la piccina.
Sofia venne a mettere le proprie mani in quelle del vecchio.
— Che cosa vuole? mormorò la giovinetta con un filo di voce.
— Lei ha pianto, rispose il cieco sommessamente, me ne accorgo; venga subito qui, in camera mia, a dirmi che cosa l’ha fatta piangere.
Sofia si lasciò condurre per mano, e quando furono soli, confessò che aveva pianto molto, che era sicura di piangere ancora molto, e che tutte le sue lagrime non basterebbero a farla contenta.
— E perchè?
— Perchè forse sono un’ingrata; o almeno perchè loro avranno tutta la ragione di credermi così; perchè forse, credendo di far bene, tradisco me stessa, e... gli altri.
Mattia rimase un po’ in silenzio, prima di dire:
— Lei non tradisce nulla; lei ha tutte le ragioni; babbo Salvi anch’esso ne ha convenuto; e ne conviene perfino mio figlio... Ora sono andati tutti e due al Municipio; Tito vuole riconoscere la propria creatura... per togliere di mezzo anche questo ostacolo.
— Riconoscere sua figlia? E lo può fare, senza?...
— Non lo so, non me ne intendo... Ma se lei mi vuole aiutare, cercheremo insieme... Nella libreria ci dev’essere un libriccino legato in marocchino verde; ci è scritto sul dorso: _Codice Civile del Regno d’Italia_. Vuol cercarmelo lei?
Salita sullo scaleo, la giovinetta andò leggendo le scritte di tutti i libriccini che le cadevano sott’occhio, mentre Mattia rimaneva in piedi, aspettando. La ricerca non fu fortunata.
— E pure ci dev’essere, diceva il cieco; una volta mi ha servito per accomodare un litigio, me lo ricordo bene.... pazienza; Tito tornerà fra poco, e se non ci dirà che la cosa è fatta, mi pare che dovrà almeno dire che si può fare... Ora segga qui, accanto a me, mi lasci vedere se è proprio contenta.
— Di suo figlio, sì; ma non ancora di me stessa; vorrei che quella donna si presentasse... la mia coscienza allora non sarebbe più turbata... Lo vedo bene che sono una sciocchina... mi compatisca.
Il cieco compativa tutto, sapeva troppo bene come siano implacabili gli avversari d’ogni umana felicità, sapeva quante debolezze possono entrare in un cuore forte per dargli battaglia — sapeva questo e altro il vecchio Mattia, e lo disse con parole carezzevoli ed affettuose, tanto che in ultimo potè dire a sè stesso d’aver vinto la partita. Non lo disse però a Tito quando egli tornò dal Municipio, dove le sue generose impazienze erano state frenate da un vecchio impiegato dello Stato Civile. Questo impiegato vecchio aveva fatto intendere che la cosa che Tito voleva fare era nobile quanto mai, ma punto spiccia; che occorreva un decreto reale perchè l’ufficiale dello Stato Civile potesse stendere l’atto di riconoscimento, e che per ottenere il decreto, bisognava far domanda al Tribunale d’Appello, il quale, quando si fosse accertato che nessuna opposizione degli interessati era stata fatta al riconoscimento, ne avrebbe riferito al ministero, che ne avrebbe detto una parolina al Re. Insomma un’eternità. E pazienza se non sorgessero ostacoli degl’interessati...
— Che ostacoli possono insorgere?
— Gli ostacoli preveduti dall’articolo 188. Tu non hai letto mai l’articolo 188? ma io sì, e lo so a memoria: “Il riconoscimento può essere impugnato dal figlio o da chiunque vi abbia interesse.„ È scritto così, mi sembra di vederlo.
— Tu possiedi un Codice?
— L’ho preso nella tua libreria; ora è di là, sul mio tavolino da notte...
— E che altro dice?
— Dice tante cose; dice, in sostanza, che Cesira può opporsi al riconoscimento.
— Ma non si opporrà di sicuro...
— Lo credo anch’io; ma il Tribunale vorrà il consenso accertato... ora noi non sappiamo nemmeno dove sia andata... quella donna.
Lasciando che suo figlio sfogasse il proprio rammarico contro la sorte e contro il Codice, il cieco intese che era il momento di far l’ultima mossa; e perciò disse a Tito: “aspettami.„
Difilato, come se gli si fosse rischiarata la strada, andò a picchiare alla porta della cameretta di Sofia.
— Io sono ancora qui, figliuola cara... per assicurarle in coscienza che lei può dire a Tito la parola tanto aspettata; gliela dica subito, che se lo merita... Ma che ci è di nuovo? Che cosa ha Bianca?...
— Dopo aver fatto un po’ di calligrafia, si è sentita male; ho voluto che si buttasse sul letto, ed ora sembra che stia meglio.
— Sì, sto bene, nonno caro, balbettò Bianca col tremito della febbre.
Il cieco toccò le mani e la fronte della piccola ammalata, le accarezzò il visino infocato: “Non è nulla,„ disse. Scostandosi dal letticciuolo, e come parlando a sè stesso, aggiunse:
— Non ci mancava altro! Povero Tito! — Tito! chiamò forte.
— Dov’è?
— È di là, gli ho detto di aspettarmi.
— Vuole che vada io?
— Sì, vada lei.
La giovinetta attraversò il lungo corridoio come una smemorata. Ricercava le parole migliori con cui annunziare il febbrone di Bianca, e non ne trovò una che non fosse brutale.
— Dunque? disse Tito pigliando le mani della fanciulla, e guardandola fissamente negli occhi pietosi.
— Sì, tutto quello che vuole, tutto quello che vogliono; io non ho più volontà.
— Invece ne devi avere una per imparare a volermi bene, chè non me ne vuoi ancora.
— Oh! non dica così...
— Non lo dirò più, ma l’ho pensato tante volte. Dunque, è inteso? Non ti pentirai?
— Spero di no; per pentirmi bisognerebbe battagliare ancora, ed io ho già combattuto tanto. Non combatterò più, glielo prometto. Ma lei pure mi prometta che se fra un mese si pentisse...
— Dunque è inteso?... interruppe Tito.
— È inteso che se lei fra un mese mi vorrà ancora, io sarò la sua sposa. Per tutto un mese saremo gli amici di una volta. Vuole?
Tito rispose avventando un bacio, che andò a cadere sui capelli della ragazza.
— Ora venga con me, a vedere Bianca che sta male...
— Che cosa ha?
— Ha un po’ di febbre; ma non sarà nulla...
— E il medico?
— L’ho fatto chiamare; verrà fra poco; non si sgomenti. Vedrà che la guariremo.
Disgraziato Mattia! Egli non aveva potuto leggere nel volto di suo figlio la gioia repressa da uno sgomento; tentava di indovinare il senso di quell’accento carezzoso con cui Tito veniva parlando alla piccola ammalata, ma il silenzio di Sofia non le pareva naturale; volendo sincerare il dubbio, se ne andò nella sala attigua, e di là chiamò forte: Sofia! La giovinetta corse a lui.
— Figliuola cara, poco fa le stavo dicendo che la parola aspettata da Tito lei la può dire con sicurezza, perchè da un pezzo mio figlio aveva già pensato a riconoscere Bianca. Dica un poco dove si era ficcato il Codice che abbiamo cercato inutilmente poco fa... Vediamo, se indovina.
— L’aveva preso il signor Tito...
— Sì, se l’era preso Tito; dunque gliela dirà la parola aspettata?
Sofia tacque ed accostò la testa al petto del vecchio.
— Tu glie l’hai già detta, non è vero? le mormorò Mattia all’orecchio. Sia ringraziato il cielo! Ora facciamo guarire la nostra creatura.
XIX.
Erano tutti là, a’ piedi del letticciuolo, mentre il medico esaminava attentamente la piccola malata; altro non si udiva se non la respirazione ansante di Bianca, fin che il silenzio fu rotto da una parola del medico, che parlò alla piccina carezzandole la fronte: _è fatto_!
— Dunque? domandò il cieco.
— Non ci è ancora niente di grave, tornerò stasera...
— Non ho nulla io, balbettò la piccina col tremito della febbre.
— Vedono; lo dice anche lei... ma io tornerò ancora; sei contenta?
— Torna pure.
Tito non fiatava; teneva gli occhi fissi sulla creatura a cui forse aveva dato la vita.
— Vieni qua, babbo, ordinò la piccina; e Tito corse al capezzale del letto, per baciucchiare quella faccia arsa dalla febbre, mentre il medico scriveva una ricetta.
— La facciano fare subito, e gliene diano una cucchiaiata ogni mezz’ora.
A Sofia, che l’accompagnò fin sull’uscio, il medico disse, senza essere interrogato:
— È un corpicino tanto fragile!
La giovinetta ebbe la forza d’interrogare se vi era pericolo.
— Per ora no; ma può essere anche una febbre infettiva.
— La rosolia?
— Spero; ma potrebbe essere la scarlattina, il tifo, il vaiuolo; vedremo stasera.
— Speriamo, balbettò Sofia.
Ma non sperava. Tanto forte nella idea della giustizia umana, si sentiva tanto debole pensando alla fatalità che agli uomini sembra fatta con tutte le forze del caso, ma che certamente è giustizia anch’essa, e noi non l’intendiamo.
Nemmeno lei, per quanto ci si affaticasse, riusciva a penetrare quella legge crudele; solo ne aveva l’intuizione vaga, quando le pareva di dire a sè stessa: “sei stata tu a condannarla; senza volere che la povera bimba morisse, anzi volendo che vivesse per essere amata da suo padre e da te, sei stata tu a tentare la giustizia celeste.„
E veramente se la piccina se n’andasse in paradiso, ogni cosa sarebbe appianata; fra la propria coscienza e l’unione di Tito non vi sarebbe altro che la felicità interminata.
Tornò al capezzale di Bianca, e per tutta quella giornata non si mosse più, per essere sempre pronta alla carezza; solamente quando la piccina chiuse gli occhi ad un sonno tranquillo, raggiunse Tito e Mattia.
Il giovine aveva impiegato il resto di quel giorno a ricercare Cesira, se mai essa fosse rimasta a Milano; ma si era dovuto convincere che quella donna era partita l’istesso giorno dell’abbandono della sua creatura. Dov’era andata? A Nizza prima, ma poi? A Marsiglia, e forse di là a Barcellona. L’impiegato di questura a cui il giovine artista si era rivolto, prometteva di occuparsene; gli avrebbe detto qualche cosa di più fra alcuni giorni. Questo era tutto il bagaglio di notizie di Tito.
Altre notizie portò babbo Salvi; le pubblicazioni di matrimonio erano cominciate; chiunque le poteva leggere in Municipio e nella gazzetta. Il vecchio artista annunziava la cosa con un certo riserbo, senza compiacersi, anzi con un po’ di melanconia, e solamente quando la ragazza disse: “sono contenta per Giuditta„ acconsentì col testone.
Intanto che si aspettava il medico, Tito se ne andò in camera della piccola malata; di lì a poco Sofia lo seguì. Rimasti soli i due vecchi artisti, il cieco disse:
— Senta, babbo Salvi, ora si tratta di avvisare la madre di questa creatura, perchè sappia che delle febbri infettive facilmente si muore. Nessuno sa dove sia andata quella disgraziata, ma noi sappiamo dove era tre anni fa: a Buenos Aires, a far le parti d’amorosa. Ci dev’essere in Milano un giornale che si occupa dei commedianti...
— Ce n’è almeno un paio, corresse babbo Salvi.
— Non pare a lei che se sapessimo dove è in questo momento la compagnia a cui apparteneva Cesira, sarebbe fatto il primo passo...
Babbo Salvi capì a volo ogni cosa, e si propose di andare all’ufficio del giornale. “Vada„ gli fu detto, ed egli andò. Mattia, rimasto alcuni momenti solo prima di avviarsi in camera della piccina, si arrestò sul limitare, perchè Bianca parlava forte. Aveva l’aria di fare un discorso agli astanti.
“Bene, Dio ti accompagni. Dicono che la civetta sia stata un tempo la figlia d’un fornaio. Noi sappiamo quello che siamo, ma non già quello che possiamo diventare. Dio presieda alla tua mensa.„
— Brava la mia figliuola! esclamò allegramente Mattia; dunque stai bene, non è vero? Ma che cosine vai dicendo?
Tito si scostò dal letto per andar a mettere la propria mano in quella del cieco, mentre la piccola ammalata rispondeva:
“Spero che tutto finirà bene. Ci vuol pazienza; ma non posso far a meno di piangere quando penso che lo vollero mettere sotto la gelida terra.„
— Che cosa dice? insistè il vecchio sottovoce.
Allora Tito rispose:
— Ha la febbre; ha tenuto a mente qualche frase che sua madre ha recitato.
Sofia non diceva nulla; andava rimutando le pezzuole diacciate sulla fronte della piccina; ogni tanto, quando Bianca sentendo la nuova frescura metteva gli occhi negli occhi della sua infermiera, la giovinetta le sorrideva con amore, e in quel sorriso splendeva ancora la fiducia, mentre il suo pensiero non sapeva se non misurare il dolore che si preparava a quella casa.
Il medico aspettato venne in quel mentre. Il viso acceso della piccina bastò a fargli intendere che la cosa era grave anche più che non avesse creduto; e la ciancia non sconnessa ancora, ma eccessiva, lo fece accorto che ben poco rimaneva a sperare. Però fu cauto, e non manifestò il proprio pensiero.
— La piccina è stata forse ferma al sole, a capo scoperto?
— No; nè oggi, nè mai; si scendeva ogni giorno in giardino tutti insieme; ma la bimba non stava mai ferma.
La risposta parve contentare il medico, perchè non fece altre domande.
Prima di andarsene raccomandò di tenerle tutta notte del ghiaccio sulla testa.
— Bisognerà che qualcuno la vegli.
— La veglierò io, promise Sofia.
E appena furono soli, la giovinetta si strinse al petto del cieco con una tenerezza grande.
— Vedrà, vedrete che la salveremo.
— Ah! Così il cielo ti ascolti!
Accanto al capezzale, Tito andava ricercando lo sguardo vagante e imbambolato di sua figlia che stentava a tener aperti gli occhi.
Ogni tanto le parlava sottovoce:
— Stai meglio?
E la piccina rispondeva sommessamente;
— Altro! Dicono che la civetta sia stata un tempo la figlia del mugnaio...
A tarda sera babbo Salvi venne a dare una capatina in camera dell’ammalata; non disse nulla a Sofia nè a Tito, ma fece intendere col gomito a Mattia Bondi che aveva qualche cosa da dirgli, lo andasse ad aspettare in un’altra stanza. E Mattia andò, e babbo Salvi lo raggiunse.
— Mi è costato un po’ di lavoro, ma sono riuscito. Si figuri che l’uffizio del giornale si chiude dopo le 5; ma per solito si riapre alle nove. Ho aspettato di piede fermo dalle 9 alle 11 perchè il direttore era andato al teatro. Finalmente è venuto, ed è stato molto gentile con me; abbiamo esaminato insieme la cosa, e si è visto che la medesima compagnia era a Buenos Ayres tre anni fa ed è ora a Barcellona. “Se si potesse avere l’elenco della compagnia,„ ho detto. “Si può, ha risposto il direttore. Un momentino e glielo trovo.„ Lo trovò infatti, ma non vi è il nome di Cesira, e le parti di prima amorosa sono affidate ad un’altra artista che quel bravo direttore conosce di persona. Ecco tutto quello che ho potuto penetrare; non so se sia poco.
— Non è poco, assicurò Mattia; ma non è tutto quello che io sperava; scrivendo a Barcellona, il capocomico risponderà, e fra una settimana potremo sapere qualche cosa.
— Se il capocomico sa qualche cosa.
— S’intende. Mi vuole aiutare a scrivere?
Mattia Bondi e babbo Salvi non penarono molto a interpellare il capocomico di Barcellona; dopo di che Tomaso fu mandato ad imbucare la lettera alla stazione centrale, perchè partisse colla prima corsa.
La mattina successiva la febbre di Bianca era quasi cessata, e il delirio pure; nondimeno il medico non fu soddisfatto di quel miglioramento che accontentava Sofia, Tito e più degli altri Mattia, il quale ogni volta che si accostava al letticciuolo, pigliava fra le sue una manina della bimba, poi l’altra e se ne andava soddisfatto ad enunciare una sua opinione ardita, cioè che il medico fosse come gli altri... cioè un pezzo d’asino.
— I medici, insinuò una volta, esagerano volontieri il malanno, per potersi dare il vanto di compiere una cura difficile.
Pure il medico fu ascoltato, quando, esaminando Sofia, le ordinò di aversi riguardo.
— Chi ha vegliato questa notte? Lei, non è vero? Ebbene le proibisco di vegliare ancora.
Si pensò a chiamare un’infermiera. Venne quello stesso giorno, prima del tramonto, quando dalla prostrazione di forze della piccina e da qualche parola sconnessa, si potè intendere che la febbre ricominciava.
Quell’infermiera apparteneva alla Congregazione della Misericordia, e quando entrò in camera con quella sua veste a sacco, tutta nera, parve portare la disperazione dove era già entrato lo sconforto; ma aveva un visino giovane e bello, sebbene molto patito, e alle prime parole mormorate dolcemente alla piccola inferma, Bianca guardò la nuova venuta con meraviglia ma senza ripugnanza.
— Come ti chiami?
— Suor Anna.
Quella notte e parecchie altre successive Bianca ebbe la febbre, che si ribellava a tutte le medicine; nel delirio chiamava spesso _mammina bella_, e credendo le avesse scritto preparava la risposta che voleva scrivere sul guanciale.
Mentre si aspettava da Barcellona qualche notizia dal capocomico venne invece da Nizza una lettera di Cesira.
Si lagnava che sua figlia non avesse risposto due parole a mammina quando le aveva scritto da Marsiglia; il cuore, proprio il cuore soltanto, diceva alla disgraziata madre che sua figlia non stava bene, scongiurava la rassicurassero prontamente.
Sembrò a tutti una delle tante forme di commedia con cui era impastata quella natura femminina; ma nessuno espresse il proprio sentimento, solamente essendosi trovato presente babbo Salvi, affermò che a lui la posta non aveva perduto mai nulla. E non era un paradosso.
Fu egli stesso a rispondere a quella madre che, se voleva abbracciare la sua piccina, si affrettasse, perchè forse non v’era tempo da perdere; e quella forma brutale non ferì la coscienza di nessuno, non ferì nemmeno la misericordia di Sofia, tanto erano convinti tutti che quella donna non sapeva far altra cosa che la commedia.
Ma il domani giunse da Barcellona la risposta aspettata, in cui il capocomico si doleva di non poter dir nulla della sua prima amorosa di una volta; sapeva solamente che da un anno non apparteneva più al teatro. Non essendovi ragione di sorta per dubitare della sincerità di quelle parole, si cominciò a credere che Cesira avesse detto una verità; allora Sofia volle correggere la lettera di suo padre con un’altra più consolatrice, assicurando sembrare proprio, e non sembrava davvero, che la piccina si mettesse meglio; in ogni modo affrettasse, perchè Bianca la chiamava sempre.
Dopo aver preso varie forme e tenuto il dottore incerto per molti giorni tra la meningite e il vaiuolo, la malattia della piccina aveva detto il nome suo: tifo addominale. Il medico cominciò a sperare che, combattuta con bagni e con gl’impacchi diacciati, la febbre non avesse a bruciare gli organi necessarii alla vita. Suor Anna, che in Sofia aveva trovato un’infermiera quasi altrettanto abile quanto lei, preparava gl’impacchi due volte il giorno; “Ah! quanto mi piace!„ diceva la piccola ammalata, sentendo sulle carni infocate quella frescura.
Imprigionata nel lenzuolo, Bianca si sentiva rivivere; ricomponeva le proprie idee, trovava la chiaccherina gentile e perfino la celia.
“Vi vorrei carezzare, perchè avete tutte e due la faccia buona, diceva, ma non posso nemmeno muovere il braccio; mi avete stretto tanto nel lenzuolo.„
E voleva che tutti le venissero intorno per assistere al proprio godimento.
Una volta disse: “Non avete nessun ritratto di mammina? In casa ce n’erano tanti; ce n’era uno vestito di bianco, che aveva i capelli sciolti; si chiamava Ofelia; era tanto bello!„
Tito non disse che un ritratto di quella donna egli lo aveva pur fatto tante volte; Sofia volle dirlo lei, non osò.
— Mammina verrà....
— Non ci credo; me l’hai detto tante volte.
— Verrà, te lo assicuro.
Tito non parlava; lasciò che quel discorso, non trattenuto nè sviato, se ne andasse da sè, e appena non si parlò più di Cesira, andò a prendere nello studio un piccolo telaio, la tavolozza e il pennello.
— Che cosa vuoi fare ora?
— Quello che avrei fatto tante volte, se fossi stato sicuro di poterti trattenere un’ora ferma davanti a me; voglio fare il ritratto di una piccola ammalata....
In queste ultime parole vibrava la commozione repressa dal tono di celia e di carezza.
— Che idea di dipingermi ora che sono ammalata, disse Bianca; chi sa come sono brutta!
Tacquero tutti; la mano dell’artista, animata dal cuore del padre, andò ricercando per un poco le traccie di quel visino affilato, a cui la febbre dava un insolito splendore; ma il pennello, dopo essere stato incerto nel fare l’abbozzo, si diede vinto.