Olanda

Chapter 26

Chapter 263,248 wordsPublic domain

Non potendo ancora gli Olandesi, sulla fine del secolo decimosesto, lottare fronte a fronte cogli Spagnuoli e coi Portoghesi per impadronirsi del commercio delle Indie, pensarono di cercare una nuova via, a traverso i mari artici, per arrivare in minor tempo ai porti dell'Asia orientale e della China. Una società di mercanti olandesi affidò l'impresa avventurosa ad un esperto marinaio di nome Barendz, il quale partì con due bastimenti dall'isola di Texel, il 6 giugno del 1594, alla volta del polo. Il bastimento capitanato da lui arrivò fino alla punta settentrionale della Nuova Zembla, e ritornò in Olanda. L'altro prese la via più conosciuta dello stretto di Waïgatz, si spinse a traverso i ghiacci del golfo di Kara, e giunse in un mare aperto ed azzurro, dal quale scoperse la costa russa rivolta verso il sud-est. La direzione di questa costa fece credere che il bastimento avesse oltrepassato il capo Tabis, designato da Plinio, autorità allora incontestata, come l'estremità dell'Asia settentrionale, e che però si potesse giungere di là, con una breve navigazione, ai porti dell'est e del sud del continente. Non si sapeva che dopo il golfo dell'Obi l'Asia si stende ancora per 120 gradi a levante dentro il cerchio polare. La notizia di questa scoperta, portata in Olanda, vi destò una grandissima gioia. Sei grandi navigli furono immediatamente allestiti e caricati di mercanzie da vendersi ai popoli dell'India, un piccolo bastimento fu destinato ad accompagnare la squadra fin che avesse oltrepassato il supposto capo Tabis, e poi tornare a portarne la notizia; e la squadra partì. Ma questa volta il viaggio non rispose alle speranze. I bastimenti olandesi trovarono lo stretto di Waïgatz tutto ingombro di ghiacci, e dopo aver inutilmente tentato di aprirsi una via, ritornarono in patria.

Dopo questo infelice successo, gli Stati Generali, benchè promettessero un premio di venticinque mila fiorini a chi riuscisse nell'impresa, rifiutarono di concorrere alle spese di un nuovo viaggio; ma i cittadini non si scoraggiarono. La reggenza d'Amsterdam noleggiò due bastimenti, assoldò dei bravi marinai, celibi quasi tutti, perchè il ricordo delle famiglie non infiacchisse, in mezzo ai pericoli, il loro coraggio, e affidò il comando della spedizione al valoroso capitano Heemskerk. I due bastimenti partirono il 18 maggio del 1596. Sull'uno era maestro-piloto il Barendz, dell'altro era patrono un Van de Ryp. Da principio non andaron d'accordo sulla via da prendere; ma poi il Barendz si lasciò persuadere dal Van de Ryp a far vela verso il nord, invece che verso il nord-est; e fecero vela verso il nord. Arrivarono così al 74° grado di latitudine settentrionale, presso una piccola isola, alla quale diedero il nome d'Isola degli Orsi, in memoria d'un combattimento di parecchie ore che dovettero sostenere contro una frotta di quegli animali. Non vedevano intorno a sè che roccie altissime e dirupate che pareva chiudessero il mare da ogni parte. Continuarono a navigare verso il nord. Il 19 giugno scoprirono un paese che chiamarono Spitsbergen per le sue roccie tagliate a picco, e che credettero fosse la Groenlandia; e là videro grandi orsi bianchi, cervi, renne, oche selvatiche, enormi balene e volpi di tutti i colori. Di qui, essendo giunti oramai fra il 76° e l'80° grado di latitudine settentrionale, dovettero rivolgersi al sud e approdare daccapo all'Isola degli Orsi. Il Barendz però non volle più seguire la direzione settentrionale che il Ryp aveva seguita fino allora, e si rivolse al sud-est; il Ryp fece vela verso il nord; e così si divisero.

Il Barendz arrivò il 17 luglio presso la Nuova Zembla, rasentò la costa settentrionale dell'isola e continuò a navigare verso il sud. Allora cominciarono le avversità. Via via che procedevano, gli enormi massi di ghiaccio galleggianti sul mare, divenivano più fitti, si congiungevano in vastissimi strati, si ammontavano in roccie e montagne scoscese ed altissime, in modo che il bastimento si trovò in breve in mezzo a un vero continente di ghiaccio che gli nascose l'orizzonte da tutte le parti. Vedendo che era impossibile di raggiungere la costa orientale dell'Asia, pensarono di tornare indietro; ma era già il 25 d'agosto, tempo in cui l'estate, in quelle regioni, volge alla fine; e non tardarono ad accorgersi che non era più possibile neanche il ritorno. Si trovavano imprigionati fra i ghiacci, smarriti in una solitudine spaventosa, avvolti da un'immensa nebbia, senza disegno, senza speranze, e in procinto d'essere da un momento all'altro urtati e sepolti dalle montagne di ghiaccio che galleggiavano e cozzavano con tremendo strepito intorno alla nave. Non rimaneva loro che una sola via di salute, o piuttosto un mezzo di ritardare la morte: erano vicini alla costa della Nuova Zembla, potevano abbandonare il bastimento e ridursi a passare l'inverno in quell'isola deserta. Era una risoluzione disperata, che non richiedeva meno coraggio che quella di rimanere a bordo; ma almeno portava con sè il moto, la lotta, una nuova forma di pericoli. Dopo qualche esitazione, scesero dal bastimento e approdarono all'isola.

L'isola era disabitata; nessun popolo del nord v'aveva mai posto piede; era tutta un deserto di ghiaccio e di neve, flagellato dalle onde e dai venti, sul quale il sole non gettava che raramente un raggio fuggitivo e senza calore. Nondimeno, i poveri naufraghi mandarono grida di gioia quando vi posero il piede, e s'inginocchiarono nella neve per ringraziare la Provvidenza. Dovettero pensar subito a fabbricarsi una capanna. Nell'isola non v'era un albero; ma per fortuna si trovava là presso una gran quantità di legno galleggiante, che il mare aveva portato dal continente. Si misero all'opera, tornarono al loro bastimento, ne portarono via assi, travi, chiodi, pece, casse, botti; piantarono le travi nel ghiaccio; col ponte fecero il tetto; sospesero al tetto le loro brande; tappezzarono le pareti colle vele; riempirono le fessure colla pece. Ma mentre lavoravano corsero pericoli e soffrirono patimenti inauditi. Il freddo era tale che quando si mettevano un chiodo fra le labbra, subito s'agghiacciava, e per levarlo si laceravano le carni e si empivano la bocca di sangue. Gli orsi bianchi, spinti dalla fame, li assalivano furiosamente in mezzo ai massi di ghiaccio, intorno alla loro capanna, persino nell'interno del bastimento; e li costringevano a interrompere il lavoro per difendere la propria vita. La terra era talmente indurita che bisognava scavarla come pietra viva. Intorno al bastimento l'acqua era gelata a tre tese e mezza di profondità. S'era rappresa la birra dentro le botti e aveva perduto affatto il sapore: e il freddo cresceva di giorno in giorno. Finalmente riuscirono a rendere la loro capanna abitabile e furono al riparo dalla neve e dal vento. Accesero il fuoco e cominciarono a poter dormire qualche ora, quando non erano svegliati dagli urli delle fiere che giravano intorno alla capanna. Alimentavano le lampade col grasso degli orsi che uccidevano a traverso gli spiragli delle pareti, si scaldavano le mani nelle loro viscere sanguinose, si vestivano delle loro pelli e mangiavano carne di volpe, aringhe e biscotti ch'eran loro rimasti delle provvigioni del viaggio. Intanto il freddo cresceva a tal segno che gli orsi non uscivan più dalle loro tane. Gli alimenti e le bevande gelavano persino accanto al fuoco. I poveri marinai si bruciavano le braccia e i piedi senza risentire il menomo calore. Una sera che, per timore di morire di freddo, avevan chiuso ermeticamente la capanna, andarono a un filo dal morire soffocati, e dovettero, per non soccombere, affrontare di nuovo quel freddo tremendo.

A tutte queste calamità se n'aggiunse un'altra. Il giorno quattro di novembre essi aspettarono inutilmente l'aurora; il sole non apparve più; la notte polare era cominciata. Allora quegli uomini di ferro si sentirono mancar l'animo, e il Barendz dovette, dissimulando l'angoscia, spiegare tutta l'eloquenza che potè trarre dal cuore, per impedire che si abbandonassero alla disperazione. Il nutrimento e la legna cominciarono a scarseggiare; i rami d'abete trovati sulla spiaggia erano buttati sul fuoco quasi con rammarico; il lume era alimentato appena tanto da rompere le tenebre. Ciò nonostante, la sera, quando riposavano dalle fatiche della giornata, raccolti intorno al loro piccolo focolare, avevano ancora qualche momento di allegrezza. Il giorno della festa dei Re fecero un piccolo banchetto con vino e paste di farina fritte nell'olio di balena, e tirarono a sorte a chi toccasse la Corona della Nuova Zembla. Altre volte giocavano, raccontavano vecchie storie, facevano brindisi alla gloria di Maurizio d'Orange, parlavano delle loro famiglie. Ogni giorno cantavano i salmi tutti insieme, inginocchiati sul ghiaccio, col viso rivolto verso le stelle. Qualche volta un'aurora boreale squarciava la immensa oscurità da cui erano avvolti; e allora uscivano dalla loro capanna, scorrevano per le rive, festeggiavano con tenera gratitudine quella luce fuggitiva, come una promessa di salvamento.

Giusta i loro computi, il sole doveva ricomparire il giorno 9 di febbraio del 1597. S'erano ingannati: la mattina del 24 gennaio, appunto in uno di quei periodi di tempo ch'erano più che mai scoraggiati e tristi, uno d'essi, svegliandosi, intravvide un chiarore straordinario, gettò un grido, balzò a terra, destò i compagni, uscirono tutti dalla capanna, e videro a levante il cielo rischiarato da una luce viva, la luna smorta, l'aria limpida, le sommità delle roccie e delle montagne di ghiaccio colorate di rosa; l'alba, infine, il sole, la vita, la benedizione di Dio e la speranza di riveder la patria, dopo tre mesi di notte e d'angoscia. Per qualche momento rimasero immobili e silenziosi, e come sopraffatti dalla commozione; poi proruppero in lacrime, s'abbracciarono, sventolarono i loro berretti vellosi, fecero risonare quelle solitudini orrende d'accenti di preghiera e di grida di gioia. Ma fu una breve gioia: si guardarono in viso, ed ebbero spavento e pietà gli uni degli altri. Il freddo, l'insonnia, la fame, i travagli dell'animo, li avevano consunti e trasfigurati in modo che quasi più non si riconoscevano. E i loro patimenti non erano ancora finiti! In quello stesso mese la neve cadde in tanta abbondanza, che la capanna rimase quasi sepolta, e dovettero uscirne ed entrarci per l'apertura del cammino. Col diminuire del freddo, ricomparvero gli orsi, e ricominciarono quindi i pericoli, le notti insonni, i combattimenti feroci. Scemava il loro vigore, e l'animo, per poco risollevato, ricadeva.

Avevano però ancora un filo di speranza. Non eran riusciti ad estrarre dal ghiaccio il loro bastimento, nè quando l'avessero estratto, avrebbero potuto riassettarlo in modo da renderlo servibile; ma avevano trascinato sulla riva una barca e una scialuppa, e a poco a poco, sempre difendendosi dagli orsi che si slanciavano fin sulla soglia della loro capanna, eran venuti a capo di ripararle alla meglio. Con questi due piccoli legni essi contavano di dirigersi verso uno dei piccoli porti della Russia, di rasentare cioè la riva settentrionale della nuova Zembla, costeggiare la Siberia e attraversare il Mar Bianco; di fare, insomma, un viaggio di almeno quattrocento miglia tedesche. In tutto il mese di marzo il tempo variabilissimo li tenne in una continua vicenda di speranze e di disinganni. Più di dieci volte videro il mare sgombro fino alla riva e si apparecchiarono alla partenza; ed altrettante volte una recrudescenza improvvisa di freddo riammontò ghiacci su ghiacci, e chiuse la via da ogni parte. Nel mese d'aprile i ghiacci furono immensi e continui. Nel mese di maggio riebbero il tempo incostante. Nel mese di giugno, finalmente, poterono risolversi a partire. Dopo avere stesa una minuta relazione di tutte le loro avventure, della quale lasciarono una copia nella capanna, la mattina del 14 di giugno, con un bellissimo tempo e il mare aperto da tutte le parti, dopo nove mesi di soggiorno in quella terra funesta, fecero vela verso il continente. Su due barche scoperte, sfiniti da tanti patimenti, andavano a sfidare i venti furiosi, le lunghe pioggie, i freddi mortali, i ghiacci vorticosi di quel mare immenso e terribile nel quale pareva una disperata impresa l'avventurarsi con una flotta. Per lungo tempo, durante il viaggio, ebbero a respingere gli assalti degli orsi marini, soffrire la fame, nutrirsi di uccelli uccisi a sassate e d'ova trovate sulle coste deserte, sperare e disperare, rallegrarsi e piangere, dolersi qualche volta di aver abbandonato la nuova Zembla, invocare la tempesta, desiderare la morte. Sovente dovettero trascinare le loro barche sopra campi di ghiaccio, legarle perchè non le portasse via il vento, stringersi tutti in un gruppo in mezzo alla neve per resistere al freddo, cercarsi nella nebbia fitta, chiamarsi per nome, toccarsi per timore d'essersi perduti e per darsi coraggio gli uni agli altri. Non tutti resistettero a così tremende prove. Qualcuno morì. Il Barendz medesimo, che si era imbarcato infermo, sentì, dopo pochi giorni, che la sua fine s'avvicinava, e lo disse ai compagni. Non cessò però un momento di dirigere la navigazione, e di fare ogni sforzo per abbreviare a quella povera gente il viaggio tremendo di cui egli sapeva di non poter vedere la fine. La vita gli mancò mentre esaminava una carta geografica, il suo braccio cadde irrigidito nell'atto di accennare la terra lontana, e l'ultima sua parola fu un incoraggiamento e un consiglio. Nella baia di San Lorenzo, incontrarono, si può immaginare con qual gioia, una barca russa, che diede loro dei viveri, del vino e del cochlearia, rimedio per lo scorbuto, di cui s'erano ammalati parecchi marinai, i quali subito ne guarirono. Costeggiarono la Siberia, e incontrarono altri legni russi di più in più frequenti, e si provvidero di vivande fresche colle quali ristorarono le loro forze. All'entrata del Mar Bianco, una nebbia densissima divise le due barche, che oltrepassarono però tutt'e due il capo Candnoes, e favorite dal vento, percorsero in trenta ore un spazio di centoventi miglia, in capo al quale si ricongiunsero gettando grida d'allegrezza. Ma una gioia ben maggiore li aspettava a Kilduin. Trovarono là una lettera del Ryp, comandante dell'altro bastimento, partito insieme con loro dall'isola di Texel, il quale annunziava il suo arrivo. Dopo breve tempo la barca e la scialuppa raggiunsero il bastimento a Kola. Era la prima volta che i naufraghi della Nuova Zembla rivedevano la bandiera della patria dopo la partenza dall'isola degli Orsi, e la salutarono con un delirio di gioia. I compagni del Ryp e i compagni del Barendz si precipitarono gli uni nelle braccia degli altri, si raccontarono le vicende corse, piansero gli amici perduti, dimenticarono i patimenti sofferti, e tutti insieme fecero vela verso l'Olanda, dove arrivarono sani e salvi il 29 ottobre del 1597, tre mesi dopo la partenza dalla capanna. Così finì l'ultima impresa tentata dagli Olandesi per aprire una nuova via al commercio colle Indie a traverso i mari del polo. Quasi tre secoli dopo, nel 1870, il capitano d'un bastimento svedese, cacciato dalla tempesta sulla costa della Nuova Zembla, vi ritrovava la carcassa di un naviglio e una capanna con dentro due caldaie, un pendolo, una canna di fucile, una spada, un'accetta, un flauto, una bibbia, alcune casse riempite di utensili e dei brandelli di vestimenta putrefatte. Questi oggetti, riconosciuti dagli Olandesi come appartenenti ai marinai del Barendz e dell'Heemskerke, furono portati in trionfo all'Aja ed esposti come reliquie sacre nel Museo di Marina.

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Con tutte queste immagini nella mente, la sera, dall'alto della gran diga di Helder, al lume della luna che ora si nascondeva bruscamente dietro le nuvole, ora si mostrava all'improvviso in tutta la sua luce, io non potevo saziarmi di guardare la riva sabbiosa di quell'isola di Texel e quel gran mare del Nord, che non ha più altri confini da quel lato che i ghiacci eterni del polo; il mare che gli antichi credevano la fine dell'universo: _illuc usque tantum natura_, come dice Tacito; il mare su cui apparirono nei giorni di grande tempesta le forme gigantesche delle divinità germaniche; e spaziando cogli occhi su quel piano immenso e sinistro, non sapevo esprimere altrimenti a me stesso il mio sgomento misterioso, che coll'esclamare di tratto in tratto, a mezza voce:--Barendz!... Barendz!--ed ascoltare io stesso il suono di questo nome, come se lo portasse il vento da una lontananza sterminata.

IL ZUIDERZEE.

Mi rimaneva a vedere l'antica Frisia, la ribelle indomata di Roma, la terra delle belle donne, dei grandi cavalli e degl'invitti scivolatori, la più poetica provincia della Neerlandia: e nell'andarvi, avevo modo di soddisfare un altro vivissimo desiderio: quello di attraversare il Zuiderzee, l'ultimo nato dei mari.

Questo grande bacino del Mare del Nord, che bagna cinque provincie e quadra più di settecento chilometri, seicento anni fa non esisteva. La Nord-Olanda toccava la Frisia, e dove ora si stende il golfo, c'era una vasta regione sparsa di laghi di acqua dolce, il maggiore dei quali, il Flevo, rammentato dal Tacito, era separato dal mare da un istmo fertile e popoloso. Se il mare abbia per sola sua forza rotto gli argini naturali di questa regione, o se invece l'abbassamento del suolo dell'Olanda gli abbia lasciata libera l'invasione, non è sicuro. La grande trasformazione si compì a diverse riprese nel corso del secolo decimoterzo. Nel 1205, l'isola di Wieringen, posta all'estremità della Nord-Olanda, faceva ancora parte del continente; nel 1251 n'era già separata. Nelle invasioni posteriori, il mare sommergeva in vari punti l'istmo che separava le sue acque dal lago di Flevo, fin che nel 1282, apertosi un varco a traverso questo baluardo sfracellato, irrompeva nei laghi, invadeva le terre, e a poco a poco allargandosi e procedendo, formava quel vasto golfo che ora si chiama Zuiderzee, o mare del Sud, il quale si addentra col braccio dell'Y fino a Beverwijk e ad Haarlem. Alla formazione di questo golfo si collega una storia varia e confusa di città distrutte e di popoli annegati, col finire della quale ne comincia un'altra di città nuove sorte sulle nuove rive, divenute potenti e famose, e alla loro volta decadute, ed ora ridotte a meschini villaggi, dalle strade erbose e dai porti ingombri di sabbia. Ricordi di sventure immense, tradizioni favolose, terrori fantastici, costumi ed usi antichi e stranissimi, si ritrovano sulle acque e sulle rive di questo mare unico, comparso ieri e già coronato di rovine e condannato a sparire; e basterebbe appena un viaggio d'un mese a osservarne e raccoglierne la parte principale; e però la sola idea di vedere da lontano quelle città decrepite, quelle isole misteriose, quei banchi di sabbia fatali, mi allettava irresistibilmente la fantasia.

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Partii da Amsterdam verso la fine di febbraio, con un tempo bellissimo, sur uno dei piroscafi che vanno ad Harlingen. Sapevo che non avrei più riveduto la capitale dell'Olanda. Appoggiato al parapetto di prora, mentre il bastimento si allontanava dal porto, contemplai per l'ultima volta la grande città, cercando d'imprimermi incancellabilmente nella memoria il suo fantastico aspetto. Dopo pochi minuti non vidi più che il contorno nero e dentellato delle sue case, sulle quali s'innalzava ancora la cupola del palazzo reale e una foresta di campanili traforati e luccicanti. Poi la città si abbassò; i campanili si nascosero l'uno dopo l'altro; la punta più alta della cattedrale, soprastata qualche momento alla generale caduta, si sprofondò anch'essa nel mare; e Amsterdam non fu più che un ricordo.

Il bastimento passò in mezzo alle dighe gigantesche che chiudono il golfo dell'Y, e attraversato rapidamente il _Pampus_, il gran banco di sabbia che per poco non rovinò il commercio di Amsterdam, entrò nel Zuiderzee.

Le rive di questo golfo son tutte praterie, giardini e villaggi, che nell'estate presentano un aspetto incantevole; ma viste dal bastimento e nel mese di febbraio, non appaiono che come una striscia leggera d'un verde smorto che separa il mare dal cielo. La riva della Nord-Olanda è la più bella, e questa costeggia il bastimento.

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Appena usciti dal Pampus, si volge a sinistra e si passa a breve distanza dall'isola di Marken.