Orlando innamorato

Part 53

Chapter 534,331 wordsPublic domain

Ma tanto è la ruina e il gran disvario Di quella gente, e chi fugge e chi caccia, Chi cade avanti, e chi per il contrario, E chi da un lato e chi d'altro tramaccia; Onde a que' dui baron fu necessario Spartir la zuffa, e sì grande la traccia Gli urtava adosso e tanta la zinia, Che alcun di lor non sa dove si sia.

Partito l'un da l'altro e a forza ispento, Ché una gran frotta a lor percosse in mezo, Rimase ciascun de essi mal contento, Che non si discernia chi avesse el pezo; Ma pur Ranaldo è quel dal gran lamento, Dicendo: - O Dio del cel, ch'è quel ch'io vezo? La nostra gente fugge in abandono, Ed io che posso far che a piedi sono? -

Così dicendo se pone a cercare, E vede il suo Baiardo avanti poco. A lui se accosta, e, volendo montare, Il destrier volta e fugge di quel loco. Ranaldo si voleva disperare Dicendo: - Adesso è ben tempo da gioco! Deh sta, ti dico, bestia maledetta! - Baiardo pur va inanti e non lo aspetta.

E lui, pur seguitando il suo destriero, Se fu condutto entro una selva scura, Onde lasciarlo un pezo è di mestiero, Ch'egli incontrò in quel loco alta ventura. Ora torno a contarvi di Rugiero, Qual pure è a piedi in su quella pianura, E ben se augura indarno il suo Frontino: Eccoti avanti a lui passa Turpino.

Turpino era montato a quel ronzone, Ché il suo tra' Saracini avea smarito, Come io contai alor quando Grifone Ne le spalle a Rugiero avea ferito; Or correndo venìa per un vallone. Quando lo vidde il giovanetto ardito, Dico Rugiero avanti a sé lo vide, Non dimandar se de allegrezza ride.

E così a piede se il pone a seguire Cridando: - Aspetta, ché il cavallo è mio! - E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire, Non avea de aspettarlo alcun desio; Ma per la pressa avanti non può gire, Tanta è la folta di quel popul rio; Sì sono e nostri stretti e inviluppati, Che forza fo a fuggir da l'un de' lati.

Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle, Sin che condotti fôrno a un stretto passo, Ove tra duo colletti era una valle; La giù cade Turpino a gran fraccasso. Rugiero a meza costa per un calle Vide il prete caduto al fondo basso, Ove l'acqua e il pantano a ponto chiude; Embragato era quello alla palude.

Rugier ridendo del poggio discese E il vescovo aiutò, che se anegava. Poi che for l'ebbe tratto, il caval prese; A lui davante quello appresentava, E proferiva con parlar cortese, Che lo prendesse, se gli bisognava. - Se Dio me aiuti, - disse a lui Turpino - Tu non nascesti mai di Saracino.

Né credo mai che tanta cortesia Potesse dar natura ad un Pagano: Prendi il destriero e vanne alla tua via: Se lo togliessi, ben serìa villano! - Così gli disse, e poi si dispartia Correndo a piedi, e ritornò nel piano, E trovò un Saracin fuor di sentiero: Tagliolli il capo e prese il suo destriero.

E tanto corse, che gionse la traccia De' Cristiani che ogniom fuggia più forte; Non ve si vede chi diffesa faccia: Chi non puotè fuggire, ebbe la morte. Sei giorni e notti sempre ebber la caccia Sino a Parigi, e sino in su le porte Occisa fo la gente sbigotita: Maggior sconfitta mai non fu sentita.

Tra' Cristïani sol Danese Ogiero Fe' gran prodezze, la persona degna, Ché di quel stormo periglioso e fiero Riportò salva la reale insegna. Preso rimase il marchese Oliviero, Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna, Re Desiderio e lo re Salamone, Duca Ricardo fo seco pregione.

De gli altri che fôr presi e che fôr morti Non se potria contar la quantitate, Cotanti campïon valenti e forti Fôr presi, o posti al taglio de le spate. Chi contarebbe e pianti e' disconforti, Che a Parigi eran dentro alla cittate? Ciascadun crede e dice lacrimando Che gli è morto Ranaldo e il conte Orlando.

Fanciulli e vecchi e dame tutte quante La notte fier' la guardia a' muri intorno; Ma de Parigi più non dico avante. Torno a Rugiero, il giovanetto adorno, Qual gionse al loco dove Bradamante La gran battaglia avea fatta quel giorno Con Rodamonte, come io vi contai; Non so se vi ricorda ove io lasciai.

Nel libro che più giorni è già compito, Narrai questa gran zuffa, e come il conte Rimaso era de un colpo tramortito, Quando percosso fo da Rodamonte; E come stando ad estremo partito, Quella donzella, fior di Chiaramonte, Io dico Bradamante la signora, Fece la zuffa che io contava alora.

Da poi se dipartitte il paladino, Ed incontrolli ciò che io vi ebbi a dire; Tra Bradamante adunque e il Saracino Rimase la battaglia a diffinire. Non stava alcuno a quel loco vicino, Né vi era chi potesse dipartire L'aspra contesa e il grande assalto e fiero, Sin che vi gionse il giovane Rugiero.

Gionto sopra a quel colle il giovanetto Vista ebbe la battaglia giù nel fondo, E fermosse a mirarla per diletto, Ché assalto non fu mai sì furibondo; Perocché chi in quel tempo avesse eletto Un par de bon guerreri in tutto il mondo, Non l'avria avuto più compiuto a pieno Che Bradamante e il figliol de Ulïeno.

E ben ne dimostrarno esperïenza A quel che han fatto e quel che fanno ancora; Par che la zuffa pur mo si comenza, Sì frescamente ciascadun lavora, E se quel coglie, questo non va senza. Da un colpo a l'altro mai non è dimora, E nel colpir fan foco e tal fiammelle, Che par che il lampo gionga nelle stelle.

Rugiero alcun de' duo non cognoscia, Ché mai non gli avea visti in altro loco, Ma entrambi li lodava, e discernia Che tra lor di vantaggio era assai poco. Mirando l'aspre offese ben vedia Cotal battaglia non esser da gioco, Ma che è tra Saracino e Cristïano, Onde discese subito nel piano.

- Se alcun de voi - disse egli - adora Cristo, Fermesi un poco e intenda quel ch'io parlo, Ché annunzio gli darò dolente e tristo: Sconfitto al tutto è il campo del re Carlo, Ciò ch'io vi dico, con questi occhi ho visto. Onde, se alcun volesse seguitarlo, A far lunga dimora non bisogna, Ché alle confine è forse di Guascogna. -

Quando la dama intese così dire, Dal fren per doglia abandonò la mano, E tutta in faccia se ebbe a scolorire, Dicendo a Rodamonte: - Bel germano, Questo che io chiedo, non me lo disdire: Lascia che io segua il mio segnor soprano, Tanto che a quello io me ritrovi apresso, Ché il mio volere è di morir con esso. -

Diceva Rodamonte borbottando: - A risponderti presto, io nol vo' fare. Io stava alla battaglia con Orlando: Tu te togliesti tal rogna a grattare. Di qua non andarai mai, se non quando Io stia così che io nol possa vetare: Onde, se vôi che 'l tuo partir sia corto, Fa che me getti in questo prato morto. -

Quando Rugier cotal parlare intese, Di prender questa zuffa ebbe gran voglia, E Rodamonte in tal modo riprese Dicendo: - Esser non può ch'io non me doglia, Se io trovo gentil omo discortese, Però che bene è un ramo senza foglia, Fiume senza onda e casa senza via La gentilezza senza cortesia. -

A Bradamante poi disse: - Barone, Ove ti piace ormai rivolgi il freno, E se costui vorà pur questïone, De la battaglia non gli verrò meno. - La dama se partì senza tenzone, E Rodamonte disse: - Io vedo a pieno Che medico debbi esser naturale, Da poi che a posta vai cercando il male.

Or te diffendi, paccio da catena, Da poi che per altrui morir te piace. - Non minaccia Rugier, ma crida e mena, E l'altro a lui ritocca e già non tace. Ciascun di questi è fiero e di gran lena, Onde battaglia orrenda e pertinace Ed altre belle cose dir vi voglio, Se piace a Dio ch'io segua come io soglio.

Canto quinto

Còlti ho diversi fiori alla verdura, Azuri, gialli, candidi e vermigli; Fatto ho di vaghe erbette una mistura, Garofili e vïole e rose e zigli: Traggasi avanti chi de odore ha cura, E ciò che più gli piace, quel se pigli; A cui diletta il ziglio, a cui la rosa, Ed a cui questa, a cui quella altra cosa.

Però diversamente il mio verziero De amore e de battaglia ho già piantato: Piace la guerra a l'animo più fiero, Lo amore al cor gentile e delicato. Or vo' seguir dove io lasciai Rugiero Con Rodamonte alla zuffa nel prato, Con sì crudeli assalti e tal tempesta, Che impresa non fu mai simile a questa.

E' se tornarno con le spade adosso Gli animosi baroni a darsi morte. Rugier primeramente fu percosso Sopra del scudo a meraviglia forte, Che tre lame ha di ferro e quattro d'osso; Ma non è resistenzia che comporte: Di Rodamonte la stupenda forza Tagliò quel scudo a guisa de una scorza.

Su da la testa alla ponta discende, Più de un terzo ne cade alla campagna; Rugier per prugna acerba agresto rende, Ne la piastra ferrata lo sparagna. Il scudo da la cima al fondo fende, Come squarciasse tela d'una aragna; Né a quel ni a questo l'armatura vale: Un'altra zuffa mai non fu cotale.

E veramente morte se avrian data E l'uno e l'altro a sì crudo ferire, Ma non essendo l'ora terminata Né 'l tempo gionto ancora al suo morire, Tra lor fu la battaglia disturbata, Ché Bradamante gli venne a partire, Bradamante, la dama di valore, Qual dissi che seguia l'imperatore.

E già bon pezzo essendo caminata, Né potendo sua gente ritrovare, La qual fuggiva a briglia abandonata, Ne la sua mente se pose a pensare, Tra sé dicendo: "O Bradamante ingrata, Ben discortese te puote appellare Quel cavallier che non sai chi se sia, Ed ha' gli usata tanta villania.

La zuffa prese lui per mia cagione, E le mie spalle il suo petto diffese. Ma, se io vedesse quivi il re Carlone E le sue gente morte tutte e prese, Tornar mi converrebbe a quel vallone, Sol per vedere il cavallier cortese. Sono obligata a l'alto imperatore, Ma più sono a me stessa ed al mio onore."

Così dicendo rivoltava il freno, E passò prestamente il monticello, Ove Rugiero e il figlio de Ulïeno Faceano alla battaglia il gran flagello. Come ella ariva a ponto, più né meno, Gionse Rugiero, il franco damigello, Un colpo a Rodamonte a tal tempesta, Che tutta quanta gli stordì la testa.

Fuor di se stesso in su lo arcion si stava E caddeli di mano il brando al prato; Rugier alora adietro se tirava, Ché a cotale atto non l'avria toccato; E Bradamante, che questo mirava, Dicea: - Ben drittamente aggio io lodato Di cortesia costui nel mio pensiero; Ma che io il cognosca, al tutto è di mestiero. -

E come gionta fo gioso nel piano, Alta da l'elmo si levò la vista, E voltata a Rugier con atto umano Disse: - Accetta una escusa, a benché trista, De lo atto ch'io te usai tanto villano; Ma spesso per error biasmo se acquista: E certo che io commessi questo errore Per voglia di seguire il mio segnore.

Non me ne avidi alora se non quando Fu la doglia e il furor de me partito; Ora in gran dono e grazia te adimando Che questo assalto sia per me finito. - Mentre che così stava ragionando, E Rodamonte si fo risentito, Qual, veggendosi gionto a cotale atto, Quasi per gran dolor divenne matto.

Non se trovando ne la mano il brando, Che, com'io dissi, al prato era caduto, Il celo e la fortuna biastemando Là dove era Rugier ne fu venuto. Con gli occhi bassi a la terra mirando, Disse: - Ben chiaramente aggio veduto Che cavallier non è di te migliore, Né teco aver potrebbi alcun onore.

Se tal ventura ben fosse la mia, Ch'io te vincessi il campo alla battaglia, Non sono io vinto già di cortesia? Né mia prodezza più vale una paglia. Rimanti adunque, ch'io me ne vo via, E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia, Di me fa il tuo parere in ogni banda, Come il maggiore al suo minor comanda. -

Senza aspettar risposta via fu tolto, In men che non se coce a magro il cavolo; Il brando su dal prato avea racolto, Il brando qual già fo de suo bisavolo. In poco de ora longi era già molto, Ché sì camina che sembra un dïavolo; Né mai se riposò quel disperato Sin che la notte al campo fu arivato.

Rimase Bradamante con Rugiero, Dapoi che il re di Sarza fie' partenza, E la donzella avea tutto il pensiero A prender di costui la cognoscenza. Ma non trovando ben dritto sentiero Né via di ragionar di tale essenza, Temendo che non fosse a lui disgrato, Senza più dimandar prese combiato.

Disse Rugiero, il giovane cortese: - Che vadi solo, io nol comportaria. Di Barbari è già pien tutto il paese, Che assaliranno in più lochi la via. Da tanti non potresti aver diffese: Ma sempre serò teco in compagnia; Via passaren, quand'io sia cognosciuto, Se non, coi brandi ce daremo aiuto. -

Piacque alla dama il proferire umano, E così insieme presero il camino, Ed essa cominciò ben da lontano Più cose a ragionar col paladino; E tanto lo menò di colle in piano, Che gionse ultimamente al suo destino, Chiedendo dolcemente e in cortesia Che dir gli piaccia de che gente sia.

Rugiero incominciò, dal primo sdegno Che ebbero e Greci, la prima cagione Che adusse in guerra l'uno e l'altro regno, Quel de Priamo e quel di Agamenòne; E 'l tradimento del caval di legno, Come il condusse il perfido Sinone, E dopo molte angoscie e molti affanni Fo Troia presa ed arsa con inganni.

E come e Greci poi sol per sua boria Fierno un pensier spietato ed inumano, Tra lor deliberando che memoria Non se trovasse del sangue troiano. Usando crudelmente la vittoria, Tutti e pregion scanarno a mano a mano, Ed avanti a la matre per più pena Ferno svenar la bella Polissena.

E cercando Astianatte in ogni parte, Che era di Ettorre un figlio piccolino, La matre lo scampò con cotale arte: Che in braccio prese un altro fanciullino, E fuggette con esso a la disparte. Cercando i Greci per ogni confino, La ritrovarno col fanciullo in braccio, E a l'uno e a l'altro dier di morte spaccio.

Ma il vero figlio, Astïanatte dico, Era nascoso in una sepoltura, Sotto ad un sasso grande e molto antico, Posto nel mezo de una selva oscura. Seco era un cavallier del patre amico, Che se pose con esso in aventura, Passando il mare; e de uno in altro loco Pervenne in fine alla Isola del Foco.

Così Sicilia se appellava avante, Per la fiamma che getta Mongibello. Or crebbe il giovanetto, ed aiutante Fu di persona a meraviglia e bello; E in poco tempo fie' prodezze tante, Che Argo e Corinto pose in gran flagello; Ma fu nel fine occiso a modo tristo Da un falso Greco, nominato Egisto.

Ma prima che morisse, ebbe a Misina (De la qual terra lui n'era segnore) Una dama gentile e pellegrina, Che la vinse in battaglia per amore. Costei de Saragosa era regina, Ed un gigante chiamato Agranore, Re de Agrigento, la oltraggiava a torto; Ma da Astianatte fu nel campo morto.

Prese per moglie poscia la donzella, E fece contra e Greci il suo passaggio, Insin che Egisto, la persona fella, Lo occise a tradimento in quel rivaggio. Non era gionta ancora la novella De la sconfitta e di tanto dannaggio, Che e Greci con potente e grande armata Ebber Misina intorno assedïata.

Gravida era la dama de sei mesi, Quando alla terra fu posto lo assedio, Ma a patti se renderno e Misinesi, Per non soffrir di guerra tanto tedio. Poco o nïente valse essersi resi, Ché tutti morti fôr senza rimedio, Poi che promesso a' Greci avean per patto Dar loro la dama, e non l'aveano fatto.

Ma essa, quella notte, sola sola Sopra ad una barchetta piccolina Passò nel stretto, ove è l'onda che vola E fa tremare e monti alla ruina; Né si potrebbe odire una parola, Tant'alto è quel furor de la marina; Ma la dama, vargando come un vento, A Regio se ricolse a salvamento.

E Greci la seguirno, e a lor non valse Pigliar la volta che è senza periglio, Perché un'aspra fortuna a l'onde salse Sumerse ed ispezzò tutto il naviglio, E fôr punite le sue voglie false. Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio, Che rilucente e bionde avia le chiome, Chiamato Polidoro a dritto nome.

Di questo Polidoro un Polidante Nacque da poi, e Flovïan di quello. Questo di Roma si fece abitante Ed ebbe duo filioli, ogniun più bello, L'un Clodovaco, l'altro fu Constante, E fu diviso quel sangue gemello; Due geste illustre da questo discesero, Che poi con tempo molta fama apresero.

Da Constante discese Costantino, Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campïone, E Fioravante e giù sino a Pipino, Regal stirpe di Francia, e il re Carlone. E fu l'altro lignaggio anco più fino: Di Clodovaco scese Gianbarone, E di questo Rugier, paladin novo, E sua gentil ischiatta insino a Bovo.

Poi se partitte di questa colona La nobil gesta, in due parte divisa; Ed una di esse rimase in Antona, E l'altra a Regio, che se noma Risa. Questa citade, come se ragiona, Se resse a bon governo e bona guisa, Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioli A tradimento fôr morti con dôli.

La voglia di Beltramo traditore Contra del patre se fece rubella; E questo fu per scelerato amore Che egli avea posto alla Galacïella; Quando Agolante con tanto furore, Con tanti armati in nave e ne la sella, Coperse sì di gente insino in Puglia, Che al vòto non capea ponto de aguglia.

Così parlava verso Bradamante Rugier, narrando ben tutta la istoria, Ed oltra a questo ancor seguiva avante, Dicendo: - Ciò non toglio a vanagloria, Ma de altra stirpe di prodezze tante, Che sia nel mondo, non se ne ha memoria; E, come se ragiona per il vero, Sono io di questi e nacqui di Rugiero.

Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio Che avesse cotal nome fu secondo; Ma fu tra gli altri di virtute un raggio, De ogni prodezza più compiuto a tondo. Morto fu poscia con estremo oltraggio, Né maggior tradimento vidde il mondo, Perché Beltramo, il perfido inumano, Traditte il patre e il suo franco germano.

Risa la terra andò tutta a ruina, Arse le case, e fu morta la gente; La moglie di Rugier, trista, tapina, Galacïella, dico, la valente, Se pose disperata alla marina, E gionta sendo al termine dolente Che più il fanciullo in corpo non si porta, Me parturitte, e lei rimase morta.

Quindi mi prese un negromante antico, Qual di medolle de leoni e nerbi Sol me nutritte, e vero è quel ch'io dico. Lui con incanti orribili ed acerbi Andava intorno a quel diserto ostìco, Pigliando serpe e draghi più superbi, E tutti gli inchiudeva a una serraglia; Poi me ponea con quelli alla battaglia.

Vero è che prima ei gli cacciava il foco E tutti e denti fuor de la mascella: Questo fo il mio diletto e il primo gioco Che io presi in quell'etate tenerella; Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco, Non me volse tenir più chiuso in cella, E per l'aspre foreste e solitarie Me conducea, tra bestie orrende e varie.

Là me facea seguir sempre la traccia Di fiere istrane e diversi animali; E mi ricorda già che io presi in caccia Grifoni e pegasei, benché abbiano ali. Ma temo ormai che a te forse non spiaccia Sì lunga diceria de tanti mali: E, per satisfar tosto a tua richiesta, Rugier sono io; da Troia è la mia gesta. -

Non avea tratto Bradamante un fiato, Mentre che ragionava a lei Rugiero, E mille volte lo avea riguardato Giù dalle staffe fin suso al cimero; E tanto gli parea bene intagliato, Che ad altra cosa non avea il pensiero: Ma disiava più vederli il viso Che di vedere aperto il paradiso.

E stando così tacita e sospesa, Rugier sogionse a lei: - Franco barone, Volentier saprebbi io, se non ti pesa, Il nome tuo e la tua nazïone. - E la donzella, che è d'amore accesa, Rispose ad esso con questo sermone: - Così vedestù il cor, che tu non vedi, Come io ti mostrarò quel che mi chiedi.

Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana. Non so se sai di tal gesta nïente, Ma di Ranaldo la fama soprana Potrebbe essere agionta a vostra gente. A quel Ranaldo son sôra germana; E perché tu mi creda veramente, Mostrarotti la faccia manifesta -; E così lo elmo a sé trasse di testa.

Nel trar de l'elmo si sciolse la treccia, Che era de color d'oro allo splendore. Avea il suo viso una delicateccia Mescolata di ardire e de vigore; E' labri, il naso, e' cigli e ogni fateccia Parean depenti per la man de Amore, Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo, Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo.

Ne lo apparir dello angelico aspetto Rugier rimase vinto e sbigotito, E sentissi tremare il core in petto, Parendo a lui di foco esser ferito. Non sa pur che si fare il giovanetto: Non era apena di parlare ardito. Con l'elmo in testa non l'avea temuta, Smarito è mo che in faccia l'ha veduta.

Essa poi cominciò: - Deh bel segnore! Piacciavi compiacermi solo in questo, Se a dama alcuna mai portasti amore, Ch'io veda il vostro viso manifesto. - Così parlando odirno un gran rumore; Disse Rugiero: - Ah Dio! Che serà questo? - Presto se volta e vede gente armata, Che vien correndo a lor per quella strata.

Questi era Pinadoro e Martasino, Daniforte e Mordante e Barigano, Che avean posto uno aguato in quel confino Per pigliar quei che in rotta se ne vano. Come gli vidde il franco paladino, Verso di lor parlando alciò la mano, E disse: - Stati saldi in su il sentiero! Non passati più avanti! Io son Rugiero. -

In ver da la più parte e' non fu inteso, Perché cridando uscia de la foresta. E Martasin, che sempre è de ira acceso, Subito gionse e parve una tempesta. A Bradamante se ne va disteso, E ferilla aspramente nella testa; Non avea elmo la meschina dama, Ma sol guardando al celo aiuto chiama.

Alciando il scudo il capo se coperse, Ché non volse fuggir la dama vaga. Re Martasino a quel colpo lo aperse, E fece in cima al capo una gran piaga. Già Bradamante lo animo non perse, E riscaldata a guisa d'una draga Ferisce a Martasin di tutta possa; Ma Rugier gionse anch'esso alla riscossa.

E Daniforte cridava: - Non fare! Non far, Rugier, ché quello è Martasino! - Già Barigano non stette a cridare, Ché odio portava occulto al paladino, Ed avea voglia di se vendicare, Però che un Bardulasto, suo cugino, Fo per man di Rugier di vita spento; Ma lui lo avea ferito a tradimento.

Se vi racorda, e' fu quando il torniero Se fece sotto al monte di Carena. Scordato a voi debbe esser de legiero, Ché io che lo scrissi, lo ramento apena. Ora, tornando Barigano il fiero, Sopra a Rugiero un colpo a due man mena; Sopra la testa a lui mena a due mano, E ben credette di mandarlo al piano.

Ma il giovanetto, che ha soperchia possa, Non se mosse per questo dello arcione; Anci, adirato per quella percossa, Tornò più fiero, a guisa di leone. Già Bradamante alquanto era rimossa Larga da loro; e, stracciato un pennone Di certa lancia rotta alla foresta, Con fretta avea legata a sé la testa.

L'elmo alacciato e posta la barbuta, Tornò alla zuffa con la spada in mano. La ardita dama aponto era venuta Quando a Rugier percosse Barigano. Lei speronando de arivar se aiuta, E gionse un colpo a quel falso pagano; Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia: A un tratto tutte le sbaraglia e taglia.

Rugiero aponto si era rivoltato Per vendicar lo oltraggio ricevuto, E vidde il colpo tanto smisurato, Che de una dama non l'avria creduto. Barigano in duo pezzi era nel prato, Né a tempo furno gli altri a darli aiuto, A benché incontinente e destrier ponsero; Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero.

Onde adirati, per farne vendetta Contra alla dama tutti se adricciarno. Rugier de un salto in mezo a lor se getta Per dipartir la zuffa, a benché indarno; Non val che parli, o che in mezo se metta, E Martasino e Pinador cridarno: - Tu te farai, Rugier, qua poco onore: Contra Agramante èi fatto traditore. -

Come quella parola e oltraggio intese Il giovanetto, non trovava loco, E sì nel core e nel viso se accese, Che sfavillava gli occhi come un foco; E messe un crido: - Gente discortese, Lo esser cotanti vi giovarà poco. Traditor sete voi; io non sono esso, E mostrarò la prova adesso adesso. -

Tra le parole il giovane adirato Urta il destriero adosso a Pinadoro. Or vedereti il campo insanguinato, E de duo cori arditi il bel lavoro. Chi gli assalta davanti e chi da lato, Ché molta gente avean seco coloro; Dico gli cinque re, de che io contai, Avean con seco gente armata assai.

De' suoi scuderi in tutto da cinquanta Avean seco costoro in compagnia. El resto di sua gente, ch'è cotanta, Era rimaso adietro per la via; Ma se qui ancora fosse tutta quanta, Già Bradamante non ne temeria; Mostrar vôle a Rugier che cotanto ama, Che sua prodezza è assai più che la fama.

Né già Rugiero avia voglia minore Di far vedere a quella damigella Se ponto avea di possa o di valore, E lampeggiava al cor come una stella. Ragione, animo ardito e insieme amore L'un più che l'altro dentro lo martella; E la dama, ferita a tanto torto, L'avrebbe ad ira mosso essendo morto.