Part 16
E pensare che quello zerbinotto, quel Ganimede, quell’Adone da strapazzo (già, i nomi da appioppare ad un rivale non mancano mai) veniva a guastargli le sue faccende con un tradimento in corpo, e probabilmente ancora caldo delle tenerezze dette ad un’altra donna! Perchè infatti il contino Anselmi ce lo aveva, il suo ripesco amoroso, all’albergo della Torretta. Non si era confessato egli stesso con Aldo, nelle espansioni di una passeggiata a lume di luna! E la delicatezza, la lealtà e tante altre belle cose egualmente moleste, non permettevano ad Aldo di metter carte in tavola, di propalare senza tanti complimenti ogni cosa?
Si giunse al Rinfresco, una specie di giardino all’antica, con mura alte e severe, ornato con una gravità architettonica abbastanza pretensiosa, ma ricco di verde, d’ombra e di silenzi romantici, da piacer molto ai cuori innamorati, ed anche ai filosofi misantropi. Questo riscontro non ha niente di strano e si spiega facilmente, poichè l’amore è una misantropia masticata in due.
Una fontana, decorata di marmi, sorgeva nel mezzo del piazzale, accanto all’entrata; ma l’acqua non aveva allegrezza di zampilli. Acqua termale, tu eri triste a vedere, come la faccia del mio Aldo De Rossi. Più lieta appariva tutto intorno la frappa, in mezzo a cui s’aprivano alcuni viali, ma per chiudersi tosto, nel fitto dei rami sporgenti. Cari viali, amiche rèdole, liberali di ombre discrete ai fidati colloquii, come si sarebbe inoltrato volentieri pe’ vostri meandri il mio Aldo De Rossi, tenendo a braccetto la signora Camilla! Ma a farlo a posta, la signora Camilla non si spiccava dal fianco dei signori Anselmi e Vezzosi, o, per dir meglio, i signori Vezzosi ed Anselmi non si spiccavano dal suo.
E bisognava sentirlo, il contino Anselmi, che fuoco d’artifizio faceva! Ed anche la signora Camilla, come rideva, alle arguzie, alle galanterie, alle svenevolezze del signorino! Rideva anche più degli altri giorni, d’un riso acuto, quasi stridente, che urtava maledettamente i nervi al De Rossi. Ci fu un momento che gli parve di odiarla. Lettori, che avete sofferto di questo male, non riconoscete qui l’amore innalzato alla quarta potenza?
Come Dio volle, i passeggiatori si sentirono stanchi e si arresero al tacito invito dei sedili di pietra che correvano intorno alla fontana. Aldo non si posò come gli altri, ma stette in sull’ali; da prima per andare a veder l’acqua da presso e far le mostre di assaggiarla; quindi per girandolare qua e là ed osservare le piante. In certi momenti della vita ogni uomo è un naturalista.
Egli, per altro, non era escito dalla vista della comitiva. E dopo alcuni istanti di dotte osservazioni, vide con la coda degli occhi la signora Elena spiccarsi dalla brigata, per venire verso di lui. Si volse allora con aria grave e tranquilla e le accennò una pianta di bossolo, per modo che gli altri, se avessero guardato da quella parte, credessero ad una vera e propria conversazione botanica.
— Sapete che è un affar serio? — gli diceva intanto la signora Vezzosi. — Non si può neanche trovare il momento propizio.... per darvi un dispiacere.
Aldo De Rossi diede un sobbalzo e si fece pallido in viso.
— Calma! — ripigliò la signora. — Ho avuto iersera un colloquio con lei. Ve ne darò i particolari... quando potrò. Intanto, ne capirete abbastanza, dalla lettera che ella mi ha scritto questa mane.
— Una lettera! — mormorò Aldo turbato.
— È qui; — disse la signora Elena, traendo un foglio di tasca, mentre si avvicinava al De Rossi e chinava la testa verso la pianta di bossolo. — Voi la leggerete... e me la restituirete.
— Sì; — disse Aldo, imitando la mimica della signora e stendendo le dita per prendere il foglio.
Ma la signora Elena non se lo lasciò fuggir di mano così presto.
— Badate, — riprese, — è necessario che mi sia restituito. Mi confido ad un uomo, non è vero?
— E ad un gentiluomo; — replicò il De Rossi.
— Qualunque cosa avvenga, mi restituirete questa lettera, oggi stesso?
— Avete la mia parola d’onore; — disse Aldo.
— Bene; — soggiunse la signora. — Mettetela in tasca. La leggerete più tardi.
— Mentre voi starete conversando alla fontan, — mormorò Aldo, — io andrò a passeggio qui presso.
— Troppa fretta! Se almeno aveste la forza di dominarvi....
— L’avrò, signora, l’avrò. Da ciò che mi dite, capisco già che c’è una sentenza di morte... per il mio povero amore; — rispose tristamente il De Rossi. — Ma voi lo vedete, son forte.
— Sarete anche sereno? In apparenza, se non altro?
— Riderò; — disse Aldo. — Va bene così? —
La signora Elena non rispose parola, e, accompagnata dal De Rossi, tornò a passi lenti verso la fontana.
— Che cosa guardavate con tanta attenzione? — domandò il commendatore Gerardo.
— Una pianta che non conoscevo; — rispose Aldo con aria sbadata.
— Gran che! Figuratevi che era una pianta di bossolo; — soggiunse la signora Vezzosi.
— Ma di un verde così tenero, che in verità non mi pareva bossolo; — ribattè Aldo De Rossi, per dar colore alla storia.
— Effetto del terreno, che non è molto confacente alla sua specie; — replicò la signora Vezzosi.
— Donna Elena ha grandi cognizioni in botanica; — disse il cavaliere Sestavalle. — Rammento ancora la distinzione tra l’_Hibiscus siriacus_ e l’_Hibiscus_... Di grazia, come si chiama l’ibisco dell’albergo della Pace?
— Vedo che la rammentate poco, la distinzione; — notò argutamente la signora Vezzosi. — È un _Hibicus liliflorus_.
— E li ha sulla punta delle dita, i nomi latini! — gridò ammirato l’Alcibiade.
— Il latino è brutto parecchio; — disse il contino Anselmi, — ma la giardiniera è bella. Propongo di chiamarla la bella Giardiniera.
— Magazzino di mode? — domandò la signora Vezzosi.
— No, capolavoro di Raffaello; — rispose l’Anselmi, inchinandosi.
— Conosco questo complimento; — disse la signora. — Ce lo avete detto l’altro dì, sull’uscio della Speranza.
Il contino Anselmi si morse le labbra, rammentando che infatti aveva già speso un’altra volta quel motto arguto, e pensando che ciò poteva nuocergli presso le dame. Ma non si diede per vinto.
— Mi rimandate all’uscio? — diss’egli. — Vedo già i campi della disperazione.
— Eh! — fece il commendatore Gerardo. — L’ha rimbrodolata abbastanza bene.
Aldo De Rossi approffittò di quelle ciarle senza sugo, per dare un’altra voltata sui tacchi. La lettera che gli aveva consegnata la signora Elena gli scottava la mano. Dovete sapere, infatti, che teneva sempre la mano in tasca, stringendo convulsivamente quel foglio in cui stava scritta la sua condanna.
Camilla non fu tratta in inganno da quella invenzione botanica. Ella si era avveduta che Elena e il De Rossi avevano colto il primo pretesto per iscambiarsi alcune parole e argomentò facilmente che quelle parole la risguardavano lei, vedendo che Aldo De Rossi, tornato presso la compagnia, aveva evitato di guardarla.
Giunto fuori dalla vista de’ suoi compagni di passeggiata, Aldo De Rossi cavò di tasca la lettera misteriosa. Aveva la febbre; gli tremavano le mani, e gli occhi ci vedevano poco. Raccolse tutte le sue forze con un atto supremo di volontà, spiegò il foglio e decifrò alla meglio i sottili uncinetti della signora Camilla.
XVIII.
Quali sentimenti dovessero agitarlo durante la lettura non vi dirò, perchè le angosce del cuore, quando sian giunte ad un certo grado di violenza, non si descrivono più. Del resto, immaginate voi; ecco la lettera:
«_Elena mia_,
«Ho pensato lungamente al tuo discorso di iersera, e ti rispondo ora in iscritto quello che avevo già incominciato a risponderti a voce; non accetto la tua generosa proposta.
«Non è capriccio, non è caparbietà; è maturato consiglio. Ho ragionato tutta la notte il pro e il contro, ma sopratutto ho pensato a te e alla nobiltà del tuo carattere. Tu sei buona e sincera, mia Elena, e meriti di esser felice.
«Una cosa mi è apparsa evidente. Tu stessa t’inganni, intorno allo stato del tuo cuore e alla forza della tua volontà. Tu ami il signor De Rossi; ed egli... Egli, una delle due, o ama te, oppure è uno sciocco. Ad ogni modo, se non ti ama oggi, ti amerà domani. Ciò che m’hai narrato de’ suoi furori per me, è molto vago, nè credo ci si possa far fondamento per l’edifizio della mia felicità. Tu stessa, ne sei ben certa? Non ti pare che c’entri un pochino di vanità (vanità offesa, o vanità stuzzicata, non importa cercare) nella passione di cui tu m’hai fatto una pittura così viva? Sai, gli uomini ce l’hanno tutti, la loro parte di puntiglio; anche quando giuocano per celia, vorrebbero vincere. Il signorino va attorno come le farfalle; e quasi direi senza scegliere i fiori. S’è imbattuto in me; m’ha trovata più sorda di qualcun’altra alle sue attenzioni, alle sue gentilezze. Come io sia stata con lui, non so veramente, perchè io non mi osservo. Vo innanzi alla libera, come una selvaggia; quando una cosa mi piace, non la nascondo; quando mi dispiace, non ne faccio mistero. Può darsi che io l’abbia ferito; può anche darsi che egli abbia sognato di esserlo. Comunque sia, non credo che si tratti d’una ferita profonda. E vorresti che per una cosa da nulla io mi mettessi a fare la suora di carità? Io non amerò, forse; ma quando amerò, bada bene, sarà per tutta la vita. I mezzi amori mi fanno rabbia; non voglio scomodarmi per così poco; non voglio perdere la mia pace per una di queste passioncelle da dozzina, in cui ha tanta parte la vanità, e la galanteria tutto il resto. Quando amerò... Ma questo te l’ho già detto. Soggiungerò invece che l’uomo destinato a impadronirsi di me, ha da fare qualche cosa di grande, o di pazzo, che in questi casi è tutt’uno. Gli uomini del nostro tempo non fanno più pazzie per le donne, ed è male. Può anche esser bene; chi lo sa? Forse noi non meritiamo che se ne facciano più; siamo diventate anche noi troppo frivole. Or bene, sia pure, io non amerò, e sarà tanto di guadagnato per la tranquillità de’ miei nervi. Qualche volta, vedi, mi prende la malinconia di farmi monaca. Ma non ti spaventare, bella mia, sono accessi che non durano. E negli intervalli mi lascio cogliere dalla manìa dei giuochi innocenti; gradisco la corte degli sciocchi, e son felice quando mi accade di farli disperare a quattro per volta.
«Ma lasciamo stare queste fanciullaggini. Come vedi, sono una ragazza viziata. Lo zio, che mi vuol bene mi chiama spesso la sua _testa falsa_. S’intende che parla per celia, e senza sapere di cogliere così netto nel segno. Veniamo a te. Se ti riesce di rinfrancare il dolente personaggio e di far parlare il suo cuore, fallo per te, Elena mia. Forse c’è stoffa per un uomo di garbo; e tu, del resto, sei donna da far miracoli. Dirai che ti consiglio male. Io stessa, rileggendo la frase, me ne accorgo. Ma è scritta, e non voglio far cancellature, che avrebbero aria di pentimenti. Del resto, noi donne viviamo solamente per il cuore e non badiamo troppo a certe piccole tirannie d’una legge che non abbiamo fatta noi. Alla fin fine, brucia la lettera; è il meglio che tu possa fare. Il conservarla potrebbe dire due cose alla gente di poco spirito, a cui capitassero sott’occhio i miei scarabocchi: che il consigliere è cattivo e che l’alunno meritava un tal consigliere. Queste cose non debbono dirsi, nè di te, nè di me. E poi, ti sentiresti di fare un’altra cosa, che ti raccomando tanto? Ridi, e non pensare ad altro. Io sarò veramente felice quest’oggi, se, entrando nella sala da pranzo, e sedendo di rimpetto a te, vedrò un bel sorriso sulle tue labbra. Labbra di corallo tenero, come t’avran detto già molti; labbra che invitano, ecc., ecc., come avranno pensato moltissimi. Ridi, ora? Orbene, va avanti così. — La tua CAMILLA.»
Aldo De Rossi era rimasto attonito, a quella lettura, e ci volle il suo tempo perchè riprendesse il dominio di quella poca ragione che possedeva. Così a occhio e croce capì che la signora Elena aveva parlato eloquentemente, quantunque senza frutto, per lui. Capì inoltre che non era stato compreso. Due cose spiacevano alla signora Camilla, siccome appariva dal contesto della sua lettera; che egli usasse andar troppo attorno, quasi a corteggiarle tutte, e che il suo amore per una, se lo sentiva davvero, non lo dimostrasse con qualche gloriosa follia. Ma non erano due pretesti, messi fuori dalla dama, per dissimulare la freddezza del suo cuore? Una donna non s’inganna mai su certi usi di mondo e sa fare le sue distinzioni a favore di un uomo, che, anco facendo riverenza a cento, non ne vede e non ne preferisce che una. Quanto alle imprese meravigliose, Dio buono, anche la signora Camilla lo capiva, che i tempi e i costumi non erano da ciò.
Una ragione doveva esserci, e più forte di tutte le altre, a giustificare la freddezza della signora Camilla. Elena amava Aldo, e non aveva potuto negarlo. Ora, come non sospettare che Aldo avesse dato argomento, appiglio, esca, e tutto il peggio che vorrete, a quella simpatia della signora Vezzosi?
Un pensiero di quella fatta doveva venire a lui, come ad ognuno de’ miei lettori. Ma i lettori afferrano le cose con animo pacato; Aldo De Rossi, in quella vece, non ci vedeva più lume. Perciò, se il pensiero gli venne, come vi ho detto, egli non si fermò altrimenti a misurarne l’importanza. Quando si soffre, si studia poco sulle cause del dolore; l’ermeneutica non è fatta per gli spiriti turbati dalla passione. Al nostro povero eroe parve più sbrigativo e più comodo accusare la signora Camilla di freddezza, d’orgoglio, di leggerezza, e di vedere nella sua lettera un ammasso di pretesti, messi fuori per liberarsi da un uomo antipatico. Ma a benefizio di chi? Una donna, per solito, non disprezza un uomo, se non perchè ne stima troppo un altro.
Giunto a’ piedi dell’ultima pagina, Aldo De Rossi voltò il foglio per tornare da capo. Era un moto naturale, come d’uomo che non ha bene inteso e che vuol sincerarsi. Ma in verità non c’era bisogno di tanto; la lettera parlava chiaro e Aldo non poteva dare ai propri occhi una così audace mentita. La mano aveva girato il foglio; la stessa mano lo strinse e lo spiegazzò, come se volesse lacerarlo. Le labbra borbottarono qualche cosa, che sapeva d’imprecazione, e la lettera andò a finire nella tasca del soprabito, dove fu cacciata con un atto poco rispettoso. A qual pro l’avrebbe egli riletta? Si torna mal valentieri sulle notizie spiacevoli. E quelle che gli erano date nella lettera di Camilla dovevano imprimersi nel suo cervello a caratteri di fuoco, come.... (scusate il paragone che è vecchio, ma calzante) come le tre parole misteriose sulla parete, nel famoso convito di Baldassarre.
— Egregiamente! — mormorò Aldo, con un accento che faceva a pugni con l’ottimismo dell’avverbio. — Non si potrebbe mandarmi al diavolo con parole più chiare. Ma una cosa non è chiara... o lo è troppo. La signora parla di me; ne parla molto, ne parla oltre il bisogno. Ma tace di un altro, come se non esistesse neanche. E quello di cui tace è appunto quello che ama. Son tutte così; l’uomo di cui non gliene importa nulla, lo mettono in piazza; l’altro, poi, lo nascondono, come si nasconde un tesoro. Provatevi a farle parlare! Ve ne citano dodici, se occorre; si accuserebbero magari di amarne ventiquattro; ma il nome di quel tale, non c’è caso che se lo lascino sfuggire di bocca. —
Vi fo grazia di tutto l’altro che disse, o che borbottò tra i denti, perchè gli vo’ bene e non mi piace di mostrarvelo troppo violento nei pensieri e nelle espansioni. Ad ognuno di voi sarà avvenuto di dirle grosse, in un momento di rabbia. E certamente vi sarebbe dispiaciuto che le vostre parole fossero raccattate da un imprudente uditore e ripetute ai quattro punti cardinali, come monumento della vostra pazzia.
Lo stesso Aldo si avvide di essere uscito dai gangheri. Se ne avvide ad una imprecazione troppo forte che gli era sfuggita e che gli aveva percosso l’orecchio.
— Che cos’è questo? — esclamò. — Sono io dunque un ragazzo, e non saprò far altro che chiacchiere? —
Si scosse, così dicendo; digrignò i denti, con atto di profondo disgusto; si asciugò gli occhi, e si avviò verso la fontana con passo risoluto.
Egli era triste ma laggiù si rideva. E il contino Anselmi, come al solito, dava la battuta.
— Che buffone! — disse Aldo tra sè, mentre compariva nel piazzale alla vista di tutti. — Se bisogna essere così, per piacere alle donne, rinunzio, in fede mia, a questa fortuna; se fortuna può dirsi. —
Già, conchiuse proprio con questo epifonema. Quando vi dico che Aldo De Rossi aveva perduta la bussola!
— Non lo credete? — chiedeva frattanto l’Anselmi, proseguendo un discorso incominciato. — Io ne sono persuaso.
— Ed io, con vostra buona pace, niente affatto; — rispose la signora Camilla.
— Signora, la vostra opinione ha un gran peso per me; ma voi non dovete abusare della vostra autorità. È l’obbligo di tutti i re, e di tutte le regine; — replicò l’Anselmi.
— Che c’entra l’autorità? — disse la signora Camilla. — Vi hanno sentito tutti, e credo che vi diano torto.
— Tutti, poi!
— Facciamo giudice il nostro De Rossi; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — Egli viene dal verde; colore che concilia lo spirito alla calma. Ed egli potrà darci una sentenza scevra da ogni passione, da ogni parzialità. —
La signora Elena chinò gli occhi a terra, pensando alla calma che doveva avere il povero De Rossi, per dare una sentenza tra il contino Anselmi e Camilla, egli che tornava appunto da leggerne una, niente piacevole per lui.
— Ma non c’è bisogno di giudici; — rispose Camilla al signor Vezzosi. — Son cose troppo evidenti. Direi quasi che saltano agli occhi. —
Aldo si sarebbe astenuto volentieri da ogni giudizio intorno alle arguzie dell’Anselmi, e forse era già sul punto di pregare Gerardo che volesse dispensarnelo. Ma le parole della signora Camilla gli suonarono male all’orecchio.
— Bella signora, — diss’egli, — non mi volete dunque per giudice? —
La voce era tranquilla, in apparenza, ma più sottile del solito, quasi sibilante.
— Non ho detto ciò; — rispose asciuttamente la signora Camilla, a cui dava noia l’asprezza dell’osservazione, male dissimulata dalla galanteria della forma. — Se il signor Gerardo lo vuole, esponga egli la cosa. Ma veda di essere esatto; — soggiunse ella, con accento più umano, poichè si rivolgeva al Vezzosi.
— Non dubitate; — rispose il commendatore: — sono stato relatore di leggi, in Parlamento, e conosco il debito mio. Tu siedi, giudice, e prendi un atteggiamento conforme alla gravità dell’ufficio.
— Dio buono! — esclamò Aldo De Rossi, sforzandosi di sorridere. — Si tratta dunque di una cosa grave?
— Eh, grave... secondo i casi e le età. Per voi altri giovani è gravissima. Si ragionava d’amore.
— Argomento importante, non c’è che dire.
— Sicuramente, e il nostro Anselmi ne parlava come di una malattia, e lo paragonava alla tosse. Ma la signora Camilla, dal canto suo, negando la malattia, trovò che il paragone era volgare.
— Ecco... — interruppe la signora Camilla. — Io non ho detto propriamente così.
— Mia bella signora, perdonate; avete esclamato: che paragone!
— Sì, perchè mi pareva che se ne potesse trovare uno più adatto. Per esempio la febbre.
— Ma io, — entrò a dire l’Anselmi, — non avevo fatto che ispirarmi al proverbio: amore e tosse, con quel che segue. Ma vada pure per la febbre. Che cosa sentenzia il giudice eletto? —
Aldo De Rossi non aveva gradito niente affatto che tra la signora Camilla e l’Anselmi si fosse appiccato un discorso di tal genere. Egli stava per l’appunto almanaccando da che potesse aver avuto occasione quella tuffatina nel tenero, quando venne a rompergli il filo la domanda dell’Anselmi.
— L’amore — rispose egli sentenziosamente, — è una malattia, o non lo è. Se è una malattia, non può essere paragonato alla tosse, che è indizio di malattia, non malattia per sè stessa. Se non è una malattia, ma semplicemente indizio di malattia, e tosse, e febbre, e quel che vorrete, possono entrare in paragone con esso, secondo l’umore e il buon gusto di chi ne parla.
— Dotta sentenza! — esclamò l’Anselmi, non senza un pochino d’ironia. — Ma se tu credi che l’amore sia un indizio, a qual malattia vorrai tu regalarlo?
— Gl’indizi sono qualche volta fallaci; — rispose sul medesimo tono il De Rossi. — L’occhio medico deve badare a molte cose, prima di giungere alla conclusione. Anzi tutto bisogna osservare il temperamento del malato. Per esempio, io conosco certi uomini, presso i quali l’amore sarebbe indizio... di stupidità.
— Ah, buona questa! — gridò il Vezzosi che non ci vedeva il baco.
— Buona per cui tocca; — notò l’Anselmi, a cui sembrava pessima, appunto perchè gli toccava a lui. — Tu non sei un giudice, Aldo; sei un Minosse, un Radamanto. E noi che si faceva per celia!
— Non si fanno queste cose per celia; — replicò Aldo De Rossi. — L’amore è una cosa grave, e non è permessa agli uomini leggeri, che vedono un sollazzo passeggiero in ciò che dev’essere il negozio di tutta la vita. —
Il contino Anselmi si seccò per davvero; si seccò doppiamente, pensando che la signora Camilla udiva e che poteva indovinare a cui fossero dirette le bottate del giudice.
— M’inchino alla tua sapienza; — diss’egli.
E fece l’inchino, proprio come aveva detto, mettendoci un’ostentazione che diede maledettamente sui nervi al De Rossi. Questi non aveva mestieri di tanto, per dar di fuori; che, anzi, come vi sarà parso evidente, staccava i bollori da un pezzo.
— Accetto il complimento per quel che significa, — diss’egli; — cioè per un’ironia; e lo accetto anche per quel che vale, — soggiunse, — cioè per un’ironia... in bocca tua.
— Ehi, giovinotti! — gridò il commendatore Gerardo, che incominciava a capire. — Che cosa è questo? Il giudice mi pare...
— Il giudice ha data la sentenza; — disse Aldo, con un risolino sardonico.
— Egli vorrà almeno riconoscere l’autorità della Cassazione; — entrò a dire il presidente gran croce.
— Con tutto il piacere, e chiedendovi perdono, se è necessario; — rispose Aldo, inchinandosi. — Per altro, mi consentirete d’insistere nella mia opinione. Il tono ironico non mi va, da qualunque parte proceda; e i patti chiari....
— Fanno i buoni amici, manco male; — interruppe il commendatore Gerardo, sperando di ravviare la conversazione.
— No, — ribattè Aldo De Rossi, — il proverbio non è giusto. Tra amici non occorre far patti di nessuna specie. Diciamo invece che i patti chiari fanno i buoni nemici. Infatti, — soggiunse, guardando l’Anselmi, — ci sono i buoni nemici; cioè quelli che si conoscono tali e non giuocano più ad ingannarsi. —
Il contino Anselmi rispose al discorso di Aldo De Rossi con un cenno del capo, che aveva del saluto, del ringraziamento e dell’altro ancora.
La conversazione, come potete immaginarvi, non andò più oltre. Camilla aveva alzati gli occhi e non le era sfuggito il gesto sarcastico dell’Anselmi, nè lo sguardo di minacciosa promessa con cui gli rispondeva il De Rossi.
— Vogliamo tornare all’albergo? — diss’ella, rivolgendo il discorso ai Vezzosi.
Elena, più morta che viva, fece uno sforzo supremo per alzarsi dal sedile. Gerardo e il cavaliere Sestavalle furono subito in piedi; il presidente gran croce si stimò fortunato di poterli imitare. Quella scena agrodolce aveva seccato il nostro gravissimo personaggio, che in quel momento malediceva di sicuro la compagnia dei ragazzi e le ragazzate di cui lo facevano spettatore. Ma già, colpa sua, signor presidente. Dove c’è paglia, c’è sempre pericolo d’incendio. E lei, perchè portare la paglia con sè?