Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide

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[Illustrazione: _L’Orfana prostesa sul cadavere di suo zio chiamandolo a nome altamente, sembrava far forza alla stessa natura._ (_Olimpia, Pag. 65._)]

OLIMPIA

OSSIA

L’ORFANA DELLA SELLEIDE

ROMANZO

DI ADOLFO MEZZANOTTE

PERUGINO

Milano PER G. TRUFFI E COMP. M.DCCC.XXXIV.

AL SUO PADRE AMATISSIMO

ANTONIO MEZZANOTTE

=L’AUTORE=

_Se Tu già un tempo colla vita naturale altra in me potesti infonderne di prezzo assai più estimatile; se io da Te con tanta cura al Bello delle Lettere e delle Arti educato, crescendo negli anni conobbi che un cuore non incapace di gentili affezioni palpitavami nel seno, era d’uopo che prima a Dio, quindi a Te dessi prova delle acquistate cognizioni, l’esempio fuggendo dell’uomo ingrato che tace sempre ed occulta il ricevuto benefizio. A Te pertanto con ingenua compiacenza ora intitolo questo mio tenue lavoro nato nelle ore all’ozio tolte, mentre Tu co’ versi celebravi le memorande geste degli Elleni moderni. Abbiti in ciò una pubblica ben dovuta testimonianza della stima, dell’amore, e della filiale mia gratitudine. Qual mai cosa più dolce per ambedue!_

CAPITOLO PRIMO

Non molto lungi di Margariti, a quasi dieci leghe da Giannina, sul confine dell’Epiro sorgono le montagne della Selleide nella Grecia occidentale. Quel sentimento che abborre la schiavitù, e che fu sempre connaturale al classico terreno abitato dai figli degli Elleni, represso a forza nelle pianure e nelle città dalle numerose orde ottomane, rifugiato erasi più energico sulle altere cime delle montagne dell’Ellade, dove una selvaggia natura univasi coi magnanimi abitatori a sdegnare costantemente il tirannico giogo del Successore dei Califfi. Questa dolce libertà col puro aere che li nudriva respiravano i generosi montanari della Selleide, d’Agrafa, dell’Etolia, dell’Olimpo, e del Pindo: altrove la Grecia esposta da ogni banda alle incursioni de’ barbari, ed oppressa dal numero, curvata erasi, benchè fremendo, sotto il ferreo scettro de’ suoi oppressori. Così nella schiavitù dell’Epiro, gli intrepidi Suliotti mai non deposero le armi in faccia ai desolatori della bella lor patria; ma con quella energia che è propria del loro carattere, difesero sempre l’assoluta loro indipendenza. Possessori di alcuni villaggi alle falde delle loro montagne, li abbandonano in caso di attacco per ripararsi sugli alti piani ad essi soltanto accessibili: quivi aspettano i Turchi che vengono lor sopra per soggiogarli: e quivi è da più secoli che i Turchi sono pienamente battuti e respinti con gravi perdite fino alle loro città. Un Senato composto di vecchi padri della patria regge il governo de’ bellicosi figli di Suli: sacri alla Croce fumano gl’incensi sui loro altari; mentre alcuni eremiti che posero le loro celle su taluna di quelle aeree rupi, pregano per la prosperità dei loro compatriotti, e per la conservazione della loro indipendenza.

Alessio capitano di una compagnia di dugento Suliotti era stato spedito dal Senato di Suli contro un corpo di Turchi, che occupar tentavano in una delle loro escursioni la inespugnabile rocca di S. Veneranda, primo baluardo della Selleide. I Maomettani erano in numero ragguardevole; ed i pochi prodi guidati da Alessio sarebbero certamente periti sotto il fuoco delle artiglierie, quando venuti fossero ad aperta campagna col nemico: oltredichè avendo già trovato i Turchi trincerati al loro arrivo, aveano pure lo svantaggio del terreno. Alessio pertanto, dopo pochi colpi di fucile tratti ad intervalli e con poco effetto, temendo di compromettere la patria quando ostinato si fosse a perire alla spicciolata co’ suoi, comandò loro la ritirata, onde serbare il valore e le braccia a momenti più opportuni.

Frattanto il Governo di Suli meglio informato delle forze nemiche, spediva in ajuto di Alessio un corpo di quattrocento Suliotti: questi seco loro ricondussero al nemico molti di quelli che già marciavano in ritirata: coll’ajuto di alcuni pezzi di artiglieria fulminando il centro de’ Turchi, portato aveano il terrore in mezzo alle loro file, che aprendosi in disordine, e penetrar lasciandovi gl’intrepidi montanari, si dispersero, o caddero sotto i lor colpi. La fortuna delle battaglie si dichiarò per la Croce, ed i Suliotti si coprirono di gloria: ma Alessio che disperando del felice esito del combattimento non avea voluto prendervi parte, ritornando con alcuni dei suoi fra le native montagne, sembrò vile agli occhi de’ Suliotti avvezzi da più secoli a non mai ritirarsi in faccia al nemico. Vile adunque dichiarato dai suoi compatriotti, ai quali antica costumanza prescriveva il fuggire il commercio di coloro che tali pubblicamente si rendevano, Alessio, perduta la comune estimazione, ed oscurata quella fama che è l’anima del soldato, viveva una vita peggiore di morte.

Sua moglie Evantìa, la bella Evantìa ch’egli amava teneramente, e dalla quale era con pari amore corrisposto, portava già nel seno da alcuni mesi il dolce pegno dell’imeneo. Costretta per le leggi di Suli ad esser l’ultima ad attinger l’acqua alle pubbliche fonti, e ad occupar nelle chiese gli ultimi posti, struggevasi in lagrime. Esposta alle amare derisioni delle spose de’ valorosi, le quali pubblicamente cantavano le lodi de’ loro mariti, per colmo di sciagura veder dovea l’infelice Alessio languire di giorno in giorno, e sorbir lentamente l’acerbo calice del dolore e della disperazione; poichè, morto lo sventurato alla vita civile, poteva affatto contarsi fra gli estinti, in mezzo ad un popolo che nell’onore e nel coraggio trova la propria esistenza. Attaccato da una lenta febre che condurlo doveva al sepolcro, privo d’amici, abbandonato da tutti, la sola Evantìa vegliava le notti al suo fianco, e tutte quelle cure prodigavagli di che l’amor conjugale è capace in una tenera sposa: ma invano. Scritta era nel libro dei destini la morte dello sventurato, ed il potere degli uomini non è tale da cambiare i decreti del cielo: Alessio spirò fra le braccia di sua moglie, ed essa sentì di non potergli lungamente sopravvivere. La perdita di un uomo che adorava, e che forse più caro le si rendè nella sventura, giacchè sempre questa avvicina maggiormente fra loro le anime virtuose, talmente influì sulla vedova d’Alessio, che dopo averla esausta affatto di forze, ne provocò il parto non per anco maturo.

In una di quelle notti autunnali in cui rovesci di pioggia precipitano sulle rupi di Suli, ed in cui minacciosi venti contro spingendosi le addensate nubi annunziar sembrano la sovversione dell’universo, aprì gli occhi alla vita la fanciulletta Olimpia, mentre sua madre li chiudeva per sempre nel sonno della morte. — Sventurata creatura! tua madre perisce, e tu rimani pressochè sola sulla terra!

Alcune pietose donne, che, compassionando la misera Evantìa, accorse erano onde assisterne al parto, piansero sulla sorte della sventurata Orfanella: una di esse cui la recente perdita di un figlio appena nato più commovente rendea la situazione della fanciulla, stringendola al seno, si offrì a nutrirla del proprio latte; ed ecco che la povera Olimpia da una madre non sua riconoscer dovette la seconda sua vita. Ah, guai a colui che perde bambino i suoi genitori!.... egli è l’essere il più infelice della terra! — Sofia, che tale era il nome della generosa donna, oggetto facea l’Orfanella di tutte quelle cure amorose che la pietà più tenera suggerisce. Olimpia dunque accorgersi non dovea d’aver perduta una madre: ma chi non sa che la sola pietà, per quanto grande esser possa, non porta seco i vincoli di natura e di sangue, ed è sempre più debole dell’affetto materno?

Non peranco a spuntar cominciava sulle labbra di Olimpia il primo sorriso della infanzia, che i dolci suoi lineamenti, l’amabile sua fisonomia attraevano gli sguardi d’ognuno. Mirar non poteasi senza amarla: e tale per lei cresciuto era col tempo l’affetto dell’ottima Sofia, che già stabilito avea di adottarla per figlia, quando un vecchio di veneranda maestà, vantando dei diritti sull’orfana, venne a reclamarli. Era questi Atanasio, fratello dell’estinto padre di Olimpia, ed abitatore di un eremo già eretto dagli antenati di sua famiglia in una delle rupi di Suli; il quale ritornando dopo lunga assenza da devoto pellegrinaggio, e saputo il funesto avvenimento che portato avea la desolazione nella infelice casa d’Alessio, unir voleva al suo, qualunque fosse per essere, il destino della nipote. Non era Atanasio uno di quegli uomini, che, disgustati di una società che li disprezza, ritiransi sdegnosi nelle solitudini, declamando poi altamente contro di essa: ma impiegata avendo nell’utile de’ suoi simili la vigorosa gioventù, dedicava a Dio solo il resto di una vita virtuosa.

Olimpia, benchè questo incidente separarla dovesse da Sofia che amava teneramente, si volse pure con gioia alla conoscenza dello zio: sentì i moti del sangue: udì imperioso il linguaggio della natura, e si abbandonò piangendo fra le braccia del vecchio eremita. Folta e candida barba scendeva a questi sul petto, lambendo l’azzurra clamide che gli si avvolgeva sugli omeri: i suoi occhi, placidi come la calma del cuore, s’inumidirono dolcemente; ed il soave sorriso del conforto apparendo sulle sue labbra, sparse su tutto il volto di lui un’aria di celeste bellezza.

— Creatura infelice! egli disse stringendo infra le sue le tenere mani d’Olimpia; la tua sorte sarà d’ora innanzi la mia, ed in me troverai l’amore di quel padre che non hai conosciuto. Quanto a voi, eccellente Sofia, io non vi renderò grazie di quanto faceste per mia nipote: mi sembrerebbe così togliervi la più bella di tutte le ricompense; ma la gratitudine nostra non avrà fine che dopo la tomba.

Così disse: e la scena intanto faceasi sempre più commovente; poichè la buona Sofia, che fino allora stata era in silenzio, non potè più resistere alla piena degli affetti, e diè in un pianto dirotto. A sè trasse l’amabile oggetto del suo dolore; e come se più non volesse distaccarsi da lei, al seno avvinsela fortemente: quindi ad un tratto respingendola, baciolla in fronte: poscia nuovamente fra le braccia del vecchio, e con voce soffocata dai singulti rapidamente le disse:

— Addio, caro oggetto da me amato siccome mia figlia! il Cielo protegga la tua innocenza, e ti renda felice quanto io lo desidero! Nel sacro orrore de’ solitarii luoghi che t’attendono ricorda sovente il mio nome, dicendo che da questo seno suggesti un giorno il nutrimento della vita.

Ciò detto, baciolla nuovamente; e per non più prolungare così dolorosa separazione, prontamente si ritirò. Il vecchio Eremita stendeva intanto la mano all’Orfanella di Suli, invitandola a partire: ed Olimpia col ciglio ancor molle di pianto, seguiva nella solitudine l’unico appoggio della sua giovinezza, il fratello di suo padre.

CAPITOLO II

Ad una lega di distanza dal villaggio che vide nascere Olimpia, dopo il Picco Kunghi, la cui cima è coperta di eterne nubi, sorge la più sublime delle rupi della Selleide. Direbbesi dall’Onnipotente creata per sollevare altamente lo spirito del mortale che la contempla, e portarlo infino a Lui. Un enorme ammasso di pietre gittate alla rinfusa dalle divine sue mani, pendendo minacciose sulla sottoposta vallata, sfidano da più secoli la ingiuria delle stagioni: il solo musco germoglia in copia sulla cima di quelle balze scoscese; e le sole capre silvestri ardirono finora d’inerpicarvisi. Sotto quest’orribile padiglione, alla metà della rupe, ove la natura si mostra in aspetto più mite, ergesi sopra uno scoglio l’eremo di Atanasio: è questo il loco della penitenza e della pace, dove il servo del Signore prega per la prosperità della Selleide, e questo sarà d’ora innanzi l’asilo della sventurata Orfanella.

Dessa intanto, non ancora bilustre, vi giungeva col vecchio suo zio. Prima di porvi piede, egli la prese per mano; e con la destra in lontano additando, le disse: «Vedi tu quella Croce che s’innalza fitta sul terreno!.... Rallegrati, povera Olimpia! sotto l’ombra sua protettrice si allevieranno i tuoi mali. Ad essa innanzi prostrati, noi pregherem pace alle ossa de’ tuoi genitori: mentre il favore del Cielo scendendo sull’innocente tuo capo, farà forse obliarti d’esser nata infelice!» L’Orfana non rispose: fise le ciglia sull’augusto Segno della Redenzione, un raggio di gioja penetrandole per la prima volta nel fondo del cuore, ne sopiva gli affanni, e ne ravvivava la dolce fisonomia.

L’interno dell’eremo perfettamente corrispondeva alla esteriore sua forma. Angusto, ma fabbricato della bianca pietra della rupe, offriva l’idea stessa della solidità: due piccole camerette servivano comodamente ai domestici bisogni dei suoi abitatori, mentre la vicina cappella destinata ne era alle fervide preci, posta sotto la invocazione della _Vergine Coronata_. Sopra un’altare di marmo ne sorgeva il Simulacro; e ad esso innanzi una lampada, alimentata dalla pietà dei fedeli, diffondeva e costantemente il suo lume. Una selva di abeti che fiancheggiava la cappella, levando al cielo le superbe sue cime, avriasi creduto toccare le nubi, se le bianche pietre della rupe che più elevate si mostravano scoperto non avessero l’inganno de’ sensi. Una sorgente di dolce acqua cadendo dall’alto della roccia in un capriccioso bacino di sassi, formava una fonte necessaria ai bisogni dell’eremo; e perdendosi quindi nella foresta, univa il grato suo mormorio al monotono frascheggiare degli alberi.

— È verità incontrastabile che l’uomo sempre pago ritrovasi di quello stato, qualunque esso sia, che più si conforma alle naturali sue disposizioni. Visitando per la prima volta il loco che servirle doveva d’asilo, il tenero animo della giovinetta temprato alle più nobili affezioni, sentì in tutta la sua forza quel sacro misterioso orrore che sempre nasce in uno spirito estremamente dilicato alla vista della solitudine consacrata alla Divinità: la scosse da principio, ma non le dispiacque; giacchè quella continua impressione, che dovea peraltro rendersi più debole col tempo, era perfettamente all’unisono colla dolce sua melanconia.

Presso l’umile cello, esposto ai piacevoli aliti di Favonio, giaceva l’orticello dell’eremo; che oggetto addivenuto delle indefesse cure dell’Orfana, ne formava la delizia più bella. La rosa silvestre, il lauro sempre verde, ed il bianco fiore dello spino coltivati dalle tenere sue mani, fornivano ne’ giorni festivi l’ornamento della cappella; mentre il buon vecchio soltanto occupavasi della cultura dell’erbe, e delle piante destinate a provvedere la mensa. Disimpegnando con somma attività le donnesche incombenze, vi univa talora la penetrante armonia della pieghevole sua voce, o ripetendo le popolari canzoni udite al villaggio nella casa di Sofia, o cantando la pietà di lei che la nudrì del suo latte, o narrando coll’accento del dolore agli inanimati esseri che la circondavano la morte di sua madre. — Ahimè! (esclamava) dessa non è più. La vedova infelice non sopravvisse alla perdita del suo diletto: come raggio di Sole che tramonta, dileguossi per sempre alla vista degli uomini... Salve, o colomba della Selleide! sia leggera la terra che ti ricopre!! — Dotata di raro ingegno, familiarizzata colla sventura, Olimpia formato erasi un discernimento ben raro nella sua ancor tenera età. Aveva più volte riflettuto che sua madre era morta nel darle la vita: ed in seguito di queste dolorose considerazioni, che bene spesso reiterava, perchè anche il dolore ha talvolta la sua voluttà, avea concepito un tale affetto per la memoria d’Evantìa, che giammai non ricordavala senza lagrime.

Non appena il primo albòre che precede l’aurora ad imbiancar cominciava le cime della rupe dell’eremo, che le aquile uscite dai loro nidi udivansi stridere dall’alto sul capo della giovinetta, allora essa levavasi dall’umile letticciuolo, onde dar principio alle domestiche occupazioni. Una greggia di capre, dopo aver somministrato in abbondante copia di latte il giornaliero tributo all’amabile sua governatrice, usciva dell’ovile per ritornarvi poi spontaneamente all’imbrunir della sera. A lei affidata era la cura dell’ordine nell’interno del romitaggio; e l’attiva sua vigilanza provveder sapeva al durevole mantenimento di una metodica vita. Quella elegante semplicità che ammiravasi in tutto che usciva dalle sue mani, modellava pure le sue vestimenta; ed una corona di silvestri rose da lei stessa educate, intrecciata a’ suoi biondi capelli, era l’unico ornamento che permetteasi. Allorquando il Sole, compiuto il diurno suo corso, era vicino a nascondersi fra le rupi di Suli, la vide sempre col Solitario nell’eremo prostrata innanzi al Simulacro della Vergine nel silenzio della cappella: era quello il momento ch’essi, colla innocenza del giusto, porgevano voti per la salute della dolce lor patria; mentre le loro preghiere, siccome fumo di purissimo incenso, salivano sull’ale degli Angeli al trono dell’Eterno. Frattanto Atanasio mai non levavasi dal nudo terreno se non dopo versate molte lagrime sulla memoria dell’amato fratello, laddove Olimpia non cessava di pregar pace alle ossa di sua madre. Stretti per mano uscivano quindi ambedue dal sacro asilo della Divinità, per restituirsi a quello della innocenza. Quivi dopo gustato il necessario alimento, prima di coricarsi, il fratello di Alessio trattenevasi a coltivare lo spirito di sua nipote, colla pratica di quelle morali istruzioni che formano i giovinetti cuori alla virtù, e nel possesso ne rafforzano gli adulti: abituata ad udirne ogni giorno le lodi, la figliuola d’Evantìa tenevala costantemente a norma delle proprie azioni: tanto può una educazione saggia e religiosa in un docile animo disposto ad apprenderla!

Il puro acre che respirava, ed il metodico tenore di vita condotto avendo la pace nel cuore di Olimpia, crescere ne faceva le giovani membra in bellezza, ed in florida salute. Mirando sempre al bene de’ suoi simili, non appena sapeva che qualche montanaro nelle vicinanze dell’eremo caduto era infermo, o di soccorso abbisognava nello squallore della indigenza, che all’istante portavasi dall’infelice: e premurose attenzioni usate senza affettazione, ed una elemosina largita senza fare apparire il beneficio, restituivano la salute e la tranquillità della vita a coloro che poco fa disperavano di più riacquistarla. Il sollievo de’ miseri era per l’Orfana un vero bisogno: poichè, chiamata da una interna forza a quegli atti generosi che onorano la umanità, poteva naturalmente dirsi come fuori del suo centro quando mancavale occasione di praticarli.

Adorata pertanto da tutti i poveri da lei beneficati, giammai non offrivasi al loro sguardo ch’essi non la incontrassero colle più energiche espressioni della riconoscenza e della gioia: chiamata il Sorriso della provvidenza, il Genio tutelare dell’eremo, l’Angelo della Selleide: superba di poter formare nella vigorosa sua giovinezza l’appoggio del vecchio suo benefattore, nulla più ormai sembrava dovere attristarla tranne la memoria di sua madre. Ma il tempo che cangia d’aspetto a tutte le cose, scemato avea pure nel cuore di Olimpia la energia di quegli affetti che la rimembranza di Evantìa vi destava una volta. Ora, cresciuta in età, conosceva pur troppo che per forza di lagrime non rivivono dal sepolcro gli estinti: pensava che la sposa di Alessio guardavala forse dall’alto delle sfere; mentre lunge dall’attristarsene consolavasi invece, ponendo piuttosto ogni cura nel rendersi degna di lei.

Era dunque profeta il vecchio Eremita quando all’Orfana predisse che all’ombra della Croce, nel sacro asilo della rupe, dimenticato avrebbe d’esser nata infelice? Sì certamente: collocata in uno stato che perfettamente le si addiceva, essa non sentiva il peso della propria sventura, e respirar credette una vita novella... sventurata! I giorni della pace e del contento sparir dovevano fra breve, e succeder nuovamente quelli dell’affanno e del dolore.

CAPITOLO III

Mentre Olimpia col rispettabile vecchio pregavano nella cappella della rupe per la prosperità de’ loro compatriotti, Alì Tebelèn, Pascià di Giannina, si apparecchiava alla conquista di Suli. Questo Satrapa a ragione appellato il Tiberio del secolo XVIII, che in nome del Sultano Selim III opprimeva con iscettro di ferro i miseri Greci dell’Epiro, trasportato da cieca ambizione aspirava a rendersi indipendente, rinnuovar volendo così una di quelle tante ribellioni che frequentissime furono in ogni tempo nel dispotico governo de’ Turchi. Eragli d’uopo per altro di prima aumentare la sua potenza, tutto soggiogando l’Epiro; ma ben conosceva che impossibile ciò era senza il possesso di Suli. Facendo leva pertanto di una ragguardevole armata, risolse di condurla egli stesso alla conquista di questo invitto propugnacolo della ellenica libertà, che veduto non avea giammai sventolar sulle sue rupi l’abborrita bandiera della Mezzaluna. Allorquando parvegli giunto il favorevole istante dell’aggressione, riunite le sue truppe, e fatto giurar loro sul Korano di vincere o morire, incamminossi con un esercito di quindicimila soldati contro gl’intrepidi discendenti degli antichi Selleni.

Questi dal canto loro, dietro i militari apparecchi del Tiranno, disponevansi con tutte le forze ad una vigorosa resistenza. Abbandonando, come è antica loro costumanza, i villaggi all’avvicinarsi del nemico; e radunati i loro guerrieri nel debole numero di mille e trecento, si afforzarono nelle strette gole delle rupi, aspettando a piè fermo di essere attaccati dai Turchi.

Primo fra gl’illustri capitani de’ montanari della Selleide distinguevasi il giovine Demetrio. Fiorente di una maschia bellezza, ricco delle più belle doti dell’animo, accoppiava a tanti pregi un sorprendente valore: le più avvenenti donzelle di Suli sospirando per lui, ne ambivano l’onore del talamo; ma geloso egli della sua libertà, avea sempre sdegnato i lacci dell’imeneo. Pronto sempre a versare tutto il sangue in difesa dell’altare, e della sacra patria de’ suoi maggiori; dividendo tutti gli affetti suoi fra questa ed una madre che sola restavagli; lusingavasi di viver sempre ribelle al dominio di una passione, che è la delizia insieme ed il tormento della vita. — Vane speranze! Fra poco dovea persuadersi che un anima tenera e generosa non mai sfugge agli strali d’amore.

Frattanto l’armata del Satrapa di Giannina avanzavasi rapidamente. Ebbri i Turchi di furore tra le orribili continuate grida che metter sogliono sempre prima di cominciare la zuffa: animati alla strage del fanatismo de’ loro Dervis, che’, invocando Aliali, e Maometto, spargevano pugni d’arena incontro ai Cristiani: fatti audaci per qualche leggero vantaggio dalla sola maggioranza del numero ottenuto ai primi posti, e ripromettendosi una piena vittoria, attaccano su tutti i punti i Suliotti, ed incalzandoli vivamente colla sciabla alla mano, li respingono in mezzo all’urto generale fin sotto la rocca di S. Veneranda. Non eransi i Maomettani mai più cotanto inoltrati. Desolati all’aspetto di tanta sciagura che minacciava per sempre i destini della loro patria, i Greci misero un grido di raccapriccio e di orrore; e l’eco della Selleide, prolungandolo nelle più remote parti delle montagne, annunziava nella rupe agli ospiti dell’eremo il comune periglio, mentre guidava le giovani spose al soccorso dei loro mariti. Queste valorose donne, radunatesi in considerevole numero, prendevano parte al combattimento, rotolar facendo enormi sassi giù per la china del monte; i quali movendo col loro urto infinite altre pietre, giunsero a schiacciare il centro de’ vili Osmanli aggressori.