Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide

Part 8

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Così disse: ed un istante di silenzio succeduto essendo a’ suoi detti, un giovine Suliotto propose una sortita dei più valorosi; i quali, aprendosi a forza una via nel campo nemico, e caricandosi di viveri, ricondurrebbero abbondanza nella rôcca. Appunto per la grande arditezza piacque a molti il progetto: e già un sommesso mormorio, ed un inchinare di teste, accennava ch’erasi pronti ad abbracciarlo, allorchè un guerriero venerando, incanutito sotto il peso della armi, lo disapprovò.

«Lode al Cielo, (egli disse) non manca ancora il coraggio nel petto dei pochi figli sopravvissuti alla patria! dessi hanno il cuore de’ Greci, entro cui vivente io veggo tuttora la sventurata Selleide. Ma qual vero utile omai sperar si può dal valore? Qui noi non siam che dugento: è questo numero un punto inosservabile in faccia al poderoso campo dei nemici che ne circondano, superbi, ed incoraggiati dagli ottenuti vantaggi. Quando poi da questo pugno d’uomini detratta si fosse una parte per la necessaria custodia della rôcca, che mai avverrebbe dell’altra avventuratasi ad una imprudente sortita, composta di uomini valorosi sì, ma esausti quasi di forze, ed appena reggenti le armi, a petto di vigorosi nemici abbondanti di tutto? E non saria questo un esporsi a sicuro macello, senza che dal sangue risultar potesse il più lieve vantaggio?»

Tutti rimasero convinti, e si tacquero. Videro che inutile saria stata l’impresa, e che altro partito omai non restava se non quello di perire con gloria, difendendosi fino all’ultimo dai Barbari. — Ma questi non tentavano mai un vero attacco: aspettavano al sicuro, finchè tutto il presidio soccombesse d’inedia. Questa idea era terribile invero: rifuggivano gli animi alla vista degli orrori che la fame iva già, preparando con lugubre prospettiva; il freddo terrore spargevasi poco a poco nel consesso, ed alcune voci osarono pronunziare... capitolazione. — Samuele allora levatosi in piedi sdegnosamente, e seco lui tutti, ad alla voce esclamò:

«E dopo la sanguinosa carnificina de’ nostri fratelli, i cadaveri de’ quali orribilmente mutilati giacciono tuttora insepolti attraverso le gole della Selleide, non si conosce ancora la fede dei Barbari? Chi è qui di voi tanto amico di una morte ignominiosa, che trattative propone co’ nemici? Dessi già stanchi di aspettare, ed anelanti alla perdita nostra, accetterebbero ogni patto: ma, esciti appena da questo sacro loco che ne difende, mille pugnali penderebbero sulle nostre gole. Conoscono essi forse i Barbari religione, umanità, diritto inviolabile delle genti? Padroni essi di tutta la Selleide, l’abborrito loro stendardo sventolerebbe allora trionfante sull’acropolo di S. Veneranda, mentre gli squallidi avanzi delle vostre membra, ammonticchiati alla rinfusa sul terreno, d’esecrando pasto servirebbero ai cani ed agli avvoltoj delle rupi. — Sdegnate voi gli orrori della fame? perir volete gloriosi?... eccolo il mezzo: io ve l’addito. Son questi tremila barili di polvere che ne circondano: una sola scintilla... e siam liberati dall’obbrobrio — Sì; uditemi, fratelli, e sovvengavi pur che siam Greci! Allorquando questi Barbari nei finti loro attacchi s’innoltreranno fin sotto le mura, noi tutti ci uniremo in un punto; e ad un prolungato grido, che sarà l’ultimo nostro addio alla patria infelice, salterà in aria questa rôcca, avvolgendo con noi sotto le sue ruine gran parte degli implacabili nemici nostri. — Ecco la fine gloriose dei dugento; l’ultimo, il solo partito che ne resta: la morte!»

A questa formidabile parola all’intorno cupamente ripetuta dall’eco moltiplice di quel sotterraneo, i Greci sollevarono un grido di unanime consenso: si abbracciarono tutti fra loro; e, disciolto il congresso, ad aspettar si posero intrepidi la memoranda lor fine.

CAPITOLO XXVII

Mentre tale magnanima risoluzione prendevasi dai generosi difensori di S. Veneranda, la salute di Olimpia, cedendo sempre più, avvicinata erasi ad una totale decadenza. L’infelice avea notabilmente dimagrito: un tremito convulsivo impadronito erasi delle sue membra; ed alla fresca rosa della giovinezza, dileguatasi per sempre dalle sue gote, succeduto era il tetro pallore della morte. Il buon Solitario non perdeva mai di vista questa amabile creatura, che rapidamente avvicinavasi al termine della sua dolorosa carriera: spesso parlavale della instabilità delle umane vicende: e facendole un luttuoso quadro dei mali della terra, dipingevale coi più vivi colori la felicità immensa del Cielo.

«Quanto mai stolto (le diceva) è colui che un’ombra di vero bene quaggiù ravvisa fra noi! ma non è tutto caduco, tutto apparente? Voi lo sapete, Olimpia: in questa bassa valle di pianto non mai le labbra schiudeste al sorriso della gioja, se non che per gustar quindi più amaro il nappo delle avversità. Dal momento stesso in che gli occhi apriste alla luce incominciaste a soffrire: vi mancò la madre nel darvi la vita: uno zio che solo rimasto vi era fra quelli a cui vincoli di natura e di sangue vi legavano, lasciovvi nella prima vostra giovinezza; e gl’implacabili nemici de’ nostri altari vi tolsero prima una benefattrice, ed una saggia amica, quindi uno sposo... Ma non vi rattristate, no: rallegratevi, Olimpia! non siete ancor sola sulla terra, a Dio piace riguardarvi dall’alto. Voi gli siete cara: la vostra virtù vi rende ben meritevole dinanzi a Lui: il premio vi è preparato immenso, immutabile, eterno, e pochi giorni vi mancano per conseguirlo... ah! sì. Egli disse nella sua giustizia. — Ritorni alla sua stella quest’anima a me diletta! abbandoni finalmente una terra, ove io non la trattenni che per farla quassù rivivere più meritevole e pura. — Oh, voi felice! Sciolta finalmente dalla grave salma mortale, volerete bellissima in seno all’eternità: nel dipartirvi da noi piangerete anche una volta sulla nostra miseria; mentre il globo della terra disparirà poco a poco dai vostri occhi, come dispare il lido alla nave che lo abbandona!»

A queste soavi parole confortatrici Olimpia sorrideva dolcemente: e le sue pupille rivolgendosi verso il Cielo, anelar parevano a sì beato momento.

Per lenta febbre che serpeggiando nelle sue vene tolto aveale ogni resto di forze, giaceva ella entro piccola cameretta nel più appartato luogo della rôcca: quivi omai rapidissima toccava il termine la sua vita, ed il buon Solitario non mancava di portarvisi più volte nel giorno. Vedeva egli con un certo moto di nobile invidia quell’amabile tranquillità che leggevasi in tutti i lineamenti del volto di lei: e tanta era la sua ammirazione per essa, che più volte veder parvegli un raggio del Cielo brillar tremolante sulla pallida sua fronte.

Avvolta finalmente fra la nebbia de’ sepolcri, picchiò l’ora fatale all’albergo della innocenza. L’udì l’Orfana, ma non turbossi: le labbra schiudendo al più dolce sorriso. «Padre mio! (disse al venerando Solitario) la voce dell’Onnipotente giunge alle mie orecchie: Egli mi chiama colassù. — O madre mia!... oggetti i più cari della mia tenerezza!... come siete voi belli!... quanta luce vi circonda!!...

«Ah, che Dio le apre i Cieli! (esclamò allora piangendo il buon Solitario). Ella è vicina a trapassare da noi: i suoi occhi si sono in alto fissati, e la sua anima è fuori de’ sensi. — Olimpia!... Olimpia! non udite voi la mia voce?

— «Sì: (rispose l’Orfana languidamente) sì: l’odo ancora, ma per poco: essi mi chiamano... ed io... vado... a loro...»

— «Ah! se dunque (riprese il vecchio) il momento è venuto in cui lo spirito vostro separare si debbe dalla inerte materia, io ministro degli altari, lo raccomando a Colui che lo creò. Nel tuo bacio lo lascio, o Regina Coronata: ad esso incontro venga per gli spazii immensi del firmamento lo stuolo delle vergini, che esultando lo accolga qual novello concittadino della patria Celeste! — Che mai sono i nostri giorni, o Signore? nebbia, polvere, fumo, che rapidi si disperdono col solo tuo soffio. Ma la vita dello spirito non è la terrena: questa è fragile e caduca, ed esso è creato per la immortalità. — Riunisciti dunque, Olimpia, al tuo Principio: parti da questa valle di pianto, e la mia voce ti benedica nel Nome di Dio!»

Pronunziava appena queste parole il venerando Solitario, allorchè, preceduta da un prolungato grido, videsi ad un tratto una tetra luce, che tutto all’intorno rischiarò il loco come un vivido lampo: ad essa rapidissimo seguì un orribile scoppio... tremò la terra fin dai cardini suoi, e tutto crollò quindi con istrepito orrendo.

Più non esisteva la rôcca di S. Veneranda. Un solo istante ridotta aveala un mucchio di rovine: dei famosi dugento, ma insieme di più migliaja di Barbari, memorando sepolcro!

CAPITOLO XXVIII

Colla caduta della fortezza di S. Veneranda, ultima sede della Ellenica indipendenza nell’Epiro, Alì Pascià di Giannina videsi finalmente padrone di tutta la Selleide. Ad oggetto di compiere quanto la sua cieca ambizione si era da gran tempo proposto, egli popolò di soldati quelle rupi formidabili, e ne formò tanti posti fortificati: dopo di che, reclutando nuove truppe cogl’immensi tesori che possedeva, e completando un ragguardevole esercito, non appena l’opportunità lo permise, che inalberò sulle mura di Giannina lo stendardo della ribellione. Irritato il Sultano contro questo suo schiavo che aspirava a rendersi indipendente, spedì delle truppe per mare e per terra, onde ridurlo alla obbedienza: il ribelle stretto d’ogni parte si afforzò nella capitale dell’Epiro, procurandosi intanto all’intorno delle favorevoli diversioni. Fu allora che il Barbaro videsi costretto a valersi de’ Greci, onde far fronte all’armata nemica. Di fatto propose loro di liberarsi per sempre dal giogo del Sultano: li fornì di armi, munizioni e danaro; e così, spingendoli alla insurrezione, egli stesso si fece la prima causa della emancipazione di quel popolo generoso. In seguito di tempo, le vicende della guerra portarono la morte del crudele Pascià, e la dispersione delle sue truppe: ma i Greci che trovavansi di già avanzati con luminosi progressi nella nobile carriera del politico loro risorgimento, non si perdettero d’animo: che anzi, aumentandosi sempre più fra di loro l’amor della patria e della indipendenza, e le isole ed il continente si unirono per mare e per terra a rivendicar colla forza la giustizia dei proprj diritti. Nel corso de’ molti anni ne’ quali durò questa guerra memorabile fecero gli Elleni prodigii di valore. Versarono fiumi di sangue, ma sempre vincitori: la gloria delle loro armi, impugnate a difendere l’altare e la patria, si diffuse per tutta la terra: le grandi potenze della civile Europa interposero l’alta loro mediazione; e, cessando finalmente le stragi, fu la Grecia proclamata indipendente, ed aggiunta al novero delle Nazioni.

Demetrio rifugiatosi entro Parga con Eugenio, e cogli altri pochi Suliotti sfuggiti al pugnale de’ Barbari nella funesta giornata della capitolazione, ed informato della tragica fine dei difensori di S. Veneranda, caduto era nel più profondo abbattimento. La sola speranza che in qualche modo confortavalo, era quella di presto seguir nella tomba la cara amante perduta: ma allorquando vide la Grecia tutta insorgere per la propria emancipazione, le forze di lui si rianimarono, ed impugnò nuovamente le armi, dedicandole alla vendetta della patria e di Olimpia. Coronata finalmente dal felice successo la generosa intrapresa, e ridonata la pace alla propria Nazione, egli, a tutti ignoto, consacrar volle al ritiro il resto de’ suoi giorni: lasciate quindi per sempre le armi, ed abbandonate le fiorenti città che si andavano ripopolando, il passo rivolse alle native rupi della tanto amata Selleide. La ferocia dei Barbari rispettato avea l’eremo che un giorno trascorrer vide la prima giovinezza di Olimpia: quivi tutto era intatto, e le domestiche celle, e la sacra cappella; il limpido ruscello cadeva tuttora nel suo bacino di sassi, e perdevasi mormorando nella grande foresta degli abeti. In questo sacro asilo della pace fermossi il figliuolo di Eutimia; ed indossatevi le lane di Atanasio, l’Eremita addivenne della rupe.

L’amico Eugenio sovente portavasi a visitarlo in questo nuovo soggiorno: confortarlo cercava delle più soavi parole: spesso parlavagli di Olimpia; ed allora gli occhi di Demetrio, bagnandosi di lagrime, ripigliar sembravano un istante la perduta vivacità. L’amore di lui per l’Orfana non erasi punto diminuito: quei luoghi dell’eremo che una più viva rimembranza gli ridestavano di lei, erano ad esso i più cari. Così trovava egli ogni suo bene nelle umili celle, entro cui tante volte trattenuto si era con Atanasio ed Olimpia; mentre sacro eragli quel cipresso, posto su di una eminenza della rupe, a piè del quale seduta essa mille volte aspettato avealo sorridendo dalla sottoposta vallata. Ma nulla era così caro per lui quanto la cascata della sorgente nella foresta, presso cui, sopra la bianca pietra che serviva di sedile, ritrovato aveva una volta la prima dichiarazione dell’amore di Olimpia. Ora di questa stessa pietra formato egli avea un rustico monumento sacro alla memoria di lei che tanto amò sulla terra. Il nome di «_Olimpia_» vi era inciso a grandi lettere, e due teneri salici vi erano guidati a pianger sopra dolcemente. Quivi egli stesso ogni giorno portavasi a versarvi anche una volta le lagrime dell’amore, ed a pregarvi la pace dei secoli.

In questa guisa aspettava Demetrio il termine della vita, che un interno presentimento del cuore non additavagli lontano.

Un giorno ritornando Eugenio dall’Arta ove privati interessi l’aveano chiamato, e non lungi passando dalle rupi della Selleide, visitar volle Demetrio che da lungo tempo più non avea riveduto. Legato il cavallo ad un albero, picchiò alle celle dell’eremo, ma inutilmente: chiamò a nome più volte l’amico della sua giovinezza... niuno risposegli: entrò nella cappella... ed era questa deserta. Sperando tuttavia di ritrovarlo presso la cascata della sorgente, s’incamminò alla foresta degli abeti. — Scendeva il Sole al tramonto, ed il venticello della sera stormir facea leggermente le foglie, allorchè Eugenio vide a qualche distanza il Solitario prostrato sul terreno: avvicinossi a lui palpitando. — Le sue braccia stringeano con forza il monumento di Olimpia, e la sua fronte riposava sul sasso. — Chiamollo a nome anche una volta... tentò sollevarlo... — Vane cure! Quegli occhi erano chiusi per sempre. —

FINE

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.