Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide

Part 5

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Liberi pertanto dalla odiata presenza dei nemici, i montanari della Selleide, ai mezzi di difesa che loro prestava la natura, aggiunsero quelli dell’arte: si fortificarono stabilmente nelle gole delle rupi, finchè le orde de’ Barbari sgombrato avessero affatto dal piano ove ritiravansi: vi eressero dei bivacchi; e vi formarono un piccolo campo trincerato, d’onde osservar potevano in sicuro tutte le mosse nemiche. — Demetrio intanto abbattuto e dolente, ritirato erasi nella rustica sua tenda: quivi nascosto allo sguardo di tutti, colla fronte china sulle palme, spargeva amare lagrime sulla sorte della perduta donzella. «Gli scellerati! (esclamava:) nel punto in che io credeva a me unirla per sempre... la strapparono alle mie braccia. Assetati tutt’ora di sangue, e delusi nel loro progetto, essi la conducono in ischiavitù, ed ora, forse in questo istante medesimo... vittima la fanno di loro brutalità... Oh rabbia! ed io resto qui inerte, e tutto non abbandono per salvarla, o perire con lei?»

Ciò detto, giugnendo con forza le mani, scorreva la tenda a gran passi: alterali erano i suoi lineamenti; tremante il corpo e lo spirito vicino al delirio. Poi, calmatosi alquanto l’impeto della passione, un muto dolore vi sottentrava: il suo cuore erane lacerato; ed unite a qualche stilla di pianto proferiva allora delle interrotte parole.

«Ah, madre mia! (ripeteva sovente quasi presago del vero).» Tu forse or più non sei sulla terra, ed i vili assassini rispettar non seppero in te quella virtù che sola animavati. — Mia cara madre!! Era forse questo il felice avvenire che il figliuol tuo ti prometteva?... questo l’avventurato giorno dell’imeneo?... — Ah! se dall’alto delle sfere, di quaggiù odono i beati le voci dei mortali; se la povera Olimpia fra i lacci della servitù respira ancora l’aure della vita, tu la difendi dalle ingiurie degli empii; tu la salva dall’obbrobrio: e se io non giunsi a divider seco lei la mia sorte, scenda, ah, scenda almeno inviolata alla pace della tomba!!!»

Amareggiato dalla sventura, rivolto ognor col pensiero all’amante perduta, il capo de’ Suliotti non destavasi dal suo letargo, se non per dure quegli ordini che il grand’uopo esigeva: quel tempo che rimanevagli, impiegato era da lui, solo nella sua tenda, nella rimembranza e nel pianto.

Il giovane Eugenio, il di cui grado militare, quello seguendo di primo Capitano, più d’ogni altra persona avvicinavalo a Demetrio, ben commosso pareva a sì trista situazione. Discendente d’una delle più illustri famiglie del villaggio, di coraggioso e tenero animo ad un tempo, la bella Irene oggetto era dell’amor suo: ma dal fatale momento in che egli correndo alle armi separato erasi da lei, udito più non aveane novella. Dolente per sì grave perdita, e più terribile forse perchè non bene ancor certa, osservato aveva non senza interesse la cupa mestizia che esprimeva il figliuolo d’Eutimia, e che questi tuttavia in faccia a’ suoi fratelli d’arme cercava sempre nascondere. La pietà, quel nobile sentimento che gli uomini onora, insinuossi con profonde radici nel generoso petto di Eugenio: i mali che straziavano l’infelice addivennero, per così dire, suoi proprii: e tale affetto per lui concepì, che fin d’allora giurò rattemprarli con quel balsamo soave che l’amicizia sempre versa sulle ferite del cuore.

I Turchi frattanto i quali credendo sorprendere i Suliotti, eransi pure lusingati di salire una volta su quelle rupi formidabili, ritiratisi in disordine, lasciato aveano più centinaja di morti, molti feriti, e grande quantità di fucili, che tutti caddero in potere dei valorosi; i quali colla perdita di pochi fratelli sostenuto aveano la gloria degli antichi figli della Selleide. Questo infelice esperimento chiamando il Pascià a più moderati consigli, ei risolvette di chiedere una breve tregua per dar sepoltura agli estinti, e riscatto ai prigionieri. Il Sole, testimone di quella orribile giornata, già cadeva all’occaso: e la colma luna sorgeva dell’opposto orizzonte, allorquando il parlamentario Turco presentossi ai posti avanzati. Introdotto nella tenda di Demetrio, l’oggetto espose della propria missione: e fu concluso che al giorno novello redimer potrebbero gl’infedeli i loro compagni prigionieri, e seppellire gli estinti; intantochè nel corso della notte compiuto avrebbero i Suliotti il doloroso uffizio verso i loro fratelli. — Il Maomettano scortato da alcune guardie ritornossene al campo: ed il silenzio delle tenebre successe finalmente allo strepito ed al tumulto del giorno.

CAPITOLO XVI

Alta scorreva la notte per gli spazii del firmamento: seguivala, fedel compagna, placidamente la quiete; ed i venticelli usciti dai boschi qua e là spargevansi a rallegrare dolcemente la terra: allorquando Demetrio accompagnato da Eugenio, e seguito da un corpo di Suliotti, incamminossi alla funebre ceremonia, dirigendosi al villaggio ove già succeduti erano tremendi il conflitto e la strage. Deserte quivi erano le case: una moltitudine di cristiani cadaveri misti a quelli degl’infedeli ingombrava la via: splendea tacitamente la luna nell’alto del cielo: i lenti passi dei pietosi guerrieri, e lo stridere di alcuni carri che li seguivano, risuonavano soltanto in mezzo a quella solitudine. Inorridì il figliuolo d’Eutimia a scena così luttuosa: e quasi cercar volesse i perduti oggetti della sua tenerezza, stese furtivo lo sguardo da un punto all’altro di quel vasto sepolcro. — Tra la folla degli estinti sformati dalle ferite, e dal sangue che gli lordava, una donna di dolce e maestosa fisonomia, anzichè spenta, dormir sembrava placidamente: i candidi raggi dell’astro notturno la rischiaravano, ed un leggiero venticello agitava di tratto in tratto la scomposta sua chioma. Un solo istante bastò per convertire il dubbio in certezza: Demetrio rapidamente le si avvicinò, ed in essa riconobbe sua madre! Una larga e profonda ferita nel seno, intorno a cui ancor rappreso era il sangue, spinta aveala nel sepolcro; e le ultime sue voci chiamato avevano il figlio.

Raccapricciò d’orrore Demetrio; e, prostratosi sul terreno, portò tremando alle labbra la gelata mano materna, bagnandola di amare lagrime. — «Madre mia! come io ti riveggo, Madre mia!! — e null’altro disse; perchè il dolore gli chiuse le fauci, e lo tolse ai sensi. Riebbesi finalmente; e rivolgendo da una parte lo sguardo, additò dall’altra il cadavere a quei che il seguivano, e trasportar lo fece nei carri. — A pochi passi di distanza, svisata per le moltiplici ferite riconobbe pure Sofia... la madre di colei ch’egli adorava, giacca distesa attraverso un’ammasso di estinti: Demetrio volse sovr’essa uno sguardo di compassione, e l’affanno non permisegli che di proseguire il cammino.

Lusingavasi l’infelice di ritrovare anche Olimpia fra le vittime della morte. Tale era il colmo della sciagura, tale l’atrocità del pensiero ch’ella viva caduta fosse nelle mani dei Barbari, che astretto vedeasi a desiderare almeno quest’ultimo conforto; ma invano. Più e più volte trascorse egli quel funesto recinto: vecchi, fanciulle, donzelle confusi fra loro ingombravano il terreno; ma giammai fra queste ultime la figliuola d’Evantìa se gli offerse allo sguardo. Alfine dopo mille inutili ricerche, gli fu forza assicurarsi che dessa era schiava; a sì orribile idea, un tremito convulsivo s’impadronì poco a poco di tutte le sue membra; il suo respiro divenuto era frequente, e gli agitati palpiti del cuore trasparivan fin sopra le sue vesti. Forse un pianto copioso versato in quel punto ammollito avrebbe un’angoscia sì fiera... ma il nemico destino toglievagli pur anco la dolce voluttà delle lagrime.

Un flebile grido lo riscosse improvvisamente da sì penosa agonìa; si volse egli al loco d’onde partiva, e vi scorse Eugenio prostrato sul corpo d’una vergine estinta. — Era quella l’amabile Irene: i Barbari spenta l’aveano d’un colpo, tutte così troncando le dolci speranze del suo giovine amante: testimone lo sventurato della propria disgrazia, non trattenne le lagrime, e l’aere echeggiar fece de’ suoi lamenti.

«Irene mia! (esclamò coll’accento del dolore): a che mai teneramente mi amasti? a che il Cielo ci lusingò di renderne uniti e felici, se in un punto doveva io perderti per sempre?... Oh, quanto sangue sta rappreso sulla tua ferita!... quanto ne ha bevuto il terreno!!... Innocente vergine, dovea dunque su te sfogarsi la rabbia degl’infedeli?... Oh come contraffatte sono le belle tue forme! quelle labbra che mille volte per me s’apersero al più dolce sorriso dell’amore, chiudonsi ora livide e scolorate: quelle vivaci pupille che tutta l’anima appalesavano, coperte sono dal denso velo di morte... ah! se scritto è nel Cielo che io sopravviver debba alla tua perdita, obbedirò ai decreti di quel supremo destino che ne governa: ma qui, su questa mano istessa che sperai stringere un giorno in più felice momento, Irene! io ti prometto non esser d’altre che tuo: la tua memoria mi sarà guida dovunque; ed io passerò i giorni che mi restano nella sventura e nel pianto... Vi sarà altri sulla terra più infelice di me?»

— «Sì, che vi sarà: ed eccolo a te dinanzi: (risposegli Demetrio con voce soffocata, ed afferrandolo vivamente per mano). La sventura non ha altri colpi per l’uomo cui tolse in un punto la madre, e l’amante! Tu la perdesti: la piangi qui, estinta.... ma io non posso teco piangerla così! Ah, felici coloro che più non sono!! l’obbrobrio ed i mali non ne accompagnano almeno la malaugurata esistenza: nella pace della tomba essi non sentono l’orrore della schiavitù: non lasciano dei viventi sulla terra in angoscie mortali e continue!!... io sono uno di questi. In me l’orfano tu vedi, cui il ferro de’ nemici privato ha di una madre: pure essa è qui spenta fra noi, ed io sparger posso di lagrime la sua spoglia. Ma... la mia Olimpia che invano fra questi cadaveri ricercai, geme ora fra le catene dei Barbari: un crudele diritto la pone irrevocabilmente fra loro, ed io privo ne resto per sempre. — A che dunque ti vanti il più infelice sulla terra? A me (ed in così dire, invaso dalla passione, batteasi il petto a riprese), a me solo si dee questo nome. Qui sta: è qui nel mio cuore profondamente radicata; qui versa il suo veleno una crudele disperazione: qui essa giganteggia.... intantochè questo.... si restringe... s’annienta...»

Ciò detto, cadde tremando fra le braccia di Eugenio. Commosso il pietoso giovane a storia così funesta, mescolò le sue alle lagrime di Demetrio: e da questo interessante momento ebbe principio fra loro, quella tenera amicizia, che poi la sola morte doveva un giorno disciogliere.

CAPITOLO XVII

Colpiti dalle avvenenti forme e dalla fiorente giovinezza di Olimpia, i Barbari rispettata aveanla in mezzo alla strage generale, fissando avidamente su lei scelerate mire di lucro. Immerse frattanto in un lago di sangue spiravanle dappresso Eutimia e Sofia: l’Orfana gemeva; e prostrata a piè degli assassini, con languente voce implorava almeno di seguirle nel sepolcro... ma invano. La vile cupidigia dell’oro ceder non poteva alle lagrime della innocenza fra persone macchiate di delitti, ed in mezzo a cui, per uso detestabile, s’apre tuttora infame mercato dell’uomo, a scorno dell’umanità.

Vedendo allora a quale sciagurata vita riserbavasi; esausta affatto di forze, dopo avere inutilmente tentato di strappare un pugnale dal fianco de’ suoi rapitori, e trafiggersene, la figliuola d’Evantìa caduta era priva di sensi. Questo favorevole istante fu colto per involarla suo malgrado al villaggio, ed a quel Demetrio ch’essa avea continuamente reclamato: toltala sulle loro spalle, gl’infami Turchi la trasportarono alle tende del vile Mouctar che comandava alle forze Ottomane contro i Suliotti, e che la novella aspettava della totale sconfitta de’ Cristiani, per inoltrarsi più sicuramente sulle loro montagne.

Deposta la giovane schiava a’ suoi piedi, il figliuolo d’Alì incantato rimase a vista così bella; chè un dolce pallore cagionato dal lungo suo svenimento, spargendosi su quella amabile fisonomia, la rendea mille volte più interessante. Mouctar, che già amavala ardentemente, andava all’acquisto di lei; e contro ogni divino ed umano diritto fu a prezzo d’oro venduta la sacra libertà della sventurata. Era dessa presente a quest’atto che degrada la nobile natura dell’uomo, riducendolo alla vil condizione de’ bruti: ma non isparse una lagrima, ed intrepida rimase all’aspetto della novella sciagura; mentre gli sguardi suoi sdegnosi e tranquilli ad un tempo, dir sembravano ch’essa non annuiva all’infame contratto, e che tuttora rimanevale una libera volontà.

Temendo peraltro che il ritenersi sì bella schiava nel campo risvegliar potesse la indignazione di suo padre, che più volte tacciato avevalo di vile e di effemminato, Mouctar, a cui severi ordini intimavano di non pensare ad altro che alla conquista della Selleide a qualunque costo, risolvette d’inviare la greca donzella al castello del lago di Giannina, per poi raggiungervela tosto al fine della campagna. Prima però di farla partire, con quell’orgoglio proprio de’ Turchi, e che nemmeno l’amore può in essi abbassare, pomposamente le disse. «O tu, che sola ottieni il vanto di aver soggiogato il mio cuore, e che tuttavia corrisponder non sembri all’onore cui t’innalzo, non creder già che se ora da me ti allontano rinunziar voglia all’amor mio, ed a quei diritti che su te la ragione del più forte mi dona: le gravi cure, ed i pericoli della guerra lo esigono per mia e tua tranquillità. — Va: ritroverai nella magnificenza del loco che ti attende un degno albergo di te: ne sarai la signora, ed il mio cuore non cesserà mai di adorarti... ma non abusare di tanti favori ch’io mi degno concederti. Preparati d’ora innanzi a corrispondere, come io lo merito, alla mia tenerezza: fra non molto, carico di gloria e di trofei, io tornerò a riposarmi fra le tue braccia.»

Ciò detto, fisò in lei le ardenti pupille, aspettando quasi una risposta: ma il nobile animo della greca donzella ne inorridiva al solo pensiero; ed uno sguardo minaccioso e sprezzante fu tutto quello che al più senti di potergli concedere. — Allorchè gli spietati carnefici le uccisero a lato i cari oggetti dell’amor suo, Olimpia pregò, pianse, perchè non fosse risparmiata nella strage comune: ma poichè li vide sordi alle sue lagrime seguir barbaramente il vile impulso di lucro infame; quando come in un quadro delineata scôrse la dolorosa prospettiva di un inevitabile avvenire, trattenne il corso dell’inutile pianto; e la irrevocabilità stessa del proprio destino sembrò ridonarle la perduta forza dell’animo. — Sperando tuttavia di vincere col tempo questa risoluta fermezza, Mouctar si ritirò; e l’Orfana allontanossi dalle native montagne.

Le grandi fabbriche, e le alte cupole delle moschee di Giannina che indorate dal Sole cadente ad apparir cominciavano in distanza, creder le fecero un istante che forse a questa città conducevasi: ma improvvisamente i condottieri di Olimpia cangiarono direzione, ed alle sponde fermaronsi del lago vicino: ad un cenno di essi, una barca che intenta alla pesca solcava placidamente quell’onde, avvicinossi alla riva; vi entrarono tutti ed a forza di remi si diressero al castello. — Il Satrapa di Giannina, la cui macchiata coscienza pingevalo a sè stesso oggetto di esecrazione e di orrore, seguendo il costume dei grandi colpevoli che non tengonsi sicuri ne’ luoghi popolati, eretta erasi nella isoletta del lago una rôcca formidabile; la quale, oltre il provvedere alla personale sua sicurezza, tenea pure in freno, per la vantaggiosa posizione, la vicina città. Fabbricata è al settentrione dell’isola; una numerosa fila di cannoni ne guarnisce i baluardi; ed un angusto ponte levatojo, sostenuto da pesanti catene di ferro, è il solo a permettervi l’ingresso. Nell’interno di questo loco inespugnabile vive senza tema di tradimento la famiglia di Tebelen: quivi Alì ed i colpevoli figli suoi hanno i loro serragli; e quivi racchiusa esser dee la sventurata figliuola d’Evantìa.

CAPITOLO XVIII

Ma già le vespertine ombre cadendo poco a poco dal cielo annunziavano il ritorno della notte, allorchè l’Orfana giunse al Castello del lago, trascinatavi dai ministri della tirannide. Condotta negli appartamenti del superbo Mouctar, fu data in particolar cura a Selim, capo degli Eunuchi del Serraglio, e molte schiave ebbero ordine di riguardarla siccome loro padrona. Già queste, spinte da quella invidia che alligna nel petto delle vili femmine vendute al piacere dei molli despoti d’Oriente, col pretesto di servirla, le si affollavano intorno, quando Olimpia chiese d’esser lasciata nella quiete; il suo desiderio fu legge; tutti si ritirarono, ed essa rimase perfettamente sola.

Libera alfine dagli odiosi testimonj del suo dolore, nuove sue lagrime corsero sulla traccia delle tante sparse per lo passato, ed abbandonossi su di un sofà nel più profondo abbattimento: la memoria della estinta Eutimia e di Sofia, tornò assai dolorosa al suo pensiero; ma quanto non fu crudele la rimembranza di Demetrio! «Oh, voi felici, (esclamava) che nel sonno della morte rinveniste il dolce oblio degli affanni! Ah! così pur dato mi fosse un eguale destino! io vi seguirei là dove il potere dell’uomo perdè ogni forza; ed a voi unita, pregherei perchè presto anche Demetrio ne raggiungesse. Colà almeno, spiriti indivisi, gustata avremmo quella piena felicità, di cui quaggiù la sola ombra si vide: ed io fra le catene della schiavitù non sarei qui vittima di un Maomettano orgoglioso... Ah! ma prima scagli su me l’avverso destino tutti i fulmini suoi! mettasi ad ogni prova, a qualunque tormento, la mia povera esistenza, anzichè io, dimentica dell’onore, e della sacra religione de’ padri miei, ceda un solo istante al tiranno! — Perduta (è vero) ho la mia libertà sulla terra; ma se più non ho quella d’involarmi a questi luoghi d’orrore, mi resta pure la mia volontà. Questa mi sarà scudo contro lo scelerato carnefice dei Suliotti; ed egli conoscerà suo malgrado che una greca donzella atterrir non lasciasi dalle minaccie, e che preferire sa sempre al disonore la morte.»

Queste generose parole, pronunciate da Olimpia in tuono solenne e religioso, ricondur parvero in lei le smarrite forze dell’animo. Meno affannoso le addivenne d’allora in poi la propria prigionia: confortolla il consolante pensiero che in breve liberata ne l’avrebbe la morte, e che inviolata tuttora scender potea nel sepolcro. Piena pertanto di quella grata soddisfazione, che in un cuore bennato ispira sempre la bella determinazione di sottrarsi ad ogni costo al disonore ed all’obbrobrio; sicura che il dolore e gli affanni che la disgrazia le procurava, riunita ben presto l’avrebbero ai perduti oggetti della sua tenerezza, l’Orfana apparentemente tranquilla, si pose da quel magnifico appartamento a riguardar sul lago soggetto. — Sereno e puro era l’aere all’intorno: le onde leggermente increspate dal venticello della notte in tuon sommesso flottavano lungo le mura del castello; e la luna che colma splendeva nell’alto del cielo, rischiarando in silenzio le rive lontane, specchiavasi tranquillamente sulla cerulea superficie delle acque. — Infelice! era pur quello il momento in cui, guidato da quel lume istesso, indarno fra gli estinti del villaggio ricercava Demetrio la diletta donzella.

Dessa intanto all’aspetto di scena così imponente scender sentiva una dolce commozione nel cuore: questa per altro figlia non era della gioja; partir sembrava piuttosto dalla rimembranza delle sofferte vicende. Assorta ne’ suoi pensieri, Olimpia non avvedevasi che le ore fuggivano rapidamente, e che malgrado la generale inazione delle cose, ed il sonno della natura, non arrestava il tempo neppur d’un istante il veloce suo corso. L’orologio del castello accennò la metà della notte: alcune voci, ed un leggero tumulto nella rôcca, accompagnarono la muta della guardia ai baluardi: tutto quindi si ricompose, e tutto rientrò tosto nel primiero silenzio. Fu allora che la prigioniera infelice cedette al bisogno della natura: coricata sulle morbido coltri, ricercar tentò nel soave abbandono dei sensi la dimenticanza de’ mali: ma Demetrio le fu sempre presente: Demetrio solo vide essa ne’ sonni brevi ed interrotti, e nelle lunghe dolorose vigilie.

Al mattino novello le schiave tutte del serraglio si portarono a lei, ed offrironsi a servirla: Olimpia le ringraziò; e pregolle d’allora in poi a non toglierle il solo unico bene che rimanevale, la solitudine. Era questa di fatto un vero conforto per l’Orfana; se non che talmente accresceva la cupa sua melanconia, che sovente facendo l’infelice a tutto insensibile, stranieri anche rendeale gli oggetti stessi che la circondavano. Era in questi crudeli momenti che i suoi occhi in alto fissati, coprivansi di quell’umido velo che precede il pianto: tremanti erano le sue membra; alterati i suoi lineamenti: alcune grosse lagrime giù correndole per le pallide guancie, bagnavano il pavimento... ma dessa non iscorgevale; non sentiva più nulla: l’anima sua sorpassava allora quella immensa linea che divide la terra dal soggiorno della Divinità. Ivi nelle braccia dell’Eterno rivedea più belli i perduti oggetti dell’amor suo: a piè di Lui che è lo scrutinatore de’ cuori, deponeva i tormenti che laceravanla: la grazia celeste scendeva intanto sull’innocente suo capo; ed essa, riavendosi da quel dolce letargo, piena sentivasi di soave conforto, e di forza novella.

Al mezzogiorno dell’isola, non lungi dalla rôcca, circondato di mura, giace il giardino del serraglio; che destinato al passaggio delle donne racchiusevi, e dalla più raffinata eleganza fatto adorno per ogni dove. Spaziosi viali fiancheggiati da ombrose piante distendonsi in lungo: brillano le ajuole nel mezzo di mille fiori diversi che una leggiadra simmetria vi ha collocati: un piccolo boschetto, perpetuo albergo degli zeffiri, cupamente verdeggia nel fondo, mentre alcune grandi aperture nelle mura, difese da doppie inferriate, libera lasciano in distanza la prospettiva del lago.

La prima volta che Olimpia vi discese fu in un momento in cui deserto era il loco, e che le vili schiave dimentiche della perduta libertà, celebravano tranquillamente una festa nell’interno del serraglio. Si assise in un sedile di bianca pietra a piè d’una inferriata: quindi, poggiato il cubito sui gradini di essa, e sulla mano la guancia, a riguardar si pose la riva all’intorno. Il Sole circondato da leggere nuvolette era al tramonto; i raggi di lui tremolanti sulle acque indoravano per l’ultima volta l’orizzonte: ed una languida luce, dileguandosi poco a poco dalla terra, spargeva di melanconica tinta gli oggetti tutti del creato. Le sole cime di un alto monte da lungi mostravano tuttora la presenza dell’astro: e su quelle rupi inaccessibili, inseguito dalle tenebre nemiche, rifugiarsi pareva il giorno morente. Per naturale movimento rivolse Olimpia a quel punto lo sguardo: quelle canute roccie, quelle balze scoscese non le furono ignote: richiamò ad esse un’istante l’alienata attenzione, ed alle eterne nubi che le coronano riconobbe il Picco di Kunghi. — La più sublime delle native montagne, la sacra terra degli avi suoi ricomparivale dunque finalmente dinanzi! Spinta da una soprannaturale commozione, ella cadde sulle sue ginocchia: sparse lagrime di tenera gioia; e benedisse l’Onnipotente, che sì dolce conforto arrecavale in mezzo a tante amarezze.

Lieta per sì bella scoperta, non mancava Olimpia di portarsi ogni sera al giardino. Era questo il loco che solo addir le si poteva nella trista sua situazione: trovava in esso un sollievo altrove sconosciuto; e vi si tratteneva delle ore intere senza pure avvedersene: giacchè sempre di brevissima durata ne appaiono que’ felici momenti, che talora il corso interrompono delle nostre afflizioni.

CAPITOLO XIX