Olanda

Chapter 11

Chapter 113,632 wordsPublic domain

Queste memorie funeste, quelle porte massiccie e basse, quel gruppo disordinato di edifizi cupi, che la notte, quando la luna batte sulle acque del lago morto, presentano l'aspetto d'un castello enorme e inaccessibile, destano in mezzo a quella città allegra e gentile, un sentimento di tristezza solenne. Il cortile, di notte, non è rischiarato che da qualche raro fanale; le poche persone che passano, s'affrettano come se avessero paura; non si sente il rumore dei passi, non si vede una finestra illuminata; vi si entra con una vaga inquietudine e se n'esce quasi con piacere.

Fuor di questo, l'Aja non ha monumenti considerevoli nè antichi nè moderni. Vi sono parecchie mediocri statue di diversi principi d'Orange; una cattedrale vasta e nuda e un palazzo reale modesto. Su molti edifizi pubblici si vede scolpita una cicogna, ch'è l'animale araldico della città. Parecchi di questi uccelli passeggiano liberamente nella piazza del mercato dei pesci, mantenuti a spese del municipio come gli orsi di Berna e le aquile di Ginevra.

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Il più bell'ornamento dell'Aja è il suo bosco; una vera meraviglia dell'Olanda e uno dei più magnifici passeggi del mondo.

È un bosco d'ontani, di quercie e dei più grandi faggi che si vedano in Europa, del circuito di più d'una lega francese, posto ad oriente della città, a pochi passi dalle ultime case; una vera oasi deliziosa in mezzo alla malinconica pianura olandese. Appena vi s'è entrati, appena si sono oltrepassati i padiglioni, le casette svizzere, i chioschi sparsi in mezzo ai primi alberi, par di essersi smarriti in una foresta sterminata e solitaria. Gli alberi sono fitti come un canneto, i viali si perdon nel buio; ci son laghi, canali quasi nascosti dalla verzura delle sponde; ponti rustici, crocicchi di sentieri abbandonati, recessi chiusi, oscurità profonde e fresche in cui par di respirare l'aria d'una natura vergine e d'essere infinitamente lontani dai rumori del mondo.

Questo bosco, che come quello della città di Haarlem, si vuol che sia un resto d'un'immensa foresta che copriva anticamente quasi tutta la costa dell'Olanda, è rispettato dagli Olandesi come un monumento della loro storia nazionale. Nella storia d'Olanda, in fatti, si trovano moltissimi atti che gli si riferiscono, e che provano che in ogni tempo si ebbe una cura gelosa della sua conservazione. Gli stessi generali spagnuoli rispettando questa specie di culto nazionale, preservarono il bosco sacro dalle offese dei soldati. In più d'un'occasione di gravi strettezze finanziarie quando il governo sarebbe stato disposto a decretarne la distruzione per vender le legna, i cittadini scongiurarono il pericolo con una oblazione volontaria. Mille ricordi sono legati a questo bosco diletto: ricordi d'uragani spaventosi, ricordi d'amori principeschi, di feste celebri, di avventure romanzesche. Alcuni alberi portano il nome di re e d'imperatori, altri di elettori germanici; un faggio ha la fama d'esser stato piantato dal gran pensionario e poeta Giacobbe Catz; altri tre, dalla contessa d'Olanda, Giacomina di Baviera; e si accenna ancora il luogo dove essa soleva riposare delle sue passeggiate. E ci lasciò il suo ricordo anche il signor Voltaire, che ci ebbe non so che ripesco galante con la figliuola d'un parrucchiere.

In fondo al bosco, dove la piccola vegetazione presa da una sorta di furia conquistatrice, s'alza, s'ammucchia, s'arrampica su per gli alberi, s'intreccia sopra i sentieri, si stende sulle acque, e intercetta da tutte le parti il passo e la vista, come se volesse celare i misteri di qualche dimenticata divinità silvestre, si nasconde un palazzotto reale, chiamato la Casa del Bosco, una specie di _Casa del labrador_ della villa d'Aranjuez, eretta nel 1647 dalla principessa Amelia di Solms in onore di suo marito Federico Enrico lo Statoldero.

Quando andai a visitare questo palazzo, mentre stavo cercando cogli occhi la porta d'entrata, vidi uscire e salire in carrozza una signora d'aspetto nobile e benevolo, che presi per una viaggiatrice inglese, che avesse terminata la sua visita. La carrozza mi passò accanto, mi levai il cappello, la signora fece un cenno del capo e scomparve.

Seppi un momento dopo da una cameriera del palazzo che quella «viaggiatrice» era niente meno che sua maestà la Regina d'Olanda.

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Mi sentii una leggera scossa al sangue. La parola «regina» m'ha fatto sempre, indipendentemente dalla persona a cui si riferisca, quest'effetto; e non saprei dirne chiaramente il perchè. Forse perchè mi ricorda certe visioni luminose e confuse dell'adolescenza. L'immaginazione amorosa d'un ragazzo di quindici anni qualche volta striscia sulla terra e qualche volta si slancia con desiderii mostruosamente audaci a un'altezza vertiginosa. Sogna delle bianchezze sovrumane, dei profumi che danno il delirio e delle voluttà che fanno cader fulminati, e suppone che tutto questo si ritrovi nelle creature misteriose e inaccessibili che la fortuna ha poste in cima della scala sociale. E fra i mille casi strani, insensati, impossibili, che s'avvicendano nella sua mente nelle notti febbrili, sogna anche di superare nelle tenebre, colla sua agilità infantile, muri altissimi, cancellate formidabili, fossi profondi, di sospingere porte misteriosamente aperte, di passar per corridoi senza fine, in mezzo a gente assopita, per sale immense, nel silenzio; di salire per scale aeree, di arrampicarsi su pei rilievi d'una torre, rischiando la vita, a una tremenda altezza, sopra i grandi alberi d'un giardino illuminato dalla luna; e infine di giungere spossato e insanguinato sopra un balcone, e là sentir da una voce sovrumana parole d'una pietà profonda, e rispondere con altre parole d'una tenerezza immensa, scoppiare in pianto, invocar Dio, curvar la fronte sul marmo, coprir di baci disperati un piede scintillante di gemme, abbandonar il viso nei rasi profumati, e sentirsi fuggir la ragione e la vita in un amplesso più forte della natura umana.

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In quel palazzo, chiamato il _Palazzo del Bosco_, v'è, fra le altre cose considerevoli, una sala ottagona coperta dal pavimento alla vôlta di pitture dei più celebri artisti della scuola del Rubens, fra le quali uno smisurato quadro allegorico del Jordaens che rappresenta l'apoteosi di Federico-Enrico; una sala piena di preziosi regali dell'imperatore del Giappone, del vicerè d'Egitto e della Compagnia delle Indie; e un'altra elegante saletta decorata di pitture a chiaroscuro che si scambiano, anche considerate attentamente, per bassorilievi: opera di Jacob De Witt, pittore che acquistò in quell'arte corbellatrice una grande rinomanza sul principio del secolo scorso. Le altre son sale piccine, belle, ma senza fasto, e piene di tesori che non dan nell'occhio, come si convengono alla grande e modesta casa d'Orange.

Mi parve strano quell'uso di lasciar entrare gli stranieri nel palazzo nel momento stesso che la Regina ne usciva; ma non mi fece più specie quando conobbi altre consuetudini, altri tratti popolari, il carattere, in una parola, della famiglia reale d'Olanda.

Il re, in Olanda, è considerato quasi più come statoldero che come re. V'è in lui, come diceva del duca d'Aosta quel tal repubblicano spagnuolo, la _minor quantità di re possibile_. Il sentimento che il popolo olandese nutre per la famiglia reale non è tanto di devozione per la famiglia del monarca quanto di affetto per quella casa d'Orange che partecipò a tutti i suoi trionfi e a tutte le sue sventure, che visse, per così dire, della sua vita per lo spazio di tre secoli. Il paese, in fondo, è repubblicano, e la sua monarchia è una sorta di presidenza coronata, senza alcun fasto monarchico. Il Re pronunzia dei discorsi ai banchetti e nelle feste pubbliche come da noi i ministri; e gode anzi la fama di oratore, poichè parla all'improvviso, con una voce potentissima e un certo impeto d'eloquenza soldatesca, che eccita un indicibile entusiasmo nel popolo. Il principe ereditario, Guglielmo d'Orange, studiò all'Università di Leida, sostenne esami pubblici e prese la laurea d'avvocato. Il principe Alessandro, secondogenito, sta studiando ora nella stessa Università, è membro del Club degli studenti, e invita a pranzo i suoi professori e i suoi compagni di scuola. All'Aja, il principe Guglielmo entra nei caffè, discorre coi vicini, s'accompagna per la strada coi giovani suoi conoscenti. Nel bosco, la regina si mette a seder sur una panca accanto a una povera donna. E non si può dire che usin così, come altri principi, per acquistare popolarità, poichè la famiglia d'Orange non ne può nè acquistare nè perdere, non essendoci in quel popolo, per natura e per tradizione repubblicano, nemmeno un indizio di fazione, non dico che voglia la repubblica, ma che ne pronunzi il nome. Per contro, quel popolo, che ama e venera il suo re, che nelle feste in onor suo gli stacca i cavalli dalla carrozza ed esige che tutti portino una coccarda color d'arancio in omaggio al nome d'Orange, nei tempi ordinari non si occupa punto dei fatti suoi e della sua famiglia. All'Aja mi ci volle molto per sapere che grado avesse nell'esercito il principe ereditario. Uno dei primi librai della città, al quale rivolsi quella domanda, si meravigliò della mia curiosità che gli parve puerile, e mi disse che probabilmente non avrei trovato in tutta l'Aja cento persone che sapessero darmi una risposta.

La sede della corte è all'Aja; ma il re passa una buona parte dell'estate in un suo castello nella Gheldria, e va ogni anno a star qualche giorno in Amsterdam. Il popolo dice che v'è uno statuto il quale obbliga il re a passare in Amsterdam dieci giorni all'anno, e il municipio di quella città a fargli le spese per quei dieci giorni; suonata la mezzanotte dell'undecimo, un fiammifero che bruci Sua Maestà per accendere il sigaro, è a carico suo.

Tornando dalla villa reale all'Aja, trovai il bosco animato dalla passeggiata della domenica: musica, carrozze, una folla di signore, i caffè pieni di gente, e stormi di bambini da ogni parte.

Allora osservai per la prima volta il bel sesso olandese.

La bellezza è un fior raro in Olanda come in tutti i paesi; ma vidi nondimeno assai più donne belle in un giro di cento passi nel bosco dell'Aja, che non ne abbia viste in tutti i quadri dei Musei olandesi. Non si vede fra quelle signore nè la bellezza scultoria delle romane, nè gli splendidi colori delle inglesi, nè l'espressione vivacissima delle andaluse; ma una finezza, una grazia innocente e affabile, una leggiadria tranquilla, un'ideina che piace. Hanno l'attrattiva, disse giustamente uno scrittore francese, del fiore di valeriana che adorna i loro giardini. Son piuttosto alte che piccine, e grassotte; hanno i tratti del viso irregolari, la pelle unita e brillante, d'un bel bianco pallido o d'un roseo delicatissimo, che vi sembra stato suffuso dall'alito di un angelo; i pomelli delle guancie salienti; gli occhi d'un azzurro chiaro, sovente chiarissimo, in alcune di un'apparenza vitrea, che danno uno sguardo vago come quello d'una persona distratta. Si dice che non hanno bei denti: non lo potrei affermare perchè ridon poco. Camminano con meno leggerezza che le francesi, con meno rigidezza che le inglesi; vestono alla moda di Parigi; con più grazia all'Aja che ad Amsterdam, benchè meno riccamente; e mettono in pomposa evidenza le loro grandi capigliature bionde.

Mi fece specie il vedere ancora vestite da bimbe, colle sottane corte e i calzoncini bianchi, ragazze che da noi hanno già il vestire e l'aria di donne fatte. In Olanda, dove la vita è lenta e l'impazienza un sentimento ignoto, le ragazze non hanno fretta di smetter gli usi e l'aspetto della puerizia, e d'altra parte, entrano naturalmente assai più tardi che in altri paesi in quella età così critica, nella quale, come dice mirabilmente, al solito, Alessandro Manzoni, par che entri nell'animo una potenza misteriosa, che solleva, adorna e rinvigorisce tutte le inclinazioni e tutte le idee. Raramente una ragazza si marita prima di vent'anni. Non dico le bambine del regno di Decan che per quel che si racconta piglian marito all'età di ott'anni e son nonne prima dei venti; ma le italiane e le spagnuole che si sposano a quattordici o quindici, in Olanda sono considerate come creature miracolose. Là le ragazze quindicenni vanno sole alla scuola coi capelli giù per le spalle, e non c'è anima nata che le guardi. Ho inteso parlare quasi con orrore d'un giovanotto dell'Aja accusato da altri giovanotti di cercare delle avventure amorose in quell'età per essi non meno sacra dell'infanzia.

Un'altra cosa che si nota subito in una città olandese,--eccettuata Amsterdam,--è la mancanza della prostituzione elegante. Quell'abbigliamento e quei modi particolari, che dicono:--Son del bel numer una,--non si vedono affatto o quasi; e quel che si vede, c'è da scommettere nove volte su dieci che viene dall'immenso semenzaio della Senna.--"Badate," mi dicevano certi olandesi liberi pensatori, "siete in un paese protestante, c'è molta ipocrisia." Sarà; ma non può essere una gran piaga quella che si può ancora dissimulare. Società equivoca non n'esiste: non ce n'è ombra in pubblico, non ce n'è idea nella letteratura; la lingua stessa è ribelle alla traduzione d'una sola delle formule infinite che costituiscono il linguaggio doppio, lubrico e guizzante di quella società, nei paesi dov'ella si trova. D'altra parte, nè padri, nè madri non chiudon gli occhi sulla condotta dei figli scapoli, sian pure uomini tanto fatti; la disciplina della famiglia non fa eccezione per le barbe lunghe; e quello che poi cospira colla disciplina è il temperamento freddo, l'abitudine all'economia e il rispetto dell'opinion pubblica.

Parlare del carattere e della vita delle donne olandesi, coll'aria di esporre i frutti dell'esperienza propria, non essendo stato che qualche mese in Olanda, sarebbe una presunzione più ridicola ancora che impertinente; mi debbo dunque contentare di far parlare i libri e gli amici.

Molti scrittori hanno trattato scortesemente le donne olandesi. Uno le chiamò macchine da bambini; un altro massaie apatiche; un anonimo del secolo scorso spinse l'impertinenza fino a dire che come gli uomini, in Olanda, sogliono cercare le loro amanti nella classe delle fantesche, così le donne (le signore, intende di dire) non spingono molte volte più in alto le loro aspirazioni. Ma questi son giudizi dettati dalla stizza di qualche corteggiatore scorbacchiato. Daniele Stern, che come donna ha in questa materia un'autorità particolare, dice che sono altere, leali, attive, caste. Qualcuno lasciò trapelare dei dubbi intorno alla tanto predicata placidità dei loro affetti. Sono acque chete, scrisse l'Esquiroz, ma si sa quel che si dice delle acque chete. Sono vulcani gelati, disse l'Heine, che quando sgelano....! Ma di tutti i giudizi letti, mi parve il più notevole quello di Saint Evremont: che le donne olandesi non sono abbastanza vive per turbare il riposo degli uomini; e che ce ne sono, sì, delle amabili; ma che non v'è nulla a sperarne, o per la loro saggezza, o per una freddezza che tien luogo in loro di virtù.

Un giorno, in un crocchio di giovanotti dell'Aja, citai questo giudizio di Saint Evremont, e domandai bruscamente:--È vero?--Sorrisero, si guardarono, uno rispose:--Direi...;--un altro:--Mi pare...;--un terzo:--Sarebbe...;--infine s'accordarono tutti nel dire che era vero. Altre volte raccolsi degl'indizi provanti che le cose corrono oggi tale e quale come ai tempi dello scrittore francese. Si parlava in un crocchio d'un personaggio leggermente ridicolo. "Eppure,--disse uno,--quell'ometto d'apparenza così posata è un donnaiolo di prima riga." Io domandai colla frase sacramentata: "Turba il riposo delle famiglie?" Si misero tutti a ridere e uno rispose: "Che! Turbare il riposo delle famiglie in Olanda! Sarebbe una delle dodici fatiche di Ercole." "Noi olandesi,"--mi disse una volta un amico,--"non siamo conquistatori, e non possiamo esserlo perchè ci manca la scuola. Non c'è nulla di più falso in Olanda che la famosa definizione: il matrimonio è come una fortezza assediata; chi è fuori vorrebbe esser dentro; chi è dentro vorrebbe esser fuori. Qui chi è dentro ci sta bene e chi è fuori non pensa ad entrare."--"La donna olandese," mi disse un altro, "non sposa l'uomo, sposa il matrimonio."--Questo che si dice all'Aja, città elegante, nella quale è grande l'influsso della civiltà francese, è anche più vero detto delle altre città dove i costumi antichi si son serbati più schietti. E dicano e scrivano pure i viaggiatori galanti che in Olanda si dorme, e che la felicità domestica vi è un _bonheur un peu gros_. Questa donna che esce poco, che balla poco, che ride poco, che non s'occupa che dei suoi bambini, di suo marito e dei suoi fiori, che legge libri di teologia e guarda la strada collo specchio per non farsi vedere alla finestra, quanto è più poetica.... Oh perdonami, stavo per dirtene una dura, Andalusia!

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Sino a questo punto, potrebbe credere qualcuno ch'io voglia far sott'intendere che so la lingua olandese. Mi affretto a dire che non la so e a scusare la mia ignoranza. Un popolo, come l'olandese, grave e taciturno, più ricco di qualità nascoste che di belle qualità lampanti, che vive, se posso così esprimermi, molto più dentro che fuori di sè, che fa molto più di quello che dice, che non si spende per quello che vale; si può studiare anche senza comprendere la sua lingua. D'altra parte, in Olanda è straordinariamente diffusa la lingua francese. Nelle grandi città non v'è quasi persona colta che non parli francese correntemente, non v'è bottegaio che non sappia spiegarsi bene o male, non v'è quasi ragazzo, anche tra il popolo minuto, che non sappia quelle dieci o venti parole, che bastano a cavar d'impiccio uno straniero. Questa diffusione d'una lingua così diversa da quella del paese, è un fatto tanto più ammirabile quando si pensi che non è la sola lingua straniera che si parli comunemente in Olanda. L'inglese e la tedesca vi sono quasi altrettanto conosciute che la francese. Lo studio di tutte e tre queste lingue è obbligatorio nelle scuole medie. Le persone colte, quelle che in Italia sono quasi in dovere di sapere il francese, in Olanda leggono la maggior parte libri inglesi, tedeschi e francesi colla medesima facilità. Gli Olandesi hanno una particolare disposizione ad imparare le lingue, e un'incredibile franchezza nel conversare. Noi Italiani, prima di rischiarci a parlare una lingua straniera, vogliamo saperla tanto da non lasciarci sfuggire dei grossi errori; arrossiamo, quando ci scappano; evitiamo le occasioni di discorrere finchè non siamo sicuri di parlare in modo da tirarci un complimento; e così facendo, allunghiamo sempre più il periodo del nostro noviziato filologico. In Olanda segue soventissimo d'incontrare gente che parla francese rimestando con infiniti sforzi un capitale di cento parole e di venti frasi; ma parla, regge una lunga conversazione e non mostra di curarsi menomamente di quello che voi possiate pensare dei suoi spropositi e della sua audacia. Portinai, facchini, ragazzi, interrogati se sappiano il francese, rispondono colla più grande sicurezza:--_Oui_, o--_un peu_, e s'industriano in mille modi per farsi capire, ridendo qualche volta essi medesimi delle stravaganti contorsioni del loro linguaggio, e arrotondando ogni risposta con un _s'il vous plaît_ o un _pardon, Monsieur_, detto il più delle volte così graziosamente a sproposito, da doverne ridere ad ogni costo. E pare così ovvio a tutti il sapere il francese, che quando qualcuno deve rispondere che non lo sa, tituba, si vergogna, e se è interrogato per la strada, finge d'aver fretta e vi pianta su due piedi.

Quanto alla lingua olandese, per chi non sappia il tedesco è buio pesto; e anche sapendo il tedesco, si può capirne qualcosa nei libri, con un po' di studio; ma a sentirla parlare, è buio egualmente. Se avessi da dire l'effetto che fa sull'orecchio a chi non la intende, direi che par tedesco parlato da gente che abbia un pelo nella gola; il che è dovuto alla frequenza d'un'aspirazione gutturale che somiglia alla jota spagnuola. Gli Olandesi stessi non trovano che la loro lingua sia armoniosa. Mi accadde spesso di sentirmi domandare con un'aria scherzosa:--Che effetto le fa?--quasi sottintendendo che dovesse essere un effetto poco gradevole. Eppure ci fu chi scrisse un libro per dimostrare che Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre, parlavano olandese. Ma benchè parlino tante lingue straniere, gli Olandesi tengon molto alla propria; e s'indignano quando uno straniero ignorante mostra di credere, così per sentita dire, che l'olandese sia un dialetto tedesco; cosa, per verità, creduta da molti di coloro che conoscon quella lingua soltanto di nome. È quasi superfluo il rammentare la storia della lingua. I primi popoli del paese parlavano il teutono nei suoi varii dialetti. Questi dialetti si fusero e formarono l'antica lingua neerlandese, la quale passò nel medio evo, come le altre lingue d'Europa, per le differenti fasi germanica, normanna, francese, e ne uscì l'olandese attuale, nel quale rimane il fondo dell'idioma primitivo, con qualche impronta latina. Certo v'è una grande somiglianza fra l'olandese e il tedesco, e soprattutto un'infinità di radicali comuni; ma ne differisce molto la sintassi, nell'olandese assai più semplice, e moltissimo la pronunzia. E questa medesima somiglianza è cagione che gli Olandesi parlino per lo più men bene il tedesco che l'inglese o il francese, sia per la difficoltà che nasce dalla facilità dell'equivoco, sia perchè, non dovendo fare un gran sforzo per riuscire a comprendere la lingua e a parlarla per il proprio bisogno, s'arrestan lì, come segue a molti di noi per il francese, che lo parliamo già a dieci anni e non lo sappiamo ancora a quaranta.

È tempo ora d'andar a vedere il Museo di pittura che è il più bel gioiello dell'Aja.

Appena entrati, ci si trova dinanzi alla più celebre di tutte le bestie dipinte: il toro di Paolo Potter; quell'immortale toro che, come ho detto, ebbe l'onore, nel Museo del Louvre, quando c'era la manía di classificare i quadri in una sorta di gerarchia di celebrità, d'esser posto accanto alla Trasfigurazione di Raffaello, al san Pietro martire del Tiziano e alla Comunione di san Geronimo del Domenichino; quel toro, che l'Inghilterra pagherebbe un milione di lire, e l'Olanda non darebbe per il doppio; quel toro infine, sul quale furono certamente scritte più pagine che non ci abbia dato pennellate il pittore, e su cui si scrive e si disputa ancora, come se invece d'una immagine fosse una creazione vera e viva d'un nuovo animale.

Il soggetto del quadro è semplicissimo: un toro di grandezza naturale, ritto, col muso rivolto verso chi guarda; una vacca accosciata in terra; alcune pecore, un pastore, un paesaggio lontano.