O tutto o nulla: romanzo

Part 19

Chapter 193,794 wordsPublic domain

— Dio mio! Dite pure che gli ho data l’erba trastulla. E in fede mia, — soggiunse Camilla, — ci sarebbe qualche cosa di vero; ma nessuno potrebbe dolersene, salvo l’Anselmi. Non mi era dunque lecito di stare a vedere che effetto vi facevano certe cose, di studiarvi, di scandagliarvi un pochino? Alla fine, che mezzo abbiamo noi, povere donne, per conoscere se un uomo ci ami davvero? Usiamo una pietra di paragone, ecco tutto. E poi, ditemi ancora, potevo figurarmi io, con tutte le vostre visite di qua e di là, che voi mi amaste davvero, come io ho il diritto e la pretesa di essere amata?

— Ed ora, — disse Aldo, — lo sapete, non è vero?

— Sì, perchè un uomo non perde il lume degli occhi per una donna, come avete fatto voi, quando è presente un’altra che egli ha amata prima, o che ha tuttavia mestieri d’ingannare. E come eravate splendido ieri al Rinfresco! Vi ho veduto rotar gli occhi come una bestia feroce. E senza una ragione al mondo; questa è proprio una delle vostre!

— Già! — esclamò Aldo. — Senza ragione. Dopo quella lettera che avete scritta alla vostra amica!...

— Che s’è affrettata a metterla sotto i vostri occhi! — rispose Camilla. — Dovevo immaginarmelo. La bontà di cuore è sempre così; non ha altra smania che di servirvi; tutto per voi e niente per sè! Generoso spirito di rinunzia, magnanimo sentimento di sacrifizio, chi non vi rende giustizia! Io vi ammiro e m’auguro.... di non avervi tra i piedi. Ma basti di ciò; — soggiunse Camilla, che temeva di andare troppo in là coi sarcasmi; — ringraziamo anzi l’amica di avervi fatto leggere quel foglio. Se ciò non fosse stato, sarei io qui a domandarvi perdono? Perchè, infatti, la cosa è proprio così. Strana sorte è la nostra! Da padrone a schiave, da superbe a supplichevoli; e senza gradazioni, senza neanche un po’ di vergogna! Che cosa faccio io qui? come ho avuto il coraggio di venirci? Che si direbbe di me, quando si risapesse la cosa? —

Aldo scosse la testa, come uomo che sente il peso degli argomenti altrui, e battè due o tre volte le labbra.

— Avete ragione; — mormorò egli. — E per quanto io sia felice di vedervi qui, debbo pensare che c’è un pericolo per voi. Se aprissero quell’uscio.... —

E il signor Aldo, turbato com’era, non ardì compire la frase.

— Se lo aprissero!... — rispose Camilla. — Chiudetelo a chiave e non ci sarà questo pericolo. —

Al signor Aldo balenò davanti agli occhi come un’immagine delle beatitudini celesti. Guardò Camilla, che reclinava lo sguardo a terra; poi corse all’uscio, afferrò la chiave e diede tutt’e due le mandate. Ciò fatto, ritornò, veloce come un lampo, e cadde alle ginocchia di Camilla.

— Voi siete un angelo! — le disse.

Camilla sorrise malinconicamente.

— Un angelo che perde le ali; — rispose. — Ho fatto male e desidero che la cosa non passi in esempio. Ma sono così, io; — soggiunse tosto con accento più franco. — Avevo bisogno di sapere come amate voi, mio bel cavaliere. Quanto a me, eccovi come amo; o tutto o nulla.

— Mia dolce signora, lo sapete; — replicò Aldo giubilando. — È questo il mio motto.

— Tanto meglio; — disse allegramente Camilla. — E non voglio donne sulla mia strada.

— Nè io uomini; — ribattè Aldo, sul medesimo tono.

— Gelosia feroce, dunque?

— Gelosia diabolica. L’amore non ne conosce altra. Approvato?

— E firmato in doppio originale. —

Così chiacchieravano, seduti l’uno a fianco dell’altro, le mani nelle mani e gli occhi negli occhi. Camilla non accennò punto all’alterco di Aldo con l’Anselmi, e Aldo dimenticò facilmente i primi sospetti. La conversazione si aggirava mollemente a mezz’aria, tessuta di quei graziosi nonnulla che piacciono tanto agli innamorati e fanno scorrere il tempo così veloce. Che cosa si è detto? Da che parte si era incominciato e dove si era rimasti? Impossibile il ricordarsene. Donde qualche volta il rimprovero di lei, o di lui. Perchè mai la tal cosa, o la tal altra, che aveva pure una certa importanza, non era stata rammentata da lui, o da lei? Ma, Dio buono, come si fa, a ritenere una sinfonia, che passa per tutti i toni, e sfiora e confonde tutte le melodie dello spartito? E poi, perchè ritenere solamente certi particolari? Non erano tutti importanti ad un modo? E il pregio vero del dialogo non era forse tutto in quella medesima varietà di soggetti, collegati da tenui fila, armonizzati da gradazioni insensibili? Inoltre, ci sono delle cose che, udite una volta, paiono sublimi; ripetute, sviscerate, son nulla, e si possono paragonare a quelle nuvolette leggiere, che stanno librate in alto, prendendo forma dall’aria che le spinge, e colore dalla luce che le investe. La vaghezza è tutta nelle apparenze mutevoli; a che si cercherebbe la sostanza? Ora, nel dialogo di due innamorati la soavità ineffabile è quel susurro di due voci che si confondono, è quel bacio che si accenna e non si scocca. Un gran pittore ne ha foggiato uno nel sasso, ed è parsa idea luminosa, come poteva offrirsi all’arte figurativa; ma c’è altresì il bacio che nessun pennello può rendere, il bacio che si sente nell’aria, il bacio che vi sfiora la guancia e vi penetra nel sangue. Esso è nella voce cara che vi suona timidamente all’orecchio, nello sguardo acceso che v’illumina e vi riscalda, nell’alito delicato che vi accarezza il volto, in quel misto di fragranze nuove, inesprimibili, per cui sentite l’amata così diversa da tutte le altre donne del mondo. Insomma, lettori dell’anima mia, che cosa vi dirò? Che qui si perde la bussola. E fo punto, per ritornare alla prosa.

Il povero torcetto stearico, piantato nel modesto candeliere d’albergo, era al verde. Vo’ dire che s’era consumato bel bello, e che l’ultimo avanzo di stearina si spandeva liquefatto sulla padellina del cristallo. Poco dopo, il lucignolo, non più nutrito, nè sorretto, diede l’ultimo guizzo e cadde stridendo nel suo minuscolo laghetto di untume. Una piccola tragedia in un bocciuolo di candeliere! E i due felici non si erano avveduti di nulla. Risero, quando si trovarono al buio; e Aldo, cercando Camilla, sfiorò col sommo delle labbra i capegli di lei.

— Mia? — mormorò egli, così sommessamente, che l’aria non avrebbe potuto sentirlo. — Indovini, che cosa?

— Sì; — rispose ella; — tua.... fidanzata.

— E lo diremo allo zio; — riprese Aldo.

— Che sarà felice di liberarsi di me.

— Lo credi?

— No, povero zio! Mi ama tanto! Ma infine, alla sua età si hanno altre cure, e si custodisce male una nipotina come son io; — disse Camilla, ridendo. — Vedi, infatti!...

— Non vedo nulla; — rispose Aldo. — C’è così buio!

— Ma io ti vedo ancora; — replicò ella. — Cioè torno a vederti un pochino. È quasi l’alba.

— Ahimè, l’alba! — mormorò Aldo. — Che noia! —

Un pensiero molesto si affacciò alla mente di Camilla, e un brivido le corse per le vene.

— Che hai? — diss’egli, sentendola tremare.

— Nulla, nulla. —

E cercò di vincersi, di sviare i pensieri dolorosi, ritornando a parlare di cento cose; dei giorni in cui si erano conosciuti; delle prime parole che egli le aveva dette in una festa da ballo; di un fiore che egli portava sempre all’occhiello; di una storia che aveva incominciata per compiacere a lei, ma che non aveva saputa finire, per certe risa di lei, e via discorrendo. Ma le tenebre si andavano diradando nella camera, e la conversazione languiva. Aldo rispondeva a sorrisi interrotti, a monosillabi, e tratto tratto si mordeva le labbra, come persona che stenti a dominare la propria inquietudine.

Ad un certo punto non seppe più contenersi.

— Sono dolente.... — incominciò.

— Di che? — fece Camilla.

— Sono dolente di dirlo io; ma tu.... dovrai ritornare nelle tue camere.

— Perchè?

— Perchè tra mezz’ora sarà giorno. E se ti vedessero.... se ti trovassero qui....

— È vero; — disse Camilla. — Che cosa si penserebbe.... del signor Aldo?

— Cattiva! — esclamò egli. — Penso a te, non a me. Quando apparirà la luce....

— Ah, la luce! — interruppe Camilla. — Sarà la mia nemica, perchè mi farà comparire assai brutta.

— Se non si trattasse d’altro, — disse Aldo, — ti pregherei di restare. Ma infine....

— Ma infine, — ripigliò Camilla, — è meglio che io me ne vada; non è vero?

— Sì; — rispose Aldo sospirando.

— Andiamo dunque; — replicò Camilla.

E si alzò lentamente e si mosse di mala voglia. Aldo, rigiratole un braccio intorno alla vita e tenendosela stretta al seno, l’aiutò a fare i dieci o dodici passi che correvano dal canapè all’uscio. Dieci o dodici a farli corti, s’intende; ed anche questo breve tragitto volle parecchi minuti di tempo. Coppia gentile che s’inoltrava nella mezza oscurità della camera, io credo che così, e non altrimenti, dovrebbero andare nel regno delle ombre coloro che si sono amati sulla faccia della terra.

Mentre i miei due personaggi andavano verso l’uscio, ma col metro del fanciullo ritroso di cui è detto nella Bassvilliana del Monti (ricordi dell’adolescenza, che cosa volete da me?), un improvviso rumore si udì dalla strada. Qualcheduno di fuori batteva a ripetuti colpi sul portone d’ingresso.

— Vieni; — disse Aldo, traendo Camilla, che si era molto volentieri arrestata a mezza strada; — abbiamo appena il tempo di giungere alle tue stanze.

— No, — diss’ella, — è tardi, per escire. Se passa un servo nel corridoio?...

— Che? Spero bene non ci sarà questo bisogno; — rispose Aldo. — Aprirà il portiere. —

Ma proprio per far torto alle previsioni di Aldo, il portiere aveva il sonno duro, o l’orecchio. Di fuori continuavano a bussare, e poco stante si udì nel corridoio un passo grave, ma spedito, come di persona destata in soprassalto, che si affrettasse verso le scale, per metter fine a quel diavolìo.

— Ahi! — mormorò Aldo. — Son essi.

— Essi! — ripetè Camilla. — E chi?

— Amici miei.... — balbettò Aldo; — amici miei, che vengono a cercarmi, per una scampagnata. Ho promesso iersera, al Casino, di andare fino a Collodi. Vieni; ora non ci sarà pericolo ad escire sul corridoio, poichè il servitore è passato. Ma che hai? — soggiunse egli, sentendola tremar tutta nelle sue braccia.

— Ho freddo; — rispose Camilla. — E avrò anche più freddo di fuori. —

Per la stagione in cui s’era, la cosa doveva parere assai strana. Ma al nostro eroe il freddo che sentiva Camilla sembrò strettissimo parente della poca voglia che essa aveva di escire dalla camera. Rammentò che per tutta la notte Camilla non aveva accennato, neanche lontanamente, ad un pericolo di duello; silenzio notevole, che da principio lo aveva fatto insospettire, ma che egli si era poi spiegato nel miglior modo possibile, ricordando le parole con cui l’Anselmi, nell’escire dal Rinfresco, aveva cercato di rassicurare le donne. La spiegazione gli era servita lì per lì; ma allora, quella ritrosia di Camilla a separarsi da lui, il tremito subitaneo che l’aveva presa all’avvicinarsi dell’alba, e infine quella ostinazione a restare, anche a rischio di farsi cogliere nella camera di lui, dovevano dirgli abbastanza chiaramente che Camilla aveva indovinato ogni cosa e che la sua presenza colà mirava ad un fine. Ma quale? E con che mezzi contava ella di raggiungerlo? Aldo non ci vedeva molto chiaro; anzi, diciamo schiettamente che non ci vedeva affatto. E mentre stava lì almanaccando, si udivano i passi di parecchie persone, entrate allora nel corridoio; indi a poco i passeggiatori mattinieri fecero sosta e bussarono all’uscio della sua camera.

— Apri; — gli disse Camilla all’orecchio. — Io mi nascondo là dietro. Escirò dopo di te; non temere. —

Così dicendo si spiccò dal suo braccio e andò a celarsi nella stretta del letto.

Aldo aperse l’uscio e diede il passo a due gentiluomini, che erano per l’appunto i suoi padrini.

— Già alzato! — esclamarono, nell’atto di stringergli la mano.

— Sì; non è forse l’alba?

— Verissimo; ma credevamo che proprio in questa occasione avreste fatto il sonno più lungo. Si narra del principe di Condè....

— _Promessi Sposi_, capitolo tale! — interruppe Aldo, sorridendo. — Ma io, anche a risico di non somigliar punto al principe di Condè, non ho attaccato sonno, essendo rientrato troppo tardi e avendo avuto da scrivere qualche lettera.

— Infatti, — notò uno dei padrini, dando una occhiata al letto, di cui si vedeva la rimboccatura intatta, — ecco la prova più chiara della vostra veglia d’armi. La chiameremo così, in omaggio alla memoria degli antichi cavalieri. Ma permettetemi di osservare che, non avendo dormito, punterete male, stamane. —

Aldo rispose con una leggiera alzata di spalle. Ma dentro di sè mandò a quel paese il troppo loquace padrino; tanto più che dalla stretta del letto era giunto a lui come un gemito soffocato.

— Basta, — ripigliò il padrino, — poichè siete già alzato, avremo il tempo di prendere il caffè.

— Lo vogliono qui? — domandò il cameriere.

— No, — rispose prontamente Aldo, — lo prenderemo giù in sala. Vi prego, amici, — soggiunse, volgendosi ai due visitatori, — concedetemi due minuti e sono da voi. —

Esciti finalmente i padrini, Aldo ritornò verso Camilla, che si abbandonava bocconi contro la sponda del letto, in preda ad una agitazione violenta.

— Animo, via, Camilla; siate forte! — diss’egli.

— Ah! — gridò ella. — E per mia colpa! Ma non sarà.... non sarà! Mio Dio, abbiate compassione di me!

— Sì, egli mi assisterà; — disse Aldo. — Vieni, ora, te ne prego; non è più tempo di restar qui. —

Camilla si lasciò condurre, come un bambino. Da sola, non avrebbe avuta la forza di muovere un passo. La sua energia femminile, d’indole essenzialmente nervosa, era venuta meno davanti all’idea del pericolo che Aldo correva per lei.

Ma forse, direte, non lo sapeva prima? Sì, buon Dio, lo sapeva; ma bisogna anche osservare che ella faceva assegnamento su certe circostanze, molto ben prevedute, perchè attentamente studiate, le quali all’ultimo momento non le parevano più così certe, come le aveva immaginate da principio. Non vi è egli mai avvenuto di contare su certe combinazioni, sapientemente architettate, che a tutta prima vi sembravano irresistibili, e poi, giunti all’ora della prova finale, di perder la fede, di dubitare, di sospettare un errore di calcolo, infiltrarsi nelle vostre deduzioni, col pericolo di mandare a rotoli il vostro faticoso edifizio? Alla signora Camilla, già tanto sicura durante la notte, tornavano in cuore i sospetti, coll’avvicinarsi dell’alba. L’arrivo dei due padrini di Aldo le aveva dato il tracollo; i sospetti si erano tramutati in paura.

Oramai non si poteva più indugiare, nè mendicar pretesti, nè far capo ad alcune di quelle debolezze che in momenti meno solenni fanno buon giuoco alle donne. Camilla si lasciò condurre fuor della camera di Aldo. C’era appena appena il tempo necessario, perchè ella potesse raggiungere la sua.

Ma nell’atto di escire sul corridoio, alla incerta luce del mattino, i nostri due innamorati fecero un incontro che non s’aspettavano di certo. I padrini erano scesi al pianterreno e il servitore con essi; ma dal fondo del corridoio apparivano due altri personaggi, quasi due ombre; la signora Elena e il commendatore Gerardo.

Il primo e istintivo moto di Aldo fu di mettersi avanti, come per nascondere Camilla agli occhi dei nuovi venuti. Ma era tardi; Elena e suo marito avevano veduta la signora Rivanera, e ambedue, fatto un gesto di meraviglia, accennavano a ritirarsi, per non riescire importuni. Camilla se ne avvide. La poveretta si sentiva morire; ma la gravità del momento rianimò le sue forze. Non toccava a lei di salvare ogni cosa, se era possibile, o di confessare audacemente la propria sconfitta?

Perciò, respinto leggermente Aldo, che non si era anche persuaso della impossibiliti di nasconderla, Camilla si fece incontro ai Vezzosi, e incominciò in questa forma:

— Amici, anche voi siete venuti a salutare il signor De Rossi e ad augurargli fortuna?

— Non potevamo farne di meno, — rispose Gerardo, — avendo indovinato iersera quel che doveva accadere.

— Bravo! — disse Camilla. — E lo confessate ancora? Indovinare una cosa simile e non darmene un cenno, in verità, non è bello da parte vostra. Buon per me che l’avevo indovinata anch’io.

— E più fortunata di noi, — entrò a dire la signora Vezzosi, — sei giunta anche prima. Noi, appena abbiamo sentito battere all’uscio di strada, siamo saltati dal letto.

— Ed anche voi, — aggiunse Gerardo, — avrete fatto lo stesso.

— Sì, ma molto prima; — rispose arditamente Camilla. — Non ero io la colpa di tutto?

— Che dite, Camilla? — gridò Aldo, commosso. — Ed ora, perchè queste lagrime? Vorrei aver mille vite ed incontrar mille morti per voi. —

L’impeto con cui Aldo profferì le sue calde parole non doveva piacer troppo alla signora Elena. L’ascoltatrice negletta ne ebbe una scossa violenta, e sentì il bisogno di appoggiarsi alla parete.

Camilla vide quell’atto, e forse lo indovinò, e corse ad abbracciare l’amica.

— Animo! — le bisbigliò all’orecchio, — Perdonami!

— Sì, ti ho perdonato; — mormorò la signora Elena. — Poveretta, tu non ci hai colpa.... salvo quella di averlo fatto soffrire.

— Ah, ne avrò un rimorso eterno; — rispose Camilla, trascinando Elena in disparte. — Ed ora, che cosa avverrà? La signora Meravigli avrà fatta la sua parte?

— Lo spero; — disse Elena. — Il Sestavalle ha dormito alla Torretta, per esser vicino all’Anselmi. Bisognerà aspettarlo.

— E Gerardo lo sa? — chiese Camilla.

— Sì; non ho creduto di dovergli nascondere i nostri tentativi. Povero Gerardo! egli è tanto buono! Sento di amarlo doppiamente, oggi. —

Così parlava la signora Elena. Ed ecco, lettori discreti, ecco un uomo che non saprà mai a che fortunata combinazione egli sia debitore di una ripresa d’affetti coniugali. Uomini felici, che passano sulla scena del mondo, vedendo sempre la superficie delle cose, e nient’altro che la superficie! A buon conto, non è forse meglio così?

Essendo presenti i Vezzosi, non era più necessario che la signora Camilla ritornasse nelle sue camere. Perciò scesero tutti al pianterreno, per accompagnare il De Rossi.

La carrozza di Aldo stava in attesa, davanti al portone. Aspettando il caffè, ed essendo lì vicino il portiere, non si reputò conveniente di alludere al grave caso che raccoglieva tutta quella gente sull’ingresso dell’albergo, e si ebbe l’aria di parlare d’una scampagnata a Collodi. Sì, proprio a Collodi! Orazio avrebbe collocato qui una ripetizione del suo famoso: «_Credite posteri._»

Poco stante, si udì dallo stradone un rumore di ruote. Una carrozza veniva a furia dalla parte del Tettuccio.

— Son essi, e veramente puntuali; — disse uno dei padrini, il maggiore di fanteria, dando una guardata all’orologio.

La carrozza venne a fermarsi davanti al portone. I due padrini di Aldo escirono tosto, per andare al montatoio, a ricevere i colleghi della parte avversaria. Erano essi per l’appunto, ma soli. Il contino Anselmi non c’era.

Aldo, affacciato all’ingresso, non potè trattenere un gesto di meraviglia. Quanto ai suoi padrini, lo avevano già fatto, e stavano appunto chiedendo perchè mancasse l’Anselmi.

— Ah, ah! Il conte Anselmi? — dice l’Alcibiade, con aria che voleva parere disinvolta. — Il conte Anselmi verrà; sicuramente, verrà. Egli è trattenuto ancora pochi minuti all’albergo. Frattanto, egli mi ha incaricato di consegnare una lettera.... alla signora Camilla Rivanera. —

Alle parole dell’Alcibiade rispose un gesto di meraviglia, anzi di stupore da parte di tutti gli astanti. E non fu questo il solo effetto di quello squarcio d’eloquenza, poichè la signora Camilla, udendo proferire il proprio nome, fu sollecita ad apparire sulla soglia.

— Certamente.... — ripigliò l’Alcibiade, — non parrebbe questa una commissione da darsi ad un padrino, ad un araldo d’armi. Nè io l’avrei accettata, se il conte Anselmi non m’avesse raccomandato di eseguirla solennemente, alla presenza di tutti. L’indole stessa della quistione (son parole del conte Anselmi) l’indole stessa della quistione che ho avuta col De Rossi, è tale da richiedere questo preliminare. Ad un linguaggio simile io non ho saputo negare più nulla, e il barone Marcovich, qui presente, mi ha incuorato egli stesso ad incaricarmi di questa trasmissione, che lor signori non troveranno essere fatta da me con solennità minore del bisogno. A lei, dunque, signora Camilla mia riverita — conchiuse l’Alcibiade, facendosi innanzi col suo messaggio, — eccolo il preliminare in discorso. —

V’immaginate come rimanessero tutti, a quel secondo squarcio d’eloquenza del cavaliere Sestavalle. Camilla, intanto, aveva presa la lettera, lacerata la busta, e leggeva. I suoi occhi tutto ad un tratto si animarono; un bel colore incarnatino le tornò in viso, a mano a mano che procedeva nella lettura; finalmente sorrise. Aldo, secondo il solito, ci aveva un diavolo per occhio. Benedetto geloso!

Dopo aver letto, Camilla porse la lettera al commendatore Gerardo.

— È di un uomo di spirito, ed anche di un uomo di cuore; — disse ella. — Leggete. —

Gerardo obbedì. Com’ebbe letto a sua volta, rispose:

— Avete ragione. È in fondo in fondo, un buon ragazzo. Maggiore, vuol leggere?

— Se è cosa che debba entrare nel mio ufficio di padrino.... — disse il maggiore. — E se la signora permette...

— Sicuramente; — rispose Camilla.

Il Maggiore prese la lettera dalle mani del Vezzosi e lesse anch’egli, tenendo il foglio alquanto da un lato, affinchè potesse leggere con lui il professore di storia naturale. Ambidue convennero che la signora Camilla aveva ragione. Sfido io! Una donna bella ha sempre ragione, e la sua bocca è una fonte di verità.

Aldo De Rossi, vedendo che tutti leggevano prima di lui si era allontanato di alcuni passi e andava su e giù, facendo le volte del leone sul marciapiede dell’albergo. Per desiderio della signora Camilla il foglio fu trasmesso anche a lui. Aldo lo prese con aria svogliata, ma nel fatto con una grande impazienza di leggerlo.

Vediamolo anche noi, poichè lo legge il De Rossi. Il conte Anselmi scriveva in questa forma alla signora Camilla:

«_Signora_,

«Ho fatto parecchie cose a malincuore, e posso dire anzi con rammarico. E adesso ne fo una con piacere, quantunque la penna mi serva male. Infatti, c’è sempre un po’ di ritegno a parlare di certe faccende con una signora; peggio poi con quella stessa... Ma non caschiamo a filosofare, che è il peccato del secolo, e raccontiamo le cose come stanno. La morale verrà dopo.

«Il signor De Rossi mi ha provocato ieri, al Rinfresco. Le parole erano misurate, ma il senso era chiaro, così chiaro che ho dovuto provvedere alla tutela del mio onore, mettendo la cosa in mano a due padrini. Voi sapete già tutto questo, e sapete anche una parte di ciò che debbo raccontarvi ora. Veramente, il venirvi a spiattellare un secreto del mio cuore, o della mia testa, foss’anco il segreto d’Arlecchino, non sarebbe da uomo di garbo, e i cavalieri antichi non ci sarebbero incappati. Ma qui, signora mia, tutto è nuovo e passabilmente strano. E con tutta la poca voglia che ne avrei, debbo pure parlarvi del duello ed anche di una certa persona, che voi avete scoperta, e da cui mi trovo stretto d’assedio. Eccolo qua, l’uomo che si aspetta, occupato nelle più audaci scorribande; eccolo qua, chiuso tra quattro pareti, nell’albergo della Torretta, ubbidiente ad una voce, che, con una leggiera variante nella parola, potrebbe dirsi di sovrano assoluto.

«Il sovrano, o l’assediante, non avrebbe già potuto vantarsi di tenermi sotto chiave. Egli era così poco sicuro della sua forza materiale, così timoroso d’una mia sortita dalla piazza, che ha dovuto far capo ad un mezzo speditivo, facendomi saltare il deposito delle polveri. Son qua, signora mia, disarmato dalla lettura di una nota lettera, che dice a un dipresso così: «Impedite questo duello, che io non capisco, e che è cagionato sicuramente da un equivoco. Non ci può essere quistione tra il signor De Rossi, l’uomo che io amo, e il signor conte Anselmi, amico nostro leale, ma nient’altro che amico.»