Chapter 10
Qui mi tocca fare un po' di parentesi. È noto e arcinoto che le signore non tanto altolocate da non aver che fare direttamente colle loro donne di servizio, le signore, voglio dire, che hanno una donna sola, che fa da cuoca e da cameriera, discorrono, nelle loro visite, per una buona parte del tempo, della loro serva. Son sempre gli stessi discorsi di difetti insopportabili, d'insolenze sopportate, di tu per tu, di ruberie sulla spesa, di sperperi, di menzogne, di pretensioni sfrontate, di congedi e di ricerche e d'altre calamità consimili, che finiscon sempre nel ritornello doloroso: che serve oneste e fidate, come quelle d'una volta che s'affezionavano alle famiglie e invecchiavano nelle case, non ci son più; che bisogna cambiare di continuo; che non c'è più modo di tirare innanzi. È vero? non è vero? è una conseguenza della libertà e dell'eguaglianza delle classi, che ha reso più duro il servire e più esigente chi serve? è un effetto del rilassamento dei costumi e della disciplina pubblica, che si fa sentire anche in cucina? Comunque sia, il fatto è che io pure in casa mia sento battere eternamente quel chiodo, tanto che un giorno, prima di partire per la Spagna, dissi a mia madre: "Guarda, se qualche cosa, a Madrid, potrà consolarmi della lontananza della famiglia, sarà il non sentir più toccare quest'odioso argomento." Arrivo a Madrid, entro in una _Casa de Huespedes_, la prima cosa che mi dice la padrona è che ha cambiato tre serve in un mese, che è una disperazione, che non si sa più a che santo voltarsi; e così ogni giorno, per tutto il tempo che stetti là, una lamentazione infinita. Tornai a casa, raccontai la cosa, si rise, e mia madre concludette che quella doveva essere una piaga di tutti i paesi. "No," io dissi, "nei paesi del Nord non dev'essere così."--"Vedrai e me ne darai notizie," mi rispose mia madre. Vado a Parigi, e alla prima signora che conosco, domando: "Le serve sono anche qui come in Italia e in Spagna l'eterno tormento delle signore?" "_Ah! mon cher monsieur_" mi risponde giungendo le mani e alzando gli occhi al cielo; "_ne me parlez pas de ça!_" E lì una lunga storia di lotte, di espulsioni, di guai. Scrivo la cosa a mia madre, ed essa mi risponde: "Vedremo Londra." Vado a Londra, entro in conversazione con una signora inglese a bordo del bastimento che mi conduce ad Anversa, e dopo poche parole, spiegatale prima la ragione della mia curiosità, le faccio la solita domanda. Essa volta la testa da un'altra parte mettendosi una mano sulla fronte e poi risponde spiccicando le parole: "Sono il fla-gel-lum De-i!" Scrivo a casa dandomi per vinto, soggiungendo però che mi resta una buona speranza per l'Olanda, paese quieto, dove le case sono tanto ordinate e pulite, e la vita casalinga così dolce; e mia madre mi risponde che essa pure propende a fare un'eccezione onorevole per l'Olanda. Ma il dubbio rimaneva sempre a lei ed a me, io ero curioso ed essa aspettava le notizie; ecco perchè feci quella domanda al mio cortese Cicerone di Delft. Ora ognuno si può immaginare con che ansietà io stessi aspettando la risposta.
"Signore" mi rispose l'olandese dopo un momento di riflessione, "le risponderò una cosa sola, ed è che in Olanda abbiamo un proverbio, il quale dice che le serve sono le croci della vita."
Mi cascarono le braccia.
"Prima di tutto," continuò, "c'è il guaio che, per poco che s'abbia una casa grande, bisogna tenerne due, una per la cucina e una per la pulizia, essendo quasi impossibile, con quella manía che hanno di lavare fin l'aria, che una sola faccia le due cose. Poi son tutte assetate rabbiose di libertà; vogliono star fuori la sera fino alle dieci; avere di tratto in tratto una giornata completamente libera. Poi bisogna tollerare che il loro fidanzato o altro le venga a pigliare in casa; tollerare che ballino per la strada; tollerare che facciano il diavolo nelle feste delle Kermess. Di più, quando si congedano, aspettare che se ne vadano quando piace a loro, e qualche volta si fanno aspettare dei mesi. Oltre a questo, una paga di novanta, di cento fiorini all'anno. Oltre la paga, un tanto per cento su tutti i pagamenti che fa il padrone; mancie, di stretto rigore, da tutti gli amici invitati; regali straordinarii di denaro e di robe; e soprattutto e sempre, pazienza, pazienza, pazienza."
Ne sapevo abbastanza per parlarne in cattedra con mia madre, e rivolsi la conversazione sopra un argomento meno sconsolante.
Passando per una stradetta appartata, vidi una signora che s'avvicinò a una porta, lesse in un pezzetto di carta che v'era attaccato su, fece un atto di dolore e se n'andò. Dopo un momento, un'altra donna che passava, si fermò, lesse e tirò via. Domandai una spiegazione al mio compagno, il quale mi fece conoscere un uso assai curioso degli Olandesi. Su quel pezzetto di carta v'era scritto che il malato tale dei tali stava peggio. In molte città di Olanda, quando uno s'ammala, la famiglia affigge ogni giorno alla porta il bullettino sanitario, perchè gli amici e i conoscenti non abbian da entrare in casa a domandar notizie. Questa sorta d'annunzi si usano anche in altre occasioni. In certe città si annunzia la nascita d'un bambino appendendo alla porta una palla fasciata di seta rossa e di trina, il cui nome in olandese significa: prova di nascita. Se è una bambina, v'è su un pezzetto di carta bianca; se son gemelli, la trina è doppia; e per alcuni giorni dopo la nascita, si affigge pure un avviso che dice: «Il bimbo e la puerpera stanno bene, hanno passato una buona notte» o il contrario, secondo il caso. Una volta, quando sopra una porta c'era un annunzio di nascita, per nove giorni i creditori della famiglia non potevano picchiare alla porta; ma credo che quest'uso sia caduto, benchè dovesse avere la benefica virtù di promuovere l'accrescimento della popolazione.
In quella breve passeggiata per le strade di Delft, incontrai pure certe figure funebri che avevo già viste a Rotterdam, senza capire se fossero preti o magistrati o becchini, perchè il loro vestiario e il loro aspetto avevan un po' delle tre cose. Portavano un cappello a tre punte, con un gran velo nero che scendeva sui fianchi, un vestito nero a coda di rondine, calzoni corti e neri, calze nere, mantello nero, scarpe con fibbie, cravatta e guanti bianchi; e un foglio listato di nero fra le mani. Il mio compagno mi spiegò che si chiamavano con un vocabolo olandese intraducibile _aansprekers_, e che il loro ufficio era di portar l'annunzio delle morti ai parenti ed amici dei defunti e di annunziarle per le strade. Il loro vestiario cangia in qualche particolare da paese a paese, e secondo che son cattolici o protestanti. In certe città hanno un enorme cappello alla don Basilio. Son per lo più pulitissimi e qualche volta vestiti e pettinati con una ricercatezza che contrasta irreverentemente col loro carattere d'impiegati della morte o, come li definì un viaggiatore, di lettere mortuarie viventi.
Ne vedemmo uno fermo dinanzi a una casa. Il mio compagno mi fece osservare che le finestre di quella casa avevano le imposte socchiuse, e mi disse che ci doveva esser morto qualcuno. Domandai chi. "Non lo so," mi rispose "ma a giudicar dalle imposte non dev'essere un parente molto prossimo del padrone di casa." Quest'argomentazione parendomi un po' strana, egli mi spiegò che in Olanda, quando muore qualcuno in una famiglia, si chiudono le finestre con uno due o tre dei battenti mobili delle imposte, secondo che il parente è più o meno stretto. Ogni battente dinota un grado di parentela. Per il padre o la madre si chiudon tutti meno uno, per un cugino se ne chiude un solo, per un fratello due; e via discorrendo. Uso, c'è da credere, molto antico, e che dura ancora perchè in quel paese nessun uso si smette per capriccio, e si cangia soltanto quello che importa seriamente di cangiare, e dopo essersi arcipersuasi che si cangia in meglio.
Avrei voluto vedere, a Delft, la casa dov'era la birreria del pittore Steen, e dove egli prese probabilmente quelle sbornie famose, che furono oggetto di tante questioni fra i suoi biografi. Ma il mio ospite mi disse che non ce n'era memoria. Però, a proposito di pittori, mi diede la gradita notizia che io mi trovavo in quella parte dell'Olanda compresa fra Delft, l'Aja, il mare, la città d'Alkmar, il golfo d'Amsterdam e l'antico lago d'Haarlem, la quale si potrebbe chiamare propriamente la patria della pittura olandese, e perchè i più grandi pittori vi nacquero, e perchè, presentando degli aspetti singolarmente pittoreschi, l'amarono e la studiarono con predilezione. Ero dunque proprio nel seno dell'Olanda e partendo da Delft mi sarei sprofondato nel suo cuore.
Prima di partire, vidi ancora di sfuggita l'arsenale militare che occupa un grande edifizio, il quale serviva prima di magazzino alla Compagnia delle Indie orientali, e comunica con un'officina d'artiglieria e una gran polveriera posta fuori della città. V'è ancora, a Delft, la grande scuola politecnica degl'ingegneri, la vera scuola di guerra dell'Olanda, dalla quale escono gli ufficiali dell'esercito di difesa contro il mare, e son questi giovani guerrieri delle dighe e delle cateratte, trecento circa, che danno vita alla tranquilla città di Grozio. Mentre mettevo il piede nella barca che mi doveva condurre all'Aja, il mio olandese mi descriveva l'ultima festa quinquennale celebrata a Delft dagli studenti; una di quelle feste particolari dell'Olanda, specie di mascherate storiche, che sono come un riflesso della sua grandezza passata, e servono a mantener viva nel popolo la tradizione dei personaggi e degli avvenimenti illustri d'altri tempi. Una grande cavalcata rappresentava l'entrata in Arnhem nel 1492 di Carlo d'Egmont, duca di Gheldria, conte di Zuften; di quella famiglia d'Egmont, che diede col nobile e sventurato conte Lamoral la prima grande vittima della libertà olandese alla scure del duca d'Alba. Duecento studenti a cavallo, con bardature principesche, con armature, con cotte d'armi dorate e stemmate, agitando alteramente i grandi pennacchi e le grandi spade, formavano il corteggio del duca di Gheldria. Seguivano gli alabardieri, gli arcieri, i lanzichenecchi vestiti delle foggie pompose del decimoquinto secolo; suonavan le bande musicali; la città brillava tutta di lumi; e per le sue strade formicolava una folla immensa accorsa da ogni parte d'Olanda a godere quella splendida visione d'un'età lontana.
L'AJA.
La barca era vicina a un ponte, in un piccolo bacino formato dal canale che va da Delft all'Aja, e ombreggiato dagli alberi della sponda come un laghetto di giardino.
Le barche che portan passeggieri da una città all'altra si chiamano in olandese _trekschuiten_.
Il _trekschuit_ è la barca tradizionale, emblematica dell'Olanda, com'è per Venezia la gondola. L'Esquiroz la definì: il genio della vecchia Olanda galleggiante sulle acque. E infatti, chi non ha viaggiato in _trekschuit_, non conosce l'aspetto più originale e più poetico della vita olandese.
È una grande barca occupata quasi tutta da un casotto, della forma d'una diligenza, diviso in due scompartimenti: quello a prora per la seconda classe e quello a poppa per la prima. Sulla prora è piantata un'asta di ferro con un anello per il quale passa una lunga corda che da una parte si va ad annodare vicino al timone, e dall'altra a un cavallo di rimorchio montato da un barcaiolo. Le finestrine del casotto hanno le loro tendine bianche; le pareti e le porte sono dipinte; dentro lo scompartimento di prima classe vi son dei sedili con cuscinetti, un piccolo tavolino con qualche libro, un armadio, uno specchietto; ogni cosa lucidissimo. Posando la valigia, lasciai cadere un po' di cenere di sigaro sotto il tavolino; dopo un minuto rientrai e non ce la vidi più.
Ero solo; non ebbi da aspettare molto tempo; il timoniere fece un cenno, il rimorchiatore montò a cavallo, e il _trekschuit_ cominciò a scorrere mollemente sul canale.
Era un'ora dopo mezzogiorno e splendeva un bellissimo sole, ma la barca passava nell'ombra. Il canale era fiancheggiato da due file di tigli, di olmi, di salici, e da siepi alte, che nascondevano la campagna. Pareva di navigare a traverso un bosco. A ogni svoltata si vedeva una lontananza profonda, tutto verde e chiuso, e qualche mulino a vento sulla sponda. L'acqua era coperta di un tappeto di lemna, e in alcuni punti tempestata di fiorellini bianchi, d'iridi, di ninfee, di lenti palustri. L'alta spalliera di verzura che fiancheggiava il canale, s'apriva qua e là in brevi tratti, e allora si vedeva come da una finestra l'orizzonte lontano della campagna, che subito era rinascosto.
Ogni tanto s'incontrava un ponte. Era bello vedere la rapidità, con cui l'uomo a cavallo, e un altro, fisso là di guardia, facevan la manovra delle corde per far passare il _trekschuit_; e come i due conduttori, quando i _trekschuiten_ s'incontravano, si cedevano il passo, l'uno facendo scorrer la corda sotto quella dell'altro, senza dire una parola, senza salutarsi neanco con un sorriso, come se la serietà e il silenzio fossero obbligatorii. Per tutta la strada non si sentiva altro rumore che il frullo delle ali dei mulini.
S'incontravano dei barconi carichi di legumi, di torba, di pietre, di botti, rimorchiati con una lunghissima corda da un uomo aiutato qualche volta da un grosso cane con una cordicella al collo. Alcuni erano rimorchiati da un uomo, una donna e un ragazzo, l'uno dietro l'altro, colla fune legata a una specie di sottopancia di cuoio o di tela; tutti e tre tanto inclinati innanzi da non capire come malgrado il ritegno della fune potessero tenersi in piedi. Altri barconi eran rimorchiati da una vecchia sola. Su parecchi, c'era al timone una donna con un bambino al seno; altri bambini intorno; un gatto sur un sacco, un cane, una gallina, dei vasi di fiori, delle gabbie d'uccelli. Su altri la donna faceva la calza dondolando una culla col piede; su altri faceva da mangiare; in alcuni, tutta la famiglia, meno uno che rimorchiava, stava mangiando in crocchio. E non si può dire la pace che spirava nei visi di quella gente, nell'aspetto di quelle case acquatiche, di quegli animali divenuti, in certo modo, anfibii; la placidità di quella vita galleggiante, l'aria sicura e libera di quelle famiglie erranti e solitarie. E così vivono in Olanda migliaia di famiglie che non hanno altra casa che la barca. Un uomo piglia moglie, fra tutti e due comprano un battello, ci s'installano e portan le derrate da un mercato all'altro. I bambini nascon sui canali, sono allevati e crescon sull'acqua; la barca porta le masserizie, il piccolo peculio, le memorie domestiche, gli affetti, il passato, tutto il bene presente e tutte le speranze dell'avvenire. Si lavora, si risparmia, e dopo molti anni si compra un battello più grande, vendendo la vecchia casa a una famiglia più povera, o lasciandola al figlio maggiore che vi condurrà una sposa cresciuta sur un altro battello, e adocchiata per la prima volta in un incontro sul canale. E così di barca in barca, di canale in canale, la vita scorre soave e tranquilla, come la casa vagabonda che la ricetta e l'acqua silenziosa che l'accompagna.
Per un pezzo non vidi sulle due sponde che piccole case di contadini; poi cominciai a vedere villette, chioschi e capanni, mezzo nascosti fra gli alberi; e negli angoli più ombrosi, qualche signora bionda, vestita di bianco, seduta, con un libro in mano; o qualche grosso signore avvolto in un nuvolo di fumo, coll'aria soddisfatta del negoziante arricchito. Tutte queste villette son dipinte d'un color roseo o azzurrino, hanno i coppi del tetto inverniciati, terrazzi sostenuti da colonnine, e giardinetti davanti o intorno, con aiuole e sentieri da presepio; miniature di giardini, puliti, lisciati, leccati. Alcune case son poste sull'orlo del canale, col piede nell'acqua; e lascian vedere i fiori, i vasi e i mille ninnoli luccicanti dell'interno delle stanze. Quasi tutte hanno un'iscrizione sulla porta, che è come l'aforismo della felicità domestica, la formula della filosofia del padrone, come:--La pace è denaro.--Piacere e riposo.--Amicizia e società.--I miei desiderii sono soddisfatti.--Senza fastidi.--Tranquillo e contento.--Qui si godono i piaceri dell'orticultura.--Qua e là c'era qualche bella vacca bianca e nera, accovacciata sulla sponda, col muso a fior d'acqua, che sollevava placidamente la testa verso la barca. Incontravamo degli stormi d'anitre che si scansavano per lasciarci passare. C'erano di tratto in tratto a destra e a sinistra dei canaletti quasi coperti da due alte siepi che consertavano i rami formando una vôlta di verzura, sotto la quale si vedevano allontanarsi e sparire nell'oscurità delle barchette di contadini. Di tempo in tempo, in mezzo a tutto quel verde, saltava fuori all'improvviso un gruppo di case, un villaggetto variopinto e lindo, coi suoi specchietti e i suoi tulipani alle finestre; senza un'anima viva; e quel silenzio profondo era rotto da un'arietta allegra d'un campanile che non si vedeva. Era un paradiso pastorale, un paesaggio da idillio, pieno di freschezza e di mistero; un'arcadia chinese, tutta piccoli nascondigli, piccole sorprese, piccoli artifizi innocenti di bellezza, che facevan l'effetto come di tante voci sommesse di gente invisibile che bisbigliassero:--Siamo contenti.
A un certo punto il canale si biforca; un braccio che si nasconde fra gli alberi va a Leida, l'altro volge a sinistra e va all'Aja. Dopo questo punto, il _trekschuit_ cominciò a soffermarsi ora dinanzi a una casa, ora dinanzi alla porta di un giardino per ricevere involti, lettere e imbasciate a voce da portare all'Aja.
Un vecchio signore uscì da una villa e salì accanto a me. Parlava francese, attaccammo discorso. Era stato in Italia, sapeva qualche parola d'italiano, aveva letto _Les fiancés_; mi domandò dei particolari sulla morte di Alessandro Manzoni: dopo dieci minuti, l'adoravo. Da lui ebbi dei ragguagli sul _trekschuit_. Per capire la poesia di questa barca nazionale, bisogna fare dei viaggi lunghi, in compagnia di gente del popolo. Allora ognuno ci s'installa come in casa sua, le donne lavorano, gli uomini salgono a fumare sul tetto; desinano tutti insieme; dopo desinare, si adagiano fuori del casotto per vedere tramontare il sole; i discorsi si fanno più intimi, la brigata diventa una famiglia. Vien la notte; il _trekschuit_ attraversa come un'ombra dei villaggi immersi nel silenzio, scivola sui canali inargentati dalla luna, si nasconde nelle macchie, esce nell'aperta campagna, rasenta le case solitarie in cui brilla la lucerna del contadino, e incontra barche di pescatori che gli passano accanto come fantasmi. In quella pace profonda, in quell'andar lento ed eguale, uomini e donne s'addormentano a poco a poco gli uni accanto agli altri e la barca non lascia più dietro di sè che il bisbiglio confuso dell'acqua e dei respiri.
Via via che s'andava innanzi, i giardini e le ville spesseggiavano. Il mio compagno di viaggio mi accennò un campanile lontano, e mi nominò il villaggio di Ryswijk, dove fu firmato nel 1697 il celebre trattato di pace tra la Francia, l'Inghilterra, la Spagna, l'Alemagna e l'Olanda. Il castello del principe d'Orange, dove convennero i firmatari, non esiste più, e fu alzato in suo luogo un obelisco.
Tutt'a un tratto, il _trekschuit_ uscì di mezzo agli alberi, e vidi una vasta pianura, un gran bosco e una città coronata di torri e di mulini a vento.
Era l'Aja.
Il barcaiolo mi chiese e ricevette i denari in un sacchettino di cuoio. Il rimorchiatore stimolò il cavallo. In pochi minuti arrivammo in città, e dopo un quarto d'ora io mi trovavo in una stanza luccicante dell'Albergo Turenna, chi sa! forse nella stanza medesima dove il celebre maresciallo aveva dormito da giovanetto quando era al servizio dell'Olanda.
* * * * *
L'Aja--in olandese S'Gravenhage o S'Hage,--la capitale politica, la Washington dell'Olanda, della quale Amsterdam è la New-York,--è una città mezza olandese e mezza francese, con larghe strade senza canali; vaste piazze piene d'alberi, case signorili, alberghi splendidi, e una popolazione composta in gran parte di ricchi, di nobili, d'impiegati, di letterati, d'artisti; e d'un popolino più raffinato che quello delle altre città olandesi.
Nel primo giro che feci per la città, quello che mi colpì di più furono i quartieri nuovi, dove abita il fiore dell'aristocrazia danarosa. In nessuna città, nemmeno nel sobborgo Saint-Germain a Parigi, mi sentii tanto povero diavolo come in quelle strade. Sono strade larghe e diritte, fiancheggiate da palazzini di forme snelle e di colori gentili, con grandi finestre senza persiane, per le quali si vedono i tappeti, i vasi di fiori e i mobili sontuosi delle sale a terreno; con tutte le porte chiuse; e non una bottega, non un annunzio sui muri, non una macchia, non una festuca a cercarla con cent'occhi. Quando passai per quelle strade, v'era un silenzio profondo. Solo di tratto in tratto incontravo qualche carrozza aristocratica che scorreva sul pavimento di mattoni quasi senza far rumore, e vedevo qualche lacchè impalato dinanzi a una porta, o qualche testa bionda di signora dietro a una tendina. Passando rasente le finestre, osservavo colla coda dell'occhio il mio meschino vestiario di viaggiatore riflesso spietatamente dalle grandi vetrate, mi pentivo di non aver portato i guanti, provavo una certa umiliazione di non essere almeno cavaliere di nascita, e mi pareva di udire qua e là delle voci sommesse che dicessero:--Chi è quel pezzente?
Della città antica, la parte più considerevole è il Binnenhof, un gruppo di vecchi edifizi di differenti stili d'architettura, che da due lati guarda, su due vaste piazze, e da un altro sopra un grande stagno. In mezzo a questo gruppo di palazzi, di torri, di porte monumentali, d'un aspetto medioevale e sinistro, v'è uno spazioso cortile, nel quale s'entra per tre ponti e tre porte. In uno di quegli edifizi risiedevano gli Statolderi, e ora v'è la seconda Camera degli Stati generali; dalla parte opposta, v'è la prima Camera, i Ministeri e diversi altri uffici d'amministrazione pubblica. Il ministro dell'interno ha il suo ufficio in una piccola torre bassa, nera, lugubre, che pende a filo sulle acque dello stagno.
Il Binnenhof, la piazza che si stende ad occidente chiamata Buitenhof, e un'altra piazza di là dallo stagno chiamata Plaats, nella quale si giunge passando sotto una vecchia porta che faceva parte d'una prigione, furono il teatro dei più sanguinosi avvenimenti della storia d'Olanda.
Nel Binnenhof, fu decapitato il venerando Van Olden Barneveldt, il secondo fondatore della repubblica, la più illustre vittima di quella lotta secolare tra il patriziato borghese e lo statolderato, tra il principio repubblicano e il principio monarchico, che travagliò così miseramente l'Olanda. Il patibolo ora innalzato dinanzi all'edifizio dove sedevano gli Stati generali. Dalla parte opposta v'è la torre dalla quale si dice che Maurizio d'Orange, non visto, assistesse al supplizio del suo nemico. Nella prigione ch'è fra le due piazze, fu torturato Cornelio De Vitt accusato ingiustamente d'aver tramato contro la vita del principe d'Orange. Nel Plaats furono trascinati dal popolo furioso, laceri e insanguinati, Cornelio e Giovanni De Vitt, il gran pensionario, e là sputacchiati, calpestati, uccisi a colpi di picca e di pistola; e poi mutilati e vilipesi i loro cadaveri. Nella stessa piazza fu pugnalata Adelaide di Poelgest, amante d'Alberto, conte d'Olanda, il 22 settembre del 1392; e si mostra ancora la pietra sulla quale cadde spirando.