Part 13
E cosí dalla sorgente stessa della contrizione corre per quei versi un’onda sí limpida, sí tersa, sí armoniosa di gioiti compiangimenti, che il poeta non ne apparisce tanto pentito quanto forse vorrebbe: egli guarda a Laura, e con qual passione!, in quella stessa che rivolge l’amor suo alla Vergine. La quale io non ripeterò che nelle rime del Petrarca sia convertita in una quasi Venere cristiana, come nei carmi latini Cristo divenne Apollo: ma certo, la madonna petrarchesca è diversa e lontana di molto dalla «mater dolorosa» di Jacopo da Todi e dalla «donna del cielo» a cui Dante indirizzava il mistico inno per bocca di San Bernardo. Come Afrodite alle invocazioni della poetessa di Lesbo discendeva su ’l suo carro dimandando alla fanciulla — Chi ti offende, o Saffo? — cosí, a certi passi della canzone del Petrarca, credereste che la vergine di Iesse, confidente dei dolci segreti, compassionevole alle pene con tanto lacrimoso fervore rappresentate, fosse su ’l punto di staccarsi dalla tavola di Giotto per tergere le lacrime del poeta cristiano. Il medio evo è veramente tradito.
III.
Scrittore latino, il Petrarca guerreggiò apertamente il medio evo; vero padre del Rinascimento, non solo perché promosse la ricerca degli antichi autori per tutte le città d’Italia e in Francia in Germania in Spagna in Inghilterra, non solo perché trasse di Grecia Omero e lo restituí all’occidente, ma piú perché rese laico il latino di sacerdotale che era. Conversando nella lingua di Cicerone con gente d’ogni parte dell’Europa, e per ogni parte dell’Europa meravigliata di quella classica novità di stile disseminando le sue epistole e i trattati ed i carmi; congiunse le nazioni occidentali, annodate prima dalla teologia, con un vincolo nuovo, il vincolo filosofico e letterario: fondò, nell’Europa soggetta ancora ai poteri ecclesiastico e feudale, una nuova potenza, fuor della chiesa e dello stato, tutta morale, tutta moderna, la repubblica delle lettere.
Né all’antichità egli richiese pur la retorica e l’erudizione, ma ne ricercò come uom vivo la vita. Nella storia del popolo romano non vide piú, come già Dante e gli scolastici, una serie di predestinazioni provvidenziali, di mitiche adombrazioni d’una futura città di Dio; e fu un gran passo: volle anche secernere, secondo il poter suo, dalle preoccupazioni tradizionali il vero storico, del quale mostrò d’intender bene il valore, presentendo l’età critica; se non che restò vinto ben presto dall’ammirazione e dall’amore. Poeta, e attratto di continuo verso l’ideale da un istinto generoso di perfezionamento, egli adorò nei personaggi romani altrettanti esempi di nature umane divinamente dotate e nella maggior dignità constituite: adorò nella romana storia la piú poderosa manifestazione della civiltà umana; e di quella umanità e civiltà ammirò negli scrittori la espressione piú pura e piú degna; e voleva vivere di quella lor vita, tanto da scrivere ad essi come a contemporanei. Dalla quale tornando al presente, e paragonando quello splendore delle forme antiche alle condizioni sociali e letterarie del tempo suo, ne prendeva in maggior abominio il medio evo e i suoi coetanei che glie lo rappresentavano: — paion vivi, ei diceva, e respirano, ma già son fatti cadaveri puzzolenti —; perocché ei riponeva il suo ideale nell’avvenire. E questo è che piú l’onora: ei non rifuggiva al passato per distendervisi e giacere, ma per ispiccare indi piú agile e sicuro il volo verso un’età nuova. Le opere sue sono piene di augurii: egli ha la fede del Rinascimento, e vede prossimi giorni migliori, nei quali l’Italia trionferà da per tutto, e le antiche virtú rifioriranno e con le virtú la dottrina e le arti, e l’eloquenza occuperà di nuovo i rostri il fòro il senato, e la poesia splendida, morale, benefica, consolerà di luce sovrumana quegli uomini felici. In quei giorni ei vorrebbe vivere, e rivolgendosi alla sua Africa la prega di ringiovanire quando prima rifulgerà l’alma luce della poesia ed una età migliore ai buoni:
Tunc iuvenesce, precor, cum iam lux alma poësis Commodiorque bonis cum primum adfulserit aetas.
Di sí fatto ideale dové il Petrarca esser da vero e profondamente penetrato, se poté cosí efficacemente rifletterlo sopra il suo secolo e farsene venerare come autore egli stesso del Rinascimento che vaticinava. Torna a mente il mito d’Orfeo, quando vediamo non tanto i re di Napoli e di Francia ammirati e stupiti innanzi a quest’uomo, e l’imperatore e i pontefici corteggiarlo, ma, che è piú, i traditori i rissosi i sanguinolenti i bestiali signori d’Italia ammansati intorno a lui, e l’immane Barnabò Visconti volerlo padrino del suo figliuolo, e Galeazzo, quel delle quaresime, carezzarlo. Ma piú volentieri ammiriamo la pronta e lieta conversione del popolo italiano alla religione della dottrina e al culto dell’ingegno, quando leggiamo di poveri maestri ciechi che appoggiati alla spalla de’ figliuoli corron dietro al poeta laureato da un capo all’altro della penisola, di artefici che mettono a porpora e ad oro le camere per riceverlo. E quando leggiamo come i giovinetti delle piú superbe famiglie baronali lo scorgessero vestiti di rosso in Campidoglio, e come le mani dei Savelli dei Conti degli Annibaldi incallite dal maneggio della partigiana nelle battaglie civili si gloriassero di agitargli intorno corone di fiori, e i Colonna e gli Orsini si trovassero d’accordo un sol giorno per deporre la ghirlanda d’alloro su ’l capo di questo figlio d’un notaio fiorentino, e il popolo salutarlo col grido — Viva il poeta, viva il Campidoglio! — e il poeta rispondere — Viva il popolo romano, e che Dio lo mantenga con libertà! —; allora ci pare che un raggio dell’antica gloria illumini cotesta Roma ruinosa, la quale ringentilisce celebrando in Campidoglio la sacra del Rinascimento; allora ci pare che l’Italia sia veramente la patria degna di Francesco Petrarca.
Ma nell’ideale complesso del Rinascimento un concetto e un affetto spiccavano tra tutti gli altri dinanzi alla mente e al cuore del Petrarca: il concetto e l’affetto dell’Italia. Nato esule, trasportato fanciullo da luogo a luogo, e presto oltre l’Alpi, vissuto lungi dalle parti e dalle magistrature, la fiera tenerezza che gli altri italiani avevano per il loro comune o per il simbolo di lor parte, ei la diè tutta al nome d’Italia. L’Italia ei cominciò ad amarla nei libri di Virgilio di Cicerone di Livio, grande, vittoriosa, una: ma, come il Rinascimento non è l’antichità, sí bene ha una novità sua organicamente mista d’antico, cosí l’Italia del Petrarca non è l’Italia romana, per quanto molto ne ritenga. Fiorito nell’età dei signori, egli ne comprese l’intendimento ed il fine; che era la dittatura contro le parti guelfa e ghibellina, dittatura che assicurasse ai popoli la pace, la concordia, il termine della guerra civile. Ma cotesto intendimento non oltrepassava le mura della città, i confini dello stato del signore; ora il Petrarca lo allargò; e, come Dante gridava la guerra anche dei tiranni contro i guelfi per ristorare la maestà dell’impero, cosí egli gridò la pace tra i signori per respingere ogni ingerenza di armi e dominazioni straniere, per restituire in potestà di sé entro i suoi naturali confini la nazione latina che ha per capo Roma. La sentenza del Foscolo che per fare l’Italia bisogna disfare le sette, i vóti del 1847 per la unione dei principi italiani, la tregua e la trasformazione delle parti nella Società nazionale d’avanti il 1859, erano già i vóti la sentenza la politica del Petrarca nel secolo decimoquarto. Quando il principe di Metternich disse l’Italia essere una espressione geografica, non avea capito la cosa; ella era una espressione letteraria, una tradizione poetica. Quell’oblio o quella condanna delle parti nella terra dei guelfi e dei ghibellini, quella concordia predicata nella terra delle mille e mille guerre municipali, fu veramente una nobil poesia che incomincia dal canzonier dell’amore. Io non so se sia vero ciò che uno scrittor francese racconta, che il governo austriaco vietasse certa volta in Milano la recita della canzone all’Italia; ma, se lo fece, certo che n’ebbe ragione, benché oramai fosse tardi.
Ma il poeta, se fu sempre costante nel proseguire l’ideale d’Italia in tutti gli avvenimenti, in tutte le guerre, in tutte le rivoluzioni che empierono l’età sua, non predicò già sempre la concordia e la pace: la concordia doveva essere nel fine, non la pace nei mezzi. Giovanni ventesimosecondo pontefice e Filippo di Francia aiutano dell’autorità loro e delle armi l’avventuriere Giovanni di Boemia; e il Petrarca, che pur viveva alla corte di Avignone, manda alla patria l’avvertimento, che poi nel coro del Carmagnola fu soltanto ricordo storico, come intanto dalle vette dell’Alpi lo straniero misuri con animo avaro le ricche nostre campagne:
sublimis ab Alpe Ille minax animo iam praemetitur avaro Ditia rura procul.
Chi non ricorda la canzone al senatore di Roma, ove il poeta avvolgendo le mani entro i capelli dell’Italia le schiera cosí tragicamente davanti le memorie della grandezza antica e le imagini della miseria presente? Chi non ricorda la canzone indirizzata ai signori che guerreggiavano intorno Parma nel 1344, la canzone lacrimosa ed ardente ove l’odio agli stranieri ha cosí feroci gli accenti, e cosí tenera espressione l’amore alla patria; la canzone che da una parte rapisce i cittadini ad abbracciarsi, dall’altra ad uccidere? E quando Cola di Rienzo co ’l suo scettro di tribuno raccoglieva intorno a sé in Campidoglio i messaggeri di tutte le città italiane, il Petrarca veramente credé il vóto di tutti i suoi giorni fosse alfin per adempiersi. E lasciò la corte e Avignone, e dimenticò l’amore, e fu ingrato ai Colonna: non vide piú, non pensò piú che Italia e Roma: egli, che tre anni prima avea invocato pace pace pace, predicò l’esterminio e la guerra; l’esterminio dei faziosi feudali, la guerra alla guerra civile. Egli aveva, si può dire, congiurato col tribuno: v’ha qualche sua lettera a Cola d’innanzi il 1347, in cui vampeggia tra il secreto mistico la cupa ardenza d’un iniziato, d’un cospiratore italiano delle generazioni a noi prossime. «Quando ripenso, egli scrive, il gravissimo e santo discorso che mi tenesti l’altr’ieri su la porta di quell’antica chiesa, parmi d’avere udito un oracolo sacro, un dio, non un uomo. Cosí divinamente deplorasti lo stato presente, anzi lo scadimento e la ruina, della repubblica; cosí a fondo mettesti il dito della tua eloquenza nelle nostre piaghe; che, ogni qual volta il suono di quelle tue parole mi ritorna alle orecchie, me ne cresce il dolore all’animo, me ne sale la tristezza agli occhi; e il cuore che, mentre tu parlavi, ardeva, ora, mentre pensa, mentre ricorda, mentre prevede, si scioglie in lacrime, non già femminee, ma virili, ma d’uomo che all’occasione oserà qualche cosa di pietoso secondo il potere a difensione della giustizia. E se anche per addietro io era co ’l pensiero teco sovente, dopo quel giorno son teco piú che sovente; e ora dispero, ora spero, ora ondeggiando tra speranza e timore dico in me stesso: Oh se fosse mai! oh se avvenisse a’ miei giorni! oh se anch’io fossi a parte di sí grande impresa, di tanta gloria! E poi rivoltomi al Crocefisso esclamo con voce mesta e con occhi molli di pianto: O Gesú buono e troppo mansueto, che è ciò? Sorgi: perché dormi? Vedi cose che patiamo, e da chi! vedi cose che si fanno da’ nemici tuoi sotto lo scudo del tuo nome!» E cotesti nemici di Gesú, voi intendete bene quali, Francesco Petrarca li sfolgorò con tanta ardenza di collera, che i riformatori del secolo decimosesto crederono potere annoverarlo tra i lor precursori. Né favori né timori né rispetti lo vinsero. Il poeta della pace diventa, nel conspetto della corte romana, rabbioso: il poeta dell’amore pudico getta, nel descrivere le vergogne dei prelati, ogni vergogna. Nelle epistole senza titolo il suo stile latino vigoreggia di nuova potenza: le frasi si accendono d’una maligna luce sulfurea: vampe d’inferno lingueggiano lambendo le sozze imagini; e Satana (la sola volta che il poeta lo nomini) Satana presiede e governa ridendo il sabbato dei cardinali.
Ma il tribuno fu poi troppo minore di sé e delle speranze dell’amico, e i signori d’Italia vendevano e barattavano quelle città che a mente del poeta avrebbon dovuto liberare e congiungere e si afforzavano di quei mercenari stranieri alla cui cacciata avrebbon dovuto accordarsi, e ai vóti di pace il doge Dandolo rispondeva correggendo all’orator cittadino un errore di geografia, Genova rispondeva con nuove battaglie. Onde negli anni maturi il Petrarca riponea e rivolgeva, quasi sfiduciato dei signori italiani, altre speranze nell’imperatore Carlo quarto, e sollecitava il ritorno dei pontefici a Roma. Né già la chiesa e l’impero potevano allora idealmente essere esclusi dalla constituzione d’Italia: ma il Petrarca anche, scrivendo ammonimenti e rimproveri a Carlo, gli rammentava l’Italia essere grande e rimanere la stessa pur senza lui, e della restituzione della santa sede trattava come di una ricongiunzione di Roma all’Italia. Del resto co ’l suo occhio di vate ei vedeva per entro l’avvenire: «le due luci del mondo, scriveva, l’imperatore e il pontefice sono su l’estinguersi; le due spade stanno per ispuntarsi». Intanto ei procacciava di levare piú alto che potesse tra gli occasi delle due luci il nome e l’idea d’Italia. La quale, chi la consideri com’era in effetto nel secolo decimoquarto e come la vagheggiava per l’avvenire il Petrarca, può essere comparata in imagin sensibile al domo di Milano fondato a punto da un amico del poeta, da Giovan Galeazzo, il primo signore che pensasse alla corona italica: una selva di guglie che, diverse nella postura nel punto di movenza nella grandezza nell’altezza, e ciascuna con la sua base il suo tabernacolo i suoi ornamenti e il suo santo per sé, congiurano nulla di meno tutte a una varia allegra fantastica unità: sta su tutte piú snellamente aerea e splendida d’oro la guglia che sostiene la Vergine; e questa, se ai vicini non pare dispiccarsi tanto su le altre e tra le altre, apparisce ai lontani solenne e sublime dominatrice dell’immenso e leggiadro tempio tutto e solo fatto per lei.
Tra le contraddizioni cagionate per grandissima parte dalla condizione dei tempi, tra le indeterminazioni provenute dalla natura stessa del poeta, questo di aver posto su la cima dell’ideale del popolo italiano il concetto e il nome d’Italia nazione, questo è glorioso e incontestabile merito del Petrarca verso la patria. La politica sua, nella parte pratica e secondo allora moderna, che fu in somma la glorificazione classica delle signorie repubblicane, rimase sommersa per sempre dalla invasione straniera del 1494, piú ancora che non fosse infranta dalla politica ferrea del Machiavello. Ma l’ideale restò. Che anzi un oscuro cronista romagnolo descrivendo il danno dell’invasione ricorda e commenta con voce di dolore la canzone profetica del Petrarca a rimproverio dei signori d’Italia, e con i versi augurali di essa canzone Nicolò Machiavelli conchiude il libro del principe. E ci sono del Petrarca certi altri versi che dalla stessa loro indeterminatezza paiono predestinati a divinare, a segnare, a simboleggiare, fuor della rigida delimitazione delle parti, nel significato piú largamente e universalmente nazionale, certi momenti, certi avvenimenti, certe idee concettuali della rigenerazione d’Italia. La imagine del «cavalier che Italia tutta onora» il quale ha da sedere su ’l monte Tarpeo «pensoso piú d’altrui che di se stesso», se fin dal secolo decimoquinto, come attesta il Machiavelli, attrasse e ispirò fino alla morte la gentile anima di Stefano Porcari, fu poi cercata dall’Italia sempre con occhi dolorosi dall’aspettazione; e chi la vide e la vede in uno, e chi in altro; ma il fatto è che a sicurezza di civiltà e di pace è necessario che in Campidoglio questo cavaliere laico ci sia. Che se per lungo tempo l’Italia ridomandò pur sempre in vano a’ suoi reggitori,
Che fan qui tante peregrine spade?
quelli altri versi cosí romanamente feroci come non fece di simili Dante,
Cesare taccio che per ogni piaggia Fece l’erbe sanguigne Di lor vene ove il nostro ferro mise,
paiono prenunziare fin nel suono rotto e anelante le cariche alla baionetta di Varese e di san Martino; a quel modo che gli augurali,
Virtú contra furore Prenderà l’armi, e fia ’l combatter corto, Ché l’antico valore Negl’italici cor non è ancor morto,
paiono incoronare della luce dell’inno i combattimenti popolari di Genova, di Milano, di Brescia, di Bologna, di Roma. Né tali memorie, io credo, soneranno spiacevoli agli onorandi citadini d’altre nazioni che convennero a questa festa italiana: essi san troppo bene, e i loro annali lo attestano, che, mentre lo straniero occupa il suol della patria, l’odio è pietà, civiltà la battaglia.
IV.
Ma oggimai l’Italia può compiacersi in ricordanze piú umane. La mattina del 22 maggio 1341, Francesco Petrarca, recente della coronazione, entrava a cavallo in Parma tra le armi dei fratelli da Correggio che insieme co ’l popolo francarono la città dalla mala signoria degli Scaligeri: la vittoria era lieta, e grandi le speranze; e il laureato d’Italia intonò l’epinicio della libertà. È un momento, unico nella vita del poeta e nella storia della nostra antica poesia, un momento in cui l’Italia prende sembianza quasi greca e la figura di Alceo par risorgere e l’anima ardente della lirica eolia trascorrere sur una città lombarda: ma fu pur troppo un momento. A ogni modo, resta la canzone «lunge da’ libri nata in mezzo l’arme», e della canzone restano eternamente memorabili questi versi:
Libertà, dolce e desiato bene, Mal conosciuto a chi tal or no ’l perde, Quando gradita al buon mondo esser dêi! Da te la vita vien prospera e verde, Per te stato gioioso si mantene Ch’ir mi fa simigliante agli alti dèi.
I quali versi paragonando a quelli danteschi ove la libertà catoniana, per cui si rifiuta la vita, è fatta simbolo della liberazione spirituale dal peccato, ne apparisce tutta intiera la differenza delle due età e delle due poesie. Per la prima la libertà si acquista con la morte, per la seconda ella è principio di vita. E quanto non è gloriosa nel poeta meno antico quella affermazione dell’io, che dinanzi alla feudalità e alla teologia conspiranti a domare e macerare la personalità, si rileva nella pienezza delle facoltà sue e nel libero espandersi di quelle sente la felicità e la dignità! In cotesta nobilitazione, in cotesta deificazione dell’umano, il Petrarca poeta di Laura si accorda al Petrarca scrittore latino e filosofo. Il Rinascimento è inaugurato; ma il Petrarca cittadino ne vagheggia la piú prossima manifestazione, la forma piú cara, nella Italia liberata, pacificata, riunita.
E noi, o padre nostro glorioso, ti ringraziamo, reverenti e superbi che tu nobilitassi di sí alti sensi sí presto la nostra lingua. Dormi, dormi, o poeta, in questo lembo della sacra penisola, dove le memorie antichissime si congiungono alle glorie nuove, come nell’arte e negli amori tuoi la poesia latina si congiunse alla toscana e Roma all’Italia. Qui, dove fuggendo lo strepito delle corti amasti passare gli ultimi anni della bene spesa tua vita tra il popolo; qui, dove la morte gentile che avevi meritato, la morte di Pindaro, la greca Eutanasía, reclinò sfiorandolo d’un bacio il tuo capo stanco su ’l volume del poeta a te prediletto, del poeta di Roma e della gentilezza eroica; qui, tra questi colli miti e sereni e pure alti, come la tua poesia, come l’anima tua, altri posteri verranno in altri tempi a onorare il tuo nome e la tomba; e saranno per avventura piú felici e piú forti che noi non siamo. Imperocché la tua Italia, o Francesco Petrarca, promovendo, difendendo, estendendo in tutto e per tutto la libertà, si farà sempre piú degna di te e de’ suoi grandi maggiori.
L’OPERA DEL BOCCACCIO
[È il discorso _Ai parentali di Giovanni Boccacci_, tenuto in Certaldo il 21 dicembre 1875 — _Opere_, I, 267-288].
I.
Patria Certaldum, studium fuit alma poësis.
Queste parole che Giovanni Boccacci lasciò da inscrivere su la sua tomba io riprendo oggi, o signori, come augurale principio del mio discorso, a salutare la terra gentile che di lui con sí fedele affezione si onora, a raccogliere il perché insieme con Certaldo l’Italia, anzi ogni colta gente, lo onori. Egli che potea nominar patria due grandi città, egli, o certaldesi, all’ultimo si disse vostro; e, memore che di qui eran venuti i suoi padri, qui all’aer dolce dei colli toscani chiese un refugio per gli ultimi studi e un po’ di requie all’ingegno e l’oblío delle illusioni del mondo e il sollievo alla tristezza degli anni cadenti: morendo ei fece di sé grazia a Certaldo. Di che Certaldo gli si mostra oggi ben conoscente, festeggiandone con popolar suffragio la gloria.
Ben è vero che del nome di questo sincerissimo tra gli scrittori italiani, di questo sereno castigatore degli ipocriti, la mal sicura pudicizia delle età false adombrò; e i fra’ Cipolla della estetica e della politica mostrarono sdegno per un autore di novelle, e i corti critici delle parole impaurirono alla lunghezza de’ suoi periodi; e v’ha chi lo dipinse come incurioso delle nobili cose, come un ricercatore ed espositore volgare di trastulli e voluttà; e chi anche (e fu vitupèro) come uno scioperato che traesse l’Italia al bordello. Ma voi, o certaldesi, ponendo la prima pietra del monumento che sorgerà primo in Italia a Giovanni Boccacci, voi credete e sapete di fare un segno della nazional gratitudine e ammirazione non pure al padre, come lo salutano, della prosa italiana, ma ad uno dei piú grandi inventori e maestri dell’arte moderna in quel che ha di piú largo, la rappresentazione del vivere umano, ma ad un buon cittadino, a un uom buono e libero e schietto, che nutrí modesto un suo costante e disinteressato e sommissimo amore, l’amore dell’arte, sí che poté conchiudere tutta la sua vita in quella umile e gloriosa confessione: «Studium fuit alma poësis».
II.
È cotesto il concetto e quasi l’insegna del Boccaccio nel movimento letterario del tempo suo.
Imperocché il secolo decimoquarto, l’età aurea della lingua italiana, fu di lento sfacimento per gli intelletti e gli instituti sociali. Il medio evo finiva: l’ideale dell’impero era caduto con gli Svevi, quel della chiesa oscuratosi con Bonifazio ottavo si spegneva nella servitú di Avignone, la cavalleria avea salito il palco infame con i Templari e le succedeano le compagnie di ventura: gli Absburghesi in Germania aveano cominciato a mutare in azienda di famiglia il sacro universale impero degli Ottoni e dei Federici, Filippo il Bello avea ridotto a dispotismo amministrativo la cristiana monarchia di san Luigi: in Italia la gente nuova, dove i comuni serbassero del vigore, cacciava da per tutto e sopraffaceva le vecchie famiglie custodi della tradizione eroica; o i signori, protettori del popolo e tutori del buono stato, livellavano sotto la lor dittatura guelfi e ghibellini, grandi e plebe. Certo, era necessario che la società ecclesiastica e feudale compenetrata piú sempre dagli spiriti della borghesia si trasformasse; ma intanto nella trasformazione il presente annebbiavasi, titubava la fede e si smarrivan le idee, istituzioni e costumi alteravansi, l’uomo degenerava e scemava. L’epopea era finita, e il dramma non compariva: triste intervallo nella storia della coltura, aspettazione dolorosa nell’ideale delle generazioni.