Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide

Part 6

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Se a quella dolce inclinazione di natura che talor lega soavemente l’un uomo ad un altro, la reciproca confidenza essi vi aggiungano delle proprie disgrazie, è allora che nasce, e sovra solida base si conferma, la più tenera la più sincera amicizia. Dopo la commovente scena del villaggio, dopochè una quasi uguale sventura avvicinati gli ebbe fra loro, Demetrio ed Eugenio non eransi più separati: una stessa tenda, un tetto stesso li accoglieva nel campo: i più grandi pericoli li vedevano insieme; ed insieme essi eran sempre ovunque l’esigeva il bisogno. Di vero cuore amava Eugenio l’amico suo: ravvisava in esso le più belle doti dell’animo, le affezioni più gentili, e tutto quel vivo interesse che desta sempre la virtù sfortunata: oltredichè Irene più non era; giurato egli aveva sul freddo cadavere di lei non esser mai d’altre sulla terra, ed il figliuolo d’Eutimia non compreso in questo giuramento, era il solo che amar da lui si poteva senza tema di violarla. Demetrio d’altronde corrispondea vivamente a tanta tenerezza: ad essa donava tutti quei momenti che liberi gli restavano dalle cure di guerra; ed in questi amichevoli trattenimenti la perduta Olimpia era costantemente l’oggetto de’ loro discorsi.

Un giorno in cui Demetrio, più forse abbattuto del solito, solo sedeva nella sua tenda; lieto in sembianza, e come quei che apportatore ne viene di felice novella, a lui comparve il giovine Eugenio: fattosegli accanto, e stretto per mano lo sventurato Capo de’ Suliotti, esclamò. «Amico! non abbandonarti più a lungo a questa angoscia crudele: giunto è forse il momento in che io restituirti posso la pace, e la tranquilla serenità dello spirito.» — Demetrio si scosse: balzò in piedi rapidamente, e fissò i suoi sugli occhi di Eugenio, come per assicurarsi ch’ei non mentiva. — «Sì: (soggiunse egli) io voglio ridonarti la pace: ho promesso alla sacra amicizia di adoperarmi costantemente per te, e tu sai che io non manco ai miei giuramenti. — Demetrio! Io non sono mai stato freddo spettatore delle tue pene: non mi sfuggirono, mel credi, le tue lagrime; e la tua confidenza per me, l’abbandono tuo nelle mie braccia là fra gli estinti del villaggio, son tuttora scolpiti nel mio cuore. Io ho sempre bramato raddolcire i tuoi mali: sperai che il tempo, e più i soavi conforti dell’amicizia, rimarginata avrebbero la tua ferita... ma mi sono ingannato: essa è troppo profonda; e senza un rimedio un solo rimedio che io conosco; e voglio a costo della vita procurarti, fra poco condurti potrebbe al sepolcro. Tu, rivestito del supremo comando de’ tuoi concittadini, non puoi di qui allontanarti: io peraltro non sono così necessario alla mia patria, e lo posso. — Demetrio! amami, e fa cuore. Io parto all’imbrunir della notte pel lago di Giannina. Colà, (io lo seppi da un Turco da me guadagnato coll’oro) colà nel serraglio del castello trovasi ora la povera Olimpia: Mouctar sdegnato alle sue prime ripulse, ivi l’ha confinata, riservandosi ad occuparsi di lei al fine della campagna. — Scelerato! Tu più non la rivedrai: non sarà l’infelice contaminata fra le impure tue braccia: tu fremerai di rabbia, ed essa intanto volerà sicura fra quelle del fedel suo!!»

— «Eugenio! Posso io crederti veramente, (soggiunse allora Demetrio) od è questa una pietosa lusinga per istrapparmi un istante al dolore? M’inganneresti tu forse?»

«No: (rispose) io non mentisco: tu ben devi conoscermi per viver sicuro sulla mia parola. Parto; ed a te dinanzi lo giuro, in faccia al Cielo che testimone è di tutto, io qui vivo non tornerò che con lei: o potrò strapparla alle catene dei Barbari, o perirò io stesso vittima della bell’opera che l’amor tuo ha saputo ispirarmi... ma tolga il Cielo l’augurio funesto! Già tutto è disposto per un esito felice. Non manca se non che tu mi consegni una lettera, la quale informando Olimpia del nostro progetto, e di me che non conosce, mi assicuri altresì della sua confidenza, e de’ suoi sforzi per secondarmi.»

Non così dolci cadono le estive pioggie sulle arse campagne, come soave discese nell’oppresso cuore di Demetrio la inaspettata novella. Lanciossi egli fra le braccia dell’amico, bagnandolo di quelle lagrime che la più viva riconoscenza chiamogli in copia sul ciglio: rinvigorir parvero allora le abbattute sue facoltà, e tornò il riso finalmente a brillare sulle sue labbra. Pure sembrava non potersi persuadere della promessagli felicità: vedeva che troppi ostacoli dovevano in prima superarsi; e che quando per Eugenio altra difficoltà non vi fosse che quella di oltrepassar sicuro la linea del blocco, grande era questa sola per rendere inutile la impresa. Il giovine generoso dileguar cercò questi dubbii: esposegli minutamente tutti i dettagli dell’ardito progetto, ed esortollo a confidare nella giustizia della causa, e nel favore del Cielo. — Comparve frattanto la notte: Demetrio accompagnar volle per qualche tratto di strada il raro amico suo: salirono a cavallo, ed in silenzio si allontanarono dalle tende.

— Battuti i Turchi e sconfitti nella grande giornata del villaggio, deposto avevano ogni pensiero di attacco novello: che anzi, conoscendo che l’unico mezzo d’impossessarsi di quelle rupi formidabili era nel ridurre i Suliotti ad arrendersi per fame, risoluto avevano di circondarli all’intorno, d’impedir loro ogni comunicazione coll’esterno, e di tenerli così rigorosamente bloccati. Mouctar destinato era da suo padre a comandar sulla linea le forze ottomane: queste ingrossavano ogni giorno per la sopravvenienza di nuove reclute, ed ivasi così preparando la perdita dei generosi figli della Selleide.

Giunti al fine delle gole, Demetrio ed Eugenio a scuoprir cominciarono in distanza i fuochi del campo nemico: udirono pure confusamente da lungi le voci di alcune sentinelle; ed il figliuolo d’Eutimia raccapricciò d’orrore in pensando che fra quelle avventurarsi doveva l’amico. Qui fu dove Eugenio non permise che altri il seguisse; la difficoltà dell’impresa era somma, ed evitarsi doveva il più leggero romore. Più lagrime di tenerezza accompagnarono il loro addio che fu commovente oltre modo: si abbracciarono scambievolmente: e reciproca fu chiesta e data la promessa di un pronto ritorno: il giovine generoso si allontanò dalle rupi native; e Demetrio ritornò lentamente alle tende.

Eugenio vestito di abiti turchi, montava un cavallo tolto ai Barbari nella giornata del villaggio: conosceva perfettamente bene il linguaggio nemico, ed ognuno creduto l’avrebbe Maomettano. Con questi vantaggi il magnanimo Suliotto non paventò di esporsi al pericolo: che anzi seco stesso gratulandosi della nobile opera che intraprendeva, seguì lieto a percorrere la strada. Placida era la notte: ma non ancor sorta la luna, e regnava dovunque la più grande oscurità. Per trarsi più facilmente d’impaccio, scelto egli aveva un sentiero scabroso e dirupato, l’unico forse che meno rigidamente guardato era dai Turchi: ma vicino al confine del blocco, allorquando in mezzo al generale silenzio delle cose lusingavasi del più felice successo, fu sorpreso da un primo moto di terrore in udendo da sè non lungi alcune voci indistinte. — Era quella un’orda nemica, che destinata ad invigilare sui posti di guardia, fermata erasi dentro un piccolo casolare. Al romore di un cavallo che attraversar sembrava francamente la strada, il capo de’ Barbari chiamò alle armi, ed addimandò all’istante chi fosse quei che passava: e già preparavasi a far fuoco sull’incognito, allorchè questi, senza sgomentarsi, risposegli in Turco con voce bassa, ma risoluta. «Taci, disgraziato! parto dal quartier generale di Mouctar per una segreta spedizione.». — Il Maomettano uso a tremare al solo nome de’ suoi padroni, appagato di questa risposta tornò tranquillamente al casolare; ed Eugenio a spron battuto giunse senza altro ostacolo ad oltrepassare la linea.

CAPITOLO XX

L’Orfana frattanto iva lentamente cedendo alla piena dei mali che l’opprimevano. Il soggiorno del castello, la vista di quegli odiati luoghi mille volte testimoni delle sue lagrime, eranle di un peso insoffribile: le mura istesse, e le dorate pareti, destavanle le idee più funeste, e tutto in tutta la sua forza ravvisava all’intorno il luttuoso aspetto della schiavitù. Riguardando sovente dall’alto degli appartamenti sul lago soggetto, misuravane ad un colpo tutta la estensione; e percorreva quindi la grande distanza che frapponevasi da quel carcere alla cara terra degli avi suoi. Ritraevasi allora l’infelice da una vista che troppo deprimevala; ma non da quella ritraevasi, che seguìta da lunga schiera di dolorosi pensieri: essi non l’abbandonavano un istante; e, quasi goder potessero nel tormentarla, in mille guise diverse le si moltiplicavano in mente.

Conforto unico era ad essa il dolce trattamento che riceveva da Selim, capo degli Eunuchi del serraglio. Costui si diportava in maniera tutta diversa da quella che a’ suoi pari si conveniva: studiavasi di alleggerire alla sventurata il peso della schiavitù; e con parole di consolazione, e con atti di officiosa urbanità, lasciava in ogni incontro travedere il più grande interesse a vantaggio di lei.

Una volta che Olimpia, ringraziandolo di tanta pietà, parve meravigliarsi come in un uomo, a sì vile impiego destinato, generosi modi apparissero. «Signora! voi non mi conoscete: (le rispose Selim). Una fatale sventura che mi pose fanciullo fra gli schiavi d’Alì, mi ha ora in questo grado collocato: del resto io non nacqui figlio dei Turchi, nè straniero nome è la compassione per me. Anch’io ho cuore ed affetti: anch’io... sappiatelo alfine; ho nelle vene il sangue dei Greci.»

Olimpia rabbrividì: si fece indietro d’un passo, e fissandolo in volto, «che? (disse) voi? voi Greco... e vestite l’abito degli infedeli?»

— «Ah, signora! (riprese egli) non aggiungete l’amarezza de’ vostri rimproveri a quella del rimorso che mi lacera. Fanciullo di due lustri, fui tolto per sempre alla mia famiglia: si volle indebolirmi lo spirito per forza di continue minaccie: fui consegnato al carnefice... misero! che far doveva in faccia a mille tormenti?»

— «Morire» (rispose Olimpia severamente).

— «È vero: pur troppo è questa la mia colpa; la conosco, l’abborro. Oh, dato mi fosse degnamente espiarla! involato a queste mura contaminate di delitti, oh, potess’io purificarmi con tutto il mio sangue, all’ombra santa del perdono di Dio!!»

Tremante era la voce di Selim, ed i suoi occhi bagnati di lagrime; quelli di Olimpia rivolti erano al suolo.

— «Ma intanto (riprese egli) io qui schiavo, come voi siete, di vano desiderio mi pasco; non mi è dato liberarvi; offrirvi non posso che una sterile compassione... vorrete sdegnarla questa unica cosa che io m’abbia degna di voi?... potete odiarmi?

— «No, vi compiango: (rispose Olimpia con un sospiro). Veggo che siete anche più infelice di me.»

Dopo ciò si separarono: ma da quel giorno in poi Selim addivenne per l’Orfana il solo nel serraglio che meritasse la sua confidenza: narrogli la commovente storia delle sue pene: ed egli in ricompensa, poichè non altro poteva, cercando sempre prevenire i suoi desiderj ed appagarli, si volse costantemente a raddolcirle la trista amarezza della schiavitù. — Ma intanto le labbra di lei languide e scolorate più non aprivansi che al sospiro: umide sempre erano le sue ciglia di pianto: delirante talora lo spirito. Sventurata! Nelle più tarde ore della notte, allorquando in mezzo al generale silenzio delle cose anche la pallida luna tramonta, e le cadenti stelle invitano al sonno, sola aggiravasi per le vuote sale, Demetrio invocando coll’acuto accento del dolore... — ma il solo nome ripetevane l’eco sommessamente, ed egli non appariva a confortarla giammai.

In questa guisa dileguavansi poco a poco nel castello del lago la fiorente giovinezza e la salute di Olimpia: vedeva essa non lungi la fine della vita, ed invece di rifuggirne l’idea, anelarla sembrava piuttosto: la sola spoglia mortale così lasciato avrebbe allo scelerato carnefice dei Suliotti; mentre lo spirito, leggero come fiamma che in alto tende a sollevarsi, riunito sarebbesi ai perduti oggetti della sua tenerezza. Piena di questa dolce speranza, la sola omai che alimentar poteva nel cuore, non trascurava l’infelice di portarsi ogni sera al giardino del serraglio: ivi collo sguardo immobile sulle lontane cime del Picco di Kunghi, passava gl’istanti meno amari di sua vita... Orfana infelicissima!!! Anch’essi fra poco sparir doveano come il lampo.

Un giorno, oppressa forse più che mai dalle sue dolorose rimembranze, affrettossi a ricorrere all’usato mezzo di conforto, e discese al giardino. — Vergeva il Sole al tramonto: limpidissimo era il cielo, e l’aure appena spiravano. — Il primo pensiero di Olimpia fu quello di assidersi sul sedile di marmo a piè della grande inferriata: nell’atteggiamento del dolore, i suoi occhi pregni di lagrime riguardavano languidamente quel lontano punto sì noto e sì caro; mentre gli ultimi raggi dell’astro cadente placidi rifletteano sulla tranquilla faccia del lago. Tutto era silenzio in quella remota parte dell’isola: ed i sospiri dell’infelice i soli erano ad interromperlo; allorquando ad udir cominciossi in lontano un confuso romore simile al gemito d’onda percossa da’ remi. Immersa Olimpia nel suo dolore, non vi abbadò sulle prime: ma allorchè quello fecesi poco a poco più distinto, rivolse naturalmente lo sguardo al loco donde partiva. Era di fatto un giovine Turco che, montato su piccola barca da pescatore, sembrava avvicinarsele: nobile era il suo portamento; ed una folta e negra barba nascondea parte de’ suoi lineamenti oltremodo espressivi. L’Orfana che fino allora veduto non avea legno alcuno su quelle acque, attonita rimase all’inconsiderato ardire del giovine pescatore, che forse caro pagato avrebbe il fio della colpa, qualora le guardie del castello avessero potuto scoprirlo. Egli frattanto inoltrato erasi fin sotto la inferriata del giardino: e già Olimpia avvertiva l’imprudente del pericolo che soprastavagli, allorchè lo sconosciuto, guardatosi prima cautamente d’intorno, sommessamente in greco le disse: — «Signora! se lecito mi fosse interrogarvi, potrei chiedere se vive tuttora nel serraglio Olimpia, la giovine schiava Suliotta?»

L’Orfana si turbò. — «A che mi fate una tale domanda?

— «Nulla, ve l’assicuro, null’altro mi muove che una generosa compassione. — Vive forse tuttora?

— «Sì: vive, ed io son l’infelice. Ma che vi cale di me?...»

— «Oh divina Providenza!!! (sclamò l’incognito). Se dunque voi siete la figliuola d’Evantìa, rapita alle braccia di Demetrio nella grande giornata del villaggio, confortatevi, o sventurata! v’ha chi veglia sulla vostra salvezza.»

— «Che parlate voi?» (replicò l’Orfana sbigottita).

— «La verità. — Ditemi: havvi fra i custodi del serraglio chi per voi s’interessi? Potreste fidarvi d’alcuno?

— «Selim, il capo degli Eunuchi; egli greco è d’origine, è qui il solo che mi compianga. Ma voi chi siete? che pensate tentare?... — Tutto: non conoscete forse il cuore de’ Suliotti? Olimpia, addio! Se propizio n’è il Cielo; se domani aver potrete un foglio dell’amante vostro, ove tutto vi sarà svelato, trovatevi qui sull’imbrunir della notte: io venni a liberarvi.»

Ciò detto, cautamente allontanandosi, poco a poco disparve. — Olimpia sopraffatta dalla meraviglia rimase per qualche istante fuori di sè: ondeggiava fra mille incerti dubbii sull’incognito misterioso che promesso aveale libertà; e siccome avviene sovente in cose desiderate sì, ma non isperate giammai, prestar non sapea fede a’ suoi occhi medesimi. Riprese animo finalmente: lanciò furtivo uno sguardo all’intorno, per accertarsi se alcuno avesse potuto osservarla; poi, lasciando il giardino, si ritirò nel silenzio de’ suoi appartamenti.

CAPITOLO XXI

Prima di esporsi al difficile rapimento di Olimpia, Eugenio stabilito avea di bene accertarsi se essa viveva, onde inutile non riuscisse il generoso tentativo. A tal uopo, per forza d’oro, anima e vita di un paese in cui tutto è venale, noleggiato avendo barca e vesti da pescatore, inoltrato erasi fin sotto il giardino del serraglio, onde, con istudiato pretesto, chieder notizie di Olimpia a colei ch’egli spesso da lungi veduto aveva sedente a piè della grande inferriata: volle la Providenza che nella stessa Orfana ei s’incontrasse: ed informato da questa, e della condizione e del nome del pietoso Selim, ritirato erasi cautamente, maturando nel pensiero l’ardito progetto, ed i mezzi più opportuni ad eseguirlo.

All’apparire pertanto del mattino novello, Eugenio rivestì gli stessi mentiti abiti co’ quali allontanato giù erasi dalle native montagne, e si presentò francamente al castello, annunziandosi siccome spedito dal quartiere generale di Mouctar. Calato il ponte, ed introdottovi, addimandò tosto del capo degli Eunuchi Selim, cui disse di dover parlare segretamente. Racchiusi ambedue in camera appartata, il custode del serraglio che già disponevasi ad udire dal messaggero gli ordini del suo padrone, rimase assai meravigliato, quando offrir si vide una borsa accompagnata da queste parole sommessamente profferite.

— «Se io parlar dovessi ad un Turco, temerei, ed a ragione, che poco fosse l’oro che qui si chiude; ma poichè mi sono ad uomo rivolto che nacque figlio dei Greci, veggo che è forse anche troppo, e che tutto mi lice sperare dal nobile carattere della sua nazione. Generoso Selim! la mia vita, la pace di due sventurati, sono nelle vostre mani. (L’Eunuco guardò l’incognito da capo a piedi). Tutto peraltro mi è noto: so quanto vi commuova la infelice sorte di Olimpia: so ch’essa ed io qui di voi solo possiamo fidarci. (Turbossi Selim, e tentò replicare; Eugenio l’interruppe). Udite. — Un sentimento di tenera amicizia mi persuase a venire dalla Selleide nel castello del lago, e, sprezzando ogni pericolo, a ricondurre Olimpia al suo amante, o morire... avete così conosciuto che io son Greco, e che finte sono le vesti che mi coprono. Ora siccome senza l’opera vostra è inutile ogni mio tentativo, è per questo ch’io vi prego d’ajuto. Non vi spaventi l’avvenire: io vi prometto mezzi tali da porvi in salvo, e garantirvi dalla pena barbaramente dovuta alla pietosa vostra condiscendenza.»

Qui tacque: e Selim, fissatolo in volto nuovamente, appressollo più davvicino.

— «Signore! (gli disse): il vostro coraggio, la interessante vostra fisonomia, e più le generose parole che m’indirizzaste dileguano ogni mio dubbio: voi esser non potete un vile emissario che a tentar venga la mia fedeltà coll’oggetto di perdermi.»

— «No: (risposegli Eugenio dignitosamente) ve lo giuro per il Dio de’ miei padri; e voi sapete quanto prezzano i Greci i loro giuramenti.» (Qui gli porse la mano: Selim la strinse nella sua):

— «Ebbene: prometto favorir questa fuga, ma ad un patto: anch’io verrò in salvo con voi. Poichè noti vi sono i miei natali, e la involontaria mia colpa, sappiatene pure i rimorsi. — Oh! quante volte ho desiderato espiarla versando il mio sangue per la patria!! Infelice!!!... nacqui anch’io Suliotto.»

— «Lo veggo: la nobile vostra risoluzione chiaramente il palesa. Noi partiremo insieme: ed or che la guerra arde nella Selleide, racquistar potrete coll’armi la fama perduta.»

— «Lo voglia il Cielo! — Ma Olimpia intanto?...

— «Jeri la vidi sotto la inferriata del giardino, ove su piccola barca mi era condotto: poche ed oscure parole mi permise indirizzarle il breve istante che mi trattenni: ma questo foglio che le darete potrà tutto svelarle. Intanto voi con essa sull’imbrunir della notte vi troverete nel giardino: in quella parte ove più basse sono le mura condurrò io la mia barca; e questa breve scala di corda servirà per discendervi. — Basta, per ora io m’allontano dal castello: e voi, per giustificare il nostro abboccamento, fingerete aver ricevuto per mio mezzo un qualche ordine di Mouctar. Prudenza vi raccomando, e sollecitudine.»

— «Fidatevi di me. Addio!»

— «Sì: oggi sull’imbrunir della notte.»

Ciò detto, Eugenio, abbandonò il castello, entrò nella barca che lo attendeva per tragittarlo alla riva del lago: quivi giunto riprese la strada di terra, fingendo ricondursi al quartier generale dei Turchi.

Selim intanto rientrato nel serraglio, portossi agli appartamenti dell’Orfana, che sbigottita ancora per l’accaduto del giorno innanzi, sedea mesta e pensosa. — «Finalmente (le disse) mi è pur dato giovarvi: posso io stesso recarvi una lieta novella! Leggete!» — Olimpia prese quel foglio palpitando: l’aperse, e trovollo concepito in questi termini.

«OLIMPIA!

«La celeste Providenza che sempre protegge gli sventurati non si è scordata di noi: essa mi ha fatto sperare di racquistarti; e superando tutti gli ostacoli, ha rinvenuto il mezzo di farti giungere questo mio foglio fin dentro il carcere tuo. Un amico, un raro amico, che io amerò teco fino all’ultimo mio respiro, è quegli che tutto sprezzando viene a liberarti. Celato sotto l’abito degli infedeli onde meglio diminuire la difficoltà dell’impresa, tutto ti farà noto appena sarai fuori del castello: nascosta allora anche tu sotto vesti mentite, ritornerai finalmente alle mie braccia. Olimpia mia! Io non istarò quivi a narrarti tutte le pene da me sofferte; desse sono innumerabili, infinite, ed io darne non posso la più debole immagine: il mio cuore per altro di cui tu conosci i palpiti più segreti, agitandosi un giorno più fortemente incontro al tuo, sarà l’interprete verace de’ miei lunghi travagli. Oh! quanto è mai lusinghiera la felicità che ne attende! Ah, possa almeno essere stabile una volta!... ma sì: lo spero. Quella forza superiore che mi ha sempre preservato fra i nemici da una morte mille volte cercata, quella stessa che sembra avermi lasciato la vita per dividerla teco, coprirà pure di pietoso velo la tua fuga. Olimpia mia!... abbandonati a sì bella speranza: il mio n’è il più fausto presentimento.

«Mouctar, l’infame assassino de’ nostri confratelli, cinge tuttora di stretto blocco le nostre montagne: ma il contagio che a serpeggiar comincia tra le file nemiche, privando il superbo Maomettano della necessaria energia, sarà forse il nostro più tremendo alleato. Ad ogni modo le rupi di Suli sono ben formidabili: e gl’Infedeli conoscono d’assai quanto possano i Greci adunati sotto la insegna della Croce.

«Olimpia vieni! il fedel tuo ti attende con tutta la impazienza dell’amore. Non ti spaventi il pericolo: fa cuore! affidati al prudente coraggio dell’amico, e sii certa della tua liberazione! Ah, una volta che tu mi sarai restituita, forza umana non potrà più svellerti da me!!

DEMETRIO.»

— «Ebbene (le disse allora Selim); voi questa sera partirete; ed abbandonando questo carcere infame, anch’io vi seguirò nella fuga.»

L’Orfana non poteva rispondergli; tanta era la forza dell’inaspettato piacere, tanta l’agitazione dell’animo suo. Onde lasciarle libero campo a ricomporsi, Selim da lei si licenziò. — «Addio, dunque; mi troverete al giardino sull’imbrunir della notte.»

CAPITOLO XXII

Rimasta sola, l’Orfana non ancor persuasa di tanta felicità, tornò a rileggere il foglio dell’amante: lo baciò quindi con entusiasmo, e vivamente esclamò: — «Oh Dio! Non è dunque un sogno: Demetrio stesso è quegli che mi scrive: queste cifre sì conosciute e sì care vengono a rendermi alfine la speranza e la vita!» Ciò detto le lagrime della gioja larga strada si aprirono sulle sue guance, scorrendo così dolci per lei, come il fine della sventura al principio della felicità. — Ogni volta che l’orologio del castello coi misurati colpi le ore accennava che fuggivano «ed anche una di meno: (esclamava Olimpia): poco ancora, e Demetrio mi rivedrà. Dio immortale che presiedi ai destini degli uomini, volgiti dall’alto delle sfere a questa infelice che è pur figlia tua! Deluse non restino le mie speranze! proteggi la mia fuga! ed involami per sempre a questo carcere odiato, ove ogni giorno profanasi dagli Infedeli il Nome tuo!»