Pagine di storia letteraria

Part 20

Chapter 203,306 wordsPublic domain

Ora, enumerando pur questi nomi e ricorrendo con la memoria quelle tante opere a cui vanno congiunti, avviene di dubitare se parecchi storici delle cose e delle lettere italiane non abbiano per avventura fatto del piagnone a gridare la morte dell’Italia, quando ella piú fervidamente addimostrava la sua vitalità in cosí frequenti e cosí nobili produzioni di pensiero e di arte. E come per fermo creder morto o malato a morte un popolo, dal cui mezzo esce il Colombo a trovare fra gli errori paurosi della tradizione un nuovo mondo? dal cui mezzo esce il Machiavello a liberare d’ogni ombra mitica, d’ogni apparenza fantastica, il campo della storia e riporvi la verità del fatto umano? dal cui mezzo uscirà il Galileo a cacciare dai pianeti, loro ultimo nido, l’autorità e la finzione scolastica, a rifare co ’l cannocchiale i cieli, co ’l metodo sperimentale le menti? Morto questo popolo, che in nome della ragione e da parte della libertà prende possesso del mare, del cielo, della terra e dell’uomo? E che morti sono questi a cui canta le esequie l’Ariosto, Michelangelo edifica il cimitero e scolpisce i sepolcri, i quali a gara dipingono Leonardo e Raffaello e Tiziano? Sono dunque testamenti le filosofie del Telesio e del Bruno? Potrà bene quel filosofo della storia con molta accensione d’ingegno provarci che il movimento dell’Italia nel secolo decimosesto altro non fu che oblio spensierato della realità e un prepararsi a ben morire, che l’Italia doveva morire perché non si era fatta nazione e non aveva la conscienza di nazione: potrà questo storico della letteratura con isquisite sottigliezze mostrarci che tutta l’arte del secolo decimosesto è dissoluzione, e che l’Italia doveva dissolversi perché non credeva, perché non aveva operato la riforma della religione. Ma la storia è quel che è: volerla rifare noi a nostro senno, voler riveder noi come un tèma scolastico il gran libro dei secoli e inscrivervi sopra con cipiglio di maestri le correzioni, e, peggio, cancellar d’un frego di penna le pagine che non ci gustano, e, peggio ancora, castigare con la ferula della dialettica nostra o della nostra declamazione un popolo come uno scolare, o anche tagliargli il capo di netto quando è tutto vivo, perché non ha fatto a punto come noi intendevamo che fosse il meglio o come noi avremmo voluto che facesse; tutto ciò è arbitrio o ginnastica d’ingegno, ma non è il vero anzi è il contrario. La storia è quel che è: e certi spostamenti, certi oscuramenti, certe, direi, sincopi, nella ragione dell’universal movimento, nel rifrangersi della luce da uno ad altro lato, nell’affluire del sangue piú tosto a quella che a questa parte del corpo sociale, sono necessarie; né avvengon già sempre per colpa del popolo che pure ha piú da soffrirne, né si potevano per altre disposizioni evitare, né era bene che si evitassero.

Il cinquecento apre in Europa un’età nuova: alla quale diè principio la Francia, rafforzatasi nell’unità sotto l’undecimo Luigi e compiutasi per l’aggiunta del gran feudo di Borgogna sotto l’ottavo Carlo, co ’l manifestare la sua forza d’espansione, e la Spagna, uscendo dalle lunghissime guerre co’ Mori vittoriosa, compatta, irritata al combattimento, con la conquista; e con la rivoluzione religiosa la Germania, covante nell’inerzia feudale ardori di battaglia e lusingante gli odii antichi di razza con novelli ardiri di ragionamento; la Germania a cui anche l’impero, incominciando a fermarsi nella casa d’Austria forte di stati ereditari, dava, se non la compattezza di quelle altre due nazioni, il peso d’una gran mole; la Germania cui anche la irrequietezza del nuovo imperatore Massimiliano conferiva a riportare nell’azione europea. A cotesta età dunque la Francia e la Spagna impartirono il movimento storico, che fu quello degl’interessi dinastici, al cui servigio i monarchi adoperarono le nazioni novellamente formatesi intorno a loro; la Germania impartí un po’ piú tardi l’ardore della controversia e della discussione, che non doveva né restringersi nei limiti della conscienza religiosa né finire con i soli effetti estrinseci della riforma. Ora, dinanzi alla foga della Francia e della Spagna traboccanti dall’alveo loro, da poi che ivi il popolo nell’urto contro gli stranieri si era agglomerato con le feudalità attorno il re a forma di nazione, l’Italia non aveva che le sue tradizioni e gli ordinamenti suoi federali; il turbine poi delle passioni religiose che ventava dalle alpi germaniche non la distrasse dalla quiete solenne nella quale ella svolgeva l’elaborazione ultima del suo organamento nazionale e politico, della sua conscienza di popolo, nel pensiero e nell’arte. Imperocché nazione ella sentivasi ed era nelle tradizioni, nella lingua, nella gloria: ma, scossa che ebbe la soma dell’impero tedesco, non aveva voluto sacrificare la libertà alla forza, la varietà all’unità. E perché avrebbe dovuto farlo, ella, che dalle ruine di Roma era risorta co ’l senso dell’Italia sociale, dell’Italia delle confederazioni sannitiche ed etrusche? E se lo avesse fatto, se fossesi lasciata maneggiare da uno svevo o da un angioino o da un Visconti che domata, spremuta, battuta, l’avesse poi spinta come caval di battaglia alle conquiste, avrebbe ella operato quel che operò nello svolgimento libero di tutti gli elementi suoi, di tutte le sue genti? avrebbe ella avuto i suoi commerci unificatori d’Europa, l’arte sua conciliatrice dell’antichità e del medio evo, il suo rinascimento? o avrebbe ella potuto produrlo con tale una rifioritura universale, con tale un’efficacia feconda, da inocularne lo spirito vivificatore alle altre nazioni? o non piú tosto lo avrebbe prodotto manco e superficiale come la Francia, parziale come la Germania? La riforma religiosa come avrebbe dovuto o potuto promuoverla o accettarla l’Italia, ella che aveva fatto ad imagine sua pagano il cristianesimo? Come avrebbe dovuto accettar da Lutero l’autorità della bibbia ella che nella politica poneva co ’l Machiavelli fattore e signore del tutto il pensiero umano, ella che nella scienza era co ’l Galilei per dare il primo crollo alla Genesi, ella che nell’arte fastidiva co ’l Bembo lo stile di san Paolo? Ma è egli possibile a imaginare il rinascimento in Italia luterano? e un Ariosto zuingliano? un Machiavelli puritano? un Raffaello calvinista? un Michelangelo quaquero? No, veramente: la vita e l’anima dell’Italia fu la federazione nell’ordinamento politico, il razionalismo in filosofia e in religione, il naturalismo in arte. Ella nel secolo decimosesto finiva di compiere, per quel che spetta ad arte e pensiero, l’opera che aveva cominciato fino dal mille, con la rivoluzione sociale dei Comuni, il Rinascimento: il Rinascimento che fu motivo alla riforma religiosa di Germania, la quale alla sua volta trasportatasi e trasformatasi tra gli olandesi e gl’inglesi fu nutrimento e incentivo alla rivoluzione politica maturata dalla Francia nell’ottantanove. A ciascuna nazione l’età sua, a ciascuna età il suo officio.

Che colpa, del resto, aveva la nostra patria, se ella era a quel tempo la piú libera, la piú bella, la piú ricca, la piú civile e comparativamente la piú felice tra le nazioni d’Europa? Ella compiva serenamente disinteressata l’officio suo, quando Spagna Francia e Germania nel lor bisogno di gittarsi fuora a pascolare e a sbizzarrire secondarono gli avidi e avventurieri istinti dei re condottieri intorno ai quali eransi aggreggiate, e presero questa bella musa che cantava la libertà la natura la ragione, e la gittarono con le mani e i piedi legati e co ’l bavaglio alla bocca in balía dei due ciclopi del medio evo. Certo, che, quando papa ed imperatore fossero per necessità di cose tornati concordi all’azione loro in Europa, la vita dell’Italia liberamente federale e produttiva, che era un ribellamento a quell’azione ed avea vigoreggiato negl’intervalli o nella sosta di essa, doveva finire e languire. E cosí la ruina ultima dell’Italia pervenne da ciò che era stato oggetto alle utopie idealistiche de’ suoi grandi uomini. Cesare tornò pur troppo, e questa volta pose da vero mano alla predella e inforcò la polledra selvaggia: Dante poteva esser contento, l’idea ghibellina aveva trionfato. Pietro si era riconciliato con Cesare, e in una città del retaggio di Matilde gli avea dato il bacio di pace in bocca e la corona dell’impero in capo, e ne avea ricevuto il donativo dell’altare: il Petrarca e Caterina da Siena potevano ringraziare Dio, i vóti dei guelfi eran pieni. Firenze e Siena lo seppero, ed esperimentò ben Milano per oltre tre secoli gli effetti pratici del trattato di monarchia. Ma dire che ciò avvenisse non curante e non resistente l’Italia, non resistente per la debolezza e la opposizione d’interessi cagionata dall’ordinamento federale, non curante per la dissoluzione in cui lo scetticismo e il materialismo pratico l’avevano precipitata, non è né vero né giusto né generoso. E, anzi tutto, onde partirono le provocazioni all’invasione straniera? da’ due stati monarchici, da Milano e da Napoli; e la causa piú vera o il pretesto piú prossimo ne fu una ragione di succession dinastica a Napoli, al regno da antico accentratore. E dove la resistenza agli oppressori stranieri e indigeni fu nobile, eroica, senza concessioni, fino agli estremi, con aureola di sacrificio? nelle repubbliche democratiche di Firenze e di Siena. E quali furono gli stati che la piena barbarica non ricoprí o che si tennero diritti in mezzo al temporale? Ancora le repubbliche, Venezia e Genova. Io non dico se quelle repubbliche sarebbero desiderabili oggi: elle erano quel che dovevano e potevano essere secondo le rivoluzioni loro e rispetto alle condizioni italiane e europee: io rilevo un fatto. E tanto aveva l’Italia poca voglia di morire, che il sacro romano impero dové adoperarsi con tutte le sue forze, con tutti gli argomenti, anche co ’l tradimento, per istrangolare due città come Firenze e Siena; e pur tra le branche del ciclope le due viragini belle si divincolavano fieramente, ed empievano della meraviglia dei loro ultimi sforzi e della pietà di lor grida Europa: soccomberono, ma non furon violate. E tanta era la vitalità del popolo italiano, e tanto era egli poco rassegnato a morire, che, mancato all’operosità sua campo domestico, ei ne si ripresenta meditante e operante in tutta la storia d’Europa. Questa Europa, che ci voleva morti, i nostri scrittori la illuminano, i nostri artisti l’adornano, i nostri uomini di stato l’agitano o la infrenano, i nostri guerrieri la insanguinano. Chi ornò Versaglia e il Louvre? chi l’Escuriale? E onde vennero all’impero i Farnesi, i Piccolomini, i Montecuccoli, gli Eugenio di Savoia? e non pare una vendetta del fato che il Mazzarino governasse la Francia e l’Alberoni la Spagna?

III.

Il sin qui detto mi esenterà da altre apologie e da parziali difese, e servirà pure a determinar meglio l’essere e i modi della letteratura italiana nel secolo decimosesto. Il cui svolgimento procedé poi cosí largo e magnifico, che le ragioni di tutte le sue varietà non possono restar contenute nei limiti di un discorso: del resto, chi non sa esser quella, almeno per gli effetti largamente ed efficacemente prodotti su la nuova coltura europea, l’età piú gloriosa delle lettere italiane? E io credo che nulla di propriamente nuovo avanzi a dire, per esempio, su ’l Machiavelli o su l’Ariosto: essi, rispetto a Dante e agli altri scrittori del trecento e del quattrocento, sono moderni, o sí veramente principiasi con essi quella età che fu moderna fino all’ottantanove, che sussiste ancora per poco: tutti noi gli comprendiamo a un modo, e l’Europa li ha giudicati con la sicurtà del senso recente. Per ciò, a non voler ripetere cose già dette, mi contenterò di rilevare piú netto ch’io possa le linee del movimento e i contorni del confine di quella letteratura.

Della quale se il decimosesto secolo vide il frutto, il germe fu nel decimoquinto. Nel secolo decimoquinto eran nati a poca distanza tra loro il Machiavelli il Buonarroti il Guicciardini che in sé accolsero gli ultimi spiriti dei Comuni e la somma dell’esperienza e le virtú estreme del reggimento libero, e il Sannazaro il Bembo il Castiglione, rappresentanti della piú eletta cultura aulica secondo l’intendimento di Dante, che sórsero dittatori del bel costume alle nuove generazioni e del linguaggio regolare e dello stile elegante. Nel secolo decimoquinto era cresciuto l’Ariosto, che nella maggiore opera sua procede senza dubbio dal Boiardo: come il Machiavelli procede per una piccola parte dalla erudizione e dalla critica degli umanisti, per esempio, del Valla, e indubbiamente poi ritrae la materia e il meccanismo di storico piú dagli storiografi latini del quattrocento che dai cronisti del trecento.

Anzi che concepimenti e produzioni nuove, vide adunque il secolo decimosesto compiersi e fermarsi, nell’accordo delle attività diverse e nell’armonia delle forme, l’ultimo perfezionamento di tutta la produzione anteriore ancor viva o vitale. La letteratura del trecento nella espressione artistica era stata individuale e d’impronta toscana: quella del quattrocento, parziale e federale: quella del cinquecento fu una, classica, italiana.

Sí, il carattere piú rilevatamente storico ed estetico della letteratura del cinquecento è l’unità nel classicismo della forma e nella italianità della lingua. L’unità italica non risultò mai cosí evidente nell’arte come in quel secolo: parve che la patria nostra nell’imminenza del suo sfacelo politico intendesse con ogni vigor che le avanzava a chiarirsi ed affermarsi nazione. E tuttavia non vi fu sforzo: era l’ultima conseguente modificazione dello svolgimento. Cessato l’urto tra i diversi elementi a mano a mano con l’estinguersi sin dalla fine del secolo decimoterzo dell’elemento feudale, co ’l languire del religioso e co ’l sormontare necessario dell’elemento nazionale; cessò nel secolo decimosesto anche il dissidio tra le due forze o tendenze differenti di quest’ultimo elemento, l’aristocratica e la democratica, la unitaria e la federale, la romana e l’italica: forze e tendenze che Dante aveva già riconosciute e contrassegnate, quando distingueva l’idioma illustre, cardinale, aulico, curiale, e la poesia che in quello componevasi, dal volgare plebeo e paesano. Il contrasto e il distacco tra Dante e l’Angiolieri, tra Battista Alberti e il Burchiello, tra il Boiardo e Sostegno di Zanobi, non fu piú possibile nel cinquecento come fatto letterario notevole e notato. Il processo di assimilazione era compito, dell’assimilazione della materia indigena e medievale co ’l classicismo rinato; e le idee e le forme ne avean preso un atteggiamento nuovo. L’assimilazione, se vuolsi, non fu tutta omogenea, e l’atteggiamento non senza sforzo: ma la mutazione o, meglio, la trasformazione era avvenuta. Di che deesi per gran parte recar la cagione all’avere la coltura classica acquistato sempre piú del terreno: ma è anche vero che il popolo nel secolo decimosesto si ritrasse quasi volontario dall’intervenir piú come autore nel lavoro letterario. E di codesto ritrarsi altri potrebbe, con apparenza e forse con parte di verità, trovar la ragione nella caduta d’ogni reggimento democratico, nel forzato spegnersi della vita pubblica e nella società artifiziata delle corti e delle academie da per tutto prevalsa. Sebbene è forse piú vero che quello che nel nostro popolo, non nuovo e per ciò non intimamente poeta, vigeva d’impulso creatore o modificatore, erasi omai rilassato. E di fatti pare che l’avvenimento dell’ottava, metro popolare e per ciò passato in silenzio dall’autore del Vulgare Eloquio e dagli altri trattatisti del trecento, al regno dell’epopea classica segni l’ultimo grado dell’ascensione poetica del popolo italiano; come il suo sentimento soggettivo era evaporato compenetrando la parte piú viva e calda della lirica del duecento e del quattrocento, del Cavalcanti e del Poliziano, cosí il sentimento oggettivo si era idealizzato, o stava idealizzandosi, ne’ poemi dell’Ariosto e del Tasso: dopo di che, pago a contemplare e ad ammirare in quei poemi la sua trasformazione ideale, il popolo italiano non diè veramente piú opera, né con inspirare le forme né con provvedere gli argomenti, al lavoro letterario nazionale. Nella lingua avvenne quasi lo stesso. Il primato della Toscana, la quale co ’l suo dialetto foggiato a idioma letterario rappresentava la tendenza popolare, scadde un tal poco nel cinquecento; ma le successe l’Italia, e piemontesi e istriani e marchigiani e lombardi scrissero regolarmente e quasi ad un tipo solo. E primo introduttore del regolare italiano nel mezzogiorno fu un solenne poeta latino, il Sannazaro; e primo a fermare in regole pratiche la grammatica e a restituire il bell’uso del Petrarca e del Boccaccio fu il Bembo, la cui maggiore opera è di prosa latina: tanto è vero che in questo fatto della unificazione e formazion della lingua e della prosa è piú veramente e specialmente da riconoscere il lavorío lungo lento instancabile della tradizione aulica e dotta. Già da principio Guittone nelle Lettere, Dante nel Convito, e in tutte le prose il Boccaccio, avevano inteso a cotesto, con l’esempio del latino essi toscani; e solo il molto uso del latino nel secolo decimoquinto riuscí a disciplinare le impazienze anarchiche delle regioni italiane: allo specchio del latino gli altri dialetti si raffrontarono col toscano, e il toscano si rassettò; e in quel rassettamento, che fu concessione, venne accolto. Cosí nel secolo decimosesto il concetto del Vulgare Eloquio e di tutta la teorica di Dante era effettuato, e assommato l’edifizio della letteratura nazionale. E pure cotesta classica unità letteraria, fatta bene ma con un po’ di sopraffazione e di frode, come del resto tutte le unità, lasciò in fine solo e malcontento il popolo. E questo, per quel tanto che gli era rimasto di vita, fece la secessione nel campo de’ dialetti. In fatti, la letteratura dei dialetti, ricchissima negli ultimi tre secoli e piú originale, in molte parti, che non la nazionale, incomincia dal cinquecento; e in essa sopravvive l’autonomia fantastica e artistica delle regioni.

IV.

Dopo ciò, chi si rechi a mente la contenenza della letteratura italiana nel cinquecento, dovrà, se abbia osservato largamente e con quiete, ammirare tanta ricchezza e originalità di prosa, tanta squisita eleganza di poesia. Prima del cinquecento, per quanto grandi o felici esempi individuali possano arrecarsi e contrapporsi da’ due secoli anteriori, prima del cinquecento resta pur sempre vero che l’Italia non ebbe prosa stabile e formata; e nel cinquecento questo, per cosí dire, tipo nazionale di prosa lo ebbe. Non sarà quello che possa piacere a noi, non risponderà ai nostri gusti e bisogni: ma allora fu vivo e vero e bello, fu quel che occorreva alla coltura e civiltà d’allora: tanto è vero che francesi e spagnoli lo presero ad imitare. Né quella prosa era certamente, nella sua idealità tipica, tutta uniforme o improntata a uno stampo: quanta varietà piú tosto e che diversità dal Machiavelli al Caro, dal Sannazaro al Firenzuola, dal Castiglione al Davanzati, dal Tasso al Cellini! Minore per contrario nella moltitudine delle rime la varietà: ma negare la bontà estetica di non poche tra quelle poesie italiane e latine non potrebbe senza ingiustizia chi abbia conoscenza adeguata dell’arte: per esempio, le Api del Rucellai e la Ninfa tiberina del Molza hanno la stessa ragion d’essere che certi lavori d’oreficeria del Cellini. Se non che tra tanta prosa e sí grave come mai tante rime e sí leggere? Se il determinarsi della storia a genere letterario e la classificazione della prosa sono i segni piú certi che l’intendimento e il lavoro sociale dell’epopea e della poesia universalmente sono finiti, come mai il cinquecento, non pur ricchissimo di storie e quali storie!, ma che tutti produsse e perfezionò i generi della prosa, come poté essere secolo poetico? Poetico veramente non fu, fu artistico. Dante e il Boccaccio, il Boiardo e il Pulci, il Petrarca e il Poliziano erano passati; e il popolo italiano era giunto alla maturità per mezzo ogni maniera di esperimenti, eravi giunto un po’ lasso e disilluso e tra tali circostanze che gli toglievano luogo e agio a rifarsi. Per ciò la maturità sua non fu consolata di memorie o speranze liete, non ebbe né Erodoto né Platone né Demostene: ebbe la intuizione del reale nell’universo e l’idealismo dell’arte nella vita. Tali furono le condizioni morali e le manifestazioni spirituali dell’Italia al secolo decimosesto; e in queste ella cercava riposo da quelle, e ambedue erano il portato necessario dello svolgimento anteriore; e si addimostrarono piú che altrove insigni nelle opere di Nicolò Machiavelli e di Ludovico Ariosto, nei quali pare che si raccolga e rifletta tutto ciò che sparsamente fu il pensiero e l’arte italiana in quella età grande e triste.