Part 51
Il sol, de raggi d'oro incoronato, Trasse il bel viso fuor de la marina, E il cel depinto di color rosato Già nascondea la stella matutina; Sentiasi entro il palagio in ogni lato Cantar la rondinella peregrina, E li augelletti nel giardino intorno Facean bei versi a lo apparir del giorno;
Quando dal sonno Mandricardo sciolto Uscì di zambra e nel prato discese; Ad una fonte renfrescosse il volto, E prestamente se vestì lo arnese. Combiato avendo da le dame tolto, Là dove era venuto, il camin prese, E quella dama che l'avea guidato, Non l'abandona e sempre gli è da lato.
Ragionando con seco tuttavia De arme e de amore e cose dilettose, Lo ricondusse in quella prataria Ove eran l'opre sì maravigliose. Lo alto edificio avanti se vedia, Candido tutto a pietre luminose, Con torre e merli, a guisa di castello: Mai vide al mondo un altro tanto bello.
Un quarto avea de miglio ad ogni fronte, Ed era quadro aponto di misura; Dritto a levante avea la porta e il ponte, Ove se puote entrar senza paura: Ma come ariva cavalliero o conte Sopra alla soglia dell'entrata, giura Con perfetta leanza e dritta fede Toccar quel scudo che davante vede.
Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaza, A ricontarvi el come non dimoro; Avea la corte intorno ad ogni faza Logie dipinte con sotil lavoro; Gran gente era ritratta ad una caza, E un gentil damigello era tra loro: Più bel di lui tra tutti non si vede, Ed avea scritto al capo: 'Ganimede.'
Tutta la istoria sua vi era ritratta Di ponto in ponto, che nulla vi manca: Come, cacciando alla selva disfatta, Lo portò sino al cel l'acquila bianca, Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta, Sino al giorno che Ettòr, l'anima franca, Occiso fu nel campo a tradimento; Cangiò Priamo e l'arme e il vestimento.
L'acquila prima avea bianche le piume, Ché candida dal celo era mandata; Ma poi che Troia fie' de pianti un fiume, Ne la crudele e misera giornata Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume, La lieta insegna allor fu tramutata: Per somigliarse a sua scura fortuna, L'acquila bianca travestirno a bruna.
Benché el scudo d'Ettòr, che io vi ho contato, Quale era posto in mezo alla gran corte, Non era in parte alcuna tramutato; Ma tal quale il portava il baron forte, Ad un pilastro d'oro era chiavato, Ed avea scritto sopra in lettre scorte: ' Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare: Chi me portò, non ebbe al mondo pare.'
Di quel color che mostra il cel sereno Avea il scudo, ch'io dico, appariscenzia. La dama dismontò del palafreno E fece in su la terra riverenzia, E Mandricardo fece più né meno; Poi passò dentro senza resistenzia. Essendo gionto in mezo a quel bel loco, Trasse la spada e toccò el scudo un poco.
Come fu tocco il scudo con la spada, Tremò de intorno tutto il territoro, Con tal romor che par che il mondo cada; Indi se aperse il campo del tesoro. Questo era un campo folto de una biada Che avea tutte le paglie e spiche de oro: Quel campo se mostrò senza dimora Per una porta che se aperse alora.
Ma l'altra da levante, ove era entrato Il cavallier, se chiuse tutta quanta. La dama disse a lui: - Baron pregiato, Uscir de quindi alcun mai non se vanta, Se la biada che vedi in ogni lato, Prima non tagli, e se la verde pianta Qual vedi in mezo a quel campo felice, Prima non schianti in fin dalla radice. -
E Mandricardo senza altro pensare Entrò nel campo con la spada in mano, E, cominciando la biada a tagliare, Lo incanto apparve ben palese e piano; Ché ogni granetto se ebbe a tramutare In diverso animale orrendo e strano, Or leonza, or pantera, ora alicorno: Al baron tutti se aventarno intorno.
Come cadeva il grano in su la terra, In diverso animal se tramutava; Per tutto intorno Mandricardo serra, E sua prodezza poco gli giovava, Ché non se vidde mai sì strana guerra. La folta sempre più multiplicava De lupi, de leoni e porci ed orsi: Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.
Durando aspra e crudel quella contesa Quasi era posto il cavalliero al basso, E restava perdente de la impresa, Tanto era de le fiere il gran fracasso; Né potendo più quasi aver diffesa, Chinosse a terra e prese in mano un sasso. Quel sasso era fatato; e non sapea Già Mandricardo la virtù che avea.
Questa pietra ch'io dico, avea segnali Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro, E, come tratta fu tra gli animali, Tra quelli apportò zuffa e gran martoro; Perché e tauri selvatici e' cingiali E l'altre bestie cominciâr tra loro Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi, Che in poco d'ora fôr tutti dispersi.
Le bestie fôr disperse in poco de ora, Ché l'una occise l'altra incontinente; E Mandricardo non fece dimora, Ché a ciò che far conviene, avia la mente. L'altra aventura vi restava ancora, Dico la pianta lunga ed eminente, Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito; A quella presto il cavalliero è gito.
Di tutta forza al tronco s'abbracciava, E pone a radicarla ogni vigore, Ma dibattendo forte la crollava, Onde a ogni foglia si spiccava il fiore, E giù cadendo per l'aria volava. Odeti se mai fu cosa maggiore: Cadendo foglie e fiori a gran fusone, Qual corbo diveniva, e qual falcone.
Astori, aquile e guffi e barbagianni Con seco cominciarno a far battaglia; A benché non potean stracciarli e panni, Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia, Pur eran tanti, che davano affanni D'intorno a gli occhi e sì fatta travaglia, Che non potea fornire il suo lavoro De trare il tronco alle radice d'oro.
Ma come quel che avea molto ardimento, Non teme impaccio e la forza radoppia, Sì che in fin la divelse a grave istento, E nel stirparla parbe tuon che scoppia. Con orribil romore uscitte un vento, E tutti quelli ocelli a l'aria soffia: Il vento uscitte, come Turpin dice, Dal buco proprio ove era la radice.
For di quel buco il gran vento rimbomba Gettando con romor le pietre in sue Come fossero uscite de una fromba; E riguardando il cavallier là giue, Vide una serpe uscir di quella tomba; Indi li parbe non una, ma due, Poi più de sei e più de otto le crede, Cotante code invilupate vede.
Or, perché sia la cosa manifesta, Era la serpe di quel buco uscita, Quale avea solo un busto ed una testa, Ma dietro in dece code era partita; E Mandricardo ponto non se arresta, Ché volea sua ventura aver finita; Col brando in mano alla serpe se accosta, E il primo colpo a mezo il collo aposta.
Ben gionse il tratto dove era apostato, Dietro alla testa, a ponto nella coppa; Ma quel serpente aveva il coio fatato. Sì come un scoglio al legno che se intoppa, Adosso al cavallier se fu lanciato; E con due code alle gambe lo agroppa, Con altre il busto e con altre le braccia, Sì che legato a forza in terra il caccia.
Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco, E l'occhio par un foco che riluca; Con quello azaffa il cavalliero al fianco, La piastra come pasta se manduca. Lui se rivolge assai, ben che sia stanco, E rivolgendo cade in quella buca Ove uscia quel gran vento oltre misura: Non è da dimandar s'egli ha paura.
Ma sua ventura nel cader fu questa, Ché in altro modo da la morte è preso: Cadendo nel profondo con tempesta, Fiaccò il capo al serpente col suo peso, Sì che schiantar gli fie' gli occhi di testa, Onde se sciolse e tutto s'è disteso; Dibattendo le code tutte quante, Rimase a terra morto in uno istante.
Morto il serpente, or guarda il cavalliero La scura grotta de sopra e de intorno (Lucea un carbonchio a guisa de doppiero, Qual rendea lume come il sole al giorno): La tomba era de un sasso tutto intiero, Ma quello era coperto e tanto adorno De ambra e corallo e de argento brunito, Che non si vede di quel sasso un dito.
Avea nel mezo un palco edificato, De uno avorio bianchissimo e perfetto, E sopra un drapo azuro ad ôr stellato, Posto come dossiero o capoletto. Parea là sopra un cavalliero armato, Che se posasse senza altro sospetto: Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note: Sol vi eran l'arme, e dentro eran poi vote.
Queste arme fôr de la franca persona Che viene al mondo tanto racordata, De Ettor, dico io, che ben fu la corona De ogni virtute al mondo apregïata. Sua guarnison, di cui mo se ragiona, Priva è del scuto e priva de la spata. Ove stia il scuto, poco su se spiana; La spata ha Orlando, e quella è Durindana.
Forbite eran le piastre e luminose, Che apena soffre l'occhio di vederle, Frissate ad oro e pietre prezïose, Con rubini e smiraldi e grosse perle. Mandricardo ha le voglie disïose, Mille anni a lui pare de indosso averle; Guarda ogni arnese e lo usbergo d'intorno, Ma sopra a tutto l'elmo tanto adorno.
Questo avea de oro alla cima un leone, Con un breve d'argento entro una zampa; Di sotto a quel pur d'oro era il torchione, Con vinti sei fermagli de una stampa; Ma dritto nella fronte avea il carbone, Qual reluceva a guisa de una lampa. E facea lume, com'è sua natura, Per ogni canto de la grotta oscura.
Mentre che il cavallier stava a mirare L'arme, che eran mirande senza fallo, Sentì dietro alle spalle risuonare Ne lo aprir de una porta di metallo. Voltosse, e vidde a sé più dame intrare, Che a copia ne venian menando un ballo, Vestite a nova gala e strane zacare, Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.
Lor, scambiettando ad ogni lato, sguinceno, Con salti dritti se innalciano a l'aria; Così danzando, una canzon comincieno Di nota arguta, consonante e varia; E con le voci, ch'e stormenti vinceno, Fan rintonar la tomba solitaria; Poi ne la fin, tacendo tutte quante, Se ingienocchiarno al cavalliero avante.
Quindi se fu levata una di quelle, E Mandricardo comincia a lodare, Ponendo sua virtù sopra alle stelle Per questa impresa tanto singulare. Come ella tacque, e due altre donzelle Apresero il barone a disarmare, E disarmato sotto alla sua scorta Fuor de la tomba il misero alla porta.
Adosso poi gli posero un bel manto De fina seta, ricamato a ziffere, E perfumârlo apresso tutto quanto De odor suavi e con acque odorifere; E con festa ioconda e dolce canto, Suonando tamburini e trombe e piffere, Per una scala di marmoro ad aggio Con lui se ritornarno entro al palaggio:
Nel bel palaggio, quale io ve contai, Che avea il scudo di Ettorre alla gran piaza. Quivi eran cavallieri e dame assai, Chi canta e danza, e chi ride e sollaza: Più regal corte non se vidde mai; Ma, come apparve Mandricardo in faza, Gli andarno contra, e a sumissimo onore Lo riceverno a guisa de segnore.
Nel mezo a ricco seggio era la fata, Che a sé davante Mandricardo chiede, E disse: - Cavallier, questa giornata Tal tesoro hai, che il simil non si vede. Or se conviene agiongervi la spata, E ciò mi giurarai su la tua fede: Che Durindana, lo incantato brando, Torai per forza de arme al conte Orlando.
E sin che tale impresa non sia vinta, Giamai non posarà la tua persona, Nulla altra spada portarai più cinta, Né adornarai tua testa di corona; L'aquila bianca a quel scudo dipinta, Nulla alta enchiesta mai non la abandona, Ché quella arma gentile e quella insegna Sopra ad ogni altra de trïomfi è degna. -
Re Mandricardo allor con riverenzia, Sì come piace a quella fata, giura; E l'altre dame ne la sua presenzia Tutte il guarnirno a ponto de armatura. Come fu armato, allor prese licenzia, Avendo tratta a fin l'alta aventura, Per la qual più baron de summo ardire Eron là presi, e non potean partire.
Ora uscirno le gente tutte quante, Che gran cavalleria vi era pregione: Isolieri il spagnolo e Sacripante, Il re Gradasso e il giovane Grifone, E sieco uscitte il fratello Acquilante. Gente di pregio e di condizïone Vi erano assai, e nomi de alta gloria, Che non accade a dire in questa istoria.
Però che il re Gradasso e Mandricardo Insieme se partirno in compagnia, Né a ricontarvi molto serò tardo Ciò che intravenne a loro in questa via. Ben vi so dir che un par tanto gagliardo Non fu in quel tempo in tutta Pagania; Però faran gran cose e peregrine, Prima che in Francia sian condotti a fine.
Ma Grifone e Aquilante altro camino Presero insieme, perché eran germani, E sapendo il lenguaggio saracino Securi andarno un tempo tra' Pagani. Or, cavalcando un giorno a matutino, Due dame ritrovarno con duo nani; L'una di quelle a bruno era vestita, L'altra di bianco, candida e polita.
E similmente e nani e' palafreni Di neve e di carbone avean colore; Ma le donzelle avean gli occhi sereni, Da trar col guardo altrui di petto il core, Accoglimenti di carezze pieni, Parlar suave e bei gesti d'amore; Ed è tra queste tanta somiglianza, Che l'una l'altra de nïente avanza.
E cavallier le dame salutaro Chinando il capo con atto cortese: Ma quelle l'una a l'altra se guardaro, E la vestita a nero a parlar prese, Dicendo alla compagna: - Altro riparo Far non si può, ni fare altre diffese Contra di quel che il cel destina e il mondo, Come infinito è il suo girare a tondo.
Ma pur se puote il tempo prolungare E far col senno forza a la fortuna: Chi fece il mondo, lo potrà mutare, E porre il sole in loco de la luna. - - Prendiam dunque partito, se ti pare, - Disse la bianca alla donzella bruna - De ritener costor, poi che la sorte Or gli conduce in Francia a prender morte. -
Queste parole insieme ragionando Avean le dame, e non erono intese Da quei duo cavallieri, insino a quando La bianca verso de essi a parlar prese, Dicendo loro: - Io me vi racomando: Se la ragion per voi mai se diffese, Se amate onore e la cavalleria, Esser vi piaccia alla diffesa mia. -
Ciascun de' duo baron quasi ad un tratto Proferse a quelle aiuto a suo potere. Disse la bruna: - Ora intenditi il fatto, Poi che inteso abbiam noi vostro volere. Fermar vogliamo a fede questo patto, Che una battaglia avrete a mantenere, Insin che un cavallier sia al tutto morto Il qual ce offende e villaneggia a torto.
Quel disleale è nominato Orilo, E non è in tutto il mondo il più fellone; Tiene una torre in su il fiume del Nilo, Ove una bestia a guisa de dragone, Che là viene appellata il cocodrilo, Pasce di sangue umano e di persone. Per strano incanto è fatto il maledetto, Che de una fata nacque e de un folletto.
Com'io vi dico, nacque per incanto Quella persona di mercè ribella, Che questo regno ha strutto tutto quanto, Perché ogni cavalliero o damigella, Qual quivi gionga o passi in ogni canto, Fa divorare a quella bestia fella. Cercato abbiamo de un barone assai, Che tragga il regno e noi de tanti guai.
Ma sino a qui rimedio non si trova Né alcun riparo a tal destruzïone, Ché quel da morte a vita se rinova Per alta forza d'incantazïone. Ora de voi se vederà la prova, Ché ciascun mostra d'essere campïone Per trare a fine ogn'impresa eminente, Se a vostra vista lo animo non mente. -
A quei duo cavallier gran voglia preme De provar questa cosa tanto istrana; E, caminando con le dame insieme, Girno alla torre, e poco era lontana. Già se ode il maledetto che là freme Come fa il mar quando esce tramontana; Fremendo batte Orilo in forma e denti, Che sembra un mar turbato a suon de venti.
Avea ne l'elmo per cimero un guffo Cornuto, a penne e con gli occhi di foco, E lui soffiava con orribil buffo; Ma quei duo cavallieri il stimon poco, Perché altre volte han visto il lupo in zuffo, E stati sono a danza in altro loco, Né stimono il periglio una vil paglia; Onde il sfidarno presto alla battaglia.
Ma quel superbo non fece risposta, Mosse con furia e la sua mazza afferra; Né più fece Aquilante indugia o sosta, Ma la sua lancia lascia andare a terra, E poi col brando in mano a lui se accosta; E tra lor cominciarno una aspra guerra, Dando e togliendo e di sotto e di sopra, E quel la maccia e questo il brando adopra.
Di quel ferir Grifone ha poca cura, Ché era guarnito a piastre fatte ad arte, Ma lui taglia al pagano ogni armatura, Come squarciasse tegole di carte. Gionselo un tratto a mezo la cintura, E in duo cavezzi aponto lo diparte; Così andò mezo a terra quel fellone, Dal busto in giù rimase ne lo arcione.
Quel che è caduto, già non vi è chi lo alci, Ma brancolando stava ne l'arena; E il suo destrier traea terribil calci, Facea gran salti e giocava di schiena, Onde convien che il resto al prato balci. Ma non fu gionto in su la terra apena, Che un pezo e l'altro insieme se sugella, E tutto integro salta ne la sella.
Se a quei baron parea la cosa nova, Quale è incontrata, a dir non è bisogno, Ché, avengaché Turpino a ciò me mova, Io stesso a racontarla mi vergogno. Disse Aquilante: - Io vo' veder la prova, Se io faccio dadovero o pur insogno. - Così dicendo adosso a quel si caccia, E Orilo adosso a lui con la sua maccia.
E l'uno e l'altro a bon gioco lavora, Benché disavantagio ha quel pagano, Ché il gagliardo Aquilante in poco de ora L'arme gli ha rotte e poste tutte al piano; Essendo destinato pur che ei mora, Abandona un gran colpo ad ambe mano Sopra le spalle, alla cima del petto, E il collo e il capo via tagliò di netto.
Ora ascoltati che stupendo caso: La persona incantata e maledetta, Colui, dico, che in sella era rimaso, Par che la mazza a lato se rimetta, E prende la sua testa per il naso, E nel suo loco quella se rassetta; Indi sua mazza ha presto in man ritolta, E torna alla battaglia un'altra volta.
La bianca dama cominciava a ridere, E disse ad Aquilante: - Bello amico, Lascia costui, ché non lo puoi conquidere, E credi a me che vero è quel ch'io dico: Se in mille parte l'avesti a dividere, E più minuto il tagli che il panìco, Non lo potrai veder del spirto privo: Spezato tutto, sempre sarà vivo. -
Disse Aquilante: - E' non fia mai sentito Questo nel mondo o tal vergogna intesa, Che ogni mio assalto non abbi finito, Se ben me consumassi in fiama accesa; E benché a questo non veda partito, Sino alla morte seguirò la impresa. Fia de mia vita poi quel che a Dio piace, Ma con costui non vo' tregua ni pace. -
Così dicendo e turbato nel volto Voltò ad Orril, ed hallo in terra a porre; Ma quel ribaldo è già del campo tolto, E rifuggito dentro da la torre. Lo orrendo cocodrilo avea disciolto: Fuor della porta quella bestia corre, E dietro Orilo in sul cavallo armato: Ben par che il campo tremi in ogni lato.
Come vide Grifon quello animale, Qual vien correndo a quel fellone avante, Mossesi ratto, come avesse l'ale, Per dare aiuto al germano Aquilante. Altra battaglia non fu mai cotale Di tanto affanno e di fatiche tante Quanto se puote in zuffa sostenire; Ma ciò riserbo in l'altro canto a dire.
Canto terzo
Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori Diversamente in terra coloriti, Tra fresche erbette e tra soavi odori De gli arboscelli a verde rivestiti, Cantando componea gli antichi onori De' cavallier sì prodi e tanto arditi, Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo Fu da lor vinta a forza e posta al fondo;
Quando mi venne a mente che il diletto Che l'om se prende solo, è mal compiuto. Però, baroni e dame, a tal cospetto Per dilettarvi alquanto io son venuto; E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto L'aspra battaglia de Grifone arguto E de Aquilante, il tanto apregïato, La qual lasciai nel canto che è passato.
Contai del cocodrilo in che maniera Da la torre de Orrilo a furia n'esce. A meraviglia grande è questa fiera, Che molto vive e sempre in vita cresce; Ora sta in terra ed or nella riviera, Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce; Fatto è come lacerta, over ramaro, Ma di grandezza già non sono al paro;
Ché questo è lungo trenta braccia, o piue, Il dosso ha giallo e maculoso e vario; La mascella di sopra egli apre in sue, Ed ogni altro animal fa pel contrario. Tutta una vacca se ingiottisce, o due, Ché ha il ventre assai maggior de un grande armario, E denti ha spessi e lunghi de una spana: Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.
Ora Grifon, che lo vidde venire, Come detto è di sopra, a tal tempesta, Mosse con gran possanza e molto ardire Verso di quello e la sua lancia arresta. Più bello incontro non se potria dire: Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa. Grossa era l'asta, e il ferro era pongente, Ma l'uno e l'altro vi giovò nïente.
Fiaccosse l'asta come una cannuza E poco fece il ferro alla percossa, Ché a quella bestia non passò la buza, Tanto era aspra e callosa e dura e grossa. Ora apizata è ben la scaramuza, E la fiera orgogliosa, ad ira mossa, Aperse la gran bocca; e senza fallo Integro se il sorbiva esso e 'l cavallo.
Se non che a tempo vi gionse Aquilante, Che avea già Orilo in due parte tagliato, E veggendo il germano a sé davante A tal periglio e quasi devorato, Mena un gran colpo del brando trinciante Sopra al mostaccio, che era rilevato. Fatato è il brando, ed esso avea gran forza, Ma a quella bestia non taccò la scorza.
Il cocodrilo ad Aquilante volta, Ma tanto spaventato è il suo destriero Che già non lo aspettò per quella volta, Né di aspettarlo gli facea mestiero, Ché in bocca non gli avria dato una volta, Ma travalciato in un boccone intiero: L'omo, il cavallo, l'arme e' paramenti Giù serian giti e non toccati e denti.
Ma, come io dico, il destriero è smarito, Fugge correndo e ponto non galoppa; Quello orrendo animal l'avea seguito, E quasi il tocca spesso ne la groppa. Essendogli vicino a men de un dito, Altro che fare ad Aquilante intoppa, Ché Orrilo è suscitato e non soggiorna, Ma con la mazza alla battaglia torna.
Ora Grifone a terra era smontato, E salta al cocodrilo in su le rene, E sì pel dosso è via correndo andato, Che per la coppa al capo se ne viene. Saltava il cocodrilo infurïato, Ma Grifone attaccato a lui se tiene, Ché ad ambe man l'ha preso per il naso: Mai non fu visto il più stupendo caso.
Da l'altra parte Orrilo ed Aquilante Ripresa insieme avean cruda battaglia, Quale era pur come l'altre davante. Non giovano al pagan piastre né maglia, Ché in pezzi vanno a terra tutte quante. Ecco il gionge alla spalla e quella taglia, Credendo darli a quella volta il spaccio; La spalla via tagliò con tutto il braccio.
Va il braccio dritto a terra col bastone: Non sta queto Aquilante, il sire arguto, Ché ben sapea di sua condizïone; Veggendol morto, non l'avria creduto. Da l'altro lato mena un roversone, E monca il manco braccio e tutto 'l scuto; Poi salta dell'arcione in molta fretta, Prende le braccia e quelle al fiume getta.
Nel fiume le scagliò da mezo miglio: Grande in quel loco è il Nilo, e sembra un mare. Disse Aquilante: - Or va, ch'io non te piglio, E fami el peggio ormai che mi pôi fare. La mosca mal te cacciarai dal ciglio, E potrai peggio e gambari mondare, Malvaggio truffator, che con tuo incanto M'hai retenuto in tal travaglia tanto. -
Voltosse Orilo e parve una saetta, Tanto correndo va veloce e chiuso, E da la ripa nel fiume se getta: Col capo innanti se ne andò là giuso. Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta, Che il cocodrilo avea preso nel muso; Non bisognava che indugiasse un anno, Ché là stava il germano in grande affanno.
Come io vi dissi su poco davante, Grifon quello animale al naso ha preso, E sopra al capo vi tenea le piante, Facendo a forza il muso star disteso; E così stando, vi gionse Aquilante, Qual prestamente fu de arcion disceso, E prese la sua lancia, che era in terra, Ché non l'aveva oprata in questa guerra.
Con quella in mano allo animal s'accosta, Ponendo a tal ferire ogni possanza, E tra la aperta bocca il colpo aposta, E dentro tutta vi cacciò la lanza. Via per il petto e per la prima costa Fece apparir la ponta per la panza, Però che sotto al corpo e ne le aselle Il cocodrilo ha tenera la pelle.
Ben vi so dir che il tratto a Grifon piacque, Perché già più non lo potea tenire; Mai lieto fu cotanto poi che nacque. Ora comincia Orilo ad apparire, Che su venìa natando per quelle acque. Quando Aquilante lo vidde venire, - Può far - diceva - il celo e tutto il mondo Che abbi pescati e monchi in su quel fondo? -
Lui l'uno e l'altro de' bracci menava E l'onda con le mano avanti apriva; Come una rana quel fiume notava, Tanto che gionse armato in su la riva. Grifon verso Aquilante ragionava: - Se questa bestia fosse ancora viva, Quale abbiam morta con affanno tanto, Di tale impresa non avremo il vanto. -