Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide
Part 3
Queste soavi parole piovvero sul tenero cuore della figliuola d’Evantìa, siccome fresca rugiada in grembo a vergine rosa. Sopraggiunta la notte, coricossi ella nell’umile letticciuolo; ma brevi ed interrotti essendo stati i suoi sonni, ne sorse coll’alba, e ad aspettar si pose impaziente l’ora in cui portar solevasi ordinariamente alla foresta. Arrivò questa alla fine, ed ambidue vi s’incamminarono. Nel più leggero stormir di fronda, nel più piccolo moto all’intorno, credeva dessa anuunziarlesi l’arrivo di Demetrio; ma egli non appariva giammai. Indarno sforzavasi il vecchio di rassicurarla: l’ardente animo di lei, tutta a sè attribuendo la infausta cagione di tale tardanza, e forse di un totale allontanamento, abbandonavasi in preda al dolore. Finalmente dopo più ore d’inutile attenzione, disperando omai di più rivederlo, a lenti passi e pensosa riconducevasi collo zio alle celle dell’eremo, allorchè questi, rivolgendo a caso lo sguardo sopra una gran pietra che serviva di sedile presso la cascata della sorgente «ecco qui un foglio: (esclamò,) «Demetrio ve l’ha posto senza dubbio.» — Rapidissima Olimpia glie lo strappò dalle mani; e leggendolo con tremante voce, trovollo concepito così — «Amabile creatura! — A voi che nel villaggio foste testimone del mio turbamento, e della impressione che in me fecero le amabili vostre attrattive, a voi in mia vece manifesta questo foglio i teneri sensi ch’io nutro. Dopo avervi amato finora con tutta la forza dell’anima, dopochè udii dal labbro vostro medesimo le pietose querele dell’amore, io pensai che potessero a me riferirsi, e mi credetti felice... ma voi fuggiste; inorridiste quasi al vedermi, ed il disinganno succedette alla soave illusione. Pure un raggio di speranza mi resta tuttora, nè io ho cuore di spegnerlo: pronunciate voi stessa sulla mia sorte, ed un vostro foglio si trovi qui domani all’ora medesima. Questa grazia io chieggo vivamente: e questa spero ottenere da quell’adorabile oggetto, ch’io credei nato per la mia felicità.
Atanasio frattanto vivamente commosso, «Giovine valoroso! (sclamò) se tutto tu sapessi, ah, non diresti così!» — Olimpia nulla soggiunse: dalle labbra al cuore portò rapidamente i caratteri dell’amante; e fissandosi immobile alcun poco, misurar parve col pensiero la forza di quella passione, e confrontarla quindi colla propria.
CAPITOLO IX
Demetrio lusingar non potendosi di un abboccamento colla giovinetta, dopochè fuggir se la vide dinanzi, nel giorno appresso avea su quella pietra lasciato il foglio per assicurarsi della propria sorte. Nascosto dietro un folto cespuglio, avea veduto l’amabile Orfana ed il Vecchio, che lessero la lettera, e si partirono, senza ch’ei per la lontananza del loco in cui stavasi, avesse potuto udire una sola parola: ma viste avea le lagrime dell’uno, ed il passionato atto dell’altra; e ciò bastò, perchè la speranza tornasse dolcemente a vivere nel suo cuore. Presago di un felice successo, erasi quindi ricondotto al villaggio ad aspettar la comparsa del giorno novello.
Era una delle più placide mattine di luglio; e già l’aurora stendeva il roseo velo per gl’immensi spazii del firmamento, quando il giovine amante per cui soverchiamente lunga era stata la notte, balzò dalle piume, e si pose in cammino. Temprato l’animo ad insolita gioja, contemplava egli per via l’imponente spettacolo del nascere del Sole. Gli parve che il sorriso dell’Eterno in quell’istante brillasse sulla terra: la natura animossi; ed il festivo canto degli augelli sparsi per la campagna e pe’ boschi salutò l’astro portatore del giorno. Mai più questo sorto non era sì bello per Demetrio: le sue ciglia s’inumidirono; il tenero suo cuore ne rimase commosso, e palpitò dolcemente all’augurio felice. Giunto nella foresta dell’eremo, prima di ricovrarsi dietro l’usato nascondiglio, portossi un istante presso la cascata della sorgente. Non prima d’allora erasi accorto il figliuolo d’Eutimia che, per la soverchia impazienza, di più ore anticipato avea l’appuntamento: più ore dunque eragli forza lasciar correre prima d’essere informato della propria sorte; e chi non sa che il tempo, a seconda dalle occasioni, è talora troppo rapido, troppo tardo talora per un amante? Godendo in quel lungo intervallo di assidersi egli stesso nel beato suolo su cui già veduto avea riposarsi le membra della sua bella, volse a caso lo sguardo alla gran pietra della fontana: ma quale non fu la sua sorpresa, allorquando un foglio vi discoperse! Un piccolo sasso ch’eravi sovrapposto, impediva al vento di altrove trasportarlo.
«Se la risposta racchiuder dovesse la mia sventura (esclamò Demetrio con trasporto) quell’anima pietosa non sariasi così affrettata di parteciparmela.» Tremante come quei che sta per assicurarsi della propria felicità, diè un’occhiata rapidissima al foglio: percorso in un istante tutti i gradi che passano dal dubbio alla certezza; poi tornò a leggerlo con mente più pacata, e mille baci vi impresse.
«Demetrio! (gli si diceva). Se la vostra Olimpia è capace di rasciugarvi le amare lagrime versate finora; se un costante amore per sua parte può rimarginarvi le ferite del cuore, voi da qui innanzi contar potete liberamente sulla vostra guarigione. Se già credeste esser da me corrisposto con pari tenerezza, non v’ingannaste certamente; chè se poi la mia insensata fuga potè farvi dubitare del contrario, ed io potò affliggervi cotanto, rammentatevi che vi hanno alcuni momenti sulla terra ne’ quali noi non siam padroni di noi stessi, e perdonate generoso ad una eccessiva sensitività che mi fece travedere. — Mio zio, il rispettabile mio zio annuisce pietosamente alla innocenza dell’amor nostro, e promette egli stesso renderne felici. Venite dunque fra le sue braccia, o Demetrio! egli vi attende nell’eremo vicino: qui troverete pure colei che vi adora; quivi le sue labbra vi rinnoveranno le proteste di un affetto indelebile, e quivi a voi daccanto respirar potrà una vita novella la fino ad ora sventurata
OLIMPIA.»
Bisognerebbe aver sofferto tutte le amarezze di una passione, ed averne poi ad uno istante gustate le più soavi delizie, per ben sentire la situazione di Demetrio in quel punto. Egli, quasi fuori di sè per la gioja, avviossi rapidamente alla volta dell’eremo: tutti gli oggetti che allo sguardo se gli presentarono, furono come non esistenti per lui; i suoi occhi non si fermarono che alla vista dell’amabile Orfana del vecchio. Penetrato allora da quell’aria di celeste maestà che splendeva nel volto di lui, il figliuolo d’Eutimia cadde in ginocchio a’ suoi piedi.
«O voi (disse), uomo divino, che pietoso de’ mali da me finora sofferti, vi degnaste generoso strapparmi alla sventura, colla promessa di un felice avvenire, deh, non isdegnate queste calde lagrime che a me chiama sul ciglio un amore riconoscente! Son desse l’unica cosa ch’io posseggo di voi meritevole, la sola offerta ch’io farvi possa in contraccambio di opera sì grande.»
«Ed io le accetto: (risposegli il vecchio sollevandolo dal terreno) umida n’è tuttor la mia mano, e l’impressione ch’io ne sento, non mai si cancellerà dalla mia memoria. Eccoti intanto, o giovine virtuoso, colei che potrà farti felice: i vostri cuori nacquero per amarsi, e voi sarete uniti fra breve.»
Si trattenne Demetrio nell’eremo tutto il rimanente del giorno, narrandosi a vicenda con Olimpia le proprie pene: ognuno di essi confrontolle colle proprie; un nuovo interesse si destò nel grado più eminente; e fra le proteste di un eterno amore più e più volte ripetute, sentirono alfine che la sola morte avrebbe avuto sulla terra la forza di separarli. Allorquando gli ultimi raggi del Sole cadente annunziarono vicina la notte, Demetrio allontanossi dall’eremo per restituirsi alla casa di sua madre. Commovente fu oltremodo l’addio: finchè la distanza il permise, Olimpia seguì coll’occhio l’amante che partiva; mentre, avvezza al pianto da lungo tempo, avrebbe certamente versato delle lagrime, se trattenuta non l’avesse il consolante pensiero che a lei ritornato sarebbe nel giorno seguente.
La festa della _Erosantìa_ che si celebra fra i Greci al principio della primavera, ossia la festa delle rose novelle, è fra i Suliotti alle nozze consecrata. Le giovinette spose, coronate il crine dell’amabile fiore della stagione, condotte vengono dai loro amanti a piè dell’ara della Croce: quivi il ministro del Signore unisce le loro destre, e chiama il lavoro del Cielo sulle coppie felici. Questa era l’epoca fissata dallo zio alle nozze di Olimpia: questa sospirava continuamente il figliuolo d’Eutimia; e questa attendevasi pure con impazienza nell’eremo della rupe.
Demetrio frattanto non lasciava di portarvisi ogni giorno, dove più ore passava in compagnia degli ospiti diletti: occupavasi talora con Atanasio della cultura dell’orticello, e sovente con Olimpia divideva il peso delle domestiche cure. Ogni loro azione, ogni moto, animato era da quel soave sentimento che è la delizia di tutti gli esseri che respirano: un dolce sorriso accompagnava sempre l’incontro de’ loro sguardi: ed intanto il buon vecchio, riandando col pensiero ai primi tempi della gioventù, godeva d’un affetto di cui egli stesso altra volta creduto sarebbesi capace, e sorrideva dolcemente ad un amore che apparecchiar sembrava la durevole felicità di sua nipote.
Giorni così avventurati, nella espettazione di altri più belli, traeva intanto nella rupe l’Orfana di Suli; ma, appunto perchè dolci e tranquilli, parevano non potersi lungamente convenire a colei, che fin dalla cuna familiarizzata erasi colla sventura. Sparirono difatto nella adulta sua giovinezza, colla rapidità stessa con cui altra volta il fecero nella infanzia: poichè allorquando la nemica fortuna abituossi a perseguire costantemente un infelice, ben di raro succede che si arresti dal crudele esercizio: se tuttavia lo sospende, non è che per brevi intervalli; e questi rendono più acerba la novella sopravvenienza del dolore, siccome quei baleni che in mezzo al turbine rischiarando per un istante la terra, riconducono quindi più terribile la oscurità.
CAPITOLO X
Cessavano frattanto gli ardori della state: l’equinozio autunnale appressavasi rapidamente; e già le pioggie, che in quell’epoca precipitar sogliono copiose sulle rupi di Suli, il ritorno annunziavano de’ bei giorni d’ottobre. Il vecchio Eremita vedea con gioja sempre più dileguarsi quegli intervalli di tempo che frapponevansi ancora alla novella primavera: dipingevasi sovente al pensiero il fortunato istante della nuziale ceremonia; ed ivasi prefigurando tutti i più dettagliati godimenti che sarebbe questa per arrecargli. Ma l’uomo, che nasce nella perfetta ignoranza di quanto potrà succedergli fra i suoi simili, indarno fa dei proponimenti a sè stesso. Il libro dei divini decreti non è aperto qui in terra agli sguardi del mortale: un velo impenetrabile lo ravvolge nella più densa oscurità; ed egli, trascinato da una forza superiore, a cui inutile sarebbe resistere, segue ciecamente la propria carriera, senza saper ove sarà per fermarsi.
In mezzo al furore d’una terribile bufera, essendosi svelto dall’erta di una rupe enorme macigno, fracassato avea nel cadere la capanna di una povera famiglia di montanari, di cui le meschine possidenze perite erano sotto l’impeto della grandine e dei torrenti che strariparono. Era già qualche tempo che gli sventurati, ridotti nella estrema mendicità, viveano di quel solo che loro somministrava la pietà de’ vicini. Commosso a sì trista situazione, un giorno alcune ore innanzi il tramonto del Sole, il generoso Atanasio, dato di piglio al noderoso bastone, fido compagno de’ suoi piccoli viaggi, e caricatosi di alcuni pomi, di varie erbe, e di latte, avviavasi al sollievo degli infelici. Dimoravano questi a non poca distanza dall’eremo: ed Olimpia che nel soccorso de’ poveri trovava anch’essa le soddisfazioni più belle, avrebbe senza dubbio seguito lo zio nella pia opera, e nel dirupato cammino, se una leggera indisposizione di salute, ma che obbligavala al ritiro, non l’avesse impedito: frattanto l’uomo veramente filantropo allontanossi dalla nipote, promettendole un pronto ritorno innanzi sera. Ma alcune ore dopo la partenza di lui, quel superbo Sole che limpido e puro poco fa sfavillando nel cielo, lunga serie prometteva di bellissime giornate, cominciò a velarsi d’oscura caligine: le eterne nubi che coronano le inaccessibili cime del Picco di Kunghi, spinte da un vento gagliardo, si stesero minacciose sulle minori rupi di Suli: gli spessi lampi che le solcavano, più orribile ne rendeano la oscurità; mentre un vento secco ed infiammato, sollevando in giro le paglie leggere, annunziava imminente un terribile temporale.
Olimpia nata appunto in uno di quei momenti ne’ quali la natura in convulsione, lottando con tutto ciò che tende a sovvertirne l’ordine, soffre, e combatte per respingere la sua dissoluzione; assuefatta a vederli costantemente rinnuovare in ogni anno, ben conoscevane la tremenda imponenza e l’orrore. Palpitante sulla sorte dello zio, che l’uragano poteva sorprendere per via, vide in tutta l’estensione l’orribile scena di lutto che offrir potevate il funesto avvenimento. Spinta da un interno presagio, simile a quello che d’ordinario preceder suole una grave sciagura, la figliuola d’Evantìa recossi nel silenzio della cappella: quivi prostrata a piè della Vergine, implorava con tutta l’anima l’allontanamento di sì gran male; mentre le sue lagrime, accompagnando le fervide preghiere, ivano in copia cadendo sulla gradinata dell’altare.
In quell’istante giungeva Demetrio all’eremo della rupe. Erano già parecchi giorni ch’egli, per urgenza di pubblici affari, dimoravane assente: ora, condotta a fine con amorosa sollecitudine la propria missione, ritornava all’amante, quando questa supponevalo ancora ben lunge. All’annunzio del periglio di Atanasio, un gelo di morte corsegli per le vene: ma, pietoso del dolore di Olimpia, fu ben cauto di nasconder sulle prime il proprio turbamento; che anzi pose ogni cura in rassicurarla, ponendole in vista tutti i mezzi di scampo dei quali il vecchio potuto avrebbe valersi per via. Ma i frequenti lampi che sempre più vivi si faceano, persuadevan tutt’altro: il tuono avvicinavasi fortemente romoreggiando; e la terra avvolta nella più grande oscurità, non era che ad intervalli rischiarata da una luce sanguigna e funesta.
Commosso dalle strazianti querele di Olimpia; atterrito ad una idea ch’egli stesso cercava invano allontanare dalla mente; Demetrio, senza sapere ove sarebbesi rivolto, usciva per correre sulle orme di Atanasio... ma non era più tempo. Un terribile baleno che tutta illuminò la cappella, fu seguito da uno strepito orrendo di tuono che la scosse fin dalle sue fondamenta; l’aere ne gemette, e la terra sembrò provare una violenta commozione. Nel tempo stesso un diluvio di pioggia precipitava dal cielo: i minacciosi venti equinoziali curvando a forza i grandi abeti della foresta, mugghiavano cupamente; ed i replicati scoppi della folgore annunziavano la totale confusione degli elementi fra loro. La povera Olimpia nulla ormai più vedeva di quanto avvenivale intorno: il solo Atanasio occupava tutte le sue facoltà. Demetrio istesso gemea fra i dubbj più crudeli: inorridiva al pensiero di dover forse scoprire una terribile verità, e tuttavia attendeva impaziente il termine della bufera per tosto assicurarsene.
La pioggia frattanto veniva poco a poco cedendo: men frequenti e men vivi succedevansi i lampi; ed il tuono, sordamente mormorando, pareva allontanarsi. Quanto tremendi e fatali, altrettanto rapidi e di breve durata sono gli uragani nelle rupi di Suli. Colla facilità stessa con cui vi si addensano, dileguarsi ad un tratto le nubi che il Picco di Kunghi sembra richiamare alle inaccessibili sue cime: la caligine sparisce, e torna nuovamente a respirarsi l’aria più pura. Sdegnando forse la vista dell’orrida scena, il Sole frattanto era già sceso al tramonto: e la crescente luna sorgendo allora sul rischiarato orizzonte, rallegrava della blanda sua luce la oppressa natura.
CAPITOLO XI
Il figliuolo d’Eutimia escì finalmente dalla cappella, per incamminarsi sulle tracce del vecchio. Co’ più caldi detti pregò Olimpia, perchè desistesse dal pensiero di accompagnarlo; ma invano; con qual coraggio poteva essa vivere incerta un solo istante di più sulla sorte dello zio? Si avviarono dunque ambedue: ma a misura che i loro passi allontanavansi dall’Eremo, nuove immagini si moltiplicavano di desolazione e di lutto. Eran sovente enormi scogli, che caduti dall’alto delle roccie ingombravan la via: alberi sradicati dalla furia dei venti giacevano attraverso il terreno su cui poco fa vegetarono: cadaveri di morti animali galleggiavano sulle acque radunate entro le cavità dei burroni; ed il fragore dei torrenti che dalle rupi udivansi precipitare in distanza, misto alle funebri grida degli augelli notturni, era il solo suono che interrompesse quello spaventevole silenzio. Invano la languida voce dell’orfana a nome chiamava talvolta il vecchio eremita: Demetrio ed esse erano i soli esseri viventi che animavano allora quel loco deserto. — Atterriti per le inutili ricerche, raccapricciando d’orrore ad ogni volta che l’idea della morte di Atanasio a loro rappresentavasi, proseguivano taciturni il dirupato sentiero, allorchè giunsero alle ripe di un torrente, il quale, attraversando spumoso la vallata, trascinava seco tronchi d’alberi e sassi. Non ritrovandolo guadabile, già indietro ritornavano dolenti di aver perduto senza frutto un tempo prezioso; allorquando Demetrio, rivolgendo ad un sol punto lo sguardo, proruppe in un grido improvviso: all’istante gli occhi d’Olimpia, postisi nella direzione medesima, ricercarono naturalmente l’oggetto che avealo cagionato... ahimè! di quale scena erano mai spettatori! Il corpo dell’estinto vecchio, seguendo la rapida corrente, si ravvolgeva fra i vortici di un gorgo profondo. — Sorpreso per via dall’orribile uragano, affrettato erasi l’infelice d’attraversare il torrente tuttora guadabile, onde asilo cercarsi sotto la roccia vicina: ma sopraggiunta la piena delle acque, ed avendolo improvvisamente investito, seco il trasse ed il sommerse.
A vista così luttuosa, che gelar fece da capo a piedi la povera Olimpia, richiamò Demetrio tutte le forze dell’animo: lanciossi precipitoso nell’onda; riguadagnò nuotando la riva, e vi ricondusse fra le robuste sue braccia la innocente vittima della carità. — La luna che in quel puntò già in alto mostravasi, velossi pietosa di leggiere nubi: ed i venticelli della notte, inorriditi al miserando spettacolo, sembraron fremere attraverso gli scogli, ed il cardo selvaggio.
Interrompendo finalmente il cupo silenzio che fino allora conservato avea, perchè mute sono sempre in sulle prime e grandi passioni, l’Orfana diè libero sfogo alle lagrime, ed alle querele più commoventi. Prostesa sul cadavere di suo zio, chiamandolo a nome altamente sembrava far forza alla stessa natura: imprimeva le sue labbra su quelle guancie fredde e scolorate; riscaldavale coll’infiammato alito de’ suoi sospiri; ed avriasi detto ch’essa tentava rianimarle, se possa umana capace fosse di richamare a vita gli estinti. Invano frattanto con dolci parole studiavasi Demetrio di consolarla, e di toglierla ad una situazione che la straziava: essa nulla più udiva; e quella voce sì cara, che in altro tempo richiamato avrebbe tutta la sua attenzione, penetravale appena in quell’istante le orecchie.
Ma quanto più forte e violento è nell’uomo l’impeto del dolore; altrettanto è più rapido e breve nella sua durata: la ragione vi sottentra; ripigliano il loro vigore le oppresse facoltà, e non rimane che un sentimento ingrato e deprimente sì, ma più mite d’assai. — Le lagrime versate in copia dalla sventurata, recando un necessario sollievo al suo cuore, calmata pure ne avevano la mortale angoscia: Demetrio profittò del momento per isvellerla dalle fredde spoglie del vecchio; e caricando gli omeri egli stesso del dolce e funesto peso, ripigliarono finalmente la strada dell’eremo. Qual terribile viaggio! Prolungati sospiri tratti dal profondo del cuore, ed accompagnati ad intervalli da gemiti languidi ed indistinti, univansi tristamente al monotono calpestio de’ loro passi.
— Già l’aurora novella appariva sul balzo d’oriente, quando l’afflitta coppia diè principio alla funebre ceremonia. Ravvolto entro candido lino, il corpo di Atanasio fu deposto dietro le mura della cappella: ivi l’Orfana e Demetrio, rinnovando in copia le lagrime, onorarono pietosi la memoria di lui, e solennemente si promisero la loro unione all’epoca stessa in cui egli aveala desiderata. In quel punto, testimone de’ loro giuramenti, comparve il Sole sull’orizzonte: il raggio di lui consolatore, rallegrando la natura, sembrò animare un istante quella scena funesta.
«Addio, misera vittima della vera filantropia! (esclamò Olimpia energicamente). Tu che fosti già un tempo l’unico appoggio della prima mia giovinezza trascorsa nella sventura e nel pianto, sperasti pure vedermi felice fra le braccia del virtuoso che amavi... ah, la morte nemica de’ buoni troncò in sul nascere speranze per te così belle! Ma ad onta del crudele destino io saprò farle rivivere: nel loco istesso che tu abitasti vivente, qui sulla spenta tua salma giuro non esser d’altri che di Demetrio: egli solo sarà il dolce compagno della mia vita, e tu dal Cielo esulterai alla vista di un nodo da te stesso formato!
«Salve, o generoso figlio della Selleide! (riprese Demetrio intenerito). Riposa tranquillo nel sonno de’ giusti: ed accogli propizio i puri voti di due cuori, i quali non avranno d’ora innanzi che un palpito solo! — Addio per sempre, venerando vecchio! Addio!! Addio!!!»
Queste parole che, pronunciate con tutto il calore del sentimento, procurarono un grande sfogo alla loro passione, fecero pure che straziati meno ed oppressi compir potessero quindi gli estremi uffizii dell’amicizia e dei dovere. Umile monumento della eremitica povertà, sopra l’angusto loco in cui giaceva l’estinto cressero un monticello di terra: sparsi sovr’esso gli ultimi fioretti della state, vi collocarono sulla cima una Croce, ad annunziare che ivi un uomo, pagando alla natura il necessario tributo, restituito aveva alla madre comune la mortale sua spoglia.
CAPITOLO XII
L’adorabile provvidenza dell’Onnipotente mancar non fa mai di compenso l’infelice che provò i colpi della disgrazia: se ad esso in questo pelago di affanni chiuder sembrò una volta la via dello scampo, non è però che ridurre il voglia alla totale disperazione: una strada novella sottentrando alla prima, additagli di nuovo quel porto che disperava omai di più rivedere. — Priva dell’unico suo sostegno, del solo congiunto a cui fosse debito lo interessarsi di lei; isolata affatto sulla terra; quale sciagurata esistenza tratto non avrebbe la misera figliuola d’Evantìa? Ma la pietosa consolatrice de’ mortali non abbandonolla in sì crudele momento: togliendole lo zio, lasciavala nel tempo stesso fra le braccia di uno sposo adorato, che cangiar prometteva per lei il tenore di nemica fortuna.