O tutto o nulla: romanzo

Part 13

Chapter 133,802 wordsPublic domain

La signora Camilla sorrise; ma fu un lampo, e la sua faccia tornò subito a farsi oscura.

— Complimenti! — diss’ella. — Come a dire bugìe.

— Ma il mio non è un complimento; — rispose Aldo De Rossi.

Intanto il contino Anselmi lo chiamava a giuocarsi l’acchito. Aldo si mosse dal fianco della signora Camilla, fece la prova, la perdè e diede l’acchito all’avversario. Questi s’impostò, colpì la palla dell’avversario e fece un doppietto, mandandola nei birilli ad abbattere il filone, ossia la fila di mezzo.

— Bene! — gridò la signora Elena. — Avete già indovinato che io non v’aiuterò molto, e incominciate a fare da per voi.

— Oh, ci sarà lavoro per tutti; — rispose l’Anselmi. — Aldo è un terribile giuocatore. —

A farlo a posta, Aldo De Rossi non si mostrò degno della lode; fece steccaccia e andò nei birilli con la sua. Gli avversarii ebbero quattordici punti dei ventiquattro.

— Si mette male! — disse Aldo, volgendosi con aria contrita alla signora Camilla.

— Avete paura? — fece ella, col suo solito accento canzonatorio.

— Non ne ho mai avuta; — rispose egli. — Mi rincresce soltanto che abbiate a formarvi un così gramo concetto di me. —

La signora Camilla fece un gesto che pareva volesse dirgli: è già formato da un pezzo. Indi, temperando quella espressione beffarda in un consiglio di benevola autorità, soggiunse:

— Bisogna essere più calmi.

— Potere! — mormorò Aldo De Rossi.

Intanto il contino Anselmi si disponeva a fare il suo colpo. Egli poteva, mettendoci un po’ di buona volontà, guadagnare la partita, poichè la posizione in cui Aldo aveva lasciata la sua palla era brutta parecchio. Ma il contino, da buon cavaliere, non volle approfittare dell’occasione; fece anzi di più, giuocò male e restò peggio, lasciando un bel colpo alla signora Camilla, che doveva entrare in giuoco, per lo sbaglio di Aldo.

La signora Camilla, nuova al giuoco, non s’era avveduta di quel piccolo artifizio galante.

— E adesso come si fa? — diss’ella, prendendo posto davanti al biliardo.

Il contino Anselmi non aspettava altro. Lesto come uno scoiattolo, si piantò a fianco della signora, rubando il posto e l’ufficio al De Rossi, che, essendole compagno, aveva il diritto di consigliarla e di guidarle la mano.

— Si fa così; — disse il contino, prendendole la punta della stecca e mettendola in quella direzione che gli parve più conveniente. — Sono rimasto male e voi dovete approfittare del mio errore. Lasciate andare il colpo; son punti fatti. —

Vedendosi vogar sul remo a quel modo, Aldo De Rossi aveva fatto un gesto d’impazienza. La signora Elena se ne accorse e disse prontamente al contino Anselmi:

— Ma bravo, signorino! È così che stiamo insieme? Voi fate il giuoco degli avversari.

— Donna Elena, non l’ho fatto apposta. Non tutti i colpi riescono.

— Non parlo del colpo; parlo del consiglio che date.

— Ah, è vero; — rispose l’Anselmi. — Ma, per una volta tanto...

— Per una volta tanto, — replicò la signora Elena, con aria mezzo stizzita, — lasciate che il consiglio lo dia il signor Aldo. —

Il contino Anselmi capì di aver fatto un passo falso e si tirò indietro con tutta quella buona grazia che gli era consentita da un così molesto rimprovero. Intanto la signora Camilla era rimasta con la stecca sul biliardo, nella medesima posizione in cui l’aveva messa il troppo volonteroso consigliere. Aldo De Rossi, tirato in ballo dalla signora Elena, ripigliò tosto i suoi diritti. Diede un’occhiata alla direzione della stecca, e vide che si trattava appunto di spingere, per mandare nei birilli la palla avversaria. Ma questo, che era evidentemente un regalo del contino Anselmi, non gli poteva convenire per nessun modo. Perciò, sviata leggermente la stecca della sua bella compagna, e raccomandatole di battere la palla un po’ sotto il centro, perchè non avesse a correr troppo, le accennò sommessamente di colpire. Camilla, a dir vero, non sapeva che si facesse; ma il compagno consigliava ed ella obbedì, spingendo la stecca in quella direzione che egli aveva indicata. La palla avversaria, scambio di andare nei birilli di primo tratto, li rasentò, andando a battere verso il mezzo la mattonella corta, donde ritornata, entrò nella croce dei birilli, abbattendone quattro.

Aldo, la signora Vezzosi, il cavalier Sestavalle e i due personaggi politici della compagnia, applaudirono alla franchezza del colpo. La signora Camilla si fece rossa dalla gioia.

— Ma bene, egregiamente! — disse il contino Anselmi, parlando a denti stretti, come potete immaginarvi. — Ed io che credevo...

— Già! — interruppe la signora Camilla. — E perciò mi avevate preparato un colpo facile, non è vero? Ma io, per vostra norma, amo il difficile.

— E riescite egualmente; riescite in tutto; — rispose il contino Anselmi, per farla finita senza troppa vergogna. — Ora a voi, Donna Elena; poichè entrate in giuoco, salvatemi. Abbiamo quattordici punti; gli avversari ne hanno dieci; bisognerà stare attenti. Del resto, — soggiunse, — non occorre dirvi altro; la guerra è tra le Amazzoni. —

La signora Elena giuocava per mera compiacenza. Non fece nulla di buono, e si contentò di non guastare. A poco a poco fu vinta dal buon umore di Camilla, che metteva colpo su colpo, senza chieder parere al compagno, ed ambedue fecero gazzarra per parecchi minuti, senza dar mai nei birilli, quantunque più volte ci passassero molto vicino, e, quel che era peggio, con la palla propria, anzi che con la palla avversaria. Finalmente, avvenne che la signora Elena mandasse la propria in bilia. Erano due punti perduti e doveva tornare in giuoco l’Anselmi.

— Venite a consigliarmi; — disse allora la signora Camilla al De Rossi. — La guerra non è più tra Amazzoni. —

Aldo non se lo fece dire due volte e si piantò subito daccanto a lei, consigliandola e mettendole in posizione la stecca. Ma la signora Camilla fece come qualche volta Orazio, che vedeva il meglio e si appigliava al peggio. I consigli e gl’insegnamenti di Aldo non ci potevano più nulla; essa giuocava sempre alla rovescia. Ma rideva, mostrava le perle della sua bocca al compagno, e questi si sentiva correre al cuore una vena d’allegrezza, fino allora ignorata. L’Anselmi, frattanto, vedendo che l’aria spirava da un’altra banda, si mise in guardia contro le infreddature. Giuocava con prudente abbandono, e celiava con la signora Elena, che non aveva ragione per stare sostenuta con lui, o per ridere dei fatti suoi, come faceva quell’altra. Il contino Anselmi adoperava in quella occasione come il buon marinaio in tempo di burrasca; imbrogliava le vele, perchè il vento non avesse a lacerargliele e, Dio guardi, a spezzargli anche l’albero.

Tutto ad un tratto la signora Camilla fece steccaccia e andò nei birilli con la sua.

— Perduti? — chiese ella al De Rossi.

— Perduti; — rispose Aldo, sorridendo.

— Benissimo! — ripigliò Camilla. — Siamo dunque della medesima forza. —

E lo guardava, così dicendo, con una espressione tanto strana, che egli ne fu tutto rimescolato.

Che cosa voleva dire quello sguardo? Probabilmente questo: Siamo due capi ameni, voi con la vostra gelosia scontrosa, io con le mie leggerezze infantili. Oppure quest’altro: Ci combiniamo in ogni cosa, perchè in fondo in fondo ci amiamo più che non paia. Infine, poteva significare anche questo: Siete così scemo, che ho compassione di voi. Comunque fosse, l’intensità dello sguardo di Camilla aveva un perchè. Ma fors’anche non ne aveva nessuno, ed era un suo modo di guardare la gente, per il quale tornava inutile di beccarsi il cervello.

Vi ho detto che si sentì tutto rimescolato. Non si sostiene impunemente lo sguardo di una donna che si ama, specie quando non si sa ancora se quella donna vi ami, e perchè vi guardi in tal modo. Ma il turbamento non è una risposta, e Aldo De Rossi doveva darne una.

— No, — diss’egli tanto per aver l’aria di rispondere qualche cosa, — mi riconosco più debole di voi. Anch’io, è vero, sono andato nei birilli con la mia; ma voi, almeno, avete fatti una volta dieci punti buoni, mentre io non ne ho imbroccato mai una.

— Ed è giusto che si vada così; — ribattè la signora Camilla, col suo solito accento sarcastico. — Tirate a troppo, signor mio! —

Aldo inarcò le ciglia, come un uomo che non ha capito e sta per domandare una spiegazione. Ma il contino Anselmi capitò in buon punto a troncare il duetto.

— Volete la rivincita, signora? — chies’egli a Camilla.

— No, — rispose ella, — salvo che Elena non voglia continuare...

— Come vuoi tu, mia bella; — disse la signora Vezzosi. — Sai pure che si ama poco ciò che non si sa fare abbastanza bene.

— Quand’è così, — ripigliò Camilla, — diciamo le cose come stanno. Signor conte, il vostro giuoco è assai brutto. —

Il contino Anselmi s’inchinò, senza rispondere. Era furbo, il giovinotto. Rispondere non si poteva che in due modi; o piccato, od umile. Ora il contino Anselmi non voleva fare nè una cosa nè l’altra.

La signora Camilla proseguì:

— Giuocate voi altri, noi staremo a vedere.

— Non sarebbe bello; — rispose l’Anselmi.

— Perchè? Quando i cavalieri vostri antenati combattevano in giostra, credevano forse di dare un brutto spettacolo alle dame? Giuocate, signori, giuocate; noi ammireremo i bei colpi.

— Se si prende una partita a biliardo per una giostra, eccomi a rompere una lancia; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — È l’unica forma di combattimento che sia permessa ad un cavaliere che tocca i cinquanta. A voi, conte Anselmi, lancia in resa e prendete campo, io vi sfido.

— Ed io vi armo il braccio; — disse la signora Camilla, porgendo la sua stecca al Vezzosi. — Vi sia cara quest’arma; essa ha già fatto dieci punti. —

Il commendatore Gerardo ringraziò. L’Anselmi, preso tra due fuochi, dovette rassegnarsi a giuocare senza dame.

Il presidente gran croce, abbandonato dal suo interlocutore assiduo, andò a sedersi sul divano, presso la signora Elena, a cui si era già accostato il cavaliere Sestavalle. Aldo De Rossi rimase libero di sedersi presso la signora Camilla.

— Come siete buona! — le disse, a mezza voce, mentre aveva l’aria di guardare il ventaglio che essa teneva tra le mani.

— Vi pare? — fece ella. — E perchè?

— Perchè avete posto un termine a questo giuoco, che è tanto noioso.

— Grazie, — rispose Camilla. — Noioso, anche stando con me?

— Oh, che dite mai? Noioso in sè stesso; — replicò il De Rossi. — Del resto con voi ci si sta meglio a discorrere.

— Ecco un altro complimento; — osservò la signora.

— Ah, è vero; — disse Aldo; — ricordo la vostra definizione; complimento, bugìa. Ma parliamoci schiettamente, signora: credete proprio che uno il quale vi dichiari di amare la vostra conversazione vi snoccioli una bugia?

— No, davvero; — rispose Camilla, ridendo, — non sono così modesta per crederlo, nè così ipocrita per dirlo.

— Ah, meno male! — esclamò il De Rossi.

La bontà di Camilla era contagiosa; scusate il brutto epiteto, adoperato a colorire una bella cosa. Voglio dire che Aldo, incuorato dalla cortesia della dama, fu di ottimo umore e chiacchierò allegramente, come non aveva fatto mai. Intanto i due combattenti si riscaldavano al giuoco, e uno di essi, il commendatore Gerardo, non faceva troppo onore all’arma della signora Camilla.

— Chi guadagna? — chiese ella, ad un certo punto, interrompendo il suo dialogo con Aldo.

— Guadagna Anselmi, signora; — rispose il Vezzosi. — Ha vent’anni meno di me, e venti punti di più.

— Coraggio, e rimettetevi in pari! — disse Camilla.

— Signora, — fece l’Anselmi, con finta umiltà, — se debbo perdere...

— Potreste averlo già fatto; — rispose Camilla, che, come sapete, le sue ragioni non le mandava a dire; — potreste averlo già fatto, poichè il signor Gerardo è il mio cavaliere, armato da me. Ma non lo fate ora, ve ne prego; chè non ne avreste più merito. —

La mattinata da Brindelli finì maluccio per il contino Anselmi, che l’aveva concertata. Nell’uscir di là, Aldo ebbe il coraggio di offrire il braccio a Camilla, e Camilla ebbe il coraggio di accettarlo. A quei solleoni!

XV.

Il contino Anselmi andava chiedendo a sè stesso da che cosa avesse potuto prendere origine un cangiamento così repentino.

— Avrei io inciampato in un amore nascente, — pensava egli, — come, attraversando un campo di grano, si mette il piede su d’un nido di quaglie? —

Preso in questa forma l’aire, il contino almanaccò un bel tratto; almanaccò, verbigrazia, che aveva fatto male a impegnarsi con una leziosa come la Rivanera, così invanita della sua bellezza e de’ suoi quattrini. Ma si era egli impegnato davvero? Le aveva detto un mondo di galanterie ed ella aveva mostrato di gradirle. Che fosse innamorata di Aldo, o corrispondesse in qualche modo all’amore di lui, non pareva possibile; non era, sopra tutto, conciliabile con la libertà di cui aveva fatto prova per due giorni alla fila. Se pure non era da credere che tutto quell’esercizio di moinerie mirasse proprio ad ingelosire il De Rossi!... Le signore donne le hanno familiari, queste alzate d’ingegno; per far disperare uno, fanno nascere le speranze di un altro, dal quale non vogliono poi essere prese in parola. Ora, in certo qual modo, le speranze erano nate nel cuore del contino Anselmi, ed egli, nei primi bollori, aveva commesso un piccolo sbaglio. Si era sbilanciato, se ben ricordate; aveva detto alla signora Camilla, parlando della compagnia con cui andavano da Birindelli: «cinque di troppo!»; e aveva anche appoggiata la frase con un sospiro molto significativo. Da quel momento l’umore della dama si era cangiato. Diamine, per così poco? Ma sì, per poco o per molto che fosse, si era cangiato di schianto.

Ora, quando una donna comincia a prendere ombra e a mettersi in contegno, le spiegazioni non possono essere che due. O ella si annoia dei fatti vostri, riconoscendo in voi un pretendente; o gradisce l’omaggio, ma, per ottenerlo intiero, per mettervi il collare, ed anche la musoliera, incomincia a trattarvi un po’ male, come se volesse stuzzicarvi nell’amor proprio, infiammarvi all’impresa.

Ma quale delle due spiegazioni era la buona, in quel caso? Come occorre di tutte le cose che un uomo domanda a sè stesso, mentre la ragione sufficiente di esse è tutta fuori di lui, il contino Anselmi, poveretto, non seppe darsi una risposta, e vide la necessità di fermarsi ad osservare con diligenza i più piccoli indizii. Una cosa sola gli appariva evidente, certissima; che egli aveva commesso un errore di grammatica amatoria, buttandosi troppo avanti, e quasi spiccando il salto, senza sicurezza di cascare in piedi. Grosso errore, errore massiccio, e bisognava prontamente ripararlo.

La cosa non gli tornava difficile. Ripigliare le proprie posizioni, rimettersi in osservazione, è sempre agevolissimo agli spiriti superficiali, agli amatori leggieri, che vi danno la galanteria in iscambio dell’affetto. E sono proprio essi che hanno ragione con la maggior parte delle donne, a cui bastano le apparenze della passione, forse perchè non possono o non vogliono approfondir nulla, in una società come l’odierna, che è tutta una fiera di vanità.

Il termine di tanti studi e di tante meditazioni fu questo, che il contino Anselmi lasciò libera la signora Camilla. Il caso aveva posto sulla sua strada un’altra donna, forse a guisa di riscontro, fors’anche come pietra di paragone. Si accompagnò dunque a quell’altra, e incominciò la sua serie di arguzie galanti. Dico la serie, perchè gli amici suoi lo avevano paragonato, per questo rispetto, ad un giuocatore di carambola, che, riescito a bene il primo colpo, ne manda altri cento di costa a quel primo. Infatti, il contino Anselmi faceva tutto da sè: preparava il giuoco, e poi via, adagino, con garbo, vi faceva la sua infilzata di sciocchezze, che attingevano tutto il loro pregio dal modo facile e gaio con cui erano snocciolate.

Per sua disgrazia, la signora Elena era molto distratta; non poneva mente alle sue arguzie, e, per conseguenza, non ne rideva. Un giuocatore di carambola a cui manchi la galleria (intendete un certo numero d’ammiratori) perde subito il filo. Ora, lo spirito del contino Anselmi, per risplendere della sua luce, aveva mestieri di ascoltatori compiacenti. Non ne ebbe, e a poco a poco languì; quando giunsero davanti all’albergo della Pace, era spento del tutto.

— Anselmi, — gli disse il commendatore Gerardo, — volete venire in giardino, a bere una gramolata?

— No, grazie, Gerardo; — rispose il contino, — debbo tornare all’albergo.

— Un appuntamento? Gatta ci cova.

— Sì, — disse l’Anselmi, con un sorriso di uomo stanco in anticipazione, — la gatta è rappresentata da una risma di carta. Ho un monte di lettere da scrivere. —

Le signore non credettero necessario d’intromettersi, e il contino Anselmi, fatta la sua riverenza, si allontanò. Per fare più presto la strada della Torretta, chiamò una carrozza. Credete pure che ciò fosse per amore dell’epistolario; quanto a me, penso che faceva caldo e che il contino Anselmi non amava scottarsi da solo.

— Errore di grammatica! — andava dicendo tra sè. — Errore di grammatica! Il diavolo mi porti, se ci casco una seconda volta. E la Vezzosi, che mi faceva la distratta! Quella, poi, è innamorata cotta. Ma come non si accorge di quello che avviene? Oppure la Rivanera le serve di copertoio? In fede mia, ecco un copertoio mal scelto! La Rivanera è due volte più bella, a dir poco. È vero che io mi contenterei; — soggiunse egli, sorridendo a sè stesso. — È un fior di donna, la Vezzosi. Ed ecco qua un uomo, — conchiuse ironicamente, — che non farebbe troppo il difficile. Ma appunto per questo, lo lasciano da banda tutt’e due. Basta, sia come vogliono loro, e andiamo dalla cantante. —

Beato carattere, che non si commoveva di nulla! Auguro a voi, amico lettore, di possederne uno compagno.

La cantante ci aveva i nervi. Quella mattina, attaccando i soliti solfeggi, si era accorta di non aver più il suo _re_ sopracuto, per cui amava essere paragonata alla Frezzolini. L’Anselmi, sempre in vena di sciocchezze, le promise di fargliene venire uno da Parigi, e quella spiritosità senza sugo lo fece mettere alla porta. La giornata voleva esser lunga. Il contino si ritirò nella sua camera e si buttò sul letto, a fumare una spagnoletta. Ciò lo condusse a pensare che la sua provvista di tabacco del Levante aveva mestieri di essere rifatta. Stese la mano all’orario delle strade ferrate, che era sul comodino, accanto ad un _Figaro_ di due giorni addietro, e meditò un tratto sulle coincidenze dei treni. Lo studio dovette tornargli facile, poichè, balzato tosto dal letto ed infilzato da capo il soprabito, prese il cappello ed uscì.

Quella sera il contino Anselmi mancò alla conversazione e al ballo del Casino. Le signore non seppero che era andato a passar la notte a Firenze. Probabilmente notarono l’assenza del grazioso perondino; ma non ne fecero argomento di discorso. E nemmeno Aldo De Rossi, vi prego di crederlo. Il nostro eroe si contentò di respirare un po’ più liberamente. Trionfava, direte. Ma ohimè, v’ingannate, non trionfava affatto. La signora Camilla, non essendo più là il contino per fare il riscontro al De Rossi, apparve meno confidente, meno tenera con Aldo; tornò ad essere quella capricciosetta incomprensibile, quella cara sfinge che avete la fortuna di conoscere. Ballò due volte con Aldo, ma senza dirgli nessuna di quelle parole che potevano farlo contento; e ballò anche molto con altri, lasciandosi fare quel che suol dirsi una corte spietata, da mezza dozzina di cavalieri.

La signora Elena, dal canto suo, non mutò di umore, nè di contegno; era distratta il mattino, continuò ad essere distratta la sera.

Che cosa aveva la signora Elena? Ve lo dirò in confidenza; aveva fatto una cosa superiore alle proprie forze e sentiva tutto il fastidio dell’impresa.

Vi è egli mai avvenuto di dire: io non berrò più vino? Oppure: io non fumerò più per un anno e un giorno? Conosco degli uomini che si son resi padroni dei propri difetti, e diciamo pure dei propri vizi. Ma la più parte di questi sperimentatori in persona propria, dopo aver fatto il fermo proponimento, si seccano. La durano dieci, venti giorni, magari anche un mese; poi incominciano a languire, a struggersi dalla voglia, e finiscono come potete immaginarvi, dando ascolto alla tentazione e ritornando al peccato. Gran mercè se il peccato è veniale, come nei due casi citati di privazione volontaria.

Il paragone vi sembrerà volgare. Lo vedo anch’io. Ma, appunto perchè volgare, vi darà una misura proporzionale dello stato d’animo in cui era la signora Vezzosi. Ella si era proposta un sacrifizio assai più grave di quello che si proporrebbe un uomo, di non fumar più, o di non bere più vino per un anno.

A mezza sera, dopo aver fatto un giro di valzer con Aldo De Rossi, la signora Elena si lagnò del caldo soffocante che faceva nella sala.

— Volete prender aria? — le disse il giovanotto.

— Sì, credo che mi farà bene. Ve ne prego, andate nella sala da giuoco e dite a Gerardo che venga a prendermi.

— Che? vorreste già ritirarvi?

— No, solamente andare sul terrazzo.

— Se è così, non basto io?

— Siete molto gentile; — disse la signora. — Ma io non vorrei sacrificarvi, facendovi abbandonare il ballo, con gl’impegni che avrete.

— Non ho impegni; — rispose Aldo. — E, poi, vedetemi in faccia. Vi ho l’aria di un uomo che si diverte?

— No, davvero. Ma che cosa avete? Le vostre cose vanno dunque così male?

— Non potrebbero andar peggio. La duro fin che posso, e poi ne faccio una delle mie.

— Calma! Calma! — disse la signora Vezzosi, nell’atto di prendere il suo braccio per escir dalla sala. — Infine, che ragioni avete, per essere in collera? Siete geloso! Bella novità! Ma almeno, non lo sarete più del contino Anselmi.

— Sì, di lui per l’appunto.

— Ma se non è neanche presente!

— Proprio perchè è lontano; — disse Aldo. — Vedete, Donna Elena, con voi posso parlare. Siete la mia Egeria...

— Ma voi non siete savio come Numa Pompilio; — ribattè la signora Vezzosi. — Basta, parlate egualmente e confidatemi le vostre pene. Che cosa significa questo esser geloso di un assente, appunto perchè egli è assente?

— Signora, — fece Aldo, — avete notato come oggi, da Birindelli, e poi nel ritorno, ella fosse gentile con me, quantunque ci fosse lui?

— Sì, l’ho notato, e, se volete riconoscerlo, vi ho anche un pochino aiutato.

— È vero, e vi ringrazio. Ma avete veduto stassera? L’Anselmi non c’è, fa l’imbronciato, ed ella ha rizzato muso.

— Non mi pare, signor Aldo, non mi pare. Ella non fa che ballare.

— Già, con tutti, e senza lasciare un ballo. Vedete che furia! E non trova neanche il tempo per rivolgere un’occhiata a questo sciocco che è il vostro umilissimo servo.

— Dio buono! Ma voi siete incontentabile. La donna che amate non ha da vedere che voi!

— È la mia opinione; o tutto o nulla.

— Perciò, — disse la signora Vezzosi, fermandosi a mezzo il terrazzo, e guardando in viso il suo cavaliere, — al poco che vi è toccato... preferireste il nulla.

— Sicuramente, il nulla; — rispose egli, risoluto.

La signora Elena rimase alquanto sovra pensiero; indi riprese:

— Che strano innamorato! Siete un uomo di altri tempi.

— Perchè? Non è di tutti i tempi, l’amore?

— Lo sarà stato, signor Aldo, lo sarà stato; ma sicuramente non è più del nostro.

— E da che lo argomentate, se è lecito?

— Da un po’ d’esperienza. Oh, non istate a credere che io ci abbia provato; — soggiunse ella, ridendo. — Ho semplicemente veduto. Ammetterete, io spero, che una donna mia pari possa averne veduti spasimare parecchi.

— Ne ammetto volontieri un centinaio — disse Aldo De Rossi.

— E che, anco non dandogli retta.... — proseguì la signora Elena.

— Sempre un centinaio; — ripigliò il giovinotto inchinandosi.