Part 18
— A voi, che siete due meraviglie, — diss’egli, — racconterò tutto, dall’a fino alla zeta. I nostri due primi si batteranno domattina. Salvo qualche piccolo cambiamento, che potrebbe essere stabilito più tardi, il barone Marcovic, che è l’altro padrino e mio collega, verrà dalla Torretta all’Albergo della Pace, insieme col contino Anselmi, verso le cinque. E alle cinque in punto si partirà tutti, in due carrozze, per Monsummano, donde, col pretesto di una gita igienica, come mi pare d’avervi già detto, si salirà fino alla vetta del monte. Ahimè! — soggiunse l’Alcibiade sospirando. — Penso già con dolore a quella ripida ascesa.
— Benissimo; — esclamò la signora Camilla; senza darsi un pensiero al mondo dei dolori dell’amico Sestavalle. — Queste cose dovrà saperle anche la signora Meravigli.
— Anche lei! — gridò l’Alcibiade, stupito. — E perchè? E chi si prenderà la cura di andargliele a dire?
— Il perchè lo so io; — rispose Camilla. — Quanto all’ambasciatore, sarete voi. Sicuramente le siete debitore di questo piccolo uffizio, dopo averla piantata là al Casino, come Olimpia sullo scoglio.
— Ma io, signora mia.... Pensate....
— Ho pensato a tutto. Col pretesto di vedere l’Anselmi per qualche nonnulla, dimenticato nella fretta, dovete andare all’albergo, dove essa è alloggiata.
— La cantante sarà ancora al Casino; — disse l’Alcibiade.
— Meglio così; la vedrete al Casino, e troverete il modo di farle avere una lettera.
— Una lettera! E di chi, se è lecito?
— Una lettera che scriverò io. Infatti, guardate, incomincio. —
E mandando i fatti compagni alle parole, la signora Camilla si pose allo scrittoio, per buttare su d’un foglietto di carta pochi versi della sua calligrafia aristocraticamente sottile. Indi, piegato il foglio e ficcatolo nella sua sopraccarta, scrisse il ricapito: _Alla signora Augusta Meravigli_.
— Eccovi qua; — diss’ella, consegnando la lettera al cavaliere; — andate.
— Signora.... — balbettò egli. — È presto detto: andate! Sono il padrino dell’Anselmi.... onore che non ho cercato io! Come volete che lavori ad impedire il duello che ho aiutato a concertare? Perchè questa è la vostra idea, non è vero?
— Orbene, e se lo fosse?
— Se lo fosse, — ripigliò l’Alcibiade, — non toccherebbe a me di prestarvi mano. Figuratevi! Se lo risapessero mai i padrini avversari!... Infine, considerate che non sono in questo pasticcio per colpa mia....
— Ci siete per colpa nostra; — rispose Camilla. — Ci siete in qualità di nostro schiavo, e dovete obbedire; altrimenti, badate, mi metto la mantellina sulle spalle, prendo il vostro braccio, vado io al Casino, e faccio una scena che vi piacerà poco.
— Signora, voi siete feroce! Andrò, come volete, andrò; ma vi avverto che mi metto in un brutto impiccio. Entrerò nella fossa dei leoni, e senza essere Daniele.
— Non temete, penso io a salvarvi dalle loro unghie. Ma andate, in nome di Dio! Sento nel corridoio i passi di mio zio e del signor Gerardo. Quando avrete fatta l’ambasciata, tornate a darmene avviso; vi aspetto. —
L’Alcibiade chinò la testa ed uscì dal salottino.
— Che cosa hai scritto alla cantante? — domandò la signora Vezzosi all’amica.
— Lo saprai più tardi; ora non avrei tempo a dirtelo. L’essenziale è d’impedire questo duello.
— E credi che si potrà? — chiese Elena, scuotendo il capo in atto d’incredulità. — Queste ire, una volta scoppiate, non si arrestano più. —
L’arrivo di Gerardo e del presidente Roberti interruppe il dialogo delle due dame.
— Orbene, — disse il commendatore Vezzosi, — è finita la conversazione?
— No; — rispose Camilla. — Sestavalle ha dovuto andar fuori per una sua faccenda, ma tornerà ancora ad augurarci la buona notte. E voi prenderete il tè, m’immagino.
— Tutto quello che voi immaginate, — rispose galantemente il Vezzosi, — è quello che mi deve accadere. Prenderò il _tè_. —
Non era mica una cosa facile, tenere a chiacchiera due uomini come il presidente Roberti e il commendatore Gerardo, che erano legati alle signore da vincoli di famiglia e di consuetudine, che avevano passata una lunga giornata senza far nulla, che si erano seccati parecchio, assistendo ad un alterco d’amici, sul quale non volevano aprir bocca, sebbene ci ritornassero spesso col pensiero, e che finalmente avrebbero gradito assaissimo di poter seppellire tra le pietose lenzuola i fastidi della giornata e il brutto ricordo della contesa avvenuta. Eppure, la signora Camilla ne venne a capo. Quando la bella birichina voleva qualche cosa, non c’era verso di volerne un’altra; sto per dire che il cielo si metteva dalla sua e si divertiva a vedergli fare un miracolo. Non avete mai veduto dei babbi e dei nonni che da certi angioletti si lasciano tirare i baffi e levar la parrucca? Anche messer Domineddio, a certe sue belle creature.... Ma non diciamo eresie; contentiamoci di raccontare che la signora Camilla, aiutata da Elena, tenne a bada un bel pezzo i due gentiluomini, e che ella si disponeva appena ad ammannire il _tè_, quando fu di ritorno il messaggero Alcibiade.
— Ah, bene! — esclamò ella, dandogli un’occhiata d’intelligenza. — Capitate a tempo per farmi da aiutante.
— Son qua, donna Camilla, son qua; — disse l’Alcibiade, avvicinandosi al deschetto su cui stava il vassoio con tutto il bisognevole per «cotanto uffizio.»
— Avete fatto? — gli chiese ella sottovoce.
— Ogni cosa; — rispose egli nel medesimo tono.
— Ha letto?
— Sì, ed è rimasta un po’ meravigliata. Ma poi ha lodato il vostro passo. Vi servirà, come desiderate; quantunque tema di non riuscire. È un uomo leggiero, mi disse, e gli uomini leggieri vi sfuggono proprio da quel lato per cui vi argomentate di tenerli.
— È una sciocchezza; — rispose Camilla. — Non ci sono uomini leggieri. Del resto, — soggiunse, — aspettiamo. —
E alzò gli occhi al cielo, col gesto dell’Arabo che commette la sua salute al destino. Ma balenava da’ suoi occhi la sicurezza di chi rimettendosi all’aiuto del destino, si promette anche di dargli una mano.
— A Elena; — disse poi, versando il _tè_ e porgendo la prima chicchera al suo bravo aiutante.
XX.
Quella sera Aldo De Rossi rientrò molto tardi all’albergo. Da principio la ricerca dei padrini, quindi gli accordi e i preparativi del duello, avevano occupato tutto il suo tempo. Alla perfine, tutto era concertato, e in guisa di non lasciar nulla ai capricci del caso. Le carrozze erano state fissate per l’alba, e alle cinque in punto i suoi padrini dovevano andarlo a svegliare.
Per la prima volta, dacchè era a Montecatini, Aldo De Rossi andava a letto contento. La rabbia, tanto tempo chiusa nel petto, l’aveva finalmente sfogata. La condizione uggiosa e ridicola, in cui era da parecchi giorni, di amante negletto, di osservatore geloso, di rivale infelice, che doveva stare alle mosse, parlar dolce con l’amaro sulla lingua, sorridere con la voglia di ruggire e graffiare, l’aveva chiusa con una brava sfuriata. Al giorno seguente la cura di farla finita; per intanto, Aldo De Rossi avrebbe dormito sei ore senza pensare a nulla. A nulla, mi capite? a nulla!
Perchè, non so se l’abbiate osservato mai, occorre in questi casi uno strano fenomeno. L’uomo ha un gran sopraccapo, o un grande struggicuore, e per l’uno o per l’altro gli accade di venire ai ferri corti con Tizio, o con Caio. Si combina lo scontro in piena regola; gli sdegni feroci avranno uno sfogo, i dolori acerbi un sollievo. Ed ecco, come per incanto, alla vigilia della carneficina, il combattente non pensa più alle sue malinconie; si direbbe quasi che non ne abbia avuto pur l’ombra. Come può succedere una tranquillità così grande ad un così fiero scompiglio? Vorrei dirlo, ma temo che non sia qui il luogo, nè l’ora. Comunque, si può riscontrare questo periodo di calma con quella pace improvvisa degli elementi, che precede lo scoppio del temporale. L’uomo sembra dire a sè stesso: «Sarà per domani; ho dunque tempo a pensarci, poichè senza di me non si fa nulla, di sicuro.» E quasi quasi non sente più ira contro il nemico, la cui immagine abborrita, già così spesso presente a’ suoi occhi, è lontana mille miglia da lui. Le furie torneranno domani, nel momento critico dell’assalto dato o respinto; per ora si sta in dormiveglia. La soddisfazione di aver trovata la via ad uno sfogo onorevole (se onesto, poi, non so dirvi) è quella che domina, ed è già per sè stessa una maniera di sfogo.
Non argomentate da ciò che il nostro eroe andasse subito a letto. Un pensiero, anche breve, all’impresa futura, bisognava pur darglielo; non foss’altro, per provvedere a qualche caso delicato. Perciò entrato nella sua camera, Aldo De Rossi pensò di scrivere due versi in fretta ad un amico fidato.
«Avrò domattina (così diceva la lettera) una piccola seccatura, intorno alla quale, se ne porto via la pelle, ti manderò un cenno telegrafico, per togliere ogni importanza a questo foglio, quando ti verrà tra le mani. Dato poi il caso peggiore, e quando tu abbia avuto l’annunzio dalle trombe della fama, tu hai a rendermi un servizio da amico provato e da cavaliere del buon tempo antico. Andrai a casa mia e farai ardere sotto i tuoi occhi, con tutta delicatezza, le carte che sono entro lo stipo, nella mia camera da letto. Sono dolente di non aver fatto io, e da lunga mano, questo _auto da fe_. Certi ricordi del passato non dovrebbero sopravvivere ai pensieri e ai sentimenti che li rendevano preziosi. Grazie anticipate e addio.... se ha da essere addio.»
Finito di scrivere, Aldo rilesse quel che gli era escito dalla penna, e sorrise.
— In fede mia, — esclamò, — ecco una prosa molto fredda, e per il momento in cui è scritta, e per l’uomo a cui va. Ma infine che ci ho da far io, se non mi si scioglie la vena? —
Infatti, egli non sentiva nulla, nè ardore, nè tenerezza. Il cuore di Faraone era indurito, o giù di lì.
Fece alcuni passi per la camera, sorridendo a sè stesso, come un uomo che, per la prima volta dopo un lungo periodo di sciocchezze, si persuade di aver bene spesa la propria giornata. Quindi, poichè la giornata era finita ed occorreva dargli una chiusa, pensò che il meglio era di andarsene a letto.
Mentre egli stava prendendo quella risoluzione, bussarono all’uscio della camera. Forse era il cameriere. Aldo ricordava benissimo di non aver chiesto nulla; ma non poteva essere frullato in testa al cameriere di venire appunto per ciò a domandargli se per caso non avesse bisogno di qualche cosa? verbigrazia, a che ora del mattino volesse essere svegliato? I camerieri d’albergo li hanno, qualche volta, questi rimorsi di coscienza, che li farebbero creder capaci dei sacrifizi più grandi!
— Avanti! — disse Aldo, senza voltarsi e senza rallentare i suoi passi.
L’uscio si aperse lentamente e qualcheduno si affacciò nel vano.
— Che cosa volete? — chiese Aldo De Rossi, nell’atto che compiva la sua passeggiata fino all’angolo più lontano della camera.
Ma la sua dimanda non ebbe risposta. Si volse allora, insospettito da un leggiero scalpiccio che non accennava punto a ciò ch’egli aveva immaginato da principio; si volse, vide che cos’era, e diede un sobbalzo; poi restò lì, tra contuso e sbalordito.
— Signora!... — diss’egli; e più non disse, tanta era la sua commozione.
Avrete già indovinato chi fosse la signora, il cui improvviso apparire turbava così profondamente Aldo De Rossi. Era la signora Camilla, che stava ritta ed immobile davanti a lui, a due passi dall’uscio; la signora Camilla Rivanera, bella come una visione celeste, di quelle che in altri tempi usavano visitare i monaci e i pensatori, nelle loro celle solitarie. E dico in altri tempi, per accennare a quelli della poesia; che i nostri sono tempi di prosa e certe visioni sdegnano di offrirsi ai mortali.
La signora Camilla rimase un istante a guardare il De Rossi; indi si volse indietro a mezzo per richiuder l’uscio, e finalmente venne incontro a lui, che non s’era mosso dal suo primo atteggiamento di confusione e stupore.
Ella s’inoltrava, e il giovane la vedeva venire incontro a lui, muta e severa come un fantasma.
Grazioso fantasma, in verità, e in ogni altra occasione Aldo De Rossi l’avrebbe accolto a braccia aperte. Ma in quell’ora notturna, mentre egli era lunge dall’aspettarsi una simile apparizione, ed anzi, diciamo tutto, mentre egli non avrebbe mai osato sperarla o immaginarla possibile, Aldo De Rossi n’ebbe come un capogiro, vacillò e cadde su d’una scranna, che, per fortuna sua, era ai piedi del letto. Ed ella, come fu presso a lui, si fermò, stette un momento a guardarlo, con una aria grave, in cui la curiosità si mescolava alla tristezza.
— Non mi aspettavate? — diss’ella, come fu giunta presso al De Rossi.
— No; — rispose Aldo, senza sviar gli occhi da lei.
— Che uomo! — esclamò allora Camilla. — Voi non capirete dunque mai nulla!
— Io.... — balbettò il giovane. — Che cosa intendete di dirmi?... —
E rimase attonito, pensando a quella frase di Camilla. Che cosa doveva egli capire? Per esempio, cercando molto tra sè, incominciò a capir questo: che ella volesse da lui una viltà. Ma con quale intento? Forse per liberarsi da una malleveria troppo grave, perchè su lei, solamente su lei, sarebbe caduta la colpa del duello.. Forse anche per tutelare la vita dell’Anselmi? Questo sospetto lo fece fremere di rabbia. E pensò di stare in guardia, aspettando che ella scoprisse il suo giuoco.
— Signora, — riprese egli, tanto per dire qualche cosa e ravviare il discorso, — vogliate sedervi. —
Camilla non rispose parola e non fece neppur caso dell’invito di Aldo. In quella vece andò risolutamente verso lo scrittoio e prese la lettera che il signor De Rossi vi aveva lasciata; guardò il ricapito e aperse la busta, senza chieder licenza, senza esitare un istante, come se facesse la cosa più naturale del mondo. E neppur egli, confuso com’era dall’improvvisa apparizione di lei, trovò strano che quella donna, entrata là dentro come in casa sua, aprisse la lettera che egli aveva finito poc’anzi di scrivere.
La signora Camilla diede una rapida occhiata al foglio, e come fu giunta agli ultimi versi, atteggiò le labbra ad un sorriso sardonico.
— Lettere d’altre donne! — esclamò. — Ritratti! Fiori appassiti! Non è vero?
— Signora!...
— Oh, non importa, dovevo aspettarmelo. Ma nella lettera che avete scritta è anche la vostra condanna. In verità, dite benissimo; questi ricordi non dovrebbero mai sopravvivere ai lieti casi, ai dolci episodii di cui fanno testimonianza. —
Aldo rimase muto, parendogli indegno di sè e di lei un tentativo di giustificazione, che non si sarebbe potuto fare, senza aver l’aria di rinnegare il passato. Ma quand’anche egli lo avesse voluto, Camilla non gliene avrebbe lasciato il tempo.
— Chi amate voi ora? — ripigliò essa. — Ma no, non occorre saperne il nome. È una donna da compiangere. Infatti, essa non potrebbe essere lieta, sapendo che in un angolo riposto del vostro scrigno c’è tanta roba da gettare alle fiamme. —
L’accenno doveva riescirle doloroso, poichè ella dopo aver dette quelle parole, si lasciò cadere sul sofà, che era accanto allo scrittoio, nascondendosi il viso tra le palme.
Aldo non seppe più contenersi. Balzò dalla scranna, e avvicinatosi a lei, le prese una mano, che strinse amorevolmente tra le sue.
— Signora.... — diss’egli, con accento supplichevole. — Camilla, ve ne prego.... Che significa ciò? Di che m’accusate voi? Mia dolce signora, è dunque possibile?... E siete voi qui, veramente voi? O non sono io piuttosto io che vi vedo e vi parlo in sogno? —
Così dicendo, non senza interruzioni, tra sospiri e singhiozzi, baciava quella bianca mano, che Camilla non gli aveva concessa, ma che non aveva pensato neanche a ritrarre. La baciava, dico, e finì col bagnarla delle sue lagrime; dolce tributo che l’amore dà così spesso e così volentieri ad una cara bellezza. E Camilla sentì quelle lagrime, e levata la fronte a guardare il piangente, con un moto rapidissimo della persona venne a nascondere il viso sul petto di lui.
Qui veramente Aldo De Rossi credette di essere innalzato al settimo cielo, se è vero, come hanno scritto gli antichi, che i cieli sieno sette e non più. Era lui, proprio lui, che stringeva al petto quella divina creatura? Era lui, proprio lui che aveva sofferto tanto per la freddezza di quella donna, e letta poche ore innanzi una sua lettera acerba, che pareva fatta per levarlo d’ogni speranza? E quella donna che egli credeva di aver perduta per sempre, quella donna, proprio allora che egli pensava di esserne più lontano che mai, era là, commossa, palpitante, nelle sue braccia, come una colomba nel nido?
Quanto durasse la scena non saprei dirvi, nè, sapendolo, vorrei. L’uggioso misuratore delle allegrezze umane non dimentica nessuno; ma è permesso ai felici di dimenticarlo, in uno di quei rapimenti sublimi che nello spazio di un’ora concentrano le gioie di un’intiera esistenza. Non mi chiedete neanche quali pensieri prendessero forma nella mente di lui, o di lei; poichè vi sono istanti in cui non si pensa affatto, se non per avere una vaga coscienza dell’annientamento di questa superba facoltà, per cui l’uomo è il più infelice degli esseri.
— Dimmi, — bisbigliò finalmente Aldo all’orecchio di lei, — perchè mi odiavi?
— Perchè?... — rispose ella, destandosi da quel dolce torpore dell’anima. — Non amavi tu un’altra?
— No; — disse Aldo, con accento vibrato che prorompeva dal cuore. — Te sola.
— Giuralo! — rispose Camilla, levando la testa e fissando i suoi begli occhi nel viso di Aldo. — Giura che non amavi Elena, e che il tuo cuore non ha mai palpitato per essa. Bada, — soggiunse, con un gesto di minaccia. — Avresti avuto torto a non amarla, perchè essa è bella tra tutte le donne; avresti avuto torto, perchè essa ti ama. Se l’hai amata, sii leale ed onesto nel rispondermi. Puoi tradirla nel futuro; non devi rinnegarla nel passato.
— Non sarei così vile; — rispose Aldo gravemente. — Per tutto ciò che ho di più sacro; per la memoria di mia madre, te lo giuro; non ho amata mai quella donna. Il mio cuore è pieno di te, dal primo giorno che ti ho veduta; ed ho veduta te prima di conoscere lei. Il passato.... — soggiunse Aldo sospirando; — il passato non è più mio. Come lo distruggerei? È la nostra gioventù che ha sparsi i fiori della sua ghirlanda lungo il cammino: possiamo noi tornare indietro a raccoglierli? Una cosa sola possiamo far noi: dolerci amaramente di non averli serbati, per incoronarne la fronte di colei che ameremo per tutta la vita. Credimi, dolce signora; io non ho amato Elena, non le ho detto mai parola che potesse lasciarle sospettare un’ombra di tenerezza per lei. Eppure, io gliene ho dette molte! — notò il giovane, crollando mestamente il capo. — Ma tutte, sai, tutte per intrattenerla del mio amore per te!
— Male! — sclamò Camilla. — Si fanno forse di queste confidenze ad una donna?
— Elena è buona; — disse Aldo.
— Sì, troppo buona; e appunto ciò mi ha dato noia; — rispose Camilla, battendo sdegnosamente le labbra. — Stimare un uomo per quel che vale.... almeno, immaginarsi che egli val molto; desiderare che le sue labbra vi dicano ciò che i suoi occhi v’hanno lasciato sospettare; attendere che egli cessi di andare attorno, per non vedere, per non seguire, per non servire che voi; e invece.... non veder nulla, non udir nulla di ciò che speravate vedere ed udire; e frattanto, sentirvi offrire quell’uomo da un’altra donna, bellissima, non c’è che dire, e che ha l’aria di volervi fare un regalo, quasi una cessione.... Signor De Rossi, ecco ciò che è toccato a me, per colpa vostra. Ditemi ora, non eravate un bambino, a diportarvi così? E non sentite là dentro un po’ di rimorso? —
Aldo De Rossi vide in quel momento ciò che non aveva veduto mai. Delicatissimo nelle cose del cuore e punto disposto alle confidenze tra uomini, si era lasciato andare a far partecipe del suo segreto una donna. Perchè quella debolezza sua con la signora Vezzosi? Certo, bisognava farle intendere in qual modo, come e perchè egli non rispondesse al nascente affetto di lei; certo, non era tutta colpa della signora Elena se quell’affetto aveva fatto capolino, e il signor Aldo degnissimo, con le sue spensierate assiduità in casa Vezzosi, doveva riconoscersi per il primo e per il maggiore colpevole. Ma dal trovare il modo di persuadere gentilmente una donna dell’errore in cui essa era caduta, allo spiattellarle intiera e nuda la verità, ci correva un bel tratto. Ed era poi lui, l’uomo degli amori esclusivi, il fautore della massima «o tutto o nulla,» che doveva lasciar supporre tante cose alla signora Vezzosi e mettersi nella condizione in cui si trovava finalmente, davanti alla signora Camilla?
I criminalisti, in ciò d’accordo coi moralisti, richiedono nel delitto, perchè possa chiamarsi tale la coscienza e l’intenzione di commetterlo. Dove non è intenzione, dove non è coscienza, il delitto sparisce e resta semplicemente l’errore. Ma nelle cose del cuore, è, scusatemi l’espressione, un altro paio di maniche. Dove lo spirito ha obbligo d’esser sempre desto e vigilante, non ci sono errori perdonabili; ogni errore è delitto. Aldo, anche innocente nell’anima sua, aveva errato, doveva riconoscersi in colpa.
— Mi faccio orrore; — diss’egli chinando umilmente il capo. — Ma anche voi, Camilla.... non siete stata troppo lungamente crudele con me? Quell’Anselmi, poi!... —
Non avrebbe voluto nominarlo; anzi, aveva fatto proponimento di non tirare il discorso da quella parte. Ma al povero Aldo De Rossi accadde ciò che accade a tutti gl’innamorati, che non sanno destreggiarsi, perchè non sanno aspettare, e cascano essi primi nei discorsi che vorrebbero ad ogni costo cansare.
— Ah sì, l’Anselmi! — rispose Camilla. — Gran che! Ditemi voi, ve ne prego, che cosa ha ottenuto l’Anselmi da me.
— Non so; — balbettò Aldo, chinando gli occhi e stringendosi nelle spalle.
— Ah, non mi dite che non lo sapete; — ribattè essa con accento severo. — Escirei da questa camera, per non vedervi mai più. Siate pure geloso; la cosa piace qualche volta alle donne, specie quando amano anch’esse davvero. Ma non siate mai permaloso, nè ingiusto. —
Aldo si fermò a meditare sopra una frase di Camilla, che lo aveva colpito.
— E.... — diss’egli allora con una mezza sospensione, che dimostrava la sua paurosa curiosità, — vi piace che io sia geloso?
— No; — rispose Camilla, preparandosi a ridere della sua cera scontenta, ed anche, se egli non era a dirittura un grande zuccone, a lasciargli intendere il contrario.
Ma, proprio a dirvi le cose come stanno, il mio signor Aldo, con tutte le sue belle qualità, era un po’ zucca. Non zucca al vento, chè sarebbe stato sciocco e vanitoso; ma zucca coricata, zucca supina. Poveretto, non so scusarlo, ma non so neanche condannarlo, poichè conosco della gente che gli somiglia e a cui voglio un gran bene. Del resto, lo sapete, Aldo ci aveva quel tal sospetto in corpo; il sospetto che Camilla non avesse fatto quel passo imprudente, audacissimo, di andare da lui, a quell’ora di notte, se non per chiedergli una viltà, a vantaggio dell’altro. E il dubbio, anche vano, e, peggio che vano, indegno di entrambi, gli risorgeva nell’animo.
— No, — gli aveva risposto Camilla, ridendo. — E poi, — aveva soggiunto, vedendo che egli non afferrava la celia, — perchè sareste geloso? E di che?
— Di che! — esclamò egli, aggrottando le ciglia. — E me lo domandate? Non ho io vedute tutte le cortesie che egli vi faceva e l’aria di bontà particolare, direi quasi di gratitudine, con cui avete sempre mostrato di accoglierle?