Part 17
Basta, lasciamo le considerazioni da banda. I nostri personaggi escirono dal Rinfresco; Gerardo tenendo a braccetto la signora Camilla, il presidente Roberti la signora Elena. Il Sestavalle si accompagnò alla seconda coppia, ma senza preferenze e disposto a correre verso la prima quando fosse chiamato. Uomo inarrivabile, e veramente Alcibiade, che sapeva trovarsi bene con tutti e in ogni circostanza della vita! Egli sarebbe anche rimasto coi due giovanotti, quantunque le loro facce scure non promettessero una conversazione troppo piacevole; ma uno sguardo benigno della signora Elena lo aveva tirato daccanto a lei; così il De Rossi e l’Anselmi erano rimasti liberi di dirsi quel che volevano, e magari anche di accapigliarsi.
La signora Camilla certamente sospettò qualche cosa di questo genere, poichè trattenuto con un pretesto il suo cavaliere, lasciò passare avanti Elena col presidente gran croce. Rimasta così abbastanza vicina ai due rivali inviperiti, le venne fatto di cogliere a volo alcune frasi del dialogo che essi avevano insieme:
— Mi dirai ora che cosa è questa scenata? — chiedeva l’Anselmi al De Rossi.
— Signor conte, — rispondeva il De Rossi, — vi credevo più intelligente. È proprio un peccato che, con tanto spirito, siate così tardo a capire.
— È dunque una _querelle d’Allemand?_ — riprese l’Anselmi.
— Chiamatela anche così; purchè abbia un seguito; — disse Aldo De Rossi.
— Ed una conclusione; — rispose quell’altro stizzito.
— Tanto meglio; — ribattè il De Rossi.
Il commendatore Gerardo udì anch’egli, sebbene confusamente, qualche cosa del diverbio tra i due.
— Orbene, — diss’egli, volgendosi a mezzo, con un piglio tra l’amichevole e il paterno, — che cosa borbottate, voi altri? Spero bene che l’avrete finita.
— Per l’appunto, finita; — disse Aldo.
— Ci siamo spiegati; — soggiunse il contino. — È stato un malinteso; non è vero, De Rossi?
— Certo, — rispose questi, — e il maggior torto è stato il mio.
— Questo poi no; diciamo il torto d’ambedue, — replicò il contino, — e non se ne parli più.
— Ah, bene! — gridò il commendatore Gerardo, e così forte, che potesse udirlo anche il presidente gran croce. — Quando lo dicevo io, che non c’era una ragione al mondo perchè aveste a leticare! Si crede qualche volta di avere udito una parola, ed è invece un’altra. Oppure, è quistione di significato, e ci si guasta il sangue per nulla. —
Frattanto il presidente diceva alla signora Vezzosi:
— Non so che diamine sia saltato in capo a quei due giovinotti. Ci avete capito nulla, voi, Donna Elena?
— Io no; e voi, cavaliere? — diss’ella, volgendosi al Sestavalle.
— Neppur io; — rispose l’Alcibiade. — Qualche piccola ruggine, forse. Ma sentite, parlano insieme e Gerardo li mette in pace. Dev’essere tutto appianato, oramai.
— Meno male; — conchiuse il presidente. — Perchè, a dirvela schietta, noi vecchi ci troviamo male, in questi litigi della gioventù. Sarebbe stata veramente una noia per me, se fossero andati più oltre delle parole, e questa sera medesima avrei fatte le valigie. —
Il presidente Roberti capiva benissimo che la cagione di quell’alterco era la sua bella nipote. E si disponeva a fare una solenne ramanzina, anche a rischio di vederla accolta come tante altre. Non vi formate da ciò una cattiva idea della signora Camilla. È degli zii lo sgridare per cose da nulla, e specialmente a torto, quantunque con le migliori intenzioni del mondo; è delle nipoti il ridere, specie quando si sa di non aver nulla da rimproverarsi. Del resto, se una risatina è testimonianza di poco ossequio, un abbraccio è prova d’amore, e i vecchi zii, da tempo immemorabile, amano più questo che l’altro.
Intanto che si preparava a ridere con lo zio, la signora Camilla rideva col suo cavaliere. Veramente non ne aveva una gran voglia; ma bisognava fingere, non dare a divedere il proprio turbamento. Come sarebbe andata volentieri innanzi con Elena, lasciando tutti i signori uomini insieme! Elena doveva sapere la cagione di quella improvvisa sfuriata di Aldo De Rossi. Certamente, egli era escito fuori dei gangheri per qualche discorso della signora Vezzosi. E questo bisognava sapere, per regolarsi con tutti. Ma non si poteva neanche strappare l’amica dal braccio dello zio, senza aver l’aria di una capricciosa, la quale non sapesse far altro che pazzie. Perciò si trattenne, e ragionò col signor Gerardo di cose inconcludenti, che parvero divertirla un mondo, tanto ne rise.
— Signora, — le disse il contino Anselmi, avvicinandosi a lei, mentre erano poco lungi dall’albergo della Pace, — verrete questa sera al Casino?
— Credo di no; — rispose ella. — Mio zio deve essere stanco.
— Se non si tratta che di ciò, — entrò a dire Gerardo, — potremo accompagnarvi noi altri.
— Grazie; anch’io amo riposare. Starò a fare quattro ciarle con Elena. Siamo state così poco insieme, quest’oggi! —
Mentre l’Anselmi si era accostato alla signora Camilla, Aldo De Rossi veniva innanzi da solo, e sdegnando di seguire il viale. Forse, poichè era venuto ai ferri corti col suo nemico, non sentiva più la dolorosa curiosità di udire i discorsi che si facevano tra lui e la signora Camilla. Perciò, quasi ad ostentare la propria noncuranza, era andato a spaziare nel mezzo dello stradone.
La signora Elena lo vide con la coda dell’occhio, e avrebbe voluto mandare il Sestavalle a tenergli compagnia; ma erano oramai al termine della loro passeggiata e non occorreva più usargli quest’atto di misericordia.
— Vuol dire, — fece l’Anselmi, quando si fu davanti all’uscio dell’albergo, — che questa sera le signore...
— Riposeranno; — interruppe la signora Elena, che aveva indovinato il resto della frase, e che aveva sentito dianzi il discorso di Camilla. — Perciò i cavalieri son liberi; meno il Sestavalle, che avrà la bontà di portarmi in camera il libro che m’ha promesso stamane. —
L’Alcidiade fece il gesto dell’uomo che non si raccapezza. Ma uno sguardo della signora Elena lo richiamò all’intelligenza della scena.
XIX.
Aldo De Rossi e il contino Anselmi, salutate con gran cerimonia le dame, si allontanarono dall’uscio, e la signora Elena li vide traversare lo stradone per recarsi al Casino.
Il cavaliere Sestavalle salì le scale in compagnia delle signore. Come furono sul terrazzino scoperto che metteva dal primo pianerottolo al corridoio dell’albergo, la signora Elena disse al vecchio Alcibiade:
— Ora scenderete nella vostra camera, e prenderete il primo libro che vi verrà tra le mani.
— Ahimè, donna Elena! — esclamò il Sestavalle. — Se non vi porto l’orario delle strade ferrate!...
— Anche l’orario, purchè me lo portiate tra dieci minuti nel salottino di Camilla.
— Ora che ci penso, — ripigliò l’Alcibiade, — ci ho anche una Guida di Firenze.
— Benissimo; andate e portate la Guida. —
Si entrò nel corridoio. Il Sestavalle scese per una scaletta interna, che metteva alla sua camera; le signore proseguirono verso il quartierino di Camilla, dove Elena voleva far sosta. Gerardo, indettato da sua moglie, propose al presidente gran croce una discesa nella sala di lettura.
— È ancora così presto! — diss’egli. — Come si fa a prender sonno? —
Le signore entrarono nel salottino e andarono a sedersi su quel canapè, di cui già conoscete l’esistenza. Erano ambedue sovra pensieri, e per quella volta non ci fu continuazione di dialogo. Poco stante bussarono all’uscio. Era il Sestavalle che giungeva col libro.
— Ecco il pretesto; — diss’egli, sorridendo, — che cosa mi comandate, donna Elena?
— Non comando; vi prego....
— Tornerebbe lo stesso: ma io amo i vostri comandi.
— Sia; vi comanderò dunque di andare al Casino, dove passerete un’ora, due ore, quanto sarà necessario.
— Necessario! A che cosa?
— A sapere quel che fanno, o quel che contano di fare i due signorini.
— Ah! — disse l’Alcibiade. — Quei due che si sono riscaldati al Rinfresco?
— Per l’appunto. Ma badate, Sestavalle; voi non avrete l’aria di esser mandato da noi.
— Che, vi pare? Sono un uomo di giudizio.
— E neppure dovete parere troppo curioso. All’occorrenza dovete lasciar credere di non esservi neanche accorto del loro diverbio.
— Benissimo. E poi?
— E poi dovrete correre qua per informarci di tutto; — entrò a dire Camilla. — Non avete capito di che cosa si tratta?
— Ho capito, ho capito, bella signora; — rispose l’Alcibiade. — O piuttosto avevo creduto di capire, laggiù al Rinfresco; ma poi, dopo che si son dati spiegazioni....
— Ah, e voi credete alla commedia delle spiegazioni? Dite piuttosto, cavaliere, che volete calmare i nostri timori.... Ma noi, come vedete, non ci lasciamo abbattere dalla paura, nè ingannare dalle pietose bugie.
— Siete una bella Amazzone; — disse il Sestavalle, infiammandosi. — Andrò, dunque, osserverò, scoprirò ogni cosa, e verrò a darvene ragguaglio. —
Camilla, per quanto poca voglia ne avesse, non potè far a meno di ridere di quell’entusiasmo senile. E porse la sua bella mano all’Alcibiade, che vi stampò un bacio, ma di quelli che s’usavano ancora sotto i cessati governi.
Quasi sarebbe inutile il dirvi di che prendessero a ragionare le due dame, a mala pena rimasero sole. Dovrei io raccontare a voi, lettori di pronto ingegno, che si parlò della lettera di Camilla e che Elena confessò di averla fatta leggere al De Rossi? E che Camilla, dal canto suo, aveva già indovinata la cosa, prima che la confessione di Elena venisse a confermargliela? E che non ne fu niente scontenta? E che la signora Elena si rifece da capo alle sue esortazioni, sacrificandosi nobilmente all’amicizia, con quella intensità di desiderio, con quella profondità di soddisfazione, che tutti abbiamo provata in un giorno della nostra vita, quando ci parve di aver messo d’accordo la voce della nostra coscienza con la felicità del nostro simile? E che la signora Camilla, finalmente.... Ma basta; se no, con l’aria di non volervi dir nulla, vi spiffero ingenuamente ogni cosa.
Sarebbe meglio per me di seguitare l’Alcibiade nelle sale del Casino. Ma tant’è, mi dispiace di abbandonar le signore, e preferisco di cogliere il mio uomo, nel punto in cui egli ritorna dal Casino all’albergo della Pace.
Erano le nove di sera, quando il cavaliere Sestavalle entrò per la seconda volta nel salottino della signora Camilla. Le due dame erano sole e dovevano restar sole ancora un bel pezzo, poichè il presidente gran croce aveva trovato un avversario degno di lui al giuoco degli scacchi, e proprio allora incominciava a dargli la rivincita, assistito dal commendatore Gerardo, che ne capiva poco, ma si dava l’aria di saperne moltissimo e di trovarci un gusto matto. Che fare, del resto? Bisognava pure ammazzare il tempo, aspettando l’ora del sonno.
Il cavaliere Sestavalle giungeva carico di notizie, e della più alta importanza. Le signore avevano indovinato; era guerra dichiarata, guerra ad oltranza fra i due giovanotti. L’Anselmi cercava padrini da una parte; il De Rossi cercava padrini dall’altra; o, per dire più veramente, ne cercavano tutt’e due nel medesimo luogo, mentre in una sala si cantava e nell’altra si giuocava a biliardo. Il povero Sestavalle era appena capitato nella sala del pianoforte, che già doveva sostenere un fierissimo assalto. Il contino Anselmi era stato il primo a vederlo, e lo aveva afferrato, condotto in una camera attigua, messo tra l’uscio e il muro, chiedendogli per somma grazia che volesse fargli da padrino.
Padrino, lui? In un duello? Sicuramente, lui, il cavaliere Sestavalle. Già, dice il proverbio che in mancanza di cavalli si fanno trottare.... altri quadrupedi. L’Alcibiade, così pregato e scongiurato dal contino Anselmi, era stato un po’ in forse, ma due considerazioni vinsero le sue esitanze. Il Sestavalle non era nuovo del tutto alle armi, poichè aveva prestato lunghi e onorati servizi nella guardia nazionale, buon’anima sua; ed anzi, appunto a dieci anni di spalline, nobilmente portate in pro’ del palladio, andava debitore della sua croce di cavaliere. Lo vedete anche voi, lettori umanissimi, _noblesse oblige_. Inoltre, come non accogliere la domanda dell’Anselmi, se quello era il miglior modo di saper tutto? Senza averlo chiesto senza aver mostrato di desiderarlo, egli entrava di botto nella questione, e avrebbe potuto riferirne i più minuti particolari alle dame.
Egli aveva dunque accettato, premettendo tuttavia di non avere una gran pratica di quelle faccende. Ma di ciò non si dava pensiero l’Anselmi. A lui era necessario anzi tutto di avere un padrino serio e discreto, che conoscesse le cagioni dello scontro e la impossibilità di evitarlo. Quanto ai particolari, alle piccole cure dell’ufficio, bastava l’altro padrino, un giovinotto forastiero, che l’Anselmi aveva conosciuto all’albergo della Torretta. E qui, senza por tempo in mezzo, il contino presentò al Sestavalle il suo compagno di seccatura. I due padrini si ricambiarono i saluti d’obbligo; e il nuovo venuto ricordò amabilmente al Sestavalle di averlo veduto qualche giorno prima alla Speranza, insieme con due belle signore che avevano fatta una partita al biliardo. L’Alcibiade rammentò a sua volta il giovine forastiero, che giuocava a picchetto con la sua elegantissima compagna. Essersi veduti una volta, era già una mezza conoscenza; da far da padrini insieme era un’amicizia senz’altro. E come amici si strinsero la mano; dopo di che, andarono ad abboccarsi coi padrini del signor Aldo De Rossi.
Aldo, infatti, aveva già trovati i suoi; un maggiore di fanteria ed un professore di storia naturale. Le due professioni non erano troppo bene assortite; ma il De Rossi non aveva avuto mica il tempo di scegliere. Quei due gentiluomini erano dei pochissimi con cui egli avesse barattato parole al Casino. Del resto, se uno era guerriero, e, per conseguenza, pratico d’armi, l’altro era medico, e, per conseguenza, pratico di ferite. E dato l’ufficio a cui essi dovevano prestarsi, l’assortimento c’era.
Quattro persone educate non durano fatica a trovarsi d’accordo. Aggiungete che, per desiderio espresso dei loro primi, dovevano metterci anche una certa dose di buona volontà. La quistione era delicatissima, ma senza difficoltà; o, per dire più veramente, le difficoltà c’erano, ma i due primi non volendo dir chiaro e tondo come fosse nata e volendo invece far presto, non lasciavano appigli, nè gretole, a quei curiosi cavillatori che sono per solito i padrini. La scelta delle armi poteva essere un guaio, non sapendosi bene chi fosse lo sfidatore e chi lo sfidato, o chi il provocatore e chi il provocato; ma anche questa difficoltà era appianata dal fatto che ai bagni di Montecatini non si sarebbero trovate due spade, nè due sciabole, dato il caso che si volesse fare un duello all’arma bianca, mentre uno dei padrini aveva per l’appunto nelle sue valigie un bel paio di pistole, che pareva proprio il fatto loro. I due primi ne avevano pochi degli spiccioli, e meno da spicciolare; il mezzo più sbrigativo era dunque di farli battere alla pistola. Si andava di buon mattino a Monsummano alto. Il pretesto era pronto: una passeggiatina igienica. Lassù, tra le rovine del vecchio castello, all’aria aperta, due colpi per uno erano presto sparati. Se poi i due combattenti ne avessero voluti di più, andassero a cercarsi un’altra coppia di padrini per ciascheduno; essi, i facili ordinatori della giostra, non volevano prestarsi alla continuazione del giuoco, nè aver aria di tentare il diavolo oltre i limiti della discrezione.
Il nostro povero Sestavalle era rimasto un po’ sbalordito da quel modo spicciativo di concertare le cose. Ma già, egli non aveva pratica e doveva lasciare il mestolo a chi sapeva maneggiarlo. E perciò s’era contentato di dir sempre: _et cum spiritu tuo._
Frattanto, poichè la ricerca affannosa dei padrini, il loro abboccamento, e infine i negoziati erano stati fatti nel corso di un’ora, nelle sale del Casino, la gente radunata colà non aveva tardato a insospettirsi. I quattro padrini si separavano appena, per recarsi ad informare d’ogni cosa i loro primi, che già la voce del duello imminente si era sparsa nella sala da giuoco, e di là nella sala da ballo.
Il nostro Sestavalle, fatto il debito suo con l’Anselmi e promessogli di ritornare più tardi per gli opportuni concerti, stava già per infilar l’uscio dell’anticamera, quando si vide impedire il passo da una bella signora. La cosa gli sarebbe tornata piacevole in ogni altra occasione, ma non allora, poichè egli era impaziente di giungere all’albergo della Pace, dove lo aspettavano le sue belle curiose. Ma bisognava fare di necessità virtù, e l’Alcibiade si era rassegnato, riconoscendo la signora Augusta Maravigli, soprano assoluto, che appunto quella sera, mentre egli ragionava d’armi e d’armati, s’era fatta applaudire dalla società del Casino, cantando con molto sentimento il _Vorrei morire_ del mio amico Tosti.
Non so se la signora Augusta Maravigli volesse morir lei davvero; ma certamente non voleva lasciar morire gli altri, e meno di tutti l’Anselmi.
— Signor.... signor.... — aveva incominciato la diva, mostrando, insieme con la perplessità della parola, il rammarico di non sapere il nome dell’uomo a cui voleva contendere il passo.
— Emilio Sestavalle, a’ suoi comandi; — aveva risposto lui, ma col gesto di uno che non amava di restarci troppo.
— Signor Sestavalle, perdoni; il conte Anselmi ha un duello.... —
Così l’alunna d’Euterpe entrava risolutamente in materia. E perchè il cavaliere Sestavalle si stringeva nelle spalle e allungava il muso, col desiderio evidente di non risponder altro, la signora Augusta proseguì:
— Non mi dica di no. Lei è uno dei suoi padrini. So tutto.
— Signora, poichè Ella sa tutto.... —
E così dicendo, l’Alcibiade si tirava rispettosamente da un lato, come in atto di riverirla, per proseguire la sua strada. Ma una scappata di quella fatta non comodava punto alla signora Augusta Meravigli.
— Perchè questo duello? — diss’ella, mettendogli audacemente la mano sopra un bottone del soprabito. — E per chi? Per una donna, non è vero? —
E fremeva di sdegno, parlando in tal guisa, e schizzava fuoco dagli occhi. Un poeta della vecchia scuola avrebbe pensato al corruccio di Giunone, quando la Dea ebbe fumo delle prime scappatelle di Giove. Ma il nostro Sestavalle non era un poeta, e quello, del resto, non era un momento da paragoni classici.
— La prego; — diss’egli; — lasciamo stare le donne. Il bel sesso si cita mal volentieri, in queste faccende.
— Perchè? Se fossi un uomo, intenderei la sua riserbatezza e l’avrei anche per una lezione meritata; — rispose la signora Augusta. — Ma sono donna anch’io... Ed ho il diritto di sapere... L’avverto, signor Sestavalle, ho il diritto di sapere!...
— Eh, non dico il contrario; — replicò il Sestavalle. — Ma in questo caso, mi voglia perdonare l’osservazione indiscreta.... o perchè non chiederne direttamente a lui? —
Ad una domanda così ragionevole, la signora Augusta rispose con un gesto d’impazienza.
— Signor Sestavalle, — soggiunse poscia, con aria tra lusinghiera e solenne; — Lei è un uomo?
— Signora.... — balbettò l’Alcibiade, chinando la testa e stendendo le braccia, in atto di umiltà. — Un pover uomo, se vuole.... ma un uomo.
— Ella dunque sarà cortese con le donne. È uomo e ne ha l’obbligo.
— Sicuramente.... sicuramente!
— Dunque, la prego, venga con me. —
Anche a voler fare diverso, l’Alcibiade non avrebbe potuto liberarsi, poichè la signora Augusta teneva sempre quel benedetto bottone. E il bottone e il suo proprietario si lasciarono trascinare fino ad uno dei sedili che erano sul terrazzino.
— Mi stia a sentire; — ripigliò la cantante, com’ebbe preso posto sul sedile e obbligato il Sestavalle a fare altrettanto. — Vuol meritare la mia amicizia?
— Che dice, signora? È il mio voto più ardente; — rispose l’Alcibiade, tirato dalla consuetudine alle fioriture del linguaggio galante. — Mi dica che cosa debbo fare per ottenerla.
— Questo duello è impossibile; — riprese la signora Augusta. — Non mi conviene; non deve farsi.
— Ma, signora....
— Capisco; ciò che non conviene a me, potrebbe convenire invece a Lei ed ai suoi degni colleghi. Già, lor signori, quando possono veder spargere il sangue del loro simile!...
— Oh, non me ne parli, per carità! — interruppe il calunniato Alcibiade. — Io amare gli spargimenti di sangue? E del mio simile, per giunta? Ma neanche d’un bue; neanche d’un agnello; che non sono nè l’uno nè l’altro miei simili, se non forse per qualche qualità morale, come potrebbero insinuare i maligni. Io, veda, sono in questo pasticcio, perchè.... In fede mia, è il caso di domandarlo; perchè ci sono? Lo ignoro. Mi ci sono trovato contro la mia volontà, quasi senza avvedermene. Ma ora che ci sono, capirà, ci ho da stare e non è in poter mio di disfare ciò che è stato fatto, di sconcertare ciò che è stato concertato.
— Per quando? — chiese la diva, cogliendo la frase al volo.
— Oh, questo non lo so.
— Come, non lo sa? Un padrino?
— Signora, è proprio così come ho l’onore di dirle. Non lo so, perchè di questo non si è ancora parlato. Ma certo, — soggiunse il Sestavalle, facendosi forte dietro il riparo della propria ignoranza, — quand’anche lo sapessi.... cioè, quand’anche fosse stato combinato il giorno e l’ora, io non potrei in coscienza dir nulla. Ci sono certe norme di delicatezza cavalleresca, che, non si possono violare per nessuna ragione, e neanche per far piacere alla più bella donna del mondo. —
Briccone d’un Alcibiade! Come ripigliava il possesso di scena, che l’improvviso attacco gli aveva fatto smarrire!
Ma neanche il complimento del vecchio cortigiano poteva ammansire la diva sdegnata.
— Badi! — gridò ella. — Farò uno scandalo. Questo duello per un’altra donna non mi va, e non lo voglio. Ha capito? Non lo voglio. Per un’altra donna! — ripetè, con accento d’amarezza. — Per un’altra donna! Dio sa poi che roba! —
Alcibiade era buono, due volte buono; ma non tre, badate, non tre. Quella bottata all’albergo della Pace gli fece salire la mosca al naso.
— Signora, — diss’egli con un certo sussiego, — Io non so proprio che farci. I miei obblighi sono pochi e determinati. Mi rincresce che abbiano a cozzare co’ suoi desideri, ma che vuole? io non ci ho colpa e mi resta il dispiacere di non poterla contentare. Veda Lei, se le riesce di persuadere il conte Anselmi.... Io le auguro magari un trionfo. Buona notte! —
E approfittando della circostanza che la signora Augusta aveva lasciato poc’anzi il bottone del suo soprabito, l’Alcibiade si sottrasse con una riverenza frettolosa alle noia di quella inutile conversazione.
Cinque minuti dopo, era giunto all’albergo e vuotava il sacco delle notizie ai piedi delle dame.
Com’egli fu a raccontare l’entrata in scena della cantante, personaggio nuovo di cui esse non avevano mai udito parlare, la signora Elena atteggiò le labbra ad un sorrisetto malinconico, che voleva dir molto. Voleva dire, per esempio, che il destino serviva assai bene il signor Aldo De Rossi, e assai male la signora Vezzosi. Ma questa aveva buon cuore, e non era solamente rassegnata alla sua sconfitta, ma anche desiderosa di affrettarla. Perciò al sorrisetto malinconico tenne dietro una osservazione come questa:
— Ah! il signor conte ci aveva l’amica a Montecatini? Vo’ fargli i miei complimenti.
— Questa amica è forse una provvidenza per noi; — esclamò la signora Camilla.
— Una provvidenza! E in che modo?
— Or ora lo vedrai. Sestavalle, a noi! Il riserbo cavalleresco non vi permette di dire alla più bella donna del mondo l’ora e il luogo dello scontro; ma a noi che non siamo la signora Augusta Meravigli.... —
L’Alcibiade, che aveva capito dove la signora Camilla volesse andare a battere, fu pronto ad interrompere la frase.