Part 14
— Sopratutto non dandogli retta, — soggiunse la signora Elena, appoggiando sulla frase, — possa averli studiati, essersi convinta e persuasa del modo con cui amano gli uomini del nostro tempo. Orbene, signor Aldo, nell’amore degli uomini della vostra generazione c’è una parte di desiderio e una parte di vanità. Questa, poi, è molto più del desiderio. Figuratevi come possa entrarci l’amore, l’amor vero, che è un bisogno del cuore, l’aspirazione ad un sentimento di tenerezza, che abbellisca la vita, o la renda sopportabile.
— Come dite bene! — esclamò Aldo De Rossi, traendo un sospiro. — È proprio questo, l’amore che sento. Rinunzierei al possesso della persona amata, rinunzierei alle consolazioni della pubblica invidia, pur di sapere dentro di me che quella donna mi ama e che io posso riporre intieramente la mia fede nella sua.
— Ve l’ho detto; — replicò la signora Vezzosi: — siete un uomo strano, un uomo d’altri tempi. Su che libri vi siete formato? Dico su libri, e non sopra esempi viventi; perchè questi, o mancano, o vivono nascosti. Certi sentimenti, come i colori troppo delicati, non amano la luce viva del sole. —
In quel punto una luce più mite, ma diffusa, coglieva in pieno la persona di Aldo De Rossi, che stava ritto accanto al davanzale del terrazzo, con la faccia rivolta verso l’entrata del Casino. E in quel punto apparve sul limitare dell’anticamera la signora Camilla. Il commendatore Gerardo la teneva a braccetto.
Aldo se la vide baluginare davanti agli occhi e rizzò prontamente la testa. La signora Elena indovinò dal gesto di Aldo che c’era qualche cosa di nuovo, e lentamente, come persona stanca, o svogliata, si girò da un lato a guardare. Non vi dirò che la vista dell’amica le facesse in quel punto un gran piacere. Se ve lo dicessi, non credereste. Siamo dunque intesi, non ve l’ho detto.
— Ah, sei qui, mia cara? — esclamò la signora Camilla, mettendo il piede sul terrazzino. — Ti avevo veduta andar via dal salone con una cert’aria abbattuta!.... Non ti ho vista tornare, e credevo già che ti sentissi male.
— Infatti, — rispose la signora Vezzosi, — il caldo mi aveva oppressa. Non ho neanche potuto finire il valzer, perchè mi era venuto un capogiro.
— Perchè non farmi chiamare? — disse il commendatore Gerardo, prendendo affettuosamente per mano la sua dolce metà.
— Oh, non mi parve necessario d’incomodarvi per così poco. Ho dato invece il disturbo al signor Aldo, che è stato tanto gentile da sacrificarsi per me. Del resto, credevo che voi foste impegnato a giuocare.
— Che! Mi seccavo a veder giuocare gli altri, aspettando che il presidente si fosse liberato da un noiosissimo giudice di mandamento che gli s’è attaccato ai panni e non lo ha ancora lasciato. Per fortuna, — soggiunse il commendatore Gerardo, volgendosi alla sua bella vicina, — la signora Camilla è apparsa sull’uscio....
— Cercavo appunto mio zio, — interruppe la signora Camilla, a cui non metteva conto di far sapere quelle piccolezze alla gente.
— Ed io, — ripigliò il commendatore che non voleva rinunziare al gusto di finire la frase, — son corso incontro alla bella visione.
— Come siete galante! — esclamò la signora Camilla, risoluta per quella volta di mozzargli le parole in bocca, se per caso ne aveva altre da aggiungere. — E adesso vorreste compir l’opera? Ma no; — riprese ella, come pentita; — dividiamo la fatica tra due. Signor Aldo, sareste voi così buono....
— Dite, signora; — gridò Aldo, scattando come una molla.
— Da andare nella sala ove si trova mio zio; — continuò la signora Camilla.
— Sarete servita immediatamente. E gli dirò?....
— Che vado all’albergo; con lui, se crede di accompagnarmi; con Elena e col signor Gerardo, se egli ha ancora desiderio di restare. —
Aldo si affrettò a fare l’imbasciata. Ma dentro di sè andava cercando che diamine potesse aver cagionato quella pronta risoluzione di Camilla. Anche il tono con cui ella aveva parlato era di persona oltremodo nervosa. E questo non era neanche sfuggito all’attenzione della signora Elena, la quale rimase sovra pensiero, lasciando a suo marito tutto il carico della conversazione. Gerardo, come sapete, faceva per due, e all’occorrenza per quattro. Del resto, egli ebbe poco da dire, perchè due minuti dopo tornava Aldo, accompagnando il presidente gran croce.
— Vi sarete seccato, col giudice? — chiese il commendatore al presidente gran croce.
— No, — rispose questi, — mi parlava d’una causa abbastanza importante, che si è discussa ultimamente a Perugia. Sapete, Vezzosi, il proverbio dice: chi l’ha nell’ossa lo porta alla fossa. Si è stati giudici e le cause....
— Producono i loro effetti, capisco. —
In queste chiacchiere si escì dal Casino, per ritornare all’albergo. Il presidente gran croce non pensò neanche a domandare perchè si escisse così presto. In simili casi, sono le signore che comandano, e nelle risoluzioni delle signore non si cerca mai il perchè.
Le dame andavano innanzi, accompagnate da Aldo, che era passato dalla banda di Camilla e procedeva mogio mogio, come un cane bastonato. Nel vestibolo dell’albergo, il giovinotto augurò la buona notte alle dame e si accomiatò dai due accompagnatori legali. Intanto le dame ponevano il piede sui primi gradini della scala.
— Carina, — disse Elena a mezza voce, — vorrei parlarti.
— Ora? — dimandò Camilla col suo accento nervoso.
— Anche ora; — rispose quell’altra.
La signora Camilla si volse allora ai due accompagnatori che erano già per seguirle, e disse:
— Signori, non è necessario che salgano, per adesso. Elena ed io vogliamo stare un’oretta insieme.
— Grandi segreti? — disse il commendatore Gerardo.
— Segreti di Stato; — rispose Camilla.
E fatto un cenno di commiato, si avviò per le scale, seguendo la signora Vezzosi.
XVI.
Giunte sul primo pianerottolo, le due signore entrarono nel corridoio. La cameriera, andata avanti col lume, si fermò davanti al quartierino occupato dai Vezzosi, che era il più vicino alle scale. Ma la signora Camilla le accennò di proseguire, volendo condurre l’amica nel suo. Entrate nel salottino che divideva la camera della signora Rivanera da quella del presidente Roberti, la signora Vezzosi si lasciò cadere sul canapè, come persona sfinita.
— Hai più coraggio di me; — diss’ella, dopo aver ricolto il fiato, e con un accento da cui trapelava un leggero sarcasmo.
— Perchè? — domandò la signora Camilla.
— Perchè li hai mandati via, così alla svelta, come si farebbe con due estranei. Si poteva pur rimandare il nostro colloquio a domani.
— Non hai detto: anche ora? — ripigliò Camilla.
— È vero, ma come si dice una cosa senza importanza.
— E senza importanza discorriamo stasera, scambio di discorrere domani. Del resto, che conti ho da rendere? Son libera, nota, son libera; — soggiunse Camilla, premendo sull’aggettivo, come se volesse rimandare il sarcasmo alla sua bella interlocutrice.
Tra due donne questo po’ di malumore c’è sempre. La tensione è lo stato abituale di queste due pile elettriche, anteriori di tante migliaia d’anni alla scoperta di Alessandro Volta. Ora è quistione di un amore che si contendono, ora di una vanità che debbono soddisfare, ma sempre di una preminenza che vogliono mantenere. Noi uomini, più spesso che non si creda, ci buttiamo via, ci rassegniamo alle seconde parti. Le donne mai, viva la faccia loro! Ditela pure una debolezza; ma di che cosa s’ha egli ad esser teneri, anzi gelosi, se non della propria dignità? Sta bene che ci vuol diplomazia, per vivere in questo mondo; ma forse che la diplomazia non ha diritto di mostrarsi permalosa, per la maestà dello Stato che rappresenta? E se mi chiedeste che cosa rappresenta la donna, vi risponderei che rappresenta sè stessa; come a dire un Impero, e un Impero... celeste.
— Volevi parlarmi, — soggiunse la signora Camilla dopo alcuni istanti di pausa. — Domani avrebbero potuto mancare le occasioni. Un momento così propizio come questo non si presenterà più. Siamo qui sole, e i nostri compagni di viaggio, se non li facciamo chiamare, si periteranno di venire quassù. Aggiungo che sei da me, e non c’è neanche il pericolo che tuo marito entri qua, senza farsi annunziare. Parla! —
Elena ammirò la risolutezza di quella personcina, in apparenza così leggera, fatta piuttosto per lasciarsi trasportare dai casi che per dominarli. In apparenza, ho detto, ed anche per la signora Vezzosi, che veramente l’aveva giudicata assai meglio di così. Certi errori non sono possibili tra donne, e l’una conosce l’altra di primo acchito, come noi ci conosciamo a malo stento un giorno prima di morire. Or dunque, la signora Elena aveva da un pezzo conosciuto il carattere di Camilla Rivanera; in quell’impasto di grazia aveva intravveduta la forza; sotto quell’aria di leggerezza aveva indovinato un carattere. Ma certo, non l’aveva immaginata mai così pronta nelle sue risoluzioni, così disposta ad affrontare il pericolo, come essa gli appariva in quel momento, andando incontro agli agguati, alle insidie, ai tranelli d’una conversazione, che non prometteva niente di buono.
Una lotta s’impegnava. Ma quale? Voi, lettori, l’avete già presentita e potreste già in parte descriverne le fasi. Ma le cose non potevano essere già così chiare tra le due dame, ed una di esse, la Rivanera, doveva anzi fingere di non capirne nulla in anticipazione, e mostrar di credere che il discorso annunziato dalla sua amica fosse il più liscio e il più naturale del mondo.
— Camilla, — incominciò la signora Vezzosi, — sai che ti amo. Sebbene queste cose ce le siamo dette finora assai poco....
— Non importa; — interruppe Camilla, con un gesto che dissimulava male l’impazienza, se pur non è da dire che la metteva in mostra; — poche parole bastano ad affermare l’amicizia. L’amore, poi, non ha neanche mestieri di quelle poche parole. —
Elena si scosse e diede alla sua interlocutrice un’occhiata di meraviglia. In quelle parole di Camilla non era a vedersi una sfida? Almeno almeno un invito a tagliar corto? Fosse l’una cosa o l’altra, la signora Vezzosi doveva cogliere l’occasione che gli era offerta di entrare in argomento.
— Tu, dunque, — diss’ella, — saprai che Aldo De Rossi è innamorato di te. —
Ecco, lettori, una donna può sapere molte cose; ma non può sempre sapere qual ragione faccia parlare in un dato senso un’altra donna; specie quando quest’altra incomincia il suo discorso ex abrupto. Non vi parrà dunque strano che la signora Camilla, comunque preparata all’attacco, balenasse al primo urto un tantino. Forse anche questo era un atto meditato, e la perplessità di Camilla serviva di appoggio ad un gesto di stupore, che voleva dire: — che cos’è questa alzata d’ingegno?
— Non ti offendere, sai! — ripigliò la signora Vezzosi, ingannata da quel gesto. — Dirti che il signor De Rossi è innamorato di te, non è già un farti torto.
— No; — rispose Camilla, con un tono tra scherzoso ed ironico. — Rendiamo giustizia ai meriti del signor Aldo De Rossi. È un po’ strano, il signore, e via, diciamo anche un po’ stupido, perchè ogni cosa abbia il suo nome appropriato; ma certo egli non offende una donna, facendole la corte. Infatti, mia bella, ne sei offesa, tu? —
Un attacco rispondeva ad un altro. La signora Elena, che non si aspettava di essere assalita, mentre ella stessa si era fatta assalitrice, ne fu grandemente turbata.
— Io! — esclamò. — E di che dovrei essere offesa? Egli non mi fa la corte.
— Davvero?
— Non me l’ha fatta mai.
— Ah! questa è anche più strana.
— Te lo giuro; — disse Elena, con accento solenne.
Camilla stette un momento in forse; poi chinò la testa, con aria di persona che vuol dimostrarsi persuasa, anche non essendo convinta.
— E sia; — diss’ella. — Non saprei che cosa opporre ad una affermazione come questa. Ma non perdiamo il filo del discorso. Esso avrà pure una conclusione; andiamo alla conclusione. —
La signora Vezzosi aggrottò le ciglia, vedendo che Camilla si metteva a quel modo in sussiego con lei, e si pentì di aver voluta quella conversazione. Ma non c’era rimedio e bisognava andare fino in fondo.
— È male che tu la prenda su questo tono; — diss’ella. — Io vengo a te senza secondi fini, col cuore in mano, e ti dico: Aldo De Rossi è innamorato di te. È un uomo serio, un gentil cavaliere; amalo. O meglio, — soggiunse, — poichè queste cose non si comandano, se è vero che tu l’ami, o sei disposta ad amarlo, te ne prego, non fare che egli si disperi per la tua apparente insensibilità. —
Camilla ascoltò con molta attenzione il predicozzo, non togliendo gli occhi dal volto dell’amica. Indi, col suo solito sussiego, le disse:
— Parli per conto suo?
— Se fosse, — replicò la signora Elena, ferita da quell’aria altezzosa, — che cosa ci vedresti di male?
— Anzi, — ribattè la signora Camilla, — ci vedrò una prova del suo buon gusto a saper scegliere.... gli ambasciatori. Peccato che col buon gusto non si trovi d’accordo lo spirito! Sicuramente, mia bella; non s’incomoda una dama come tu sei, più fatta per udire di questi discorsi, che per farli ad un’altra. E non è bello, inoltre, che in queste faccende s’aiuti con gl’intercessori, chi ha voce e ginocchia per pregare da sè.
— È giusto; — osservò la signora Vezzosi. — O, per dire più veramente, sarebbe giusto, se il signor De Rossi mi avesse dato l’incarico di farti un simile discorso. Il vero è che non mi ha incaricato di nulla. Conosco il suo segreto.... Da un pezzo glielo leggevo negli occhi. Mi duole di vederlo così triste, così avvilito, e ti parlo per conto mio, in favore di quel povero giovanotto.
— Ah, volevo ben dire! — esclamò la signora Camilla. — È dunque tutta bontà tua. Veramente singolare! Non ti offenderai, spero, di questa osservazione. È tutto ciò che io ti dirò su questo particolare, usando dei diritti che accorda l’amicizia. E per questa medesima amicizia ti dico: càlmati, bella mia.... E frattanto, non mi chiedere di fare questa cosa, o quell’altra, perchè io non posso far nulla. Non amo il signor De Rossi.
— Ah! — gridò la signora Elena. — E perchè?
— Ti potrei rispondere molto semplicemente: perchè non l’amo. Tu stessa lo hai detto poc’anzi, queste cose non si comandano; o sono, o non sono, e la ragione del non essere è così oscura, come quella dell’essere. Vedi, mi fai parlare come un filosofo; — soggiunse Camilla, ridendo. — Ma voglio essere schietta, quantunque la cosa abbia i suoi rischi. Solo chi custodisce il proprio segreto è forte; e la donna, già tanto debole in questa società così male costituita, ha doppia ragione di custodirlo. Pure, lo ripeto, sarò schietta con te. E tu, spero, ci vedrai un’altra prova della mia amicizia. Mi stai a sentire?
— Son qua, tutt’orecchi; — rispose la signora Vezzosi, atteggiando le labbra ad un sorriso, che non le venne altrimenti.
Camilla, che era stata fino allora in piedi, davanti alla Vezzosi, andò a sedersele accanto, sul canapè; indi, presa la mano dell’amica tra le sue, come a trastullo infantile, così incominciò la sua confessione.
— Sono una donna leggiera, vana, capricciosa, tutto quello che vorranno dire di me tante caritatevoli persone. Oh, non me la prendo, io! Riconosco, anzi, che c’è molta apparenza di vero in questi giudizi. Ci sono dei modi di essere, che fanno l’uffizio della maschera, con cui andiamo al veglione, per non essere conosciute e per far disperare la gente. C’è chi riconosce il viso, sotto la forma di raso nero: ma non importa, la maschera c’è, e ti dà il diritto di parlare liberamente, come se tu non fossi riconosciuta. Dunque, diciamo, leggiera, vana, capricciosa, volubile, e chi più n’ha ne metta. Io, dentro di me, so d’essere tutt’altra. Odio i caratteri falsi, sono assetata di verità; perciò, capirai che non posso amar gli uomini, e che, sopratutto, non posso stimarli. Questi per la bellezza, quegli per la ricchezza, o per la condizione sociale, uno perchè sei libera, l’altro perchè non lo sei più, ci hanno tutti una ragione eccellente per mettersi sul tenero, qualche volta ingannando sè stessi, sempre cercando d’ingannare anche te. Ma parliamo di me, che sono libera. Ho la bellezza, dicono; ho la ricchezza, dice il mio ragioniere, che guarda al sodo e non si confonde con certe lustre. Ora, io te lo confesso sinceramente; sarò matta da legare, ma quando m’accorgo che un uomo non ama in me che una superficie di bellezza, vorrei esser brutta da far paura, per vedere dove va tanto amore disperato; quando m’accorgo che si tratta anche e sopratutto del mio milioncino (sono afflitta da questo guaio, che farci?) vorrei essere povera come Giobbe, per vedere se la mia bellezza, ridotta a figurare tra i cenci, farebbe fare tante pazzie a quell’uomo.
— Aldo De Rossi non bada alla ricchezza; — osservò la signora Vezzosi.
— Lo credo, e gli rendo giustizia in questo particolare; — rispose Camilla. — Ma io parlo in genere, e dico che l’amore è una cosa delicatissima, imponderabile, indefinibile. O c’è tutto, o non vale un bel nulla. L’uomo che ami solamente per amare, e per amare quella donna più d’un’altra, e per amare solamente quella, è possibile trovarlo? Io credo di no. Vado ad altezze vertiginose, lo capisco; ma sono fatta così ed oramai non c’è verso di mutarmi. Ho potuto non chiedere queste cose, quando ero fanciulla ed abbastanza inesperta; ma oggi ho veduto, ho paragonato, ho studiato, cerco quell’amore e quell’amore non c’è. O ci sarà, ed io non l’ho trovato. Sarò come quel tale, che voleva andare ad alloggio nell’albergo della Felicità; ma era tanto distratto a furia di pensarci, che passò rasente e non vide l’insegna. E può anche darsi che il tuo De Rossi sia l’uomo ch’io cerco; e può anche darsi che non lo sia. Non l’ho studiato, e gli è come se non lo fosse.
— Già, — notò ironicamente la signora Vezzosi, — tu l’hai per uno stupido!
— Oh, questo non vorrebbe dir nulla; — rispose con molta tranquillità la signora Camilla. — Ci s’innamora male, degli uomini di spirito. Sono come le donne letterate, che abbagliano annoiando, o come i cani sapienti, che fanno tante belle cose egregiamente, salvo quella per cui i cani sono ammessi agli onori della domesticità. Un povero canino da pagliaio, che non sa dar la zampa, nè saltare il cerchio, nè andar ritto da un capo all’altro della sala, ama il padrone, lo segue fedelmente e ne custodisce la casa. Non fo torto al signor De Rossi; dico soltanto che un uomo simile non farebbe per me. Ci avesse almeno il buon gusto di dedicarsi ad una donna, di non vedere e di non servire che a quella! Ma no; lo vedi girandolare da questa a quell’altra, con una facilità che dimostra tutta la sua leggerezza, di cuore e di spirito.
— Eh via! — disse la signora Vezzosi. — Tu gli fai torto, adesso. Egli va in società, come ci vanno tutti i suoi pari. Perchè accusi lui solo?
— Lui solo, certamente, perchè nessun altro va in società come lui, con quell’aria di voler parere una eccezione ambulante. Gli altri, a buon conto, non si piccano di apparirti diversi da quelli che sono, mentre egli, il tuo De Rossi, — (la signora Camilla appoggiò maliziosamente sul pronome possessivo) — fa il filosofo meditabondo, l’uomo dei grandi concetti e dei profondi dolori. L’ho veduto in molti luoghi, a balli, a conversazioni, a teatri, sempre inguantato, incravattato, insaldato, i capegli ravviati con una diligenza miracolosa, la divisa condotta a pennello fino alla nuca, le ciocche lucenti sulla fronte; e da per tutto con quel suo cipiglio imbronciato e scontroso, come un uomo che mediti un suicidio.
— Non è certo come l’Anselmi; — osservò la signora Vezzosi.
— Oh no, — riprese Camilla, — e viva l’Anselmi, con la sua faccia serena e il cuor contento. È uno sciocco, te lo concedo, ma uno sciocco che non fa male. L’insegna non ti tradisce. Ride, distilla continuamente il suo spirito; qualche volta ci riesce e qualche volta no; ma in fine, non ha l’aria di volerti dare una lezione ad ogni batter di ciglia, e, sopra tutto, non si atteggia a rubacuori.
— Lo credi?
— Almeno, mi sembra tale, ed è tutt’uno. A me, che non ho mestieri di legger nell’anima di questi signori, basta quel po’ di vernice.
— Hai torto; — disse placidamente la signora Vezzosi. — Conosci sempre più addentro che puoi le persone che ti avvicinano più spesso. Non sai che cosa pensano? Avrai anche il rammarico di non sapere che cosa diranno alle tue spalle.
— Che cosa diranno? — Quello che potranno dire. E se io non darò loro argomento...
— Brava! Come se non bastasse una cortesia, uno scherzo, una frase detta senza metterci importanza, per mandare in solluchero questi signori e destare le più ardite speranze! Ma sia pure come tu credi; avranno poco da dire. Rimarrà sempre quella che potranno lasciar supporre. C’è un modo di lasciar supporre, che vale il raccontare... ed anche il dare ad intendere. —
La signora Camilla stette un istante sovra pensiero, indi si strinse nelle spalle.
— Bella mia, — replicò, — tu chiedi più attenzione e più vigilanza, che non sia possibile ad una donna di usare. Io permetterò anche questo, purchè non si pensi ad alta voce con me e non mi si annoi con certe dichiarazioni.
— Oggi, infatti... — notò la signora Elena.
— Ah, oggi! Che cos’hai veduto, quest’oggi?
— Non dovrei dirlo, perchè sarebbe un pensare ad alta voce... e potrebbe annoiarti.
— No, parla, te ne prego. Non crederai già che la mia insofferenza per certi discorsi si estenda anche a te!
— Dirò, dunque, — ripigliò la signora Elena, ringraziando Camilla con un lieve cenno del capo, — che stamane tu avevi l’aria di trattare molto bene il contino Anselmi, e che subito, entrando da Birindelli, hai incominciato a trattarlo assai male. Almeno se si deve giudicare dal suo contegno, che era proprio d’uomo avvilito, a cui non basta più l’allegria sforzata, nè la filosofia naturale, per apparire tranquillo.
— Ah, l’ho trattato male? — ripetè la signora Camilla. — Non me ne sono avveduta. Prendo e lascio con tanta facilità! E questo ti provi che non dò nessuna importanza ai nostri bei cavalieri; peggio per loro, se, da qualche frase buttata là per chiasso, traggono argomento a sperare Dio sa che cosa! Può anche darsi, — soggiunse Camilla, tornando al fatto, — che il contino mi abbia seccata. Anzi, mi pare di ricordarmi... Sì, mi ha detto qualche cosa che m’ha dato noia. Ma quello è un uomo che non ci ritorna più. Non avrà avuto filosofia quest’oggi, perchè sarà escito senza la sua provvista quotidiana; ma vedrai che ne avrà una provvista doppia, domani. È, dopo tutto, un uomo gentile ed un compagno prezioso. Ne convieni?
— Eh, sì; — fece la signora Elena, dividendo la sua frase in due tempi. — Aldo De Rossi ne è molto geloso; — soggiunse poscia, per richiamare all’argomento la sua interlocutrice.
— Geloso! E con quale diritto? — gridò la signora Camilla. — Mi ha egli comprata? Gli ho detto io: sarò la vostra schiava? Io te lo ripeto, Elena; non amo, non amerò mai un uomo che le corteggia tutte ad un modo.
— Tutte! Tutte! — esclamò la signora Vezzosi. — Bisognerebbe che tu incominciassi a citarne qualcheduna.
— Te, per esempio. Ma tu dici di no...
— Lo dico. Con tutte le forze dell’anima mia, te lo dico.
— E non si potrà più insistere; — ripigliò Camilla. — Ma qui dentro, capirai, non si comanda, e qui dentro si potrà anche pensare diversamente. —
La signora Vezzosi stette muta un istante, offesa com’era da quel dubbio e combattuta da due opposti sentimenti, di tristezza e di sdegno. Ma infine si padroneggiò e così mestamente rispose:
— Farai quello che ti parrà, e mi dimostrerai di non avere amicizia per me. Io, credi, ne ho sempre molta per te; ne ho più che non pensi.
— Ed è per questo che vuoi... — incominciò Camilla.
Ma si trattenne subito; e la signora Vezzosi, volgendo gli occhi alla sua interlocutrice, vide l’aria di vivacità, quasi di collera, che stava per accompagnare la frase; ma non uscì altrimenti la frase.
— Parla! — disse la signora Elena. — Che cosa sono queste tue reticenze? Tu pensi il male e non hai cuore di dirlo. Bada, Camilla; hai incominciato, devi finire.