Orlando innamorato

Part 52

Chapter 524,391 wordsPublic domain

Disse Aquilante: - Io non so certo ancora Che onor ce seguirà questa aventura; Far non so io tal prova che mai mora Quella incantata e falsa creatura. Del giorno avanza poco più de un'ora: Che faren ne la notte a l'aria scura? A me par di vedere, e già il discerno: Quel ce trarà con seco nello inferno. -

Grifon diceva: - Adunque ora si vôle, Mentre che è il giorno, la spada menare, Prima che al monte sia nascoso il sole: Per me la notte non sapria che fare. - E quasi al mezo di queste parole Volta ad Orilo e vallo ad afrontare; Ciascun da dover tocca e non minaccia, L'un con la spada e l'altro con la maccia.

Molto vi era da far da ciascun lato, Ché quello a questo e questo a quel menava, Avenga che Grifone è bene armato, E di mazzate poco se curava. Durando la contesa in su quel prato, Un cavalliero armato vi arivava, Che avea preso in catena un gran gigante. Ma di tal cosa più non dico avante.

Ben poi ritornarò, come far soglio, E questa impresa chiara conterò, Ché, quando de una cosa è pieno il foglio, Convien dar loco a l'altra; ed imperò De Mandricardo racontar vi voglio, Qual con Gradasso in Franza menerò. Ma, prima che sian gionti, assai che fare Avranno entrambi e per terra e per mare.

Partiti da la fata del castello, Ove l'arme di Ettòr già star suoleano, Sorìa, Damasco e quel paese bello Senza travaglia già passato aveano. Sendo gionti sul mare ad uno ostello, Perché era tardi aloggiar vi voleano, Ma quello è aperto ed è disabitato, Né appar persona intorno in verun lato.

Guardando giuso al lito il re Gradasso, Verso una ripa a pietre dirocata, Ove la batte l'onde e il mare al basso Stava una dama ignuda e scapigliata, Che era legata con catene al sasso, Chiedendo morte la disconsolata. - Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta, Ché ogn'altra spene è ben per me perduta! -

E cavallier callarno incontinente Giuso nel fondo di quel gran petrone Per saper meglio l'aspro conveniente Di quella dama, e chi fosse cagione; Ma lei piangeva sì dirottamente, Ch'e sassi mossi avria a compassïone, Dicendo a quei baron: - Deh! per pietate Tagliatime qua tutta con le spate.

E se il celo o fortuna vôl che io pèra, Per le man de omo almen possa perire, Né divorata sia da quella fiera, Ché peggio assai è il strazio che il morire. - Volean saper la cosa tutta intiera E duo baron, ma lei non potea dire, Sì forte in voce singiociva, e tanto Tra le parole gli abondava il pianto.

E pur dicea piangendo: - Se io mi doglio Più che io non mostro, n'ho cagione assai. Se il tempo bastarà, dir la vi voglio: Odeti se una al mondo è in tanti guai. Dimora uno orco là sotto a quel scoglio: Non so se altro orco voi vedesti mai, Ma questo è sì terribile alla faccia, Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.

Apena apena che parlar vi posso, Ché il cor mi trema in petto di paura. Grande non è, ma per sei altri è grosso, Riccia ha la barba e gran capigliatura; In loco de occhi ha due cocole de osso, E bene a ciò providde la natura, Ché, se lume vedesse, a tondo a tondo Avria disfatto in poco tempo il mondo.

Né vi è diffesa, a benché non gli veda, Ché, come io dissi, il perfido è senza occhi. Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?) Stirpar le quercie a guisa de finocchi; E tre giganti che avea presi in preda, Percosse a terra qua come ranocchi; Le cosse dispiccò dal busto tosto, E pose il casso a lesso e il resto a rosto.

Però che sol se pasce a carne umana, E tien de sangue de omo a bere un vaso. Ma gite voi in parte più lontana, Che quel malvagio non vi senta a naso; A benché giace adesso nella tana, Che per dormir là dentro si è rimaso; Ma come se resvegli, incontinente Al naso sentirà che quivi è gente.

E come un bracco seguirà la traccia; Non valerà diffesa, né fuggire, Ché cento miglia vi darà la caccia, E converravi in tutto al fin perire. Onde vi prego che partir vi piaccia, E me lasciati misera morire, Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego Che a una dimanda non facciati nego;

E questa fia: se forse tra camino Avesti un giovinetto a riscontrare, Re di Damasco (e nome ha Norandino; Non so se mai lo odesti racordare), A lui contati il mio caso tapino (So ben che lo fareti lacrimare), Dicendo: "La tua dama te conforta, Che te amò viva ed ama ancora morta."

Ma ben guardàti, e non prendesti errore, De dir ch'io viva più tra tante pene, Però che lui mi porta tale amore, Che nol potrian tener mille catene; E la mia doglia poi saria maggiore, Veggendo perir meco ogni mio bene; E più mi doleria che la mia morte, Che se a lui fosser sol due dita torte.

Direti adunque come sotterrata M'avete istessi a canto alla marina; Ma lui dimandarà de la contrata Per trovar morta almen la sua Lucina. Direti che l'aveti smenticata Come se chiami, e il loco che confina; Poi confortati lui con tal parole Che stia contento a quel che 'l mondo vôle. -

Così ragiona, e la faccia serena Piangendo bagna quella sventurata. Tenea Gradasso le lacrime apena, E già dal fianco avea tratta la spata Per rompere e tagliar quella catena, Con la qual quivi al sasso era legata; Ma la dama cridò: - Per Dio, non fare! Morto serai, né me potrai campare.

Questa catena, misera! dolente! Per entro al sasso passa nella tana; Come toccata fosse, incontinente Scocca uno ordegno e suona una campana; E se quel maledetto se risente, Ogni speranza del fuggire è vana. Per piani e monti e ripe e lochi forti Mai non vi lasciarà, sin che vi ha morti. -

A Mandricardo molta voglia tocca De odir se la campana avea bon suono. La dama non avea chiusa la bocca, Che è scosso la catena in abandono. Ben vi so dir che dentro là si chiocca: Sembra nel sasso risuonare un tuono; E la donzella pallida e smarita - Ahimè! - cridava - ahimè! mia vita è gita!

Sol de la tema tutta me distorco: Adesso qua serà quel maledetto. - Eccoti uscir de la spelonca lo orco, Che ha la gozaglia grande a mezo il petto; E denti ha for di bocca, come il porco, Né vi crediati che abbi il muso netto, Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio; Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.

Quanto una gamba ha grosso ciascun dito E negre l'ungie e piene di sozzura. Ora Gradasso già non è smarito Per tanto istrana ed orrida figura. Col brando in mano adosso a quello è gito, Ma l'orco del suo brando ha poca cura, Nel scudo il prende e via strappò del braccio, E quel stringendo franse come un giaccio.

Se così preso avesse nella testa, L'elmo avria rotto e trito come cenere, Serìa compita ad un tratto la festa. Come se schiazzan le nociole tenere, Come se fiacca un ziglio alla tempesta, O vero un fongo che al fango se genere, Sì sciolto il capo avria, senza dissolvere Le fibbie a l'elmo, e fatto tutto in polvere.

Ma lui non vede ove ponga la mano, Per questo a caso l'ha nel scudo preso; E dette un scosso sì crudo e villano, Che a terra il re Gradasso andò disteso. L'orco il prese a traverso a mano a mano, Alla spelonca lo portò di peso; Ben se dibatte invano e se dimena, Pur l'orco il lega e pone alla catena.

Come legato l'ebbe, incontinente Fuor de la tana di novo è venuto; E Mandricardo si stava dolente, Ché il suo caro compagno avia perduto. Non avea brando il cavallier valente, Però che aveva in sacramento avuto Mai non portare alla sua vita brando, Se non acquista quel del conte Orlando.

Chinosse e prese una gran pietra e grossa: Bene è cinquanta libre, vi prometto; E trasse quella di tutta sua possa, E gionse lo orco proprio a mezo il petto. Ma quel non teme ponto la percossa, Anci l'ira gli crebbe e il gran dispetto; Ove ebbe il colpo, con la man se tocca, E, come un verro, ha la schiuma alla bocca.

E dietro al cavallier par che se metta, Come un seguso a l'orme de una fiera. Già Mandricardo ponto non lo aspetta, Ché avea persona destra, atta e legiera. Su corre al poggio, e sembra una saetta; Quindi, fermato a megio la costiera, Tra' un gran sasso tratto fuor del monte, E quel percosse dritto nella fronte.

Quel sasso in mille parte se spezzò, Ma fece poco male a quel perverso, E già per questo non lo abandonò, Ché non l'aveva mai di naso perso. Mandricardo ne va quanto più può, Cercando il monte a dritto ed a traverso, Tanto che gionse a quello in su la cima, E lo orco apresso; e quasi ancora in prima.

Non sa più che si fare il cavalliero, Né a questa cosa sa prender partito; Per ogni balza e per ogni sentiero Questa malvagità l'avea seguito, Né far bisogna ponto di pensiero Aver con esso de diffesa un dito; Ben gli tra' sassi e tronchi aspri e robesti, Ma non ritrova cosa che lo aresti.

Torna correndo in giù, verso il vallone, A benché indietro se voltava spesso, Ed ecco avanti trova un gran burone: Da cima al fondo tutto il monte è fesso. Alor se tenne morto quel barone, E per spazzato al tutto se è già messo; Sopra alla balza a corso pieno è mosso, Di là de un salto andò con l'arme in dosso.

Ed era larga più de vinti braccia, Sì come altri estimar puote alla grossa; Ma quel brutto orco che seguia la traccia, Perch'era cieco non vidde la fossa, Onde per quella a piombo giù tramaccia. De intorno ben se odette la percossa, Ché, quando gionse in su le lastre al fondo, Parve che il cel cadesse e tutto il mondo.

Non dette la percossa sopra al letto, Perché quella aspra ripa era molto alta, E ben tre coste se fiaccò nel petto, E quelle pietre del suo sangue smalta. Diceva Mandricardo con diletto: - Chi ponto stecca al segno mal si salta. Or là giù ti riman in tua malora! - Così dicendo più non se dimora.

E giù callando lieto e con gran festa, Al mar discese e venne alla spelonca. Qua vede un braccio, e là meza una testa, Colà vede una man co' denti monca. Per tutto intorno è piena la foresta Di qualche gamba o qualche spalla tronca E membri lacerati e pezzi strani, Come di bocca tolti a lupi e a cani.

Ciò riguardando varca di bon passo; E gionse a quella tana in su la intrata, Qual molto è grande dentro da quel sasso, E riccamente d'oro è lavorata. Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso, E la dama che al scoglio era legata, Tutti se revestirno a nove spoglie, Ché veste ivi trovarno e ricche zoglie.

Montarno, e ciascadun forte camina; Seco è la dama dal viso soprano: E via passando a canto alla marina Iscorsero una nave di lontano. Viddero in quella, quando se avicina, L'alta bandiera del re Tibïano: Qual era parte di questa donzella, Tolta da loro alla fortuna fella.

Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era Quel Tibïano ed altre terre assai, E va cercando per ogni rivera De la filiola, e non la trova mai; Onde di doglia in pianto se dispera, E mena la sua vita in tristi guai. Come la dama la bandiera vide, Per allegrezza a un tratto piange e ride.

Già meglio se comincia a discernire La nave e la sua gente tutta quanta; E la donzella non può sofferire, Ma con la veste a quella nave amanta; E, senza più tenirvi in lungo dire, Salirno al legno; e la zoia fo tanta Quanto a sì fatto caso esser credia, Trovando lei che morta esser tenìa.

E già le poppe voglion rivoltare, Tirando con le corde alte le antene. Eccoti lo orco che nel poggio appare, E verso il mare a corso se ne viene; Ben vi so dir che ogniom si dà che fare, Ché la più parte alor morta se tiene; Ciascun de' marinari era parone A tirar presto e volgere il temone.

Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla. La barba a sangue se gli vedea piovere, Un gran pezzo de monte ha in su la spalla, Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere; Legier lo porta lui come una galla, Né cento boi l'avrian potuto movere. Correndo vien la orrenda creatura: Già dentro al mare è sino alla cintura.

E tanto passa, che va come il buffolo, Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia; Movere odendo e remi al suon del zuffolo, Trasse là verso il monte con gran rabbia. Gionsine presso; e l'onda diè dal tuffolo, Che saltar fece l'acqua in su la gabbia; Ma se più avanti un poco avesse agionto, Sfondava il legno e li omini ad un ponto.

Se e marinari alora ebber spavento, Non credo che bisogni racontare, Ché qual di loro avea più de ardimento Nascoso è alla carena e non appare. Ora levosse da levante il vento, L'onda risuona e grosso viene il mare; Già rotto il celo e l'acqua insieme han guerra: Più non se vede lo orco né la terra.

De l'orco, dico, ormai non han paura, Ma morte han più che prima in su la testa, Però che orribilmente il celo oscura, Il vento cresce ogniora e gran tempesta. Pioggia meschiata de grandine dura Giù versa con furore, e mai non resta: Ora fùlgore, or trono ed or saetta, Che l'una l'altra apena non aspetta.

Per tutto intorno bursano e delfini, Donando di fortuna il tristo annoncio; Non sta contento il mare a' suoi confini, Che in nave ne entra assai più d'un bigoncio: Da far vi fia per grandi e piccolini. Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio, E nel presente canto io ve abandono, Ché ogni diletto a tramutare è bono.

Canto quarto

Segnor, se voi potesti ritrovare Un che non sappia quel che sia paura, O se volesti alcun modo pensare Per sbigottire una anima sicura, Quando è fortuna quel poneti in mare, E si non se spaventa o non se cura, Toglietelo per paccio, e non ardito, Perché ha con morte il termine de un dito.

Orribil cosa è certo il mar turbato, E meglio è odirlo dir che farne prova, Però creda ciascuno a chi gli è stato, E per provar di terra non si mova, Come io contava al canto che è passato, Di quella nave che entro al mar se trova, Sì combattuta da prora e da poppa, Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa.

Mandricardo era in quella e il re Gradasso, Re Tibïano e sua figlia Lucina. Ora se rompe l'onda a gran fraccasso, E mostra un gregge tutta la marina: Un gregge bianco, che si pasca al basso, Ma sempre mugge e sembra una ruina; Stridon le corde e il legno se lamenta: Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta.

Or questo vento ed or quell'altro salta, Non san che farsi e marinari apena; Tra' nivoli talor è la nave alta, E talor frega a terra la carrena. Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta Fu quando gionse un colpo ne la antena; Piegosse il legno e giù dette alla banda: Ciascun cridando a Dio si racomanda.

Più de due miglia andò la nave inversa, Che a ponto in ponto sta per affondare, La gente che vi è dentro è tutta persa: Se fa de' voti, non lo adimandare. Ecco da canto gionse una traversa, Che a l'altra banda fece traboccare; Ciascadun crida e non se ode persona, Sì muggia il mare e il vento sì risona.

Questo se cangia e muta in uno istante, Ora batte davanti, or ne le sponde; Spiccosse al fine un groppo da levante Con furia tal, che il mar tutto confonde. Gionse alla poppa e pinse il legno avante, E fece entrar la prora sotto l'onde; Sotto acqua via ne andò più d'una arcata, Come va il mergo e l'oca alcuna fiata.

Pur fuore uscitte, e va con tal ruina Qual fuor de la balestra esce la vera. Da quella sera insino alla matina E da quella matina a l'altra sera, Via giorno e notte mai non se raffina, Sin che condotta è sopra alla riviera, Ove quel monte in Acquamorta bagna Il qual divide Francia dalla Spagna.

Quivi ad un capo che ha nome la Oruna, Smontarno con gran voglia in su la arena, E sì sbattuti son dalla fortuna, Che sendo in terra nol credono apena. Passò il mal tempo e quella notte bruna, Con l'alba insieme il cel se raserena, E già per tutto essendo chiaro il giorno, Deliberarno andar cercando intorno.

Cercar deliberarno in che paese Sian capitati e chi ne sia segnore, E tratto fuor di nave ogni suo arnese, Ciascadun se arma e monta il corridore. Ma lor vïaggio poco se distese, Ché oltra ad un colle odirno un gran rumore, Corni, tamburi ed altre voce e trombe, Che par che 'l suono insino al cel rimbombe.

Il franco re Gradasso e Mandricardo Fecer restar la dama e Tibïano. Possa alcun de essi a mover non fu tardo, Sin che fôr sopra al colle a mano a mano; E giù facendo a quel campo riguardo Vider coperto a genta armata il piano, Che era afrontata insieme a belle schiere Sotto a stendardi e segni di bandiere.

Perché sappiati il tutto, il re Agramante Contro al re Carlo avea questa battaglia, Come io contai nel libro che è davante: Un'altra non fu mai di tal travaglia. Quivi era il re Marsilio e Balugante, Tanti altri duci e tanta altra canaglia, Che in alcun tempo mai né alcuna guerra Maggior battaglia non se vidde in terra.

Orlando qua non è, ni Feraguto: Stava il pagano ad un fiume a cercare De l'elmo, qual là giù gli era caduto, Sì come io vi ebbi avanti a ricontare. Al conte era altro caso intravenuto Troppo stupendo e da meravigliare: Ché lui, qual vincer suole ogni altra prova, Tra dame vinto e preso se ritrova.

Di lui poi dirò il fatto tutto intiero, Ma non se trova adesso in queste imprese; Ben vi è Ranaldo e il marchese Oliviero, Èvi Ricardo e Guido e 'l bon Danese, Come io contava alor, quando Rugiero Tanti baroni alla terra distese Di nostra gente, e tal tempesta mena Come fa il vento al campo de l'arena.

Come si frange il tenero lupino O il fusto de' papaveri ne l'orto, Cotal fraccasso mena il paladino; Condotta è nostra gente a tristo porto. Roverso a terra se trova Turpino, Uberto, el duca di Baiona, è morto; Avino e Belengiero e Avorio e Ottone Sono abattuti, e seco Salamone.

Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa, Che il sangue gli schiattò per naso e bocca, E cade trangosciato alla foresta. Il giovane Rugiero a gli altri tocca, Né se potria contar tanta tempesta: Qual tramortito e qual morto trabocca. Via va correndo e scontrasi a Ricardo Quel duca altiero, nobile e gagliardo.

Ispezza il scudo e per la spalla passa, Di dietro fore andò il pennon di netto; La lancia a mezo l'asta se fraccassa, Urtarno e duo corsier petto per petto. Rugier quivi Ricardo a terra lassa E tra' la spada, il franco giovanetto, La spada qual già fece Falerina, Che altra nel mondo mai fu tanto fina.

Comincia la battaglia orrenda e fiera, Che quasi è stata insino adesso un gioco; Sembra Rugier tra gli altri una lumiera, Trono e baleno e folgore di foco. Or questa abatte ed or quell'altra schiera, Par che si trovi a un tratto in ogni loco; Volta e rivolta e, come avesse l'ale, Per tutto agiongie il giovane reale.

La nostra gente fugge in ogni banda: Non è da dimandar se avean paura, Ché a ciascun colpo un morto a terra manda: Sembraglia non fu mai cotanto oscura. Già Sinibaldo, il bon conte de Olanda, Partito avea dal petto alla cintura, E Daniberto, il franco re frisone, Avea tagliato insino in su l'arcione.

E il duca Aigualdo, il grande e sì diverso, Qual fu Ibernese e nacque de gigante, Fo da Rugiero agionto in su il traverso, E tutto lo tagliò dietro e davante. Non è il marchese de Vïena perso, Se l'altre gente fuggon tutte quante; Se ben gli altri ne vanno, ed Oliviero Sol lui se affronta e voltase a Rugiero.

Alor se incominciò l'alta travaglia, Né questa zuffa come l'altre passa; La spada de ciascun così ben taglia, Che io so che dove giongie, il segno lassa. Ecco il Danese ariva alla battaglia, Ecco Ranaldo ariva, che fraccassa Tutta la gente e mena tal polvino Come il mondo arda e fumi in quel confino.

Quando Rugier, che stava alla vedetta, Se accorse che sua gente in volta andava, Come dal cel scendesse una saetta, Con tal furore ad Olivier menava. Menava ad ambe mano, e per la fretta, Come a Dio piacque, il brando se voltava; Colse di piatto, e fo la botta tanta, Che l'elmo come un vetro a pezzi schianta.

Ed Olivier rimase tramortito Per il gran colpo avuto a tal tempesta; Senza elmo apparve il suo viso fiorito, E cadde de lo arcione alla foresta. Quando il vidde Rugiero a tal partito, Che tutta a sangue gli piovea la testa, Molto ne dolse al giovane cortese, Onde nel prato subito discese.

Essendo sopra al campo dismontato Raccolse nelle braccia quel barone Per ordinar che fusse medicato, Sempre piangendo a gran compassïone. In questo fatto standosi occupato, Ecco alle spalle a lui gionse Grifone: Grifone, il falso conte di Maganza, Vien speronando e aresta la sua lanza.

Di tutta possa il conte maledetto Entro alle spalle un gran colpo gli diede, Sì che tomar lo fece a suo dispetto: Tomò Rugiero e pur rimase in piede; Mai non fu visto un salto così netto. Ora presto si volta e Grifon vede, Che per farlo morir non stava a bada: Rotta la lancia, avea tratta la spada.

Ma Rugier se voltò con molta fretta, Cridando: - Tu sei morto, traditore! - Grifone il falso ponto non lo aspetta, Come colui che vile era di core. Ove è più folta la battaglia e stretta, In quella parte volta il corridore; Tra gente e gente e tra l'arme se caccia, Né può soffrir veder Rugiero in faccia.

Questo altro il segue a piede, minacciando Che lo farà morir come ribaldo; E quel fuggendo, e questo seguitando, Gionsero al loco dove era Ranaldo, Quale avea fatto tal menar del brando, Che 'l campo correa tutto a sangue caldo. Parea di sangue il campo una marina: Veduta non fu mai tanta ruina.

Grifon cridava: - Aiutame per Dio! Aiutame per Dio! ché più non posso; Ché questo saracin malvaggio e rio Per tradimento a morte me ha percosso. - Quando Ranaldo quella voce odìo, Voltò Baiardo e subito fu mosso Per urtarsi a Rugiero a corso pieno; Ma, veggendolo a piè, ritenne il freno.

Sappiati che il destrier del paladino Era rimaso là dove discese. Là presso sopra il campo era Turpino Che da' Pagani un pezzo se diffese; Essendo a quel destrier dunque vicino, A lui se accosta e per la briglia il prese; E destramente ne lo arcion salito Ritorna alla battaglia il prete ardito.

Rugiero adunque, come ebbi a contare, Se ritrovava a piedi in su quel piano. Fuggito è via Grifone e non appare, E lui affronta il sir di Montealbano; Il qual nol volse con Baiardo urtare, Però che ad esso parve atto villano, Ma de arcion salta alla campagna aperta Col scudo in braccio e con la sua Fusberta.

Tra lor se cominciò zuffa sì brava, Che ogni om per meraviglia stava muto; Né già Ranaldo stracco si mostrava, Benché abbia combattuto il giorno tuto; E l'uno e l'altro a tal furia menava, Che meraviglia è che non sia destruto. Non che il scudo a ciascuno e l'elmo grosso, Ma un monte a quei gran colpi serìa mosso.

Durando aspra e crudel quella contesa, Ecco Agramante ariva a la battaglia, Che caccia e Cristïani alla distesa, Come fa il foco posto ne la paglia. Re Carlo e' nostri non pôn far diffesa, Tanta è la folta di quella canaglia, Che sembra un fiume grosso che trabocca: Per un de' nostri, cento e più ne tocca.

Avanti a gli altri el re di Garamanta, Io dico il dispietato Martasino, Qual vien cridando, a gran voce se vanta Di prender vivo il figlio de Pipino. Tanto è il romore e la gente cotanta, Che il campo trema per ogni confino, E tale è il saettar fuor di misura, Che al nivolo de' dardi il cel se oscura.

La gente nostra fugge in ogni lato, E quella che se arresta riman morta. Quivi è Sobrino, il vecchio disperato, Che per insegna il foco a l'elmo porta; E Balifronte, in su un gambelo armato, Taglia a due mano ed ha la spada torta; E Barigano e Alzirdo e Dardinello Ciascun de' Cristïan fa più macello.

Oh! chi vedesse in faccia il re Carlone Guardare il cielo e non parlar nïente: E sassi mossi avria a compassïone, Veggendol lacrimar sì rottamente. - Campati voi, - diceva al duca Amone - Campati, Naimo e Gano, il mio parente, Campati tutti quanti, e me lassati, Ché qua voglio io purgare e mei peccati.

Se a Dio, che è mio segnor, piace ch'io mora, Fia il suo volere, io sono apparecchiato; Ma questa è sol la doglia che mi accora, Che perir veggio il popul battezato Per man di gente che Macone adora. O re del celo, mio segnor beato, Se il fallir nostro a vendicar ti mena, Fa che io sol pèra e sol porti la pena. -

Ciascun di quei baron che Carlo ascolta, Piangono anco essi e risponder non sano. Già la schiera reale in fuga è volta, E boni e tristi in frotta se ne vano. La folta grande è già tutta ricolta Ove Rugiero e 'l sir de Montealbano Facean battaglia sì feroce e dura, Che de questi altri alcun de lor non cura.