Part 15
— E sia, finirò: — rispose Camilla. — Se è un cattivo pensiero, tu lo combatterai ed io ne avrò liberato il mio cuore. Elena, io dubito che questo tuo colloquio... che questa tua raccomandazione a favore di Aldo De Rossi... o miri a scoprir terreno... o a coprire una tua passione, che può essere stata osservata. Dimmi che non è vero! —
Ma nell’atto di finire la sua invettiva, Camilla ebbe argomento di pentirsene. Elena si era abbandonata contro la spalliera del sofà, coprendosi gli occhi con le palme, come per frenare le lagrime.
— È orribile, ciò che supponi; — diss’ella, singhiozzando. — È orribile, ed io non meritavo questi crudeli sospetti. —
Turbata, confusa da quello scoppio improvviso, ma più ancora commossa da quell’accento di verità, Camilla gittò le braccia al collo di Elena.
— Via! via! Non ho detto nulla, sai? Dimentica, te ne prego. È effetto del mio umore selvaggio. Ci sono certi momenti, che m’accorgo di essere cattiva. Ma vedi, mi ha resa tale il mondo, che è tutto una guerra d’imboscate e di tradimenti. Non piangere, te ne supplico, non piangere! Fa conto ch’io non t’abbia detto nulla. Io non mi alzo di qua, se tu non mi perdoni.
— Ti ho perdonato; — rispose la signora Elena, traendo faticosamente il respiro, che le era mozzato dai singhiozzi. — Ti ho perdonato. Ma tu, ascolta un consiglio. Ama; è il rimedio ai cattivi pensieri. Ama; è anche il nostro destino, a cui non possiamo sottrarci senza pericolo. E ama senza dar cagione di gelosia all’uomo che hai scelto per signore dell’anima tua.
— Mi domandi una cosa grave, quasi impossibile; — rispose Camilla, abbracciando la signora Elena e tergendo le sue ultime lagrime. — Ma sai che, per dispormi a tanto, bisognerebbe trovare un uomo perfetto? E forse, trovandolo, mi annoierei della sua stessa perfezione. Perdonami, è ancora un resto della mia cattiveria naturale. E senza dargli cagione di gelosia, dovrei dunque rinchiudermi in casa come una schiava nell’_harem_. Perchè l’uomo sospetta di nulla, perfino d’un volger di ciglia, lo sai. Inoltre, c’è questo da osservare, mia bella; l’uomo si riposa troppo facilmente nella vittoria; più si sente amato, e meno riama.
— L’uomo, forse; — replicò la signora Elena; — ma quell’uomo, quell’uomo che hai scelto, quell’uomo che ami, non è più della specie degli altri, come tu non sei più simile alle altre per lui. E poi, — soggiunse la signora Vezzosi, animandosi, — che importa pensare a ciò che avverrà? L’amore è una fiamma che consuma e purifica; non ti curar di cercare se dovrà rimanerne un pugno di cenere. E non temere di essere, o di apparire una schiava. Benedetta schiavitù! Per un uomo che io sentissi di amare, Dio mi perdoni, accetterei di essere ridotta in eterna miseria, e di non veder più la luce del sole. Senti, bambina mia, è il gran fine della vita, l’amore. E sia grande, profondo, immenso; giustifica tutto, redime tutto, santifica tutto. A che ti servono questi vagheggini, che han preso l’amore per un trastullo delle ore d’ozio? Ti dicono che sei bella. Gran che! Non te lo dice il tuo specchio, e senza chiederti nulla in compenso? Poi, vedi, lo dicono a te, come lo dicono a tante, secondo l’umore della giornata, e per vedere se mai la lode non t’inducesse in tentazione. Esser tentata da vanitosi siffatti! — esclamò Elena, con atto di ribrezzo. — E sapere che, mentre parlano, stanno formando un disegno su me e applaudendosi delle loro trovate! Ci sarebbe ragione di fuggire mille miglia lontano, se non si fosse certe di poterli confondere con una allegra risata. Ma bada, bambina mia, bisogna saperla buttar là, quella risata, ed in tempo, chè non abbiano campo a sperare, nè agio a vantarsi. Il timido silenzio, lo sguardo soave, il verecondo sorriso, serbali per l’uomo che potrai ascoltare, quando ti avvedrai che parla dalle sue labbra la verità, non orpellata da vani complimenti, non raffidata da troppa sicurezza di sè.
Così parlava la signora Elena, resa eloquente dalla profondità del sentire. Camilla era stata ad udirla con molta attenzione, e quasi sospesa al suo labbro. Com’ella ebbe finito, le si accostò per bisbigliarle all’orecchio:
— Tu ami, Elena. Chi ami? Ed hai avuto fortuna dall’amore?
— Io? — disse la signora Elena, scuotendosi. — No; sono una povera donna ferita.
— Tu? così bella?
— Eh, la bellezza non ci ha nulla a vedere, pur troppo! E poi, dove è la donna così bella, che non sia vinta da un’altra, più bella di lei, o che sembri tale agli occhi di un uomo? Senti, bambina mia, — soggiunse amorevolmente la signora Vezzosi, che quella risoluzione pacifica del dialogo aveva messa in vena di tenerezza; — l’uomo che ho amato.... Non dovrei parlarti così, io; ma infine, è un peccato, e i peccati si confessano. L’uomo che ho amato mi paragonava un giorno ad una statua di Fidia, ma per pospormi nel medesimo tempo ad un’altra donna.
— Che sarà stata, m’immagino, una statua di Prassitele; — osservò la signora Camilla.
— No, — rispose la signora Elena, — egli fu più galante e più crudele di così. Paragonò quell’altra al capolavoro che non era stato mai fatto da un artefice mortale, alla figura di donna che Fidia aveva intravveduta nei sogni della fantasia, ma che non aveva saputo effigiare nel marmo.
— Al giro della frase lo si direbbe un complimento del contino Anselmi; — notò Camilla, sorridendo.
— No, non è suo; — rispose Elena. — L’Anselmi non direbbe tanto bene di una donna assente, a scapito della donna presente. Quell’altro è più schietto, anche a risico di far soffrire un povero cuore di donna. È forse per questo, — disse la signora Vezzosi, come parlando a sè stessa, — che anch’egli è condannato a soffrire?
— Che dici tu, ora? — esclamò Camilla, a cui parve d’indovinare. — Chi era quest’uomo? E chi era quella donna?
— Chi era? — ripetè la signora Vezzosi. — Lo chiesi a lui e non potei strappargli il suo segreto. Non ne avevo il diritto, poichè egli non mi aveva ingannata, non mi aveva detto mai una parola d’amore. Ma volevo conoscere ad ogni costo quella donna, che era agli occhi suoi tanto più bella di me. Feci patto di rassegnarmi all’ultimo posto, se ella era degna del primo. E l’ho conosciuta, e ho dovuto dargli ragione; la donna che egli amava era più bella di me, più bella di molte a cui non oserei paragonarmi; — soggiunse modestamente la signora Vezzosi. — Ed io mi sono rassegnata; vedi, Camilla? mi sono rassegnata, e, fedele al mio patto, ho lavorato per lui, cercando di ravvicinarlo a quella donna e di intercedere per lui.
— Tu hai fatto ciò? — disse Camilla, stupita. — Hai potuto far ciò? Ma non è cosa di donna; è superiore alle forze d’una donna.
— Non lo è stato alle mie, come vedi; — rispose la signora Vezzosi.
E nascose, ciò detto, la fronte nel seno di Camilla.
— Che vuoi che ti dica? — riprese quest’ultima. — Sei migliore di me; e non meriti di piangere, come fai, per cagion mia, ma, te lo assicuro, senza mia colpa.
— Oh, non badare alle mie lagrime; — rispose Elena. — È il ricordo che mi fa piangere. Ma sono forte, sai? Ti avrei io detto ogni cosa, con tanta sincerità di cuore, con tanta libertà di spirito, se non fossi forte?
E sollevò la fronte, parlando così, e si provò a sorridere, coi lucciconi alle ciglia. Vi risparmio qui la bella immagine del cielo che si rasserena attraverso le ultime stille di pioggia, perchè veramente se n’è troppo abusato.
— Andiamo; — disse Camilla, cingendo tra le sue braccia la vita di Elena, come se volesse sollevarla di peso dal canapè. — È tardi e i nostri signori si annoieranno di aspettarci.
— Ah sì, li avevo dimenticati; — rispose Elena. — Ma tu mi ascolterai, non è vero?
— Ne parleremo.
— No, tu devi ascoltarmi; devi dirmi di sì.
— Te lo dirò poi; — replicò Camilla. — Non sono cose da prendersi così alla leggera. Bisogna pensarci su. Te lo dirò poi; — ripetè; — anzi meglio, te lo scriverò. La parola scritta ha questo vantaggio, che essa permette di legger meglio nell’animo, mentre si esprime il proprio pensiero. Capisco che è male lo scrivere. Una donna non dovrebbe mai darsi a questa occupazione pericolosa. Almeno, — soggiunse Camilla, — fino a tanto che essa è la serva umilissima degli uomini e la nemica naturale delle donne. E padroni e nemici sono cattivi depositari dei nostri segreti, ne convieni? Ma io farò questo per te, e tu ci vedrai una prova d’amicizia confidente, che è l’amicizia del presente e del futuro. Dammi un bacio, bella mia; ti sembra sincero, questo? —
La signora Vezzosi baciò l’amica con effusione, su ambe le guancie. Ma la povera bella aveva ancora i luccioloni sulle ciglia.
— Via, rasciughiamo le lagrime; — disse Camilla. — Se fossi un uomo, in fede mia, ti direi di seguitare, perchè sei bella così, e perchè le lagrime di una bella donna si bevono volentieri. È scritto in tutti i romanzi, e a me qualche volta verrebbe voglia di piangere, per vedere se gli uomini usano ancora di dirlo. Ridi? Va bene, ed io mi lodo delle sciocchezze che dico così spesso e così volentieri, se esse hanno la virtù di rasserenarti. Ecco intanto due donne che hanno avuto colloquio per un uomo, senza farsi giuramento di inimicizia eterna. Non è vero che siamo calunniate dagli uomini? Ma già, — conchiuse filosoficamente Camilla, — fino a tanto che comanderanno loro, e i libri li scriveranno loro, sarà così e ci vorrà pazienza. Non ti pare? —
La signora Vezzosi, scambio di rispondere, abbracciò nuovamente Camilla. E rasciugate le lagrime, escì insieme con lei dal salottino.
XVII.
Ci hanno insegnato alla scuola, in que’ beati tempi che s’aveva ancora bisogno di andare alla scuola, come qualmente, per comando di Domineddio, l’uomo debba guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte. Il che torna a dire che l’uomo, condannato ad un continuo stento per la battaglia della vita, sarà perennemente infelice. Questa dev’essere la regola, e, come tutte le regole di questo mondo, ha da averci le sue brave eccezioni. Nel fatto, vi sono degli uomini, i quali non sudano, neanche a scottar loro i piedi con acqua bollente; e ce ne sono degli altri, i quali non mangiano pane, o tutt’al più ne prendono qualche sottilissima fetta, per ispalmarla di burro. Similmente, ci sono degli uomini continuamente allegri, che non si rompono la testa coi malanni, che vedono tutto color di rosa, che sono felici, insomma, felici ad ogni costo, e contro il precetto delle Sacre Scritture. Laonde io sono indotto a pensare che ogni uomo, nascendo, porti il suo destino con sè. All’uno, messer Domineddio deve aver detto: «tu sarai lieto»; all’altro: «tu sarai imbecille»; all’altro: «tu sarai dotto»; e così via discorrendo, ad ognuno dei nuovi nati, secondo certi motivi suoi, che non ci è dato conoscere, ma dal cui svolgimento dipende senza alcun dubbio la storia delle nazioni. Lo stato sociale e l’educazione non ci hanno a veder nulla, o assai poco, in questa varietà d’indirizzi, poichè si trovano dotti, imbecilli e felici in tutte le classi sociali. Per contro, è facile di osservare una specie di compensazione, come a dire un saggio di giustizia distributiva, che dimostra la saviezza infinita del sommo legislatore. Il felice è sbadato, miope, quasi cieco, e non vede le cantonate, se non quando ci ha dato contro del naso; l’imbecille può salire ai più alti uffici dello Stato; il dotto riesce facilmente noioso. Non è sempre così, lo capisco, ed anch’io lo riconoscevo implicitamente, accennando alle solite eccezioni ond’è circondata e quasi circoscritta ogni regola; ma in fondo in fondo si può dire che la giustizia distributiva governi e che la compensazione sia il fatto costante.
Perchè questo squarcio di filosofia? Per dirvi, o lettori, che il contino Anselmi era un uomo felice, o alcun che di somigliante. Almeno almeno, egli era molto contento di sè, nell’atto di ritornare da Firenze per Montecatini. E che cosa ci aveva, per essere contento? Nulla, in verità; ma per essere contenti non è sempre necessario di avere, bastando qualche volta di sperare. I cavalli di Plutone, ad esempio, non ci sono stati descritti dal poeta Claudiano allegri a quel Dio, per il semplice fatto che essi pregustavano le biade del ritorno?
Che cosa s’aspettava l’Anselmi? Un mutamento naturale in tutto ciò che aveva lasciato il giorno addietro tanto mal disposto per lui. La signora Camilla, che si era mostrata così capricciosamente severa da un momento all’altro, doveva tornargli benigna. La cantante, che ci aveva i nervi e che lo aveva mandato così liberamente a farsi benedire, doveva essere guarita. E queste due fortune gli sarebbero toccate in premio di una sapiente scappata.
Il contino Anselmi si era accorto di avere, come dicono i francesi, l’_absence heureuse_. Dopo qualche giorno di lontananza, lo vedevano più volentieri le donne e gli amici. Egli non andava a cercare se ciò dipendesse per avventura da quel periodo di tregua, che ci fa sopportare con maggior filosofia il ritorno dei vecchi dolori. Sentiva il benefizio e non ne indagava le cause. Non vi ho detto ch’egli apparteneva alla schiera dei felici, di coloro che vedono tutto color di rosa e che sono molto contenti di sè?
Il nostro viaggiatore ebbe alla stazione di Montecatini i sorrisi e i saluti amichevoli di cento conoscenze; saluti e sorrisi che non avrebbe avuti, se, scambio di giunger lui, fosse andato con quella medesima folla a veder giungere un altro. Era già una consolazione, come vedete. Non si fermò a chiacchiera con nessuno, perchè un uomo che arriva non ha mai tempo da perdere, o non deve mostrare di averne. Del resto, il contino Anselmi sentiva gli stimoli dell’appetito e il bisogno di darsi una risciacquata. Prese una vettura di piazza e corse all’albergo della Torretta, per attendere ai due uffici importanti; si restaurò dentro e fuori, e quindi andò a far visita alla cantante. Era la più vicina; doveva anche esser la prima, nelle sue attenzioni galanti.
La diva lo ricevette benissimo. I nervi non la molestavano più; segno evidente che aveva ritrovato il suo _re_ sopracuto. Il contino Anselmi che le aveva proposto di andare a Parigi, per portargliene uno nuovo fiammante, le portava in quella vece una graziosa novità dalle rive dell’Arno, cioè a dire un elegantissimo braccialetto, comperato in via Tornabuoni, dal Marchesini, che era, e spero lo sia tuttora, il Dio dei gioiellieri di Firenze. Ad una dama non si sarebbe potuto portare un presente d’oro e pietre preziose; ad una diva sì, perchè i Numi gradiscono, da tempi immemorabili, ogni specie di offerte.
La diva accolse il dono con gioia, ed ammirò da esperta conoscitrice una fila di piccoli smeraldi e rubini, frammezzati da brillanti, che luccicavano sulle spire elastiche del braccialetto, foggiato a serpente. S’intende che, per ammirarlo meglio, se lo rigirò subito al braccio.
— Siete un compito cavaliere; — diss’ella; — ed anche un uomo di buon gusto. Guardate come sta bene. —
E gli stese un braccio ben tornito, candidissimo senza mestieri di biacca, che meritava anch’esso la sua parte d’ammirazione. Il contino Anselmi lo prese delicatamente e gli rese l’omaggio a cui essa sembrava invitarlo.
— Porterò il vostro braccialetto questa sera al Casino; — disse allora la diva.
— Ah! — esclamò il contino, inarcando le ciglia. — Questa sera finalmente vi risolvete di andarci?
— Sì; volete accompagnarmi? Mando a spasso il Torricelli. —
La proposta non garbava troppo al contino Anselmi.
— Lo vorrei; — diss’egli, sospirando. — Ma temo di compromettervi.
— Compromettermi! — ripetè la diva, rizzando la testa e fissando gli occhi curiosi in volto all’Anselmi. — Non sarebbe per caso il timore... di comprometter voi? —
Il contino fece la bocca da ridere.
— Che dite mai? — gridò egli. — Ad accompagnare una bella donna, un cavaliere ci guadagna sempre nella stima dei popoli. Fate conto che io non v’abbia detto nulla. Avevo parlato solamente per voi.
— Sentiamo questa, che ha da essere nuova di zecca; — rispose la diva con accento sarcastico.
— Eh, nuova o vecchia, eccola qua. Voi dovete far colpo, stassera, essere ammirata, adorata, applaudita da tutti. Ora, voi lo saprete per esperienza, i gelosi applaudono di mala voglia. Ed io, entrando con voi al Casino, farò chiacchierare, ingelosire moltissimi. Il Torricelli è vecchio e la sua galanteria sessagenaria non dà ombra a nessuno; mentre la mia, che non è ancora sui trenta, mi capite?....
— Capisco che ve la cavate abbastanza bene; — disse la diva, con un risolino sardonico.
— Non me la cavo, anzi voglio restarci; — replicò l’Anselmi, già mezzo stizzito. — Son pronto ad accompagnarvi e felicissimo di lasciar pensare tutto ciò che cento sciocchi invidiosi vorranno pensare di noi.
— No, così non fa comodo a me; — rispose la diva. — Credo che in fondo in fondo non diciate male. Restate nell’ombra e non intorbidate il mio trionfo, se trionfo ha da essere. Andrò col Torricelli. Il poveretto ne sarà felicissimo.
— Eh, purchè sappia contentarsi! — fece l’Anselmi, con aria di burlesca minaccia.
— Sciocco! — disse la cantante, appoggiando l’epiteto con quel grazioso torcimento di labbra che ha nella nostra lingua il brutto nome di boccaccia.
— Adorabile! — rispose il contino Anselmi, facendo in quella vece il bocchino.
In quella guisa l’Anselmi vinceva il punto di non accompagnare la diva al Casino. Veramente, non si sarebbe tirato indietro a quel modo, tre giorni prima. L’uomo, quando non ha altri ripeschi in mira, si presta sempre volentieri a queste comparse, che fanno prendere il moscherino a mezzo mondo e che dànno alle donne un alto concetto della sua persona. Perchè, infatti, le figlie d’Eva sono meno insensibili che non si pensi a questi spettacoli di felicità mascolina, e l’uomo che credesse di guastare i fatti suoi per il futuro con simili mostre, si gabellerebbe da sè per un vero collegiale. S’intende che le mostre in discorso riescono utili, quando l’uomo non abbia altri amori imbastiti lì per lì. Se ce li ha, deve astenersi con ogni cura da questi riscontri pericolosi. Una donna può e deve ammirare il signor Tizio, che ha fortuna con le altre, fino a tanto che ella non sia ricercata da lui; ma a nessuna donna può altrimenti piacere che il signor Tizio le si presenti con una rivale a braccetto.
Quella sera, finito il pranzo, e senza indugiarsi a prendere il caffè in giardino, il nostro Cupido escì dall’albergo della Torretta, avviandosi per lo stradone. Non sapeva nulla delle signore che aveva così bruscamente piantate il giorno innanzi. Non lo avevano veduto al Casino; lo avevano probabilmente aspettato al Tettuccio; dovevano essere impensierite della sua sparizione improvvisa. Ora il contino Anselmi giustamente pensava che un po’ d’assenza fa bene, ma che non deve mica esser troppa.
Così egli andava ruminando il suo capitolo _de arte amandi_, quando (vedete fortuna!) riconobbe da lunge le dame, che, accompagnate dai soliti cavalieri, venivano incontro a lui verso il Tettuccio. Il commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle andavano innanzi con la signora Camilla; seguivano Aldo e il presidente gran croce con la signora Elena.
A farlo a posta, il numero era giusto e non c’era più luogo per lui. Ma beati gli ultimi, dice il proverbio, se i primi han discrezione. Il commendatore Gerardo fu tanto discreto da cedergli il suo posto.
— Ah, sei qui, briccone? — gridò il Vezzosi appena lo ebbe veduto. — Dove diamine ti sei nascosto, Anselmi? —
Il contino biascicò alcune frasi sconnesse.
— Nascosto, no.... veramente.... Del resto, tu mi vedi....
— Ora, si capisce. Ma iersera? e stamane? Ti abbiamo aspettato al Tettuccio, e non ti sei lasciato vedere. Di grazia, si potrebbe sapere che cura fai?
— Dio buono! La cura degli affari, quando ti vengono addosso; — rispose l’Anselmi, con un’aria di candore, che non pareva lui. — Ho dovuto andar fuori.
— A Collodi, m’immagino; — replicò il commendatore Gerardo. — Oppure a Monsummano.
— Che! Più lontano; in capo al mondo; — disse l’Anselmi. — Ieri, quando vi ho lasciati, ho trovato all’albergo un telegramma, ed ho dovuto correre a Firenze, per incontrare un amico, che doveva giungere da Roma. E con lui sono venuto stamane, dandogli il passaporto per Pisa. Una noia, come capirai; ed io ne sono stato dolentissimo; — soggiunse il contino, dando un’occhiata malinconica alla signora Camilla.
— E deggio e posso crederlo? — chiese con enfasi melodrammatica il commendatore Gerardo.
La signora Camilla venne allora in soccorso dell’Anselmi.
— Come non volete crederlo? — diss’ella. — Il conte Anselmi non è certamente uomo da dire una cosa per un’altra. Ha avuto da fare e ci ha lasciati; ha sbrigate le sue faccende e ci ritorna. Questo è l’essenziale. —
Un inchino e uno sguardo eloquente ringraziarono la signora Camilla del suo gentile intervento.
Ma perchè le due file dei nostri passeggiatori erano molto vicine l’una all’altra, Aldo De Rossi udì le parole di Camilla. Il poveretto ci diventò verde dalla stizza e si morse le labbra fino a far sangue. La signora Elena, che le aveva udite anch’essa, volse un’occhiata di sbieco al compagno e notò come avesse la cera contraffatta.
— Calma! — gli bisbigliò allora, facendo un rapido movimento da quella parte. — Vi dirò tutto. —
Frattanto il contino Anselmi diceva al Vezzosi:
— E dove andate ora, se è lecito saperlo?
— Al Rinfresco, per far ora. La signora Camilla non conosce ancora il luogo.
— E mi dicono che sia molto bello; — soggiunse Camilla.
— Bellissimo; — rispose il contino. — Sta sotto la mia giurisdizione, perchè è proprio accanto alla Torretta. Di modo che, — proseguì l’Anselmi, — se io fossi rimasto all’albergo, avrei avuta la fortuna di vedervi egualmente?
— Ma non avreste meritato di accompagnarci, — replicò la signora.
Aldo De Rossi andava al Rinfresco come la biscia all’incanto. Si pentiva di non essersi posto lui al fianco della signora Camilla, per impedire all’Anselmi di appiccicarsi in quel modo. Ma come avrebbe potuto fare diversamente? Quel giorno gli era andata così male ogni cosa! La mattina, al Tettuccio, aveva notato una grande freddezza, o, per dire più veramente, un’aria di grande inquietudine, che metteva le signore a disagio con lui. Esse, del resto, non si lasciavano mai, e come non gli era riescito di parlare da solo a solo con la signora Camilla, così non aveva potuto dire neanche una parola alla signora Elena. Infastidito da quelle difficoltà, che erano durate fino all’ora di colazione, Aldo De Rossi aveva infilato l’uscio e preso il portante verso Monsummano, sperando di chetare le sue furie con una lunga passeggiata. Ma si era stancato, senza punto calmarsi. Tornato all’albergo sull’ora di pranzo, aveva trovata la signora Elena più turbata, più confusa che mai. Non ebbe modo di chiederle nulla, perchè il Vezzosi l’accompagnava nel corridoio, e del resto era già ora di scendere nella sala da pranzo. Solamente nell’anticamera, mentre Gerardo appiccava il cappello al gancio del cappellinaio, essa ebbe il tempo di dirgli: — Proporrò una gita al Rinfresco; veniteci: troverò il modo di parlarvi. —
Concertata la gita mentre erano a tavola, gli convenne di restare al fianco della signora Elena quando si escì dall’albergo. La signora Camilla era venuta a pranzo in una abbigliatura elegantissima, che faceva risaltare vieppiù i segni di una freddezza senza esempio. Aldo non ci capiva più nulla e si rodeva di non sapere che diavolo fosse. Avviandosi con la brigata al Rinfresco, e non vedendo comparire l’Anselmi, si era arrischiato a sperare che la giornata dovesse finir meglio che non era cominciata. Ma tutto ad un tratto era apparso l’Anselmi; egli stesso era stato il primo a vederlo e il cuore gli aveva dato una scossa violenta.