Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide
Part 4
Incamminandosi col suo Demetrio al villaggio nella casa d’Eutimia, allontanavasi Olimpia dai solitari luoghi testimoni de’ primi anni della sua giovinezza. Ogni pianta, ogni tronco, ogni sasso rammentava all’Orfana alcuna delle passate vicende: queste intanto, dolorose per loro stesse, grate riuscivano tuttavia al tenero animo di lei; giacchè tale è la natura del cuore umano che vicino a respirare una novella vita di gioja, non può indifferentemente rimembrar senza amarli que’ mali medesimi che sì l’afflissero una volta. Attraversando in silenzio la foresta dell’eremo, i suoi occhi si gittarono furtivamente sulla tomba d’Atanasio, che sorger vedevasi in distanza: il cuore palpitavale nel seno, e la più glande commozione leggevasi nel suo volto. Ravvisandovi allora Demetrio qualche cosa di straordinario, su lei rivolse uno sguardo che dolcemente chiesene la cagione; l’Orfana nulla disse; accennò col dito il loco funesto; poi spirando, chiese all’amante l’affrettamento de’ suoi passi.
Ma già agli ultimi raggi del Sole nascosto dietro l’ardue cime del Pico di Kunghi succedute erano le vespertine ombre a ricoprire la terra, allorchè si presentarono i giovani amanti alla casa d’Eutimia. Ad onta dell’avanzata età sua conservava tuttora quell’amabile dolcezza, e quelle ingenue maniere, che ne formavano il morale carattere nella prima gioventù. Vedova già da più anni, il conjugale amore soffocato, per così dire, nel suo seno dopo l’epoca fatale che le tolse un amato consorte, riunito erasi più energico e più bello all’affetto materno, per un figlio che ricco di fama, e delle più rare virtù; la delizia formava di sua vita. Dopo la viva e vantaggiosa pittura che della sua Olimpia sovente fatto aveale Demetrio, sentivasi la vedova di amarla siccome propria figliuola: aspettava anch’essa impaziente la novella erosantia, e spaziava colla immaginazione in un felice avvenire. — Sorpresa ora per l’improvviso ritorno del figlio, dolente pel funesto avvenimento che portato avea la desolazione nell’eremo della rupe, non lasciossi sopraffar così dallo stupore e dalla pena da farsi inabile a confortare di dolci affettuose parole la giovane sventurata; la tolse per mano, e stringendola al seno, le disse: «Rasserenati virtuosa donzella! se tu perdesti i cari parenti e lo zio, Eutimia ti rimane ancor sulla terra. La madre del promesso tuo sposo sarà pur la tua madre: quivi alle mie le tue cure si uniranno nel governo della piccola famiglia, mentre io stessa e Demetrio veglieremo costantemente alla tua felicità.» Ad espressioni così amorevoli, e tutta addimostranti la dolce natura del cuore che le dettava, l’Orfana penetrata vivamente non trattenne le lagrime, ed abbandonossi fra le braccia di lei: Demetrio intanto spettatore di sì tenera scena provava quella soave emozione che sempre ci nasce nel cuore allorquando un oggetto da noi amato vivamente, attirandosi l’altrui benevolo interesse, sembra giustificare la scelta e gli affetti nostri.
È tale sovente il carattere della sventura, che a forza riscuote dagli uomini quella dolce pietà, che poi cangiasi quasi sempre in amore: Olimpia d’altronde assuefatta a dividere con Eutimia le domestiche occupazioni, e gl’innocenti sollievi, e fino il letto medesimo; ravvisando comuni seco lei i pensieri e le naturali inclinazioni dell’animo; consideravala perfettamente come la madre più amorosa: tante erano le premure d’ogni genere, e le dimostrazioni di affetto di cui era ogni giorno ricolma!
La casa d’Eutimia annessa non era al villaggio: sorgeva però non lungi da quello, a’ piedi d’un poggio dove la natura si mostra nell’aspetto il più florido e seducente. Lo Zàgura da una parte, scorrendo placidamente, attraversa con mille tortuosi giri la feconda pianura, e gettasi quindi nelle rapide acque dell’Acheronte: dall’altra ad occidente una catena di amenissime colline accerchia l’orizzonte: antiche selve di quercie e di frassini cupamente verdeggiano in distanza dalla parte di mezzodì; mentre le ardue rupi di Suli levando alle nubi le superbe lor cime, difendono l’amabile loco dal gelato soffio dell’aquilone. Ogni gleba all’intorno è qui diligentemente coltivata: numerose viti in lungo ordine disposte fan bella mostra de’ lor dolci tesori: carichi del prezioso frutto stendonsi i freschi uliveti sul declivio de’ colli: pingui greggie di pecore e di buoi vagano pascolando pel piano. Tutto appalesa la ridente ubertà del terreno; tutto la dolce indole operosa di un popolo, che ne’ soli prodotti della campagna fa consistere le proprie ricchezze.
L’orticello, ed i fertili campi che circondano la villereccia abitazione, furono un giorno i dotali pegni nelle nozze d’Eutimia: ritornatane or questa nell’assoluto dominio, non doveva abbandonarli se non quando formato avrebbero il retaggio della coppia felice. Un così dolce soggiorno che perfettamente addicevasi alla giovane Olimpia, era pur l’unico, presso il clamore del popolato villaggio, che in parte compensar la potesse della perduta sua solitudine. Quivi quella pace rinveniva ormai addivenutale indispensabile: quivi in occupazioni esercitavasi pressochè simili a quelle dell’eremo: quivi finalmente la coltivazione de’ fiori, la libertà del passeggio, la domestica economia, insensibilmente la richiamavano alle antiche abitudini. Adorata sempre più dal fedele Demetrio, che di null’altro occuparsi sembrava fuori del pensiero di piacerle: amata da Eutimia con quella indefessa sollecitudine che tende costantemente a raddolcire le amarezze della vita, la bella figliuola d’Evantìa chiamar potevasi assolutamente felice; e lo era diffatto in tutti quei momenti ne’ quali la memoria della morte di suo zio a velar non veniva di fosche nubi la serenità de’ suoi piaceri.
CAPITOLO XIII
Cessate già le operose fatiche della vendemmia, il tempo avvicinavasi di affidare agli arati terreni le più belle speranze dei futuri ricolti. Tutto cangiato aveva di aspetto; chè più non udivansi gli operosi agricoltori ripetere le usate canzoni mentre le viti spogliavano dei grappoli maturi: nè più stridevano all’intorno i rustici carri, che carichi del dolce vino tratti eran da’ buoi ai villerecci abituri; e soltanto il silenzio delle campagne interrompevano le grida del pastorello che le mandre allontanava dai seminati, e gli spessi colpi del cacciatore che la vita insidia degli innocenti abitatori dell’aria. L’inverno frattanto, più di ogni altro rigido e prematuro, avvicinavasi rapidamente.
È egli vero che le diverse vicende alle quali nel periodico suo corso soggiace immutabilmente la natura, rendono pure diverse le impressioni nell’animo nostro? Il creato che si ravviva, e si veste di leggiadre forme sulla superficie della terra, svegliando in noi la idea di un vigoroso risorgimento, ne tempra ai più dolci moti di gioja e di gioconda ilarità: ma allorquando non ci presenta che la immagine di una spossata decadenza; allorchè contempliamo rendersi sempre più deboli i suoi sforzi per evitarla, è allora che noi, per quella analogia che ci avvicina in origine a tutte le creature, soffriamo egualmente, perchè egualmente illanguidiscono in noi le fisiche nostre facoltà.
Un giorno, dopo esser caduta grande quantità di neve, l’aquilone levandosi improvviso dissipate aveva le nubi, e ricondotto il sereno nel cielo; ma il freddo era eccessivo; e la terra coperta di un bianco uniforme lasciava appena distinguere la traccia delle vie attraverso i campi. Olimpia intanto dal pacifico tetto di Eutimia spettatrice era di questa scelta: il sole erasi già involato al nostro emisfero, quand’essa, in mezzo all’universale silenzio, vide un ente umano, che in distanza affaticavasi onde aprirsi una strada fra la neve che veniva agghiacciando. Compassionandone la trista situazione, la virtuosa figliuola d’Evantìa auguravasi il modo di potere adoperarsi al soccorso dell’infelice, allorquando questa sconosciuta persona che avviarsi pareva al villaggio, come intorpidita dal freddo, si ristette un momento; poi mettendo un debole gemito, cadde barcollando sul terreno. Atterrita insieme e commossa, l’Orfana chiamando gente in soccorso, precipitossi fuori di casa: Demetrio ed Eutimia non tardarono a raggiungerla, e così uniti al loco si portarono ove giacea l’infelice. Era questa una donna di non molto avanzata età: le sue guancie smunte erano e scolorite: la fronte solcata dagli affanni; lacere e rozze le vestimenta; ma la dolce e nobile sua fisonomia sembrava annunziare ch’essa non era sempre vissuta nello squallore della indigenza. Sepolta sotto la neve che d’ogni parte circondavala, e caduta in mortale svenimento, i suoi occhi più non sarebbersi aperti alla luce, se la generosa famiglia accorsa non fosse a salvarla; la tolsero essi diffatto sulle loro braccia; e semiviva in casa la condussero. Quivi, un fascio di aridi rami di quercia svegliando una fiamma necessaria ai bisogni della sventurata, ne rasciugarono all’istante le umide vesti, ed al loro uso ne richiamarono i sensi smarriti.
Allorchè essa si riebbe, le prime parole che pronunciò si volsero in segno del più vivo ringraziamento ai pietosi suoi liberatori; ed i primi suoi sguardi si fissarono sul volto dell’Orfana, che accanto le stava ad apprestarle soccorso. Quasi che i dolci lineamenti della giovinetta destassero nella incognita delle antiche rimembranze, non cessava mai di contemplarli nell’atteggiamento di quei che si affatica richiamare alla mente le idee più lontane: mentre Olimpia dal canto suo, scorgendo in quel volto un non so che di attraente che dolcemente turbavala, nel prodigarle le premure più tenere secondar non faceva che i moti del cuore. Alla fine dopo alcuni istanti di scambievole attenzione, quasi che un lampo improvviso rischiarata le avesse la memoria del passato, l’incognita levossi in piedi: i suoi occhi e tutta la sua fisonomia si animarono rapidamente: le sue braccia si levarono sul capo dell’Orfana; ed aspettando una sola parola di questa per precipitarvisi sopra, esclamò «Olimpia!... m’inganno io... o siete voi la figliuola d’Evantìa?» — Queste tronche voci con tutta la forza proferite bastarono alla giovinetta per renderle ragione dei moti fino allora provati; e di quelle non ignote sembianze: colle mani giunte, e colle pupille immote sul volto della sconosciuta, in essa riconobbe Sofia... «Ah, mia madre! (rapidamente proruppe) vi riveggo io finalmente!!! — Ciò detto, le loro braccia si avvinghiarono fortemente, ed il silenzio successe per un istante al primo impeto della gioja.
CAPITOLO XIV
Giunta nella casa di Eutimia dopo la morte dello zio, le prime cure dell’Orfana si volsero al ricercamento della generosa donna che nudrita aveala del suo latte: ma quale non fu il suo stupore allorchè le fu detto che ivi più non era, e che da qualche tempo non avevasi più novella alcuna di lei! — Per uno di quei rovesci di fortuna indipendenti affatto dall’opera d’uomo, e dei quali è quaggiù assolutamente inesplicabile la causa, la povera Sofia da un comodo stato, che nulla faceva desiderarle, trovossi ridotta in breve tempo all’estrema mendicità. Venduti i pochi effetti che le restavano, deliberato avea con suo marito di altrove migliorare, se stato fosse possibile, la propria condizione; e di allontanarsi così da quel villaggio che veduti aveali nascendo, e che nella presente miseria destava loro troppo amara rimembranza. Partiti di fatto per la campagna, nascosti sotto finto nome allo sguardo di tutti, si fermarono nel mezzo di una vallata che formano le rupi di Suli dalla parte di mezzodì. Orrido era il loco, e perfettamente addicevole alla solitaria vita che si erano proposta. L’Acheronte volgendo le mugghianti sue acque attraverso un letto pieno di enormi scogli, diffondeva all’intorno un fragore che, ripetuto dall’eco dei burroni, somigliar potevasi alla romba di un tuono che di continuo romoreggi: l’angusto orizzonte circoscritto dalle nevose cime delle rupi della Selleide nascondeva il loro ricovero al rimanente della terra; ed avriasi detto che l’occhio solo dell’Eterno penetrar poteva dall’alto delle nubi in quell’oscuro recesso della natura. Quivi renduto fecondo per forza di assidua cultura lo sterile terreno, ritrovavano gl’infelici quanto loro bastava per la sussistenza: ma i versati sudori, il novello tenore di vita affatto diverso dalle primiere abitudini troncarono ad un tratto anche queste ultime speranze. Cedendo agli urti di tanta sventura, la delicata fisica costituzione del marito di Sofia andava ogni dì più deteriorando; e tale fu lo stato di languore a che finalmente si ridusse, che assalito da lenta febbre, spirò nelle braccia della misera consorte. L’idea di un pronto allontanamento da que’ luoghi ove egli avea cessato di esistere ebbe più forza nell’animo di lei che il pensiero, per quanto spiacevole fosse, di far prova nel villaggio nativo della pietà dei conoscenti: oltredichè sfinita anch’essa per le fatiche e pel dolore, come mai sola seguìto avrebbe nella solitudine la incominciata carriera? Immersa pertanto nella più cupa melanconia, sostenendosi appena sulle ginocchia, ritornava la povera Sofia fra i testimonii della felice sua giovinezza, allorquando sorpresa per via dalla neve e dal freddo che imperversava, caduta era priva di sensi presso la casa di Eutimia.
Olimpia frattanto udita la dolente istoria dal labbro stesso di Sofia, e fino alle lagrime commossa, implorava vivamente da Demetrio e da Eutimia che presso loro si ritenesse la donna sventurata, alla quale era essa debitrice della seconda sua vita; ma non v’era d’uopo: i generosi ospiti inteneriti a vicende così luttuose, stabilito già avevano di accrescere di sì degno individuo la piccola loro famiglia. Lieta oltremodo l’ottima figliuola d’Evantìa di restituire così alla sua madre d’adozione le tenere premure che a sè già un tempo fanciulla aveva ella prodigate, saziarsi non potea d’abbracciarla. Narrolle mille volte le proprie avventure nell’eremo della rupe: rivestì de’ più vivi colori il racconto della morte di suo zio; e brillò di gioja in partecipandole i suoi amori, e le vicine sue nozze col valoroso Demetrio. Pianse intanto, e rallegrossi con lei la buona Sofia, ringraziando il cielo d’averla riunita a sua figlia.
Giunta a quel grado di felicità che permettesi all’uomo di godere sulla terra, l’amabile Olimpia aspettava impaziente la novella primavera. Vedeva con gioja farsi l’atmosfera ogni giorno più mite e più pura: udiva con quel dilatamento di cuore che è figlio del piacere il lontano fragore de’ torrenti prodotti dalle nevi che già incominciavano a disciogliersi, sotto il peso delle quali preparato aveva la natura il suo risorgimento. Giunse finalmente questa amabile stagione di cui tale è il magico incanto, che richiama un istante anche l’uomo più invecchiato nella sventura al vigore ed alla gioja della prima gioventù: tornò invocata da mille anime amanti fra le rupi della Selleide, e seco ricondusse l’animatore sorriso dell’universo. Il tiepido fiato degli zeffiri succedendo al gelato soffio dell’aquilone, fecondava le piante ed i fiori: erravano le greggie lungo le smaltate rive dei ruscelli; e l’eco de’ boschi il suono lietamente ripeteva delle pastorali sampogne. Il bisogno dell’amore riuniva la innocente turba de’ musici volatori: leggiadri e vivaci come la gentile passione che gli animava, spargevansi questi nuovamente per le valli e pel piano; mentre il tenero cantore delle selve narrando coll’accento della natura le proprie pene alla dolce compagna, interrompeva per la prima volta i lunghi silenzii dell’inverno. Tutto all’intorno temprava l’animo alle più soavi affezioni, e tutto spirava la più pura voluttà.
Con tale incantato apparecchio annunziavasi alla Selleide la festa della Erosantia. Balzava intanto il cuore nel seno alle più avvenenti donzelle, ed ai più ardenti amatori: una nuova gioja brillava in tutto il villaggio, ove di festiva verdura e di vaghe ghirlande ornavasi il maggior Tempio per la celebrazione dei vicini imenei. Non frapponevasi ormai che il breve intervallo di un giorno ad un’epoca desiderata cotanto; ed Olimpia, all’appressarsi di questo grande momento, non era men tenera, nè meno amante di prima; Demetrio adoravala; egli solo interessarla potea vivamente; nel possesso di lui era dunque riposto per essa l’apice d’ogni felicità.
Le ombre che preceder doveano il giorno avventurato scese già erano chetamente a ricoprire la terra. Nell’atto che ciascuno si ritirava per coricarsi, gli sguardi dell’Orfana, nei quali tutto appariva il sentimento ed il candore dell’anima, s’incontrarono con quelli di Demetrio... un dolce sorriso che ne seguì, annunziò loro che quell’incontro non erasi perduto: tornarono a guardarsi, e quindi si separarono. Sonovi, è vero, dei momenti nei quali il tempo troppo rapido scorre per un amante: ma ve ne sono pure di quelli in cui sembra ch’esso rallenti a bella posta il suo volo. Quanto lunghe di fatto non furono le ore per Olimpia! Preoccupata da tanti e sì dolci pensieri, non chiuse mai palpebra in sulle prime: e fu soltanto a notte avanzata che la stanca natura, ad onta di quella inquietezza che impedivalo, la immerse quasi a forza nel sonno.
Non appena l’alba comparve, che Demetrio balzando dalle piume, fecesi a battere alla camera di sua madre. Ivi ancora tranquillamente dormiva la tenera giovinetta; ed egli non potè sottrarsi ad un certo moto di leggiero rammarico, in pensando che una stessa impazienza destata non l’avesse insieme con lui!... ma quale stata non sarebbe la sua gioia s’egli avesse saputo ch’ella vegliava tuttora nel tempo in che altri abbandonavasi al riposo? — L’ora frattanto si avvicinava della ceremonia e della pubblica festa, e già Olimpia disponevasi ad esser condotta al maggior Tempio di Suli. Un’azzurra veste le scendeva fino al ginocchio, ed a questa sovrapponevasi in vaga foggia un manto di porpora: leggiadri calzari le abbracciavano il piede, e la nuziale corona di rose novelle intrecciata dalle mani stesse di Demetrio le circondava la chioma: modesto e proprio d’una vergine era il suo sguardo, composto e grave il portamento; ma la interna gioja e l’amore trasparivano da tutti i moti di lei. Sorgeva appunto il Sole sull’orizzonte, allorquando accompagnata da Eutimia, e dalla buona Sofia, incamminossi col suo Demetrio al compimento delle proprie brame: non mai più così limpido e bello apparso erale il mattino; tutto le sorrideva all’intorno, tutto sembrava seco lei rallegrarsi della sua felicità.... ma questa non era peranco assicurata, e l’avverso destino stanco non era di perseguitarla!
Vicini ad entrare nel villaggio, un improvviso romore s’udì levarsi in mezzo al popolo, che, radunato dapprima, sbandavasi allora nel massimo disordine. Colpita come da fulmine, l’Orfana sventurata sentì che qualche nuovo colpo preparavasi per lei, e che indarno spera felicità sulla terra chi nacque sotto l’influsso di maligna fortuna. Il tumulto intanto cresceva: le vie erano ingombre di vagante moltitudine, e terribile intorno risuonava il grido dell’allarme. — «Non v’ha riparo: abbandoniamo il villaggio, e ritiriamoci sulle rupi; (esclamava una voce): i Turchi sono alle porte!»
CAPITOLO XV
Sdegnato il feroce Satrapa di Giannina contro i valorosi difensori della Selleide per l’infelice esito della prima sua spedizione, meditava già da lungo tempo la caduta di questo rispettabile baluardo della ellenica libertà. Fatto girare nei varii cantoni del suo pascialaggio un proclama che imperiosamente chiamava tutti i sudditi alle armi, gli agà ed i bey, scossi dall’autorevole tuono di quelle parole, obbligaronsi di proprio pugno a conquistar la Selleide a qualunque prezzo, oppure a seppellirsi combattendo sotto quelle rupi scoscese che la rendono sì formidabile. In questa guisa il tiranno vide in breve tempo sotto le sue insegne un esercito di oltre dodicimila Maomettani: e siccome queste reclute dicevansi fatte per la spedizione di Parga, (oggetto dell’odio d’Alì) e tutt’altro a divedere lasciavano fuorichè servir dovessero a combattere i Suliotti, così questi, sebbene naturalmente sospettosi e vigilanti, non previdero l’attacco. Conoscevano i Turchi pur troppo che l’unico mezzo di riportar vantaggio sugli intrepidi montanari era quello di sorprenderli, prima ch’essi avesser tempo di ritirarsi nelle gole: perciò, guidati da’ più esperti capitani, tragittavano l’Acheronte col favore delle tenebre; ed osservato nella marcia il più rigoroso silenzio, comparivano la mattina in faccia al villaggio; mentre alcuni pastori, vedutili in distanza, portato avevano a Suli il terrore, ma non lo scoraggiamento.
La libertà, che ingrandisce l’uomo nella sventura, raddoppiò la energia de’ valorosi, che, svanito il primo tumulto dell’allarme, si prepararono a respingere la forza colla forza: tutti gli uomini atti a portare le armi si riunirono ad un istante; ed il generoso Demetrio che altra volta trionfato avea de’ nemici, fu proclamato ad unanime voce Capo de’ suoi compatriotti. Costretto a recarsi alla difesa della patria nel punto che coll’amata donzella incamminavasi all’altare, il figliuolo d’Eutimia tutte richiamò le forze dell’animo ed in guardia al cuore le mise. Nella urgenza del pericolo le prime sue cure volgevansi a porre in salvo sulle rupi le atterrite donne.... ma non era più in tempo. I Barbari non trovando resistenza bastevole alle porte del villaggio, le avevano già fra mille grida oltrepassate, tutto ponendo a soqquadro. Indarno i magnanimi Suliotti ridotti alla disperazione, tentavano far argine de’ lor petti alla piena de’ nemici: nella vastità del loco, erano questi in numero troppo imponente a fronte delle poche lor file: vecchi, donne, fanciulli, tutti infine coloro che armi non ebbero alla mano, o che fuggir non poterono a salvamento, cadeano sotto gli spietati lor colpi.
Animata frattanto dal successo, e ripromettendosi piena vittoria, una turba di Maomettani osa precipitarsi nel più folto de’ prodi difensori di Suli, e gli sbaraglia. Forzato ad opporsi al torrente che straripava, Demetrio non vede altra via di salvezza se non in quella che mena alle gole: ordina pertanto la ritirata; combatte corpo a corpo cogli infedeli; e loro cedendo regolarmente un terreno comprato a forza di sangue, giunge alla fine ad afforzarsi in quelle formidabili strette, d’onde tutte le forze nemiche bastato non avrebbero a cacciarnelo. Ma pervenuto in sicuro, dopo aver riserbato le proprie braccia e quelle de’ suoi concittadini a tempi più opportuni, si avvide, ahi lasso! che Olimpia più non era al suo fianco. — Nel calore della prima zuffa, dopo averle fatto cadere daccanto Eutimia e Sofia, i Barbari che rispettato avevano in lei le amabili grazie della giovinezza, la rapirono, e seco loro la trascinarono.
La mischia intanto impegnata erasi più terribile ed ostinata all’ingresso dei posti fortificati, e Demetrio, prevista irreparabile la propria disgrazia, sfogava sui Turchi la rabbia e la disperazione che l’opprimeano. I suoi occhi torbidi erano ed infuocati: feriva, uccideva, e conto chiedeva ai cadenti nemici dell’amante e della madre. Non così furibonda rugge nelle foreste della Ircania la lionessa cui rapiti furono i figli. Ruotando in giro velocissimamente la spada, avventavasi Demetrio sulle serrate file dei Barbari, che atterriti mirandone il lampo simile a sanguigna cometa foriera di morte, al suolo cadevano come cadono le spiche sotto la falce che le recide. Un lago di nero sangue attraversava orribilmente l’angusto terreno; e gli ammonticchiati cadaveri degli infedeli formata avendo una barricata vantaggiosa pei Greci, sgominati alfine retrocedettero i Turchi, cercando in precipitosa fuga lo scampo.