Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide

Part 7

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Finalmente la estiva vampa diurna lasciato avea poco a poco di sferzare la terra: il Sole era già sceso al tramonto. Con gioja vide Olimpia il ritorno della notte: uscendo da’ suoi appartamenti, gittò un ultimo sguardo su quelle superbe pareti testimonj di tante sue lagrime, e tacita e sola scese palpitando al giardino. Quivi attendevala Selim: appena vi giunse, egli incontrolla sorridendo, ed ambedue ad aspettar si posero a piè della grande inferriata. Oh, quanto lunghi sono gl’istanti per chi attende con impazienza un qualche bene! Ad ogni momento la figliuola d’Evantìa rivolgeva gli sguardi sul lago: ed il più debile fiotto dell’onda, il più lieve venticello, pareva dovesse annunziarle la barca liberatrice.

S’udì finalmente l’agitarsi del remo che appressavasi; ed al chiarore della luna riconobbe l’Orfana il generoso amico di Demetrio. Ad un segno di questi, cui rispose Selim, fermossi la barca sotto il giardino. La scala di corda raccomandata prima nell’interno alle grosse spranghe della inferriata, e gittata quindi all’infuori, additò il mezzo di scendere: ajutata da Selim, Olimpia vi si appese, salendo fin sopra al muro, ove aspettò ch’egli la raggiungesse: discendendolo quindi all’esterno, giunsero l’un dopo l’altra a toccare la barca. Il primo moto della gratitudine di lei fu quello di stringere vivamente la salvatrice mano di Eugenio: le sue ginocchia poi si piegarono: i suoi occhi si volsero al Cielo, e «grazie o Numi di pietà! (esclamò sommessamente). Libera alfine son io dai vili lacci della schiavitù; ritorno pure a’ tuoi altari, alla sacra patria degli avi miei!»

Eugenio frattanto a forza di remo allontanato erasi da quella remota parte dell’isola: tutto pareva assicurato; se non che rimaneva peranco buon tratto di via, ed un vento sciroccale levatosi all’improvviso, perigliosa rendeva la navigazione dell’alto lago. La barca pertanto dei fuggitivi radeva leggermente la costa dell’isola, ove l’onda era più cheta d’assai: e già il fragile legno oltrepassava non visto sotto il cannone del forte, allorquando una guardia, che fumando stavasi seduta sui baluardi, lo scoperse. — «Olà: chi siete?» (gridò minacciosa). — «Pescatori» (risposegli Eugenio in lingua turca, con voce franca e risoluta: Olimpia agghiacciava di spavento). — «Allontanati dunque di qui: a che radi le mura? — «Mi vi spinge il vento; ma ormai l’ho guadagnato, e m’allontano.»

Parve il Maomettano appagato di questa risposta perchè nulla più soggiunse: ritornò tranquillamente alla sua pipa, e la barca senza altro ostacolo giunse felicemente alla riva. Sbarcati che furono, Olimpia vestita degli abiti turchi che Eugenio aveale procurati onde patria e sesso mentisse, salì insieme con esso e con Selim, sui cavalli che rinvennero presso alcuni salci, ai quali Eugenio annodati li aveva nella sera medesima, poco prima di portarsi per la concertata fuga sotto il giardino del serraglio. A spron battuto si allontanarono dalle vicinanze del lago: e ad evitare ogni altro pericolo, percorsero strade scoscese e deserte durante tutto il resto della notte. Fu in mezzo al silenzio di questo viaggio che Eugenio narrò all’Orfana tutta la storia dell’accaduto, incominciando dall’istante in cui egli, piangente sul freddo cadavere d’Irene, unito erasi a Demetrio con i più saldi vincoli di amichevole affetto. Pianse Olimpia di tenerezza e di gratitudine, al racconto del suo liberatore: e l’anima sua, assuefatta a calcolare tutti i gradi della sventura, conobbe anche allora che non può essere vero amico di un infelice se non colui che egualmente soggiacque ad avversa fortuna.

La notte frattanto era al suo termine; e già l’aurora spargeva di rosea luce le immense vie del firmamento, allorchè la figliuola d’Evantìa coi primi raggi del Sole nascente scoperse in lontano le indorate cime delle rupi native. Quale straordinaria commozione fu in quell’istante la sua! Lagrime di gioja cadevano in copia sulle pallide sue guance: ed il sorriso brillando sulle sue labbra, con dolce contrasto opponevasi a quell’aria di melanconia che segnava da lungo tempo ogni traccia del suo volto. I generosi destrieri secondavano l’ardente desiderio de’ giovani Suliotti, divorando col veloce corso la via: scoprivansi omai vicinissime le minori rupi della Selleide: e di già apparecchiavasi Eugenio ad internarsi in una scoscesa gola incognita forse ai nemici, allorchè udir sembrogli in distanza il romore del cannone. Affrettarono il passo anche più, e videro finalmente attraverso una densa nube di fumo che un fiero combattimento impegnato erasi fra i Greci ed i Turchi. Non giunse nuova ad Olimpia questa disgrazia: nella giovane sua età passato avea forse un intero giorno tranquillo? Non doveva dunque meravigliarsi; l’animo suo era da lungo tempo assuefatto a soffrire: ma in un momento in cui lusingata erasi di respirar nuova vita; allorquando, rapita alla schiavitù, ritornar credeva alle braccia del fedel suo... sentì certamente ben grave il peso della propria disgrazia.

Vedendo Eugenio che impossibile saria stato tradurre l’infelice alle gole nel calore del combattimento, risolvette collocarla in luogo sicuro, finchè, cessato il tumulto delle armi, Demetrio medesimo avesse potuto più opportunamente ricondurla alle rupi. Divergendo pertanto dal già preso cammino, giunsero sotto la rocca di S. Veneranda, primo baluardo della Selleide, fortissima posizione difesa da imponente presidio. Ad un noto segno ch’egli fece, le scôlte calarono il ponte, e tutti vi entrarono. Eugenio manifestò col proprio il nome di Selim, e quello della travestita donzella: raccomandolla ai capi del presidio siccome sposa di Demetrio; e dopo averle promesso un pronto ritorno appena finita, la pugna, Selim ed egli indossarono greche vestimenta, ed a spron battuto corsero a prender parte alla mischia.

CAPITOLO XXIII

Fin dalla giornata memorabile del villaggio, quando con eterna vergogna sulle proprie file ripiegarono in faccia alla bandiera della Croce, i Turchi giurato aveano nuovamente l’esterminio totale de’ Cristiani della Selleide. A fine pertanto di guadagnare una volta quelle rupi formidabili di cui non v’era pietra che macchiata non fosse di sangue infedele, Mouctar le stringeva di blocco rigoroso, ingrossandone la linea coi ragguardevoli contingenti di truppe che suo padre ogni giorno spedivagli dalla capitale dell’Epiro. La viltà di quei Maomettani incapaci di aperta forza, ed avvezzi ad operare soltanto con mezzi indiretti, aspettava così tranquillamente in sicuro la necessaria caduta di Suli: numeravansi con tripudio i giorni che passavano; ed avrebbesi pur voluto che il tempo accelerato avesse il proprio corso, onde più presto pascere i feroci sguardi sulle vittime infelici, che consunte dalla fame attendevansi al campo a deporre le armi, e ad implorare indarno dai vincitori pietà. Quale immensa carneficina sarebbesi allor fatta degli inermi! Quante piramidi di umane teste offerte all’onore del culto di Maometto!! Quali smodate grida di barbara gioja innalzato avrebbero, lordi di sangue, gl’impuri settatori del fanatismo!!!

Ma il contagio che, nato dalle mefitiche esalazioni delle paludi e dai fetidi miasmi delle stivate orde dei Barbari sotto la sferza di un sole cocente, iva poco a poco mietendo l’esercito Infedele, parve diminuire sì nobili speranze. La mano dell’Onnipotente aggravavasi sui Turchi ogni dì più minacciosa. Una ardente febbre, ed una sete inestinguibile, spingevano i soldati ad eccessi di furore. Alcuni di essi ammorzar tentando il fuoco che loro serpeggiava nelle vene, gittavansi disperati entro le tiepide paludi, e vi si annegavano. Altri cui violento spasmo lacerava le viscere, giaceano bocconi sull’arida sabbia: quivi in mille guise dibattendosi, e franti i negri buboni della peste, perivano miseramente in mezzo ad orribili grida, ed al sangue che denso sgorgava in copia dalle piaghe. Altri, traendo a forza un affannoso respiro, morivano soffogati: ed altri più coraggiosi, cui il contagio allora assaliva, prevenivano tanti mali col darsi la morte!... O divina Giustizia! come tremenda punisci chi fra la strage ed il sangue rovesciar tenta gli altari dell’Onnipotente!!

Avvilito per sì grave sciagura che minacciava la totale ruina dell’esercito, Mouctar risolvevasi a togliere il blocco, e ad allontanarsi dal teatro della morte, riserbando a tempi più opportuni la vendetta ed il giurato sterminio dei Suliotti: e già d’ira pieno e di dispetto preparavasi a partire, allorquando l’aria che fino allora stata era irrespirabile, temperassi ad un tratto, e fresca addivenne. Il Picco di Kunghi allontanato avea dalle sue cime un gruppo di dense nubi, che stendendosi minacciose sulle minori rupi, e sul campo degli Infedeli, tutto coprirono il cielo: s’udì tremendo il fragore del tuono; scoppiò sanguigna la folgore, e rovesci di pioggia precipitarono sulla terra, durando un intero giorno sempre dirotti ed eguali. Strariparono i torrenti: e seco trascinando i cadaveri degli estinti, tutto dilavarono quell’infetto terreno. Cedettero finalmente le acque: spinte da un vento impetuoso sgombrarono le nubi dall’aria purificata, ed il contagio disparve.

In questo frattempo giunto era da Giannina al campo de’ Turchi un ragguardevole rinforzo condottovi da Velì secondo figlio del Satrapa: surrogato al fratello nel comando dell’esercito, aveva ordine dal padre di conquistare ad ogni modo la Selleide, ed esterminare coloro pe’ quali sofferta erasi tanta sciagura. Comandò pertanto ai Dervis di preparare colla preghiera il generale attacco dei nemici nel giorno seguente; ed a tal uopo si offrì il _courban_, ossia sacrifizio di cinquanta pecore nere, ad _Azraele_, Genio dei sepolcri, succeduto nella orientale mitologia al Mercurio condottiero delle anime.

«L’onore delle vostre armi (esclamava Velì animando i soldati) vi chiama a quelle formidabili rupi tenute finora dagli schiavi, e che create furono per voi. Su, dunque: si vada a conquistarle, e si uccidano coloro che ardirono opporvisi, e cagionarvi tanti mali: non si rispetti nè sesso, nè età. La vittoria è sicura: Allàh ve l’addita dall’alto di quelle montagne: correte ad ottenerla!»

Il fanatismo de’ Maomettani si scosse, ed i superstiziosi Dervis non cessarono di mantenerlo. Ognuno preparò le proprie armi, e si dispose al Sole novello pel generale attacco su tutti i punti nemici.

CAPITOLO XXIV

Non appena pertanto la prima alba del mattino usciva in cielo ad impallidire le stelle, che le orde de’ Barbari, marciando in silenzio, si appressarono alle gole. I posti avanzati de’ Greci furono i primi ad essere attaccati; alle replicate scariche dei fucili si sparse il grido dell’allarme; ed accorsa tutta la truppa de’ Suliotti: il combattimento si fece generale. Tre volte i nemici sforzar tentarono le strette, e tre volte respinti furono dai valorosi discendenti degli antichi Selleni. Finalmente un grosso corpo di assoldati maomettani Albanesi, i meno vili fra i Barbari, decidere volendo ad onore della Mezzaluna la incerta vittoria, serrarono le loro file; e così ordinati marciarono in avanti, risoluti di conquistar Suli, o perire. Un parco di volante artiglieria da campagna che li precedeva apriva loro la strada; mentre una selva di bajonette qualunque ostacolo allontanava dai lati. Gl’intrepidi montanari diretti dal generoso Demetrio, prodigii faceano di valore: ma i nemici moltiplicavansi ovunque; e se cento di essi cadeano, altri cento giungean subito a rimpiazzare gli estinti. Cedettero i Greci finalmente al numero dieci volte maggiore: e lo stendardo di Maometto lordò per la prima volta l’inviolato terreno sacro alla Croce.

Fu in questo momento tremendo che Selim ed Eugenio giunsero di tutto corso alle gole, dalla fortezza di S. Veneranda. Gli occhi di quest’ultimo cercarono più volte l’amico in mezzo al bollore della mischia, ma non mai vennegli fatto di rivederlo: avrebbe voluto narrargli la fuga di Olimpia, ed il sicuro loco ove trovavasi... infelice! anche questo unico conforto mancargli doveva in tanta sciagura.

Frattanto il prolungato urlare de’ Barbari, che da un eco all’altro delle rupi diffondevasi minaccioso, ed il cannone che udivasi tuonare ognor più, annunziavano alla Selleide il giorno estremo delle battaglie. Il corpo degli Albanesi maomettani erasi già impadronito degli interni posti fortificati; il resto dell’armata nemica chiudeva l’uscita delle gole, e gli sventurati Greci si stavano in mezzo a due fuochi. Inevitabile ormai erane la perdita. Combattevano essi con quel valore di cui sempre sono capaci uomini risoluti per la difesa dell’altare e della patria: ma a che pro? Una ostinata mitraglia consumavali poco a poco, piovendo su loro in un fondo basso e scosceso, dove i piccoli parchi non potevano agire. Tuonavano è vero da lungi i cannoni di S. Veneranda; ma i Turchi sicuri omai della vittoria gli disprezzavano, e trincerati fra i burroni, tutte le forze volgevano alla conquista delle rupi. Miseri Greci! desolata Selleide!! Le insegne nemiche, inalberate sulle tue montagne, sventolano superbe, e t’insultano: la morte spargesi ovunque: ed il grido della disperazione sollevandosi prolungato dal centro de’ figli tuoi, soave scende al cuore dei Barbari, siccome pegno sicuro della sanguinosa vittoria!

— Un bianco lino levato in alto sulla punta di una greca bajonetta annunziò che gl’infelici capitolavano. Tosto il cannone si tacque: le orde nemiche si adunarono in folla intorno ai vinti, e, per ordine di Velì, le trattative incominciarono.

Condiscendevano i pochi superstiti Greci a cedere una patria che più figli non avea per di difenderla: volevano peraltro bastanti viveri fino a Parga, ove avrebbero avuto un asilo presso i loro fratelli di religione. Acconsentirono i Turchi alla dimanda, e la capitolazione fu conclusa col reciproco giuramento. — Incauti! non avevano essi mille volte conosciuta la fede dei Barbari?

Ben fatto avea Demetrio a non fidarsi di loro. Sdegnando egli di vilmente sottoporsi ad una ingannevole trattativa, insieme coi più valorosi, avanti che questa cominciasse, aperta erasi a viva forza una via, ove un minor numero di Barbari se gli opponea. Allontanavasi dalla patria cadente: ma armato tuttora ritiravasi a Parga, colla speranza almeno di riserbarsele co’ suoi in tempi meno infelici.

Frattanto gli sventurati figli della Selleide, religiosi osservatori del giuramento, emigravano piangendo dalla cara terra natìa: e già oltrepassavano avviliti le strette gole delle loro montagne, allorquando i Barbari, che vi si erano appiattati, contro ogni divino ed umano diritto, d’ogni parte piombarono sopra gl’inermi come tigri affamate. Quale orrendo spettacolo! quale indicibile strazio fecesi allora dell’umanità! I voti del pietoso Selim, che mille volte desiderato aveva espiar col sangue la propria colpa, coronati furono da una morte gloriosa. Egli cadde fra i primi: tutti quindi (tranne que’ pochi, ed Eugenio con essi, che scampando dal generale sterminio raggiunsero poi Demetrio entro Parga) tutti perirono fino all’ultimo; ed un fiume di sangue innocente corse spumante attraverso le rupi della Selleide. — Fu questa la luttuosa fine d’un popolo d’eroi sacrificato sotto la scure de’ Barbari! questa la tremenda libazione, che i figli de’ Greci sul sepolcro fecero della spenta lor patria!!

CAPITOLO XXV

Racchiusa Olimpia entro la fortezza di S. Veneranda, atterrita dallo strepito delle artiglierie che, tuonando sui baluardi ad intervalli, portar tentavano la morte ai nemici combattenti in mezzo alle gole, giacevasi in preda al dolore, e struggevasi in pianto. Infelice! Immaginavasi Demetrio, ed il suo liberatore, allora allora spiranti nel conflitto: udiva le estreme loro voci: chiamavali a nome altamente; e gelava quindi d’orrore, allorchè sola consideravasi rimasta sulla terra.

Un vecchio Eremita amico dell’estinto Atanasio, e che l’Orfana conosciuto avea nell’eremo della rupe, trovavasi allora ministro del culto nella rôcca. Questo venerando vecchio penetrato dalle sciagure della sventurata, delle quali ella stessa narrata aveagli la storia, addivenuto era l’unico confidente delle pene di lei. Versava egli in quel cuore lacerato il balsamo salutare della Religione: e dolcemente istillandovi la speranza di un più felice avvenire, molcere ne tentava le profonde ferite. La figliuola d’Evantìa, portata per naturale inclinazione ad amare coloro che buoni e virtuosi compatir sembravano i suoi mali, non allontanavasi da lui: in quella barba canuta, ed in quelle ruvide lane, raffigurar pareale la immagine dell’estinto suo zio; e ringraziava la Previdenza, che in lui pure le lasciasse fra tanti affanni un conforto.

Giunse finalmente alla rôcca la funesta notizia della presa di Suli, e della violata capitolazione. — Ah, che taciuta almeno si fosse ad Olimpia!... Ma come era ciò possibile in mezzo alle grida del presidio, che desolato piangea la cara patria perduta? — Il soffio dell’aquilone sublime quercia così non isvelle fin dalle profonde radici, come la novella del generale eccidio dei Suliotti anche le più lievi speranze strappò dal cuore della infelice. Dessa cadde tramortita: ed a ragione dubitato sariasi che cedendo alla violenza de’ mali perduto avesse la vita, se un sospiro che alfine sollevò fortemente il suo seno, mostrato non avesse che tuttora abitava un’anima in quel corpo abbattuta.

«Demetrio mio! (esclamò allora col soffocato accento della desolazione). Demetrio! Demetrio mio!! A che il cielo ne lusingava riunirci? A che un generoso liberatore strapparmi alle catene de’ Barbari, quando io non dovea più rivederti? — Che mai, che farò, sola sulla terra?... dove mi volgerò, sventurata? A tutti sconosciuta, il pane della elemosina alimentar dovrà i pochi giorni della vita che mi restano!... O madre mia! in quale stato crudele geme ora tua figlia! quale orrendo quadro di novelli mali se le appresenta!! dessa è infelice... mille volte infelice: e la disperazione, ultimo colpo della sventura, già già le piomba nel cuore!...

— «Ah! non è questo, (risposele allora il venerando Solitario) non è questo il linguaggio di un’anima religiosa. — Olimpia! un cuore virtuoso come il vostro perder non deve giammai la speranza animatrice della vita. La cieca disperazione è contraria alle massime del culto in cui nasceste: e la Divinità, quella stessa che il più grande sacrificio fece per la umana salvezza, si offende vivamente quando voi discacciar tentate ogni confidenza su lei. Siete afflitta; siete infelice: ma appunto perchè tale, ottener potete un diritto maggiore alla pietà sulla terra, ed alla protezione del Cielo... Confidate, Olimpia, nella Providenza: se questa è un mare da cui ogni giorno attinge conforto la umanità sventurata, è pure inesauribile, e ne avanza anche per voi. Che se Demetrio, vittima del tradimento, è morto sotto le rupi della cara sua patria: se spenti sono coloro a cui vincoli di amicizia e di sangue vi legavano dapprima, dessi tutti vi riguardano ora dall’alto delle stelle. Il fedel vostro, spirito disciolto dalla salma corporea, ed ardente per voi di più nobile amore, non vi abbandona un istante su questo basso esilio in cui, miseri, ci aggiriamo. Nella vostra solitudine, egli, aura leggera ed invisibile vi asciugherà le lagrime del dolore; e implorerà per voi l’assistenza dell’Onnipotente, finchè a Lui piaccia (il che sarà forse fra poco) di porre un termine con la morte ai vostri mali!»

Queste parole che in sè racchiudeano quanto di più soave conforto ha la Religione sul cuore degli uomini, scesero dolcemente in quello di Olimpia, come il candido raggio della luna tra il folto orrore delle foreste. Dessa determinossi a sopportare in pace la propria sciagura, e ad aspettare tranquilla il momento in cui, sciolta dai lacci terreni, riunita sarebbesi a Demetrio per sempre. Quest’ultima idea della morte, che le profetiche parole del Solitario aveano predetto vicina, confortavala oltre modo: e se il suo fisico oppresso dai mali cedeva ad ogni giorno, l’anima invece iva sempre acquistando la calma più pura.

CAPITOLO XXVI

Frattanto i Maomettani, compiuta nel corso della notte vegnente la orrenda carnificina, della quale il Sole tramontando sdegnò forse vedere la fine, impadronivansi di tutta la Selleide. Un ragguardevole corpo di truppe restava al presidio delle conquistate rupi; mentre l’altra parte dell’esercito ritornava all’indietro per cingere di stretto assedio la fortezza di S. Veneranda, entro cui ancor rimanevano liberi Greci, e nuove vittime da immolarsi.

Sull’ampia riva del romoroso Acheronte (fiume cotanto noto all’antica mitologia) s’erge la inespugnabile rôcca, fabbricata di rozza ma durissima selce: larghe e profonde fosse, al suo piede, difficile oltremodo ne rendono l’assalto; ed una numerosa fila di cannoni sopra i suoi baluardi destinata è a spargere la morte su chi tentasse avvicinarsele. Quattro grandi lati presenta, ognuno dei quali rivolto ad uno de’ venti principali: ed in mezzo ad essi sorge maestoso l’acropolo, torre di grande altezza, in cima a cui ancor temuto sventolava allora il sacro Vessillo della Redenzione.

Era intorno a questo formidabile asilo che i Barbari, fatti più arditi dalla sanguinosa vittoria, si accampavano minacciosi. Sapevano dessi che molto scarseggiavano di vittovaglie i generosi difensori racchiusivi: e così, risparmiandosi il sangue, risoluto aveano di aspettarne sicuri entro un campo trincerato la vicina resa inevitabile.

In tale miseranda situazione era già lungo tempo che gli sventurati Greci soffrivano le privazioni più dure. Vuotate già erano le arche del pubblico frumento: troncato dai nemici il corso delle sorgenti che dal seno delle rupi entravano nella rôcca; e tutto il presidio immerso negli orrori della fame e della sete. Ad estenuare sempre più gl’infelici Cristiani, i Barbari ogni giorno chiamavangli sui baluardi con nuove scaramuccie: sempre varii attacchi fingeano su punti diversi per instancarli; ed allorquando la notte avvicinavasi, ritornavano al loro campo dove l’abbondanza gli attendea. I Greci al contrario assai più bisognosi di ristoro, nulla ritrovavano che li confortasse. Privi di tutto, la dura necessità avea loro insegnato a profittare degli estremi rimedii. La buccia degli arboscelli che cresceano sulle arenose sommità delle mura venìa macinata, e formavasene una specie di negro pane; mentre a rinfrescare le arse fauci calavansi delle spugne sulle torbide acque dell’Acheronte, e succhiavansi quindi avidamente.

Era a tale stato ridotto il presidio di S. Veneranda, allorchè i capi di esso si adunarono a consiglio, onde deliberare sulle risoluzioni da prendersi in tanta pubblica calamità. Scendeva appunto la notte; ed i Turchi ritirati eransi nel campo, quando tutti si raccolsero in un grande atrio terreno. Era questo il deposito delle polveri: parecchie centinaja di cassoni disposti erano da una banda; buon numero di palle di grasso calibro ammucchiavansi dall’altra; ed un fanale nel fondo, illuminando il sotterraneo, degradata diffondea la sua luce fra i colossali pilastri. In mezzo ai principali capitani sedeva Samuele, Greco di straordinario coraggio, che giurato avea di salvar la rôcca, o perire. Tutti pendevano dal tuo labbro: ed ognuno disposto era a farsi legge d’ogni suo parere, allorchè egli, prendendo la parola, così disse:

«La caduta estrema della Selleide che, privandoci di patria, ne avvolse fra mali inenarrabili; e la precaria esistenza di questa fortezza, ultima sede della nostra indipendenza, or qui a consesso vi appellano, o valorosi fratelli! Privi di vittovaglie, senza speranza che mano amica ne provveda, (poichè tutti i Suliotti perirono traditi nella orrenda giornata alle gole di Suli, tranne i pochi che tuttora vivono separati e dispersi entro amiche città), ad uscire una volta da tanta sciagura due soli e tremendi partiti ne restano: o qui soccombere d’inedia, o renderci a discrezione del nemico. Il vostro senno e coraggio vi guidino nella scelta: parlate, ed abbia esecuzione il partito dei più.»