Olanda

Chapter 25

Chapter 253,589 wordsPublic domain

La _kermesse_ è il carnevale dell'Olanda: con questa differenza dal carnevale dei nostri paesi, che essa dura soltanto otto giorni, e che ogni città ed ogni villaggio la festeggia in un tempo diverso. È difficile veramente il dire in che cosa consista questa festa. Nel tempo della _kermesse_ sorge dentro ogni città olandese un'altra città, composta di caffè, di teatri, di botteghe, di chioschi, di padiglioni, che terminata la festa, si scompone come un accampamento, si carica sui barconi e si trasporta in un altro luogo. Gli abitanti di questa città vagabonda sono commercianti, suonatori, istrioni, ciarlatani, giganti, donne colossali, ragazzi mostruosi, animali deformi, figure di cera, cavalli di legno, automi semoventi, scimmie, cani ammaestrati, bestie feroci. In mezzo alle innumerevoli baracche in cui alberga questa strana popolazione, vi sono centinaia di casette dipinte, inverniciate e dorate, tutte composte d'una sala e di quattro stanzine della forma di un'alcova, nelle quali parecchie ragazze vestite alla frisona, col casco d'oro e la cuffia trinata, servono agli avventori dei confetti particolari chiamati _broedertijes_, che sono il mangiare emblematico della festa, come il panettone per il Natale e la focaccia per l'Epifania. Oltre le baracche dei saltimbanchi e i caffè, ci sono bazar, fiere, circhi equestri, grandi teatri in cui si rappresenta l'opera in musica, e ogni sorta di spettacoli straordinarii per il popolo olandese. Tale è la città provvisoria in cui si celebra la _kermesse_; ma la festa propriamente detta è ben altra cosa. In quei caffè, in quelle baracche, per le strade, nelle piazze, giorno e notte, per tutto il tempo della _kermesse_, sbevucchiano, s'ubbriacano, saltano, ballano, cantano, s'urtano, s'abbracciano, si mescolano serve e operai, contadini e contadine, uomini e donne di tutte le classi del popolo minuto, con un furore e una licenza appetto a cui sono innocenti ragazzate i disordini delle nostre notti di carnovale. In quei giorni il popolo olandese si spoglia del suo carattere in modo da non esser più riconoscibile. Abitualmente grave, economo, casalingo, modesto, nel tempo della _kermesse_ diventa chiassoso, si ride della decenza, passa le notti fuor di casa e spende in un giorno il frutto dei risparmi d'un mese. Le serve alle quali è concessa in quei giorni una straordinaria libertà, e se non glie la concedono se la pigliano, sono le attrici principali della festa. Ognuna si fa accompagnare dal suo fidanzato o dall'amante, o da un giovane qualunque noleggiato come un pertichino, a un prezzo diverso se porta il cappello cilindrico o il berretto, se è bello o brutto, se è un tanghero o un lesto fante. I contadini e le contadine vengono a far la _kermesse_ alla città o al villaggio in un giorno determinato, che si chiama il--giorno dei contadini--e fanno d'ogni erba fascio come il popolino. Il colmo del baccano è la notte del sabato. Allora non è più una festa, è una ridda, un'orgia, un saturnale, che non ha riscontro in nessun altro paese d'Europa. Io ricusai per lungo tempo di prestar fede a certi olandesi, i quali mi dipingevano la _kermesse_ con orribili colori, e credevo, come altri più indulgenti mi dicevano, che fossero rigoristi astiosi ed intolleranti. Ma quando udii affermare le stesse cose da gente spregiudicata, da testimoni oculari, da olandesi e da stranieri che mi dicevano:--Ho veduto io da questo palco e da questa finestra;--allora credetti anch'io ai palchi dei teatri convertiti in alcova, al pudore postergato nelle strade, alle coppie amorose addormentate sul lastrico, alle guardie di polizia espressamente incaricate d'impedire il supremo scandalo che si possa dare all'aria aperta, ai medici che dicono:--Quest'anno non avremo molte balie, perchè le _kermesses_ dell'anno scorso furono poco animate;--agli Olandesi stessi che chiamano quelle feste una vergogna nazionale. Convien dire però che da un tempo in qua le _kermesses_ sono in decadenza. L'opinione pubblica, su questo punto, è divisa. V'hanno coloro che le favoreggiano, perchè come attori o come spettatori, ci si divertono, e questi negano o scusano i disordini, e dicono che la proibizione delle _kermesses_ farebbe scoppiare una rivoluzione. V'hanno altri che le combattono e le vogliono vedere soppresse, e sollecitano a questo scopo l'istituzione di spettacoli e di divertimenti onesti e gentili; la mancanza dei quali, a loro avviso, è la principal cagione degli eccessi a cui s'abbandona il popolo in quella unica occasione delle _kermesses_. L'avviso di questi ultimi va di giorno in giorno prevalendo. In parecchie città furon già presi provvedimenti per frenare i baccanali; in alcune fu determinata un'ora della notte, oltre la quale le botteghe debbano esser chiuse; in altre si allontanarono le baracche dal centro della città; il Municipio d'Amsterdam ha stabilito un certo numero d'anni, trascorsi i quali, la Sibari provvisoria in cui si fanno le feste, non potrà più essere rifabbricata. Si può dunque affermare che fra un non lunghissimo tempo, queste famose _kermesses_ saranno ridotte a un allegro e temperato carnevale, con grandissimo vantaggio della moralità pubblica e della dignità nazionale.

Non in tutte le città olandesi, però, le _kermesses_ sono clamorose e scandalose allo stesso grado. All'Aja, per esempio, lo sono molto meno che ad Amsterdam e a Rotterdam; e m'immagino (perchè non vi stetti la notte) che ad Alkmaar lo siano ancora meno che all'Aja; ciò che per altro non vuol dire che debbano essere un fior di decenza.

La piazza dov'ero riuscito era piena di baracche variopinte, sulla porta delle quali si sbracciavano a sonare e si sgolavano a chiamar gente, saltimbanchi vestiti di maglia carnicina e danzatrici di corda in sottanelle. Davanti ad ogni baracca v'era una folla di curiosi, da cui di tratto in tratto si staccavano due o tre contadini per entrare a veder lo spettacolo. Io non ricordo d'aver mai visto gente più semplice, più mansueta e di più facile contentatura di quella. Tra una sonata e l'altra, un ragazzo di dieci anni, vestito da pagliaccio, ritto sur una specie di palcoscenico accanto alla porta, bastava egli solo a trattenere davanti alla baracca, divertire e far ridere dai precordi una moltitudine di duecento persone. E con che? Non raccontando delle storielle, non facendo dei _calembours_ come i saltimbanchi di Parigi, non spiccando dei salti, non contraendo il viso; nulla di tutto questo; ma semplicemente facendo di tratto in tratto, colla maggior flemma del mondo, una piccola freccia di carta, che poi lanciava sulla folla accompagnando l'atto con un leggero sorriso. Questo bastava a far andare in visibilio quella buonissima gente. Girando in mezzo a quelle baracche, incontrai qualche contadina un po' brilla, sentii cantare in falsetto qualche ragazza malferma sulle gambe, colsi in flagrante qualche coppia amorosa che si passava le mani sotto il mento, vidi qualche gruppo di donne che preludevano alla ridda notturna, dandosi delle spallate e delle fiancate da buttarsi in terra; ma nulla di criminale. Era veramente una baraonda, come dice Alfonso Esquiroz, di gente che non ne sa fare. Ma siccome io non ritenevo giusto il giudizio dell'Esquiroz se non per il giorno, e prevedevo che sull'imbrunire sarebbe incominciato uno spettacolo molto più drammatico, così, per non trovarmi solo, di notte, in mezzo alla baldoria d'una città sconosciuta, che ci sarei morto dall'uggia, decisi di partire immediatamente per Helder, e me ne tornai per la strada più corta all'albergo.

Quando v'ero entrato, non avevo parlato con nessuno, perchè il facchino che m'accompagnava, aveva chiesto per me la camera e portato su la valigia. Perciò io credevo che o il padrone dell'albergo o uno almeno dei camerieri capisse il francese. Quando rientrai, camerieri e padrone erano forse andati a trincare in qualche baracca; e nell'albergo non rimaneva che una vecchia serva, la quale mi condusse in una sala a terreno, e facendomi capire che non mi capiva, se n'andò pei fatti suoi. V'era in quella sala una tavolata di grossi alkmaaresi, che avevano finito in quel punto una mangiataccia solenne, e facevano il chilo in mezzo a una nuvola di fumo, chiacchierando e ghignazzando con una vivacità straordinaria. Vedendomi così solo ed immobile in un canto, di tratto in tratto mi rivolgevano uno sguardo compassionevole, e qualcuno sussurrava nell'orecchio al vicino qualche parola, che m'immagino esprimesse lo stesso sentimento che lo sguardo. Non c'è nulla che sconforti di più uno straniero già sconfortato che il vedersi fatto oggetto di commiserazione da una comitiva d'indigeni allegri. Lascio dunque immaginare che faccia derelitta io dovessi aver in quel punto. Dopo qualche minuto uno dei grossi alkmaaresi si alzò, prese il cappello e si avviò per uscire. Quando mi fu dinanzi, si fermò, e mi disse con un sorriso pietosamente cortese, spiccando le sillabe:--_Alkmaar.... pas de plaisir; Paris.... toujours plaisir._--M'aveva preso per francese. Ciò detto, si mise il cappello, e credendomi abbastanza consolato, mi voltò le spalle e uscì a gravi passi dalla sala. Era il solo della brigata che sapesse tre parole di francese. Sentii un vivo moto di gratitudine per lui, e poi ricaddi nel mio misero stato. Passò un'altra quindicina di minuti, e arrivò finalmente un cameriere. Respirai, gli corsi incontro, gli dissi che volevo partire. Oh delusione! non capiva una saetta. Lo presi per un braccio, lo condussi nella mia camera, gli mostrai la valigia e gli feci cenno che me ne volevo andare. Andare! È presto detto; ma come? per battello? per strada ferrata? per _trekschuit_? Mi rispose che non mi comprendeva. M'ingegnai di fargli capire che volevo una vettura. Capì, e mi rispose con un gesto che non c'era vettura. Ebbene, pensai, cercherò io la stazione della strada ferrata; e gesticolando, gli domandai se c'era un facchino. Mi rispose che non c'era facchino. Gli domandai, coll'orologio in mano, a che ora sarebbe tornato il padrone. Mi rispose che il padrone non sarebbe più ritornato. Gli accennai che mi portasse la valigia lui. Mi rispose che non poteva. Gli domandai con un gesto disperato che cosa dovevo fare. Non mi rispose, e stette a guardarmi in silenzio. In simili occasioni io perdo la pazienza, il coraggio e la testa con una facilità spaventosa. Ricominciai a parlare facendo un guazzabuglio inaudito di parole tedesche, francesi e italiane, aprendo e chiudendo la Guida, tracciando e cancellando sul mio quaderno linee e ghirigori che volevano rappresentare bastimenti e macchine a vapore, andando su e giù per la stanza come uno scemo, finchè il povero giovane, non so se impaurito o seccato, infilò la porta e mi lasciò nelle péste. Allora afferrai la mia valigia e scesi le scale. Gli alkmaaresi della tavola, avvertiti dal cameriere della mia strana agitazione, erano usciti dalla sala, e vedendomi scendere, s'eran fermati nell'atrio, guardandomi come si guarda un matto scappato dall'ospedale. Io diventai rosso come una fragola, il che accrebbe il loro stupore. Arrivato nell'atrio, lasciai cadere la pesante valigia, e rimasi immobile, guardando le punte dei piedi dei miei spettatori. Tutti mi tenevano gli occhi addosso e nessuno parlava. Ero avvilito, come non sono stato mai in vita mia. Perchè poi? Non lo so. So che mi vedevo una nebbia davanti agli occhi, che avrei dato un anno di vita per sparire di là come un lampo, che maledivo i viaggi, Alkmaar, la lingua olandese, la mia stupidaggine, e che pensavo a casa mia come un profugo abbandonato dagli uomini e da Dio. Tutt'a un tratto, un ragazzo sbucato di non so dove, prese la mia valigia e si allontanò rapidamente accennandomi che lo seguissi. Lo seguii senza domandar altro, attraversai una strada, infilai un portone, passai per un cortile, e arrivai a un altro portone che dava sur un'altra strada, dove il ragazzo si fermò, buttò in terra la valigia, si fece dare la mancia, e senza rispondere alle mie domande, mi piantò su due piedi. Dove m'aveva condotto? Che cosa dovevo far là? Quanto ci sarei stato? Che sarebbe seguito di me? Era un mistero. Cominciava a imbrunire. Passavano per la strada contadini e contadine a braccetto, frotte di ragazzi che canterellavano, coppie d'amanti che si parlavano nell'orecchio; tutti brilli e festosi; e tutti passando davanti a me, così solo e accigliato, mi lanciavano un'occhiata di stupore e di pietà. Ero dunque alla berlina! m'avevano forse condotto là con quel disegno! Prima lo sospettai, poi mi parve di non poterne più dubitare, mi si accese il sangue, mi si strinse il cuore, afferrai la valigia per tornare all'albergo e vendicarmi a qualunque rischio... In quel momento vidi comparire una diligenza e mi balenò un raggio di speranza. La diligenza si fermò davanti al portone, un ragazzo ritto sul montatoio mi fece un cenno, accorsi, domandai ansiosamente:--Alla stazione della strada ferrata?--_Oui, monsieur_,--mi rispose francamente,--_pour partir pour Helder_--Ah! che il buon Dio ti benedica, ragazzo dell'anima mia!--gli gridai saltando dentro e mettendogli un fiorino in mano;--Tu mi hai ridato la vita!--La diligenza mi condusse alla stazione e pochi minuti dopo partii per Helder.

Chi non ha viaggiato, riderà di quest'avventura, e dirà che è un'esagerazione o una favola; ma chi per poco abbia esperienza di viaggi, si ricorderà di essersi trovato più d'una volta in simili impicci, di aver provato gli stessi sentimenti, d'aver perduto la bussola nello stesso modo, e d'aver forse raccontato l'avventura colle stesse parole.

HELDER.

La definizione che fu data dell'Olanda «d'una sorta di transazione fra la terra e il mare» non si può riferire a nessuna parte di quel paese più opportunamente che allo spazio interposto fra Alkmaar ed Helder. Si viaggia infatti, andando dall'una all'altra di quelle città, sopra la terra; ma sopra una terra così minacciata, rotta, allagata dal mare, che a guardarla dal vagone, si scorda a poco a poco di essere trasportati da un treno della strada ferrata, e si crede d'essere appoggiati sul parapetto d'un bastimento. Poco lontano da Alkmaar, tra i due villaggi di Kamp e di Petten, dalla parte del Mare del Nord, per un lungo tratto dove si crede che fosse anticamente una delle foci del Reno, la catena delle dune è interrotta, e la costa flagellata furiosamente dal mare che, malgrado le forti opere di difesa che gli si oppongono, s'addentra continuamente nel seno della terra. Un po' più oltre c'è un ampio _polder_ inondato, a traverso il quale passa il gran canale del Nord. Di là dal _polder_, intorno al villaggio di Zand, si stende una gran pianura deserta, sparsa di sterpeti, di stagni e d'alcune casupole di contadini coperte di tetti piramidali, che da lontano presentano l'aspetto di monumenti mortuarii. Di là dal villaggio di Zand, un vastissimo _polder_ (chiamato Anna Paulowna, in onore della moglie di Guglielmo II d'Orange, granduchessa di Russia) che fu prosciugato fra il 1847 e il 1850. Dopo il _polder_, da capo vaste pianure, sterpeti e paludi, fino all'estrema punta della Nord-Olanda, dove sorge, velata dalla nebbia e sferzata dai venti e dalle onde, la giovine e solitaria città di Helder, la sentinella morta dei Paesi Bassi.

* * * * *

Helder ha questa singolarità, che quando vi s'è dentro, si cerca la città e non si trova. È, si può dire, una sola lunghissima strada, fiancheggiata da due schiere di piccole case rosse, e protetta da una diga gigantesca che forma come una spiaggia artificiale sul Mare del Nord. Questa diga, che è una delle più meravigliose opere dei tempi moderni, si stende per la lunghezza di quasi dieci chilometri dal Nieuwediep, dov'è l'entrata del gran canale del Nord, fino al forte il principe Ereditario, che si trova all'estremità opposta della città; è costrutta interamente con massi enormi di granito di Norvegia e di pietra calcare del Belgio; è percorsa sulla sommità da una bella strada carrozzabile; e scende nel mare, coll'inclinazione di quaranta gradi, fino alla profondità di sessanta metri. In vari punti è rafforzata da dighe minori, composte di travi, di fascine e di terra, che s'avanzano per circa duecento metri nel mare. Le più alte maree non arrivano mai a bagnarne la sommità; e l'onda infaticabile si spezza vanamente su quell'immane baluardo che le sorge incontro, quasi più in atto di minaccia, che di difesa, come una sfida della pazienza umana al furore degli elementi.

Il Nieuwdiep che s'apre a una delle estremità di Helder, è un porto artificiale, che protegge con grandi moli e dighe robuste i bastimenti che entrano nel canale del Nord. Le porte del bacino, chiamate porte a ventaglio, le più grandi dell'Olanda, si chiudono da sè stesse per effetto della pressione delle acque. In questo porto sono ancorati un gran numero di bastimenti, dei quali moltissimi provenienti dall'Inghilterra e dalla Svezia; e una buona parte della flotta militare dell'Olanda, composta di fregate e di piccoli vascelli, più puliti ancora delle più pulite case di Broek. Sulla riva sinistra del Nieuwdiep v'è un grande arsenale marittimo, dove risiede un contr'ammiraglio.

Sul finire del secolo scorso, nulla esisteva di tutto questo. Helder non era che un villaggio di pescatori appena segnato sulla carta. L'apertura del gran canale del Nord e una breve passeggiata fatta da Napoleone I in un battello di pescatori da Helder fino all'isola di Texel, che si vede distintamente dall'alto della diga, trasformarono il villaggio in città. Osservando il tratto di mare compreso fra quell'isola e la riva olandese, Napoleone concepì l'idea di fare di Helder «la Gibilterra del Nord» e cominciò coll'ordinare la costruzione di due forti, uno chiamato allora Lasalle, ed ora Principe Ereditario, e l'altro Re di Roma, ora ammiraglio Dirk. Gli avvenimenti non gli permisero di mandare ad effetto il suo grandioso disegno; ma l'opera rapidamente incominciata da lui, fu lentamente proseguita dagli Olandesi a segno che Helder è ora la prima città forte dello Stato, capace di trentamila difensori, atta ad impedire a una flotta l'entrata nel canale del Nord e nel Golfo di Zuiderzee, e oltre che difesa a una grande distanza da un baluardo di scogli e di banchi di sabbia, fortificata in maniera da potere, in casi estremi, inondare tutta la provincia che le si stende alle spalle.

Ma lasciando anche da parte la sua importanza strategica, Helder è una città degna d'esser veduta per il suo carattere anfibio, che lascia sempre dubbiosi d'essere sul continente o sopra un gruppo di scogli e d'isolette mille miglia lontano dalla costa europea. In qualunque verso si cammini, si riesce in vista del mare. La città è attraversata e circondata da canali grandi come fiumi, che gli abitanti passano sulle zattere. Dietro la gran diga v'è una lunga distesa d'acqua stagnante che s'alza e s'abbassa colla marea, come se comunicasse col mare per via sotterranea. Da tutte le parti corre acqua, prigioniera, è vero, in mezzo a due sponde, ma alta e minacciosa, che pare aspetti la prima occasione per riconquistare la sua spaventosa libertà. La terra, intorno alla città, è nuda e desolata, e il cielo, quasi sempre nuvoloso, è attraversato da grandi stormi di uccelli marini. La città stessa, formata da una sola fila di case, pare che abbia coscienza della sua postura arrischiata, e aspetti d'ora in ora una catastrofe. Quando il vento fischia e il mare mugge, si direbbe che ogni buon helderese non abbia a far di meglio che chiudersi in casa, dire le sue orazioni e poi ficcare la testa sotto le lenzuola ed aspettare quello che Dio manda.

La popolazione, che conta diciottomila anime, è altrettanto singolare che la città. È una mescolanza di negozianti, d'impiegati regi, d'ufficiali di marina, di soldati, di pescatori, di gente arrivata dalle Indie, di gente che si dispone a partire, e di parenti di chi arriva e di chi parte, andati là per dare il primo abbraccio o l'ultimo addio; perchè è quello l'estremo angolo di terra olandese che il marinaio saluta partendo, e il primo ch'egli vede al ritorno. Ma essendo la città così lunga e sottile, si vede pochissima gente; e non si sente altro rumore che le cantilene lamentevoli dei marinai che rattristano il cuore come grida di naufraghi lontani.

Benchè giovanissima, Helder è ricca di grandi ricordi storici al pari d'ogni altra città olandese. Essa ha visto il gran pensionario De Vitt attraversare per il primo, in un piccolo battello, lo stretto di Texel, scandagliare colle proprie mani la profondità delle acque, e mostrare ai piloti e ai capitani olandesi, che non volevano avventurarsi a quel passo, la possibilità di far tragittare la flotta mandata a combattere l'Inghilterra. In quelle acque gli ammiragli De Ruyter e Tromp tennero fronte alla flotta francese e alla flotta inglese riunite. Poco lontano di là, nel polder chiamato lo Zyp, l'anno 1799, il generale inglese Abercrombie respingeva l'assalto dell'esercito francese e dell'esercito batavo comandati dal generale Brome. E infine, perchè pare una legge naturale che ogni città olandese debba aver visto qualche cosa di strano e d'incredibile, Helder vide una sorta di battaglia anfibia, tra di terra e di mare, per la quale manca un nome nel linguaggio militare: vide nel 1795 la cavalleria e l'artiglieria leggera del generale Pichegru attraversare di galoppo il golfo gelato di Zuiderzee, slanciarsi verso la flotta olandese imprigionata fra i ghiacci presso l'isola di Texel, e circondatala come una fortezza, intimarle la resa e prenderla prigioniera.

Quest'isola di Texel, che, come dissi, si vede distintamente dall'alto della diga di Helder, è la prima di una catena d'isolette che si stende in forma d'arco dinanzi a tutta l'apertura del Zuiderzee sino alla provincia di Groninga; e che si crede formasse, prima dell'esistenza del gran golfo, una costa continua la quale serviva di baluardo ai Paesi Bassi. In quest'isola di Texel, che non conta più di seimila abitanti, sparsi in parecchi villaggi e in una piccola città, ha una rada nella quale gettan l'áncora i vascelli da guerra e i grandi bastimenti della compagnia delle Indie. Da questa rada partirono sulla fine del secolo decimosesto i bastimenti dell'Heemskerk e del Barendz per il memorabile viaggio che fornì al poeta Tollens il soggetto del suo bel poema _L'invernata degli Olandesi alla Nuova Zembla_.

Ed ecco in breve quella storia dolorosa e solenne, come fu narrata dal Van Kampen e cantata dal Tollens.