Pe' belli occhi della gloria

Part 11

Chapter 113,825 wordsPublic domain

— Non posso; non mi riesce nulla di buono; mi proverò domani.

Depose tavolozza e pennello sopra una seggiola e si curvò sulla piccola ammalata.

Fu un lungo bacio.

XX.

Una mattina venne Giuditta.

— Sai? disse a sua sorella; ho voluto venire prima, appena ho saputo dal babbo che le cose tue erano accomodate.... no?... non sono ancora accomodate? va là, che si accomoderanno; il più l’hai fatto e saprai fare il resto. E se non lo fai tu, sai chi lo farà?

Sofia non sapeva.

— Lo farà la provvidenza, in cui voi altri avete tanta fede; il babbo deve già avere interrogato l’amico....

— L’amico?

— Sì, Nerone; e Nerone deve avergli riposto che i destini umani sono imperscrutabili agli spiriti quando sono lontani, ma che quando vengono a tiro, uno spirito che sappia il fatto suo, gli può guardare ad occhio nudo. E mi pare che la Provvidenza si sia incaricata lei della faccenda....

— Non ti capisco, assicurò Sofia.

— Non importa; come sta oggi la piccina?

Allora Sofia intese tutto il segreto pensiero di sua sorella, e non rispose subito; solamente quando Giuditta insistè: “non sta peggio del solito?„ la giovinetta affermò che stava meglio.

— Se non è inganno dell’affetto, oggi mi pare che la creatura ci camperà. Tutti le vogliamo tanto bene; anche il babbo ha detto che gli sembra migliorata.... aspettiamo il medico; noi speriamo sempre.

Sofia sembrava implorare che le fosse lasciata quella speranza, e fu contenta che sua sorella dicesse anche lei:

— Speriamo.

Ma poco dopo la schiettezza della sua natura le pigliò la mano, ed affermò che non bisogna poi dar molto valore alla speranza, perchè la speranza è un trastullo, e altre sono le forze vere della vita.... e quelle della morte.

— Senti che belle parole ho detto; in bocca del nostro professore di declamazione avrebbero fatto colpo.... A te fanno pena?... Scusami, sai? sono fatta così.... Parliamo d’altro.... Sai tu che cosa sta mulinando il babbo?

— No....

— Credevo che tu lo sapessi; anzi è per questo che sono venuta. Tu non hai fatto un certo discorso al babbo?

— Che discorso?

— Un discorso di amore dell’arte, di povertà, di fierezza.... Non ti viene in mente? Forse l’avrai fatto senza pensarci.... e da qualche giorno il babbo non vuol più saperne di venire a stare in casa mia; dice che farà la vita che ha sempre fatto, continuando ad abitare nella stessa soffitta, e che tutt’al più per non essere solo come un cane, appigionerà la nostra camera a qualche artista povero come lui. Non ti ricordi di avere detto qualche cosa che gli abbia fatto venire in mente questa pazzia?...

— Sì.... ma non è questo che io gli ho detto....

— Ebbene, egli crede che sia questo, o almeno è sicuro di farti piacere facendo così... L’ha detto lui... “Sofia, ha detto, approverà il mio disegno.„ Ma dimmi un poco che tu non approvi niente affatto, perchè io glielo possa ripetere stasera.... Pensa che figura si farebbe noi, pigliando tutte e due un marito ricco, e lasciando nostro padre nella condizione di prima.... col pretesto che egli è stato sempre fra gli stenti, e che vuol stentare ancora un poco.... E che figura ci farebbero i nostri mariti? Al mio l’ho già detto.... ed è andato in collera.... collera di agente di cambio, s’intende....

— Vien gente, disse a bassa voce Sofia.

Venne il medico, che, salutate in salotto le due sorelle, se n’andò difilato nella camera della piccina.

— Ti lascio, disse Giuditta, ma siamo intese; parla un po’ tu al babbo; è facile che a te dia retta....

— Lascia fare.... addio.

Giuditta se n’andò, e Sofia raggiunse il dottore e gli altri, che erano tutti accanto al letto della inferma. Bianca quella mattina si era svegliata prima di giorno, aveva chiamato suor Anna, come soleva fare, e dopo essere stata un po’ in contemplazione di quel volto pallido e buono incorniciato nella pezzuola di bucato, aveva detto d’aver sonno ancora, e dal primo mattino dormiva.

— Pare che stia meglio, assicurò Sofia.

Il medico non rispose, e Sofia insistè interrogando suor Anna.

— La febbre sembra vinta; le carni sue sono più fresche.

Tito e Mattia rimanevano a piedi del letto tenendosi per mano; sembravano guardare tutti e due fissamente in faccia al destino, che finalmente disse la sua parola crudele.

— La malattia ha preso forma di meningite un’altra volta, disse il dottore con parola lenta; rimane poco a sperare.

Fu un profondo silenzio dopo quella sentenza.

Per un poco non si udì altro che la respirazione profonda dell’ammalata, interrotta ogni tanto da parole sconnesse; mentre il dottore, stando colle braccia in croce, pensava, gli altri rimanevano là, immobili, aspettando una speranza. E il medico ne diede una ancora per pietà di quei cuori desolati, scrivendo una ricetta.

— La facciano fare subito.

— Che cosa è? domandò Mattia.

— Una pomata; bisogna ungerle la fronte.... sulla testa ghiaccio, molto ghiaccio pesto in una vescica....

E siccome nessuno fece la domanda che era nell’animo di tutti, il dottore se ne andò dicendo:

— La natura ha alcune molle incognite.

Per tutto quel giorno la piccina sembrò dormire, e solo quando le veniva mutata le vescica di ghiaccio, apriva gli occhi come per cercare qualcuno mormorando parole indistinte.

Si avvicinava la notte crudele, la notte degli ammalati, consacrata al delirio, la notte piena di paure ai veglianti. Per solito all’ora del crepuscolo, Sofia aveva fatto portare il lume; ma quel giorno, pensando alle parole di sua sorella, alla sorte della creaturina che sembrava pronta a spiccare il gran volo, quel giorno era rimasta al capezzale, chiudendo gli occhi anch’essa per abbandonarsi meglio al pensiero.

“Mamma!„ mormorò la piccina; e questa parola fece sussultare Sofia. Aprendo gli occhi, si vide quasi al buio, ma indovinò suor Anna, che dall’altra sponda del letticciuolo, si era inginocchiata a dire le sue orazioni.

In quel momento, senza strepito, fu aperta la porta che metteva in salotto, e due ombre passarono la soglia. Una si accostò senza titubare, ed era il cieco.

— Sofia! interrogò sommessamente quando fu rasente al letto dell’inferma.

Allora la giovinetta, guardando l’ombra rimasta accanto alla porta, intese tutto.

— Sono qua.

— Mio figlio ha bisogno di lei. Ma qui è buio... mi pare.

Senza dir parola, Sofia accese il lume. “_Ave Maria_,„ disse suor Anna rizzandosi in quel punto, dopo aver recitato le sue preghiere; “_Ave Maria_,„ rispose Sofia e andò verso l’uscio senza esitanza.

Passando rasente a Cesira, questa le pigliò una mano e volle baciarla. Aveva la faccia stravolta per l’ansia, per la fatica, per l’insonnia, guardava innanzi a sè, non la propria creaturina morente, non quella sventura che già le stava addosso, ma un’altra lontana, immutabile. Disse: “grazie„ nulla più.

Tito aspettava in salotto. Appena Sofia le fu vicino domandò, pigliandole una mano:

— È bella ancora?

— Tanto.

Egli non chiese altro. Tenendo stretta per mano la sua fidanzata andò nella camera dell’ammalata, nè Sofia potè sciogliersi da quel nodo, se non quando fu accanto al letticciuolo.

La sciagurata Cesira, che andava mormorando parole d’amore all’orecchio della sua creatura, tacque, voltò il capo, e intese ogni cosa senza dispetto.

“Non riconosce nemmeno più le mie carezze„ disse poi a bassa voce, rivolgendo a Tito i grandi occhi che avevano fatto versare tante lagrime.

Tito sentì venire un’onda di parole amare; ma sorrise appena, e Cesira si curvò a baciucchiare la propria creatura.

— Mamma! Ha detto: mamma! m’ha riconosciuto! annunziò sottovoce agli astanti. Sì, mammina è arrivata; non ti lascerà più; che le importa del mondo, se ha la sua piccina?

Dopo un poco, con lo stesso accento di prima, ma senza guardare nessuno in faccia:

— Ora dice: _babbo_; la sua vocina è come un alito...

Tito, rimasto a piedi del letto, continuava il sorriso amaro, senza mutar positura.

Ma la voce di Bianca ripetè forte: _babbo!_ e allora il giovine si avvicinò al capezzale, mentre la disgraziata donna che aveva dato la vita a quella morente, nascondeva la faccia sulla coltre.

Sofia se n’era andata in fondo alla camera, ed aveva messo la propria nella mano del cieco, senza dir parola.

— La tua mano trema, notò Mattia; che cosa hai? che accade ora?

— Io non ho nulla, nulla davvero; mi sento bene, mi sento forte; facciamoci coraggio tutti.

— Muore? interrogò il cieco sottovoce.

— No: non deve morire; preghiamo il cielo perchè non muoia.

Suor Anna, che si era accostata anch’essa, rispose:

— Preghiamo, ma crollò il capo per fare intendere che la preghiera era inutile.

Invece Sofia radunò tutte le forze del suo amore forte ed ingenuo, dell’amore che è fatto di carità, per chiedere al cielo che lasciasse in terra quell’angioletto e lo donasse all’amore dei genitori, offrendo tutta sè stessa al dolore.

. . . . . . .

Il medico non sentenziò che una catastrofe era imminente, anzi alle insistenze di quegli animi che sembravano implorare da lui la misericordia, egli ne ebbe molta, tanto da lasciare che essi si potessero illudere ancora.

— La sua respirazione è più tranquilla, notò Mattia, curvando la testa canuta fino a toccare la testina dell’inferma; non è un buon indizio?

Il medico rispose di sì, che era un buon indizio, e nell’andarsene il cieco e suor Anna lo accompagnarono per interrogarlo ancora.

La speranza alitando per l’ultima volta in quei cuori desolati, Tito ebbe anch’esso un momento baldanzoso, in cui gli parve di essere forte e di poter domare il destino.

Con uno sguardo fece intendere a Sofia che voleva rimaner solo con Cesira, la quale teneva la testa appoggiata al letto, nascondendo la faccia con un lembo del lenzuolo.

— Cesira! disse il giovine.

La sciagurata madre rialzò il capo.

— Cesira! ripetè Tito con voce ferma e tranquilla; la vostra creatura non morrà, deve vivere...

— Oh! se il cielo vi ascoltasse...

— Il cielo ci ascolterà; se gli promettiamo di essere degni che Bianca ci sia lasciata...

Cesira non intendendo il significato di queste parole, fissava i grand’occhi fatali in volto al suo antico innamorato.

— Ho voluto riconoscere mia figlia, ma non ho potuto, perchè si richiedeva il vostro consenso.

— Possibile! E...?

— Sofia era contenta, anzi fu lei a farmene venire l’idea.

Dopo un po’ di silenzio, Cesira disse:

— Buona ragazza!.... Sarete molto felice con essa...

Tito le troncò la frase.

— Ora importa sapere che cosa farete voi, che cosa permetterete a noi di fare quando la nostra bimba sarà guarita... Dite, dite subito... non abbiamo tempo da perdere... ci è qualcuno che aspetta le vostre parole, le vostre promesse sincere... per portarle in alto.

Il giovine sembrava ispirato, dominava la bellezza che lo aveva vinto una volta.

— Farò tutto quello che vorrete, disse Cesira umiliata e tremante.

— Allora promettiamo al cielo che se Bianca ci sarà lasciata viva, voi non vorrete condurvela ancora per il mondo.

Dopo un breve silenzio Tito proseguì con voce profonda:

— Che cosa potreste fare di lei? Una commediante?...

— Oh! no!... Ma la mia bambina!... rinunziarvi per sempre!

— Voi sarete sempre sua madre, e quando vi piaccia venire a trovarla, e quando piaccia a lei di andare a trovarvi...

Passò un sorriso amaro sulle labbra di Cesira.

— Non le piacerà mai... sono sicura che le insegnerete ad amare voi più che sua madre... Dillo tu, bimba cara?

Ma il bacio che volle imprimere sulla fronte della figliuola fu rotto da un grido selvaggio.

— Ah! Non la sento più. Mi guarda ancora, ma non la sento più, non la sento più, bambina mia, amor mio... dimmi che non è vero che il tuo cuore non batte... dillo a mammina... dillo, dillo...

Accorsero tutti per allontanare la sciagurata. Allora Tito si curvò ad ascoltare lungamente se mai dalla bocca della sua creatura uscisse ancora un alito. Poi si rialzò in silenzio, impassibile in volto, ed uscì dalla camera della morticina.

— Vadano, vadano, suggerì suor Anna al cieco ed a Sofia; vadano a dirgli qualche cosa; rimango io per quest’infelice che si dispera.

Sofia corse dietro i passi di Tito, e sedettero tutti e due sul canapè del salotto, per piangere insieme, stretti cuore contro cuore.

XXI.

Il cieco era rimasto.

Stando ritto a piedi del letto, allargava le braccia pietose e mormorava: “Cesira!„ Ma la sciagurata madre non gli dava retta, e continuò a dibattersi fra le strette del dolore, ora smaniando, ora interrogando a bassa voce la propria creaturina. Suor Anna, cingendola con le braccia robuste, invano tratteneva la bella testa dal dar del capo sulla lettiera, e ogni volta che Cesira riusciva a picchiare con la fronte sul ferro, il letto della morticina oscillava dando un suono lugubre; e il cieco ripeteva con le lagrime agli occhi e inutilmente: “Cesira!„

Poi la smania diè luogo alla prostrazione assoluta. Cesira fu interamente nel dominio di suor Anna, la quale, senza farle violenza, la indusse a sedere in un canto. Allora il cieco fece il giro del lettuccio. Quando le mani tremanti ebbero toccato il volto della piccina, egli curvò la testa e stette lungamente ad ascoltare se mai tutti gli altri si fossero ingannati; ma il coricino non batteva proprio più. Allora accarezzò la fronte e la baciò. Nel risollevarsi, disse ancora una volta: “Cesira!„ ma suor Anna soltanto gli venne al fianco.

— Si è calmata, disse sottovoce; lasciamola stare; vadano a riposare tutti; io preparo ogni cosa.

— Le dica.... balbettò Mattia; le dica.... che conti sopra di me....

Cesira udì queste parole e rialzò il capo come per parlare, ma non seppe dir altro che grazie, e il vecchio se n’andò senza aver inteso.

Per un po’ suor Anna diè sesto alla camera, perchè il dolore terreno armonizzasse col decoro della morte; ripose in un canto le pezzuole che avevano rinfrescato la testa arsa dalla febbre, la pomata che aveva richiamato la sera prima una idea nella fronte presa dallo stupore; ma quando volle toccare la bimba, Cesira le corse incontro.

— No, non voglio.

Poi intese che suor Anna non voleva far altro che alleggerire le coltri, e aiutò anche lei, senza smaniare, senza piangere.

— Domani faremo il resto, disse la suora; lei dia retta a me; cerchi di riposare un poco; si butti nel letto dell’altra camera.... no? e allora si riposi nel canapè.

— Non posso, rispose Cesira.

— E allora preghiamo insieme; vuole?

Senza aspettare altro, suor Anna cominciò; Cesira ascoltò impassibile il latino delle litanie dei morti, ma cadde in ginocchio accanto alla morta quando, con voce vibrata, alzando gli occhi al cielo, la suora disse:

— Signore, voi che siete tutto misericordia, accogliete quest’anima, che si era smarrita nel mondo, e che torna a voi.

— Sì, signore, accoglietela, mormorò Cesira.

Dopo quella preghiera, suor Anna ne cominciò un’altra, e in ognuna Cesira trovò una frase, o una parola, che cadeva nel fondo della propria coscienza a destare un rumore di echi non pauroso.

— Suor Anna, disse interrompendo la preghiera, suor Anna, crede lei che il Signore gradirebbe una confessione che facessi qui, alla mia bambina morta ed a lei?

Suor Anna ci pensò un momento.

— Il Signore gradirà la confessione fatta a lui solo.

— Ebbene, Signore, io ho peccato molto...

Suor Anna la interruppe.

— Non a voce alta; io non ho alcuna veste per ascoltare.

Cesira ammutolì.

Dopo un poco volle sapere a che ordine apparteneva la suora; e quando intese essere della Misericordia, s’informò se potesse entrare _chiunque_ a far parte della famiglia.... e intendeva dire se la vita passata non fosse un ostacolo allo stato di sorella.

— Tutte abbiamo qualche cosa da farci perdonare, ma il cielo è alto, assicurò suor Anna.

Prima dell’alba, cedendo alle insistenze della sua compagna, andò ad appoggiare la testa al canapè, e fu presa da un sonno agitato, che le schiudeva il labbro ogni tanto; fin che svegliandosi in sussulto, tornò a guardare in faccia la sciagura.

Entrava il sole per la finestra socchiusa, entrava l’aria mattutina, entravano il cicaleccio dei passeri e la domanda lunga, insistente, dello stornello non contento ancora della gran risposta che quella notte gli aveva dato. La sciagurata madre, nel baciare la sua morticina, trovò l’ultima lagrima.

— Eri tanto bella! disse; ed ecco come sei diventata.

Venne Mattia in quel punto.

— Lei non ha dormito? interrogò suor Anna.

— Chi lo sa? non lo posso dire nemmeno io; rispose sottovoce il cieco. Cesira!

Cesira venne a prendergli la mano in silenzio, e l’accostò alle labbra.

— È arrivata questa lettera per lei, disse il cieco.

— Per me!... Quando?

— Ieri; era rimasta fra le altre, quando nessuno pensava alla posta.

Cesira guardò la soprascritta e disse tranquillamente, cacciando la lettera in tasca:

— È di lui; questa lettera deve aver viaggiato con me, ed era preparata da un pezzo. So già quel che contiene.

Suor Anna annunziò che andava in cucina a bere un brodo, perchè si sentiva sfinita; Mattia e Cesira rimasero soli.

— Ora mi dica che cosa vuol fare, mi dica se posso fare qualche cosa per lei.

— Grazie; posso soffrire ancora; è meglio che nessuno mi aiuti.

— Ma.... insistè il cieco con voce profonda; le persone che hanno sofferto con lei... quelle che hanno sofferto per lei... non vogliono la vendetta, domandano solo la pace. Forse sono egoisti, aggiunse dolcemente, e per avere il diritto di essere felici vorrebbero esser certi che...

— Che il cielo non mi abbandonasse... No, il cielo è generoso; si è pigliato mia figlia perchè io l’aveva distaccata da me per darmi a un altro che si annoiava d’averla sempre al fianco; sì, il cielo se l’è presa perchè io non l’amava più abbastanza.

Parlava senza singhiozzi, con voce uguale e coll’occhio fisso a terra.

— Sì, ho amato un altro più di mia figlia; l’ho amato molto, l’ho amato troppo; era la prima volta che amavo davvero, e nel mio cuore ci è poco posto per amare. Prima che conoscessi _lui_, mi lusingavo d’essere più forte delle altre donne, perchè tanti avevano chiesto il mio cuore con tenerezza; e lo diedi a lui, che fu brutale e mi ordinò di volergli bene.

Mattia non disse parola; lasciò durare il silenzio penoso, finchè Cesira ripigliò:

— Il cielo è generoso, perchè amo la mia creatura un’altra volta, e ora sono sicura di amarla sempre. Mi permette di leggere questa lettera?

E senza aspettare risposta ruppe il suggello.

“Cara Cesira.„

— No, interruppe il cieco... no.

— Mi lasci leggere forte; è una consolazione.

“Cara Cesira.

“Da molto tempo noi non ci amiamo più come una volta; è inutile illuderci, tu parti, ed io ti leggo nel cuore che quando sarai a Milano, quando la tua piccina sarà guarita, mi scriverai per liberarti d’un legame che ti pesa. Voglio risparmiarti una pena, e sono il primo a scriverti. Ripiglia dunque la tua libertà. Riceverai tutte le valigie che ti appartengono; lascierò Nizza fra due giorni, portando la memoria dei giorni d’amore che mi hai dato.„

Ritornava suor Anna, seguita da Barbara che portava i ceri da accendere accanto al letto della morta.

— E che cosa risponde lei? domandò il cieco sottovoce:

— Una parola sola; la dirà il telegrafo: _grazie_.

— Che fa ora suor Anna?

— Accende le candele alla mia piccina.

Il cieco stette in ascolto, e quando gli sembrò che le candele dovessero essere accese, insistè:

— Un’altra cosa le vorrei dire; Cesira... mi sente?

— Sì, ascolto; dica...

— Mio figlio andrà stamane a dichiarare la morte di Bianca; se dirà il nome del padre della nostra creatura, lei non se l’avrà a male, non è vero?

Cesira da principio non intese bene, poi diede un grido di gioia angosciosa, e cadde in ginocchio dinanzi all’altare di sua figlia morta. Si accostò al cieco.

— Dica a quella giovinetta buona, dica a suo figlio che Cesira... vuol diventar degna di pregare... e pregherà per la loro felicità.

Leggendo sulla faccia del cieco un’inquietudine, comprese e domandò umilmente:

— Debbo ritirarmi un momento?

Il cieco accennò di sì.

Allora Cesira impresse un lungo bacio sulla fronte della sua morta, e andò nella stanza attigua.

Avvertiti dal cieco, vennero tutti e due al capezzale, Sofia e Tito; stettero un po’ in silenzio, tenendosi per mano; poi Sofia s’inginocchiò, mentre il padre con le labbra fredde trovava il bacio che un giorno aveva desiderato tanto.

Il giorno dopo il melanconico dramma era finito. Bianca dormiva nella piccola bara, fra i fiori che le orfanelle avevano buttato nella fossa.

Cesira, uscita nascostamente dalla casa che l’aveva ospitata nel dolore, non fu più vista venire.

XXII.

Quindici giorni dopo Giuditta giurava davanti all’assessore di seguire l’agente di cambio dovunque gli piacesse andare; e siccome al marito piacque di andar subito a Parigi, essa vi andò volentieri; perchè fra i pochi suoi sogni, quella ragazza soda, quasi punto sognatrice, si era riserbato questo per la luna di miele: visitare il teatro dove si erano svolte tante scene dei romanzi di Paul de Kock. Ma fu l’ultima disillusione, e pochi giorni di viaggio bastarono a farla rinsavire del tutto e ricondurla nella strada giusta e pratica, dove passano i _tram a vapore_, i cavalli di _omnibus_, gli agenti di cambio affaccendati, le donnine lente che aspettano e le dame indifferenti che non aspettano più nulla.

Giuditta fu una di queste; in poco tempo ebbe ridotto la sua vita all’equilibrio perfetto fra i desiderii e le soddisfazioni; e siccome l’agente di cambio era ricco veramente, e veramente innamorato, quella donnina savia avrebbe potuto dire a sè stessa ed a tutti di essere proprio contenta, se non fosse stata una fissazione di babbo Salvi.

Il quale, essendosi ficcato il chiodo di continuare la vita povera, continuò ad abitare la soffitta colle finestre tonde, col pretesto d’indipendenza, di fierezza, di dignità e di altre parole magnifiche.

Anzi, per mettersi al sicuro dalla tentazione, aveva indotto Tonio a far casa in comune, e Tonio aveva accettato.

Il primo giorno che il maestro di scuola portò le proprie camicie e i cartoni di disegno in casa di babbo Salvi, fu nel cuore del poveraccio un gran tumulto di idee melanconiche. Aveva deposto la valigia a’ piedi del lettuccio di Sofia, appoggiato i cartoni a quello di Giuditta, e stette lungamente come uno smemorato, sembrandogli di pensare a qualche cosa, ma non sapendo nemmeno lui che cosa. Quando babbo Salvi gli venne a domandare allegramente se avesse scelto il letto in cui voleva dormire, Tonio rispose, allegramente anche esso, che dormire in un letto piuttosto che in un altro gli era sempre stato indifferente. Scelse il letto di Sofia, e quella notte fu contento di vegliare col lume a ventola di Giuditta, leggendo distrattamente un vecchio romanzo dimenticato dalla bellissima creatura ch’egli aveva amato tanto; poi gli parve d’aver sonno, ma spento il lume, gli si presentò nel buio l’occhio tondo della finestra a guardare lungamente nel suo cuore rassegnato.

E perchè pensare a Sofia, se essa amava Tito, se dovevano sposarsi?

Fu una mattina di settembre; la cerimonia si compì senza chiasso, e i due testimoni in municipio ed in chiesa furono l’agente di cambio e il maestro di scuola, il quale aveva voluto contribuire anche lui in qualche modo alla felicità di sua cugina.

Ma invece di un viaggio a Parigi, si fece una scampagnata tutti insieme a Vaprio. Vi prese la sua parte il cieco, più allegramente di ogni altro. Il maestro di scuola, nella sua qualità di testimonio, era stato invitato e non aveva saputo resistere alla propria sorte implacabile, che era di guardare in faccia tutta la felicità degli altri, tutta la propria miseria.