Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide

Part 2

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Frattanto la vanguardia composta di Maomettani Albanesi, affatto ignorando quanto accadevale alle spalle, e sicura di essere energicamente sostenuta dal resto dell’armata, si batteva ostinatamente, lusingandosi di presto inalberare sulle rupi di Suli lo stendardo del despotismo. Ma i valorosi montanari, saputa la strage che il coraggio delle loro mogli facea de’ nemici, eransi già rianimati: e l’intrepido Demetrio alla testa de’ suoi prodi, traendo i barbari d’inganno: «Infedeli! (gridò loro con una voce che li arrestò), la vostra armata perisce in massa sotto l’urto di queste nude pietre che c’invidiate: voi siete soli, e perirete per le nostre mani!» Ciò detto, tolta in pugno la sacra insegna della Croce, piombò su loro come l’Angelo dello sterminio.

I Maomettani vedendosi ridotti alle sole lor forze, opponevano quella salda resistenza che è figlia della disperazione: ma indarno: Demetrio trionfava di tutto; tutto cadeva all’impulso del divino fuoco che agitavalo; e tale era il suo furore, che in brevi istanti il terreno rimase ingombro di cadaveri. Cacciandosi innanzi i pochi nemici sottrattisi ai colpi della sua spada, incontrava egli per via la retroguardia dell’esercito in piena ritirata. Sempre circondato dai più ardenti guerrieri, ed audace renduto dal successo, precipitossi sui nemici che fuggivano; e dopo aver tolto loro tutti i foraggi, le munizioni da guerra, e molti cannoni, pienamente li sconfisse, ripigliando quindi co’ suoi la strada delle native montagne.

Frattanto il Tiranno furibondo per l’infelice esito di una impresa ch’egli creduto aveva sicura, ritiravasi precipitoso alla volta di Giannina, con un migliajo di soldati a stento raccolti. Giunto nella capitale de’ suoi dominii, affrettossi a seppellire in fondo al serraglio il proprio dolore, e la rabbia che lo divorava: ed ivi giurando un’eterno odio ai Cristiani di Suli, meditava a lor danno una più felice invasione.

CAPITOLO IV

Ma già ai terribili momenti dell’allarme e del pubblico pericolo era succeduta l’ora della calma, e della comune sicurezza. La patria esultava, ed i giovani guerrieri copertisi di gloria erano l’oggetto della generale ammirazione: i vecchi animati da nuovo vigore, rallegravansi di essere vissuti cotanto; e le rispettabili madri di quel popolo d’eroi al seno stringevansi i figli carichi delle spoglie dei debellati aggressori. Nulla però era comparabile all’entusiasmo che destava la vista di Demetrio. Salutato da tutti aquila della Selleide, scudo della pallia, Genio della vittoria, le mani stesse di sua madre tremanti per la gioja gli cingevano al crine la meritata corona; mentre i fanciulli e le donzelle spargendo di fronde di lauro la via che percorrer doveva il vincitore, cantavano inni di lode al trionfante Vessillo della Redenzione.

Olimpia col vecchio suo zio trovavasi presente a questa scena commoventissima. Nel fatale istante, in cui si videro in forse i destini di Suli, essi pregavano piangendo nella cappella dell’eremo: l’ottenuta vittoria era appunto lo scopo delle loro preghiere; ed Atanasio a sè ed all’Orfana negar non volle la innocente soddisfazione di vedere co’ proprii occhi il trionfo della Croce. — La figlia d’Evantìa toccava allora il terzo suo lustro. Il bianco giglio e la rosa, simboli della verginale innocenza, fiorivano sulle sue guancia: due negre pupille che tutta l’anima appalesavano giravansi languidamente sotto le grandi sue palpebre; mentre le turgidette labbra tinte di viva porpora, leggiadro contrasto formavano colla candidezza del collo e del seno.

Demetrio intanto, segno allo sguardo di tutti, vedeva per la prima volta l’amabile Orfana, allora che una lagrima di gioja chiamatale sul ciglio dalla tenera sua sensitività, la rendea mille volte più bella. Vederla, ed accendersi di lei fu l’opera d’un solo momento: quel cuore fino allora straniero alla più dolce fra le passioni, trovava alla fine chi doveva interamente soggiogarlo. Nulla omai più scorgendo sulla terra tranne l’amabile oggetto che lo colpiva; dimentico della trionfale scena di cui formava gran parte, a null’altro aspirar sembrava se non che a trasfondere tutta la passione che investivalo nella interessante verginella di Suli. Ma già il primo raggio dell’amore, più rapido del baleno, penetrato aveva ad un tempo i due giovani cuori: animati questi da un medesimo sentimento, di già intendevansi fra loro perfettamente; ed un solo sguardo per parte di Olimpia, ma che tutto disse in quell’istante, bastò ad assicurare il fortunato Demetrio della sua felicità.

Intanto la pubblica festa avvicinavasi poco a poco al suo termine; ed il pomposo corteggio giunto al maggior tempio di Suli, già ne entrava le porte fra l’universale acclamazione. Semplice, ma vasto è l’antico edifizio: colossali pilastri in giro a doppia fila collocati ne sostengono l’ampia volta; ad essi in mezzo nella eterna sua maestà ergesi l’ara della Croce; ed un’aura santa, leggermente fremendo all’intorno, annunzia al mortale la presenza della Divinità.

— Salve o glorioso Vessillo vincitore dell’averno e della Morte! «(intuonavano i ministri del Signore.) — Inni di lode al Dio degli eserciti! (rispondevano i guerrieri); innanzi a Lui, sole di giustizia raggiante sull’alto delle nostre montagne, dileguaronsi gl’infedeli come la nebbia dal piano. — A Te sian grazie, o Maria! (cantava un coro di vergini); brilli sempre a Suli propizia il tuo lume, o fulgida stella del mattino! difendi la patria, e perano i nemici del tuo nome! — Lode all’Eterno! vittoria alla Croce! esclamavano battendo le palme i fanciulli ed i vecchi.»

Ma un istante di silenzio succeduto era alle espressioni della gratitudine e del giubilo comune: Demetrio allora circondato dai venerandi Senatori, ed ispirato dagli ardenti affetti che agitavanlo «a Te (disse) o Dio de’ forti, che reggesti il braccio del Pastorello nella valle di Terebinto a danno dell’orgoglioso: a Te sovrano reggitore dei destini di Suli: a Te, nella cui ira tremenda annientaronsi gl’impuri Islamiti, consacra Demetrio il brando della vittoria! Egli in voto lo appende al tuo altare: ma innanzi a Te, Onnipotente, ed in faccia a tutti i suoi concittadini qui giura di ripigliarlo, tostochè i nemici della religione e della patria, tenteranno nuovamente di opprimerla!»

Replicate grida di acclamazione, e lagrime di tenerezza uscivano dal labbro e dagli occhi di tutti: le ampie volte del santuario n’echeggiarono; ed il cannone tuonando ad intervalli dalla rocca di S. Veneranda, annunziava alla Selleide il giorno della pubblica gioja. In rendimento di grazie all’Eterno cantossi quindi dai sacerdoti il Trisagio celeste: e, finita la ceremonia, la Croce per le mani del ministro del Signore benedisse l’accolta moltitudine, che poi, romoreggiando come le onde del mare dopo la burrasca, si sciolse, e dileguossi.

Invano frattanto i cupidi occhi di Demetrio ricercavano nel villaggio l’amabile figlia d’Evantìa: dessa più non v’era; unita al vecchio suo zio, già la via ricalcava che all’eremo mena della rupe.

CAPITOLO V

Ritornava Olimpia trilustre al dolce asilo dell’innocenza... ma quanto diversa da quando il fece, la prima volta, decenne! Non più quella trista apatìa che accompagnava allora i lenti suoi passi; un solo oggetto, ma con tutta la energia, ora le occupa l’anima, mentre una forza soprannaturale sembra costantemente richiamarla al villaggio. — Loco fatale! per te l’Orfana perdendo una pace a stento ornai racquistata, sente pur troppo di non esser nata che a soffrire. — Quella sacra solitudine che tanto un tempo contribuiva a raddolcirle l’amara impressione del dolore, non ha più forza sul suo spirito: una diversa cagione ne forma ora la inquietudine, ed anche il dolore è insanabile, quando insanabile è la ferita che lo produce.

Sonovi sulla terra degli esseri di sì delicata natura pe’ quali lo stesso amare è una pena. Questa passione infatti sconosciuta finora ad Olimpia, agiva su lei per la prima volta con una veemenza, e con un impeto che la straziavano. Lontana da colui che adorava; priva della speranza di rivederlo nelle selvaggie balze dell’eremo, delle quali non era supponibile ch’egli la credesse abitatrice; ignorando affatto di essere corrisposta; la fredda ragione avria potuto svellerle certamente questo affetto dal seno, se troppo profonde state non ne fossero le radici. Benchè una vana rimembranza non potesse che vieppiù inasprire il suo male, riandava sovente col pensiero gl’incantati istanti trascorsi nel villaggio innanzi al valoroso. Allora fissavasi immobile: lampeggiavano alla sua fantasia quegli sguardi di fuoco che Demetrio le dirigeva: penetrandone tutto il sentimento, lasciavasi cadere delle lagrime sulle guancie... nulla più udiva; anzi nulla più esisteva per lei immersa nella contemplazione di un oggetto che occupava tutte le sue facoltà, e ch’essa chiamava Demetrio... sventurata! non era questo talora che un tronco, od un sasso.

Intanto il figliuolo di Eutimia non era meno infelice dal canto suo. In braccio alla più violenta delle passioni, dopo mille infruttuose ricerche onde rivederne l’oggetto, mal sopportando la vita senza colei che sola potea fargliela amare, e perduto il fiorente vigore della gioventù, giacevasi infermo nel letto del dolore, gravemente dubitar facendo di sua vita. Un’ardente febre unitasi all’eccessivo calore della stagione lo manteneva quasi sempre in uno stato di delirio, che interrompendosi soltanto per dar luogo ad una quiete sovente foriera di mortali svenimenti, era anche più pernicioso. Negli accessi più forti le rotte parole ch’ei pronunziava, analoghe ad una folla d’idee vaghe e disperate, null’altro a travedere lasciavano che l’impeto del male: ma nei meno veementi, allorquando un più mite delirio traevalo a parlare, l’amabile donzella era sempre l’oggetto delle sue querele.

«Adorabile fanciulla! (esclamava passionatamente). Bella come il primo raggio del mattino.... piegossi nel tempo ch’io lo feci al sentimento dell’amore... ah! quello sguardo... quel fatale sguardo me ne convinse, e... non mai partirà dalla mia mente.» Un breve silenzio succedendo a questi detti, con languida voce ripigliava: «Ma se tanto buona, perchè abbandonarmi?... perchè fuggire per sempre da me?... Ah! lo conosco: io non era degno di lei. La celeste creatura quaggiù discesa per beare un istante i mortali, non poteva rimanervi lungamente: il cielo la richiamava... ed essa, come il baleno, dileguossi da’ suoi... Ma fra poco io spero raggiungerti... sgombro allora dai lacci terreni... sì... potrò amarti senza arrossire!» Qui un sospiro tratto dal profondo del cuore sembrava spingere leggermente all’alto il suo voto; mentre le negre pupille umide di pianto, elevandosi languidamente, tentavano accompagnarlo.

La lebbre intanto aumentando sempre più, era per giungere al colmo; e l’infermo spossato per lunghe vigilie, annunziava co’ sintomi più funesti la terribile crisi che si avvicinava. Ma le tenere indefesse cure di sua madre, e più il vigore della gioventù, che sebbene oppresso non era per anco spento del tutto, fecero sì che Demetrio, dopo aver lungamente lottato colla morte, superasse il pericolo, e si avviasse quindi a gran passi ad una totale guarigione. Restituito dopo qualche tempo alla primiera salute, non respirava però la primiera tranquillità: e siccome senza il prezioso dono di questa non può l’uomo viver lieto fra i suoi simili, così il figliuolo d’Eutimia, di allegro e sommamente vivace ch’egli era, cangiossi tosto in melanconico e taciturno. Quella dolce mestizia che sparge su tutti gli oggetti la lugubre tinta del dolore, signoreggiava il suo spirito; e nulla, in mancanza di lei che adorava, facevagli amar più della solitudine e del silenzio.

Spinto da queste inclinazioni dell’animo, considerandosi come adatto solo sulla terra, invano sua madre e colle ragioni e colle preghiere tentava ricondurlo al primiero tenore di vita: Demetrio a tutto indifferente, non trovava interesse se non che in que’ luoghi solitarii che soli addir si poteano al suo stato. Un folto bosco non mai penetrato dai raggi del sole, una roccia impraticabile, un profondo burrone, una folta quercia che scorrer vide più secoli, erano i soli oggetti che fermar potessero la sua attenzione. Frattanto in queste solinghe passeggiate, in mezzo ad una selvaggia natura, l’immagine dell’amabile verginella offrivasi sempre al suo pensiero: figlie della tenerezza, e di quel soave sentimento che può ben provarsi da alcune anime gentili, ma non adequatamente descriversi, spargeva allora in copia delle lagrime; queste peraltro non avevano l’amarezza del pianto: procurando sovente uno sfogo ben necessario al suo cuore, cadevano dolcemente senza ch’egli sapesse di versarle.

CAPITOLO VI

In un giorno in cui la sua tristezza era forse maggiore del solito, egli prese soprappensiero una strada diversa dia quelle fino allora praticate. Serpeggiava questa nel piano, in mezzo a verde campagne coronato all’intorno dalle rupi di Suli, presentando all’occhio la più gradevole scena. Demetrio l’andava percorrendo a lenti passi; e tutto penetravalo una dolce commozione, allorchè avvidesi che il terreno cominciava a salire sotto i suoi piedi. Un limpido ruscello giù scendendo per la china di una rupe, lentamente avviavasi al piano: l’edera ed il musco abbarbicandosi sulla cima degli scogli, grato pascolo fornivano alle capre silvestri, che mostrandosi dall’alto arditamente inerpicate sull’angolo di un sasso, la romita eco svegliavano cogli spessi belati. Il sublime incanto di questa scena piacque oltremodo al figliuolo di Eutimia, che, inoltrandosi sempre più nella rupe, trovossi giunto finalmente nel più folto di una selva. Quivi tutto cangiava d’aspetto: il solo ruscello che servito avevagli di guida scorreva ancora mormorando a’ suoi piedi, attraverso un verde terreno smaltato di fiori. Abeti di gigantesca statura elevavansi al cielo maestosamente; ed il piacevole alito di un venticello, mitigando i cocenti raggi del sole, coll’alterno incurvare de’ rami stormir faceano leggermente le foglie.

A vista così bella il figliuolo di Eutimia si assise sul verde suolo a piè d’un abete: poggiato il destro cubito sul ginocchio, e sulla mano la fronte, compiacevasi di sviluppar colla immaginazione i patetici sentimenti che provava, quando ad un tratto una languida voce interrompendo il silenzio della foresta, dolcemente lo scosse.

Sacro bosco, ermo, e segreto, Aura pia, chiaro ruscel, Mie querele a voi ripeto Che ne foste eco fedel. Ah! qual suol lampo fugace Che fa un guizzo e muor, così Dal mio sen la cara pace Rapidissima sparì. Per me pur ridente un giorno Una stella in ciel brillò: Ma fatal Amor d’intorno L’ali stese, e l’eclissò. Crudo Amore! or che mi resta Sull’aurora dell’età?... D’aspri guai dote funesta, E il piacer di far pietà.

Così cantava dolcemente una voce femminile; e Demetrio intanto rapito quasi fuori di sè, levatosi sui piedi, percorreva col guardo all’intorno quel luogo incantatore. Ma nulla scorgendo fra la moltitudine delle piante, e sicuro tuttavia di non essersi ingannato, fece alcuni passi e giunto dietro un folto cespuglio, senza esser veduto, scoperse a caso in qualche distanza una giovane donna, che, attingendo l’acqua ad un fonte, di copiose lagrime irrigava il volto quasi celeste. — Sorpreso a quella vista da un tremito convulsivo, i suoi occhi si copersero d’un negro velo: un sudor freddo corsegli per la fronte; le sue ginocchia piegaronsi sotto di lui, e cadde barcollando sul terreno. — Chi vedeva egli mai!!

Era colei, la bellissima Olimpia. In quei momenti che una veemente passione rende più crudeli e terribili ad un giovane cuore, ella narrar soleva le sue pene al silenzio della foresta dell’eremo: i venticelli raccoltisi fra i rami degli alberi, immoti starano ad udirla; il limpido ruscello leggermente increspando le sue onde, gorgogliava appena fra le rive; mentre i mesti gorgheggi dell’usignuolo dir pareano all’Orfanella di Suli ch’essa non era la sola a lagnarsi sulla terra.

Demetrio non anco perfettamente ristabilito dalla lunga sua malattia, rivedendo un oggetto che già credeva perduto per sempre, sicuro quasi di essere amato quanto amava egli stesso, cedendo a mille moti violenti, caduto era privo di sensi. Tostochè egli si riebbe, diessi subito a riguardar nuovamente fra gl’intricati virgulti del cespuglio, ma invano: senza potersi accorgere che un ente umano languiva non lungi da lei, erasi Olimpia partita mentre ei si giacque svenuto. Questo infausto contrattempo costò forse qualche sospiro a Demetrio... ma rinvenuto, avea finalmente l’amabile donna del cuor suo, ogni altro pensiero dileguossi in faccia a questo; ed un raggio di gioja, simile a quello del sole dopo la tempesta, rasserenar parve un istante quell’abbattuta fisonomia.

Accompagnate pertanto dalle più lusinghevoli idee, rivolse il passo al nativo villaggio, fermo di ricondursi nella stessa ora del giorno seguente alla foresta della rupe.

CAPITOLO VII

Allorquando una profonda tristezza ha lungamente signoreggiato il cuore dell’uomo, e l’animo di lui si è poco a poco abituato ad una costante melanconia, può ben questa rendersi più mite per la improvvisa sopravvenienza della gioja; ma non è già che dileguisi del tutto. Di fatto, benchè il fausto avvenimento contribuir dovesse a far rivivere in Demetrio la primiera vivacità (quel dolce invidiabile sentimento che devesi quasi sempre alla perfetta inesperienza de’ grandi mali) pure egli non anco aveala racquistata; e la lugubre tinta dell’antico dolore, benchè più leggera al presente, ottenebrava pure il cuor suo, — Non si dia in braccio ad una passione, chi brama conservarsi nella gioconda serenità dello spirito; perduta che sia questa una volta, non mai si ricupera interamente.

Era già il sole pervenuto alla metà del diurno suo corso, diretti raggi vibrando sulle rupi di Suli, quando l’amabile figlia d’Evantìa alle fresche ombre si ricondusse della foresta dell’eremo. L’ardente luglio percuoteva con una sferza di fuoco la terra: l’erbe ed i fiori languivano sui campi; cercavano gli augelli nella verdura dei boschi un più gradevole asilo; mentre le importune cicale, sotto un cielo privo di nubi, faticavano nel canto.

È ben vero che nella sventura è per l’uman cuore assai consolante soddisfazione il narrare le proprie pene anche agli inanimati oggetti che ne circondano; queste allora, se non meno amare, rendonsi pure più facilmente sopportabili, ed a ragione: poichè l’anima sovente al vivo dipingendo colle parole la terribile passione da cui trovasi agitata, col sovente ricopiarla viene a rendersi meno odiosa la immagine dell’originale. Assisa pertanto sulla fresca sponda del ruscello, ripigliava Olimpia il flebile suo canto.

Sacro bosco, ermo, e segreto, Aura pia, chiaro ruscel, Mie querele a voi ripeto Che ne foste eco fedel. Ah! qual suol lampo fugace...

— Ma donde questa dolce armonia che i sensi rapisce? essa accompagnasi soavemente alla mia voce.

Così Olimpia esclamava, tendendo acutamente l’orecchio; e guardandosi stupefatta all’intorno: ma di nulla accorgendosi, e punto non dubitando di essersi ingannata, già a riprender faceasi la usata canzone, allorquando una grata melodia interruppe nuovamente il silenzio della selva.

Demetrio ritornato al loco dell’amoroso incanto, attendeva tacitamente dietro il folto cespuglio l’arrivo della giovinetta: quando questa comparve, e la flebile cantilena riprese, le dolci note di un flauto univa egli alle pieghevoli modulazioni della sua voce. — Attonita Olimpia, e come in dolce estasi rapita, pendeva intanto dagli amorosi concenti che uscir sembravano dal folto degli alberi. Ma svanita appena la prima illusione della sorpresa, ed accortasi che un ente umano era non lunge da lei, in un loco ove dessa erasi sempre creduta perfettamente sola, non curando di conoscerlo, fuggiva atterrita alla volta dell’eremo.

Demetrio perder non volendo sì bella occasione per manifestarlesi, confidando interamente sul proprio onore, e null’altro scorgendo in quella fuga precipitosa se non che gli effetti di un mal concepito terrore, o di troppo selvaggia educazione, sperando disingannarla, seguìa velocemente i suoi passi. Sentendosi inseguita, la innocente fanciulla ebbe appena il coraggio di rivolger lo sguardo sulle proprie orme: ma quale non fu il suo sbigottimento, quando in lui che teneale dietro riconobbe Demetrio! Proruppe in un grido che le morì sulle fauci: coprì gli occhi con ambe le mani; ed ignorando ella stessa quanto faceva, entrò barcollando la soglia della vicina cappella.

Colpito come dal fulmine a scena così inaspettata, tutte le circostanze della quale sembravano dirgli ch’erasi egli ingannato, e che la giovinetta non avealo amato giammai, Demetrio era rimasto immobile, e quasi fuori di sè. Rispettando la santità del loco in cui trovavasi, non ardì penetrare nella cappella: ricalcò rapidamente la strada percorsa; e si allontanò dalla foresta, pensando ai più espedienti mezzi onde meglio assicurarsi del vero.

CAPITOLO VIII

Allorquando Olimpia entrò sbigottita nel sacro loco dell’orazione, vi rinvenne il vecchio Eremita prostrato a piè del simulacro della Vergine. — Egli è desso... (furono queste le sole parole ch’ella pronunciò tremante, additando la porta, e non accorgendosi che suo zio era quegli a cui dirigevasi:)... egli è desso... — e cadde semiviva sulla gradinata dell’altare. Spaventato Atanasio per l’estremo turbamento che leggevasi nel volto della nipote, fra mille incerti dubbj ondeggiando, e temendo lo scoprimento di una terribile verità, uscì, esitante, la soglia della cappella. Guardò attentamente all’intorno, ma nessuno scoperse. Ritornatovi finalmente onde assistere al sventurata, sorreggendola sul suo braccio, giunse a ricondurla nelle celle dell’eremo.

«Ah, mio zio! quanto sono colpevole agli occhi vostri!» — A queste prime voci che Olimpia proferì languidamente, e che nascondevano al certo un profondo mistero, il Vecchio rabbrividì: fissò gli occhi immobili sul terreno, e senza rimuoversi da situazione così dolorosa... «ebbene, che hai tu fatto?» le disse con voce soffocata. — «Costretta a svelarvi un segreto che fino ad ora avrei voluto nascosto a me stessa, veggo quanto mal feci a non palesarvele prima... ma voi fremete: giusto Cielo! sarei forse cotanto infelice, che poteste voi credermi un solo istante capace di colpa? — Scosso da questo rimprovero «no, mia figlia» rispose il vecchio sorridendo placidamente, ed intanto l’ombra del sospetto dileguavasi dalla fronte di lui, come dileguasi la nebbia al primo raggio di Sole.

Giustificata Olimpia agli occhi dello zio, e vedendolo pienamente disposto ad ascoltarla, tutta narragli la commovente storia delle proprie pene. Non si valse di ricercate maniere per trasfondere l’anima sua in quella del vecchio generoso. La nuda verità esposta coi modi più ingenui splendè sola in quel patetico racconto; e tale eloquenza, che sempre è quella di una grande passione, giunse perfino a strappar delle lagrime dal ciglio di un uomo, il quale fino allora creduto aveane già inaridita la vena. Consapevole Atanasio delle grandi virtù che adornavano il giovine valoroso, e dell’alta stima che questi godea presso i suoi compatrioti, assentì ad un amore così innocente, e si dolse soltanto che Demetrio si fosse allontanato dall’eremo, — «Semplice che fosti: (disse ad Olimpia) colla fuga tua precipitosa non ti avvedesti che reo il supponevi di colpevoli intenzioni: l’onor suo fu punto da questo dubbio insultante; ed egli, a pienamente giustificarsi, rapido allontanossi da te... Se ti ama peraltro non andrà a lungo che tu lo rivedrai: ed io, anzichè oppormi ad unione sì bella, stringerò colle mie mani medesime l’indissolubile nodo.»