Part 9
— Oh — chiese l'organista; — il dottor Vignoni viene anch'egli con noi?
— Perchè no? — disse don Antonio. — Non siamo mica colossi... E in caso disperato uno di noi si prende sulle ginocchia la signora Cesira.
Offesa nella sua verecondia, la maestra fece un gesto d'orrore. E poichè il suo intimo desiderio era quello di rimanere, ella dichiarò che cedeva volentieri il posto al dottore, che non aveva fretta e che forse il tempo si sarebbe rabbonito più tardi ed ella avrebbe potuto andarsene con le sue gambe... In ogni modo, se pur fosse stata bloccata a Villarosa, si sarebbe contentata di passar la notte su una poltrona, avvolta in uno sciallo pesante.
Certo, in condizioni ordinarie, l'Angela non avrebbe esitato a offrire asilo alla maestra, ma oggi tra perchè la villa era piena, tra perch'ella si sentiva esausta e sfinita, non le parve vero che il dottor Vignoni rispondesse in vece sua.
— No, signora Cesira, in carrozza ci vada lei... A me quattro goccie d'acqua non danno disturbo e anche in mezzo alla pioggia la mia bicicletta mi porterà a casa in un quarto d'ora.
E chinandosi all'orecchio dell'Angela, il dottore soggiunse: — Sono ostinato e non vado via di quì finchè non la ho accompagnata in un angolo tranquillo ov'ella possa, se non dormire, almeno distender le membra.
Ella gli strinse la mano.
— Grazie, Vignoni.... Resti con noi che sarà una gran bella cosa. Ma non voglia l'impossibile... Se trova un angolo tranquillo in tutta Villarosa, è bravo.
— Oh per questo, lasci fare a me... appena avremo spedito quella gente.
E accennava alla signora Cesira, a don Antonio e agli altri due, ormai pronti alla partenza.
— Buona sera e buon viaggio...
— Brr! Che aria!
— E che acqua!
— Presto, che piove anche in sala.
— Avanti la _dama_ — diceva il galante arciprete. — Avanti la signora Cesira... Adagio nello scender gli scalini, che se va con le gambe all'aria ci da qualche brutto spettacolo.
L'organista e il maestro di scuola risero sguajatamente.
La signora Cesira fece il cipiglio.
— Lei, don Antonio, col vestito che indossa, non dovrebbe tenerli di questi discorsi.
— To', che male c'è?
— Pietro, le lettere son bene al sicuro? — gridarono Luciano e Girolamo.
— Sicurissime, non dubitino — replicò il cocchiere scuotendo le briglie sul collo del non focoso quadrupede che si avviò al piccolo trotto.
Cresceva intanto l'agitazione della Letizia.
— E non ci sarà un altro legno che possa andar alla ricerca di quei ragazzi?... Ho il presentimento d'una disgrazia.
— Non abbia di queste paure — disse pronto il dottor Vignoni — Non siamo nè sulle Alpi, nè in un deserto, nè al polo... Le nostre strade sono diritte, larghe e piane... Da quì a San Vito non ci son precipizi, non ci son fiumi, non ci sono neanche fossati profondi.
— Il _tandem_ può essersi ribaltato a ogni modo...
— Che? Che?... I suoi figliuoli ne saranno discesi e se lo tireranno dietro pacificamente... A meno che non si siano ricoverati in una fattoria, in un casolare di contadini, ad aspettare che cessi la pioggia o che cessi il vento... Non mi maraviglierei che mentre parliamo fossero tutti insieme a contarsela davanti a una bella fiammata, i signorini Alvarez, il signor Frassini, la signorina Antonietta e il signor Tullio; perchè... se non ho sentito male quando entravo in sala... son fuori anche loro.
— Già — rispose la Marialì sedendo sopra una cassapanca e invitando Vignoni a fare altrettanto; — son fuori, ma non vedo che ragione ci sia di guastarsi il sangue... In fin dei conti, lo sapete che ora abbiamo?... Mancano dieci minuti alle sei, e se fosse bel tempo non sarebbe ancora notte piena.
— Dieci minuti alle sei? — ripeterono in coro i tre fratelli Torralba guardando l'orologio per persuadersi della verità dell'affermazione...
— Bisogna collocarsi proprio sotto il lume per distinguer le sfere e i numeri del quadrante — brontolò Luciano. — _Quel éclairage, mon Dieu!_... Appunto, mancano 8 o 10 minuti... E... _quelle est l'heure de souper?_... Scusate: a che ora si va a cena?
— Alle 8½, al solito — disse l'Angela.
— _Sacrebleu!_ Come s'impiegano queste due ore e tre quarti?
E Luciano pensò alla sua banca, e Girolamo ai corridoi della Camera e ai tavolini del Caffè Aragno, e Cesare al movimento febbrile di _Wallstreet_ a Nuova York.
— _In illo tempore_ c'era un bigliardo — osservò Girolamo reprimendo uno sbadiglio. — Era quì in sala.
L'Angela fece il gesto di chi accenna a cose remote.
— Son tanti anni che non c'è più... da quando il babbo cominciò ad aver la vista debole e a non poter maneggiare la stecca... Per noi era un ingombro e lo abbiamo ceduto ad un villeggiante vicino, quel conte Mazzi ch'è stato prima a farci visita.. Se volete gli scacchi, il dominò, le carte...
Luciano propose un _whist_.
I fratelli acconsentirono.
— L'Adele farà il quarto... a meno che la Marialì o la Letizia...
L'Adele, la donna politica, che s'era ritirata in un angolo con un mucchio di giornali, udendo pronunziare il suo nome, alzò gli occhi dalla _Tribuna_ e chiese: — Chi mi domanda?
Ma la Letizia scoppiò con la violenza d'un tubo di gaz.
— Siete gente senza cuore... Mi vedete in queste angustie e venite a propormi una partita al _whist_!... Altro che _whist_!... Giacchè fra tanti uomini non ce n'è uno che si muova, andrò io stessa incontro ai miei figliuoli... Salgo a prendere il mio _impermeabile_, e vado.
— Aspetta, via, sii ragionevole... Se alle 6½ non saranno tornati, penseremo a qualcosa — disse l'Angela.
— E se vorrai assolutamente prender parte alla spedizione t'accompagnerò io — seguitò Cesare per rabbonire la sorella maggiore verso la quale egli riconosceva d'esser stato in quei giorni un po' aspro e mordace.
— Dio! Che tragedie inutili! — esclamò la Marialì. — Cercherete anche di mio marito e di mia figlia.
— E di Tullio — soggiunse Luciano.
— Poi se tarderemo — ripigliò Cesare ridendo — organizzerete una spedizione nuova in nostro soccorso. Peccato che non ci siano cani di San Bernardo a Villarosa.
La Letizia divenne rossa rossa e stava per esplodere una seconda volta, quando, dall'uscio dell'andito che dava in cucina, si sporse un visetto florido e tondo e una voce femminile chiamò: — Signorina Angela, signorina Angela.
Era la sottocuoca, quella Lisa, che, la sera innanzi, aveva solleticato gli appetiti di Giulio Frassini.
— Ebbene?
— I signori mandano a dire che vanno a mutarsi vestito e scenderanno subito.
— Che signori?
— I signorini Max e Fritz... poi la signorina Antonietta e suo padre...
— Di dove son passati?
— Dalla parte della cucina per far più presto... Son saliti per la scaletta di servizio.
— E il signor Tullio non era con loro? — chiese l'Angela.
La Lisa rimase perplessa. — Non ci ho badato... oh, ma ci sarà stato anche lui... Eran così frettolosi.
— Hai sentito, Letizia?... Sono arrivati felicemente.
Ma, sin dal primo annunzio, la Letizia s'era dileguata.
— È andata a rasciugare _i bimbi_ — disse la Marialì. — Come li avvezza bene!... Per me attendo quì di piè fermo il mio signor consorte e la mia figliuola... Anzi, se credete di cominciar la partita, farò io _il quarto_... Mi pare che l'idea venisse da Luciano...
— Sì, ma volevo pur sapere se Tullio è rientrato con gli altri.
La stessa risposta diede l'Angela al dottore che insisteva per mandarla a riposare.
— Sì, ma dopo che avremo visto se c'è anche Tullio.
XIX.
— Tullio? — disse l'Antonietta che fu la prima a comparir in sala. — No... noi non l'abbiamo incontrato.
— Ma di dove venite?... Da San Vito?
— Oh no... Dalla parte opposta... da una località che chiamano dei _Platani_... Sai, zia Angela, dove c'è quel platano grande grande circondato da altri minori... Ci si va voltando a destra della fattoria...
— Vuoi che non sappia?
La ragazza continuò: — Il babbo, approfittando del cielo coperto, s'era fermato per buttar giù uno schizzo... egli odia gli effetti di sole... quando si levò il vento e convenne battere in ritirata... Appunto nel ritorno c'imbattemmo in Max e Fritz che facevano una passeggiata in _tandem_ senza una mèta fissa... Oh, furono d'una galanterìa perfetta... Vollero a tutti i costi scender dal _tandem_ e camminare con noi... È vero che non conoscevano bene la strada... E v'assicuro che non ci è parsa una strada breve con quel po' po' di vento che soffiava e a volte ci toglieva il respiro, a volte minacciava di rovesciarci. Sul più bello è cominciata la pioggia e con la pioggia s'ebbe un cambiamento di scena. Se prima eravamo avvolti da nembi di polvere, adesso eravamo accecati dall'acqua, e l'acqua e la polvere mescolandosi insieme formavano per terra uno strato di fango in cui il piede s'affondava sino alla caviglia; se prima le mie sottane si gonfiavano come vele adesso mi si appiccicavano, fradicie, intorno alle gambe impedendomi il passo; nè i miei disgraziati cugini stavano meglio di me, con quel loro pesantissimo _tandem_ da spingere innanzi nella mota e nelle pozzanghere.
— Non potevate ripararvi in un casolare, in un pagliajo? — Chiese la Marialì.
— Oh sì... sarebbe convenuto internarsi nei campi e non ci si vedeva più in là del naso... E poi Max e Fritz avevano una gran fretta d'arrivare e piagnucolavano: — Che cosa dirà la mamma? — In confidenza... non c'è mica la zia Letizia?... io propenderei a credere che un tantino di paura quei giovinetti l'avessero... Bah!... Non c'è l'obbligo di nascere eroi... Insomma, eccoci quì sani e salvi... Ma di Tullio nessuna traccia... È evidente ch'egli ha preso la via di San Vito.
— In tal caso — osservò Luciano — la carrozza lo avrà raggiunto e lo avrà raccolto... Egli andrà fino al paese con la signora Cesira e coi suoi compagni e tornerà indietro solo con tutto comodo... Mi sembra che possiamo principiar tranquillamente la nostra partita... Dunque, chi è che fa il quarto? L'Adele o la Marialì?
— Se mi lasciaste in pace? — borbottò l'Adele che aveva deposto la _Tribuna_ e stava spiegando _Il Capitan Fracassa_.
— Un momento e vengo io — disse la Marialì ch'era occupata ad aggiustar la _toilette_ dell'Antonietta. — C'è la mia figliuola che, nella fretta di scendere, non s'è neanche rasciugati i capelli nè agganciati i bottoni del vestito.
— Ci accusano di gingillarci davanti allo specchio — replicò l'Antonietta mal celando la sua impazienza. — Ho voluto mostrare che al bisogno sappiamo far più presto degli uomini.
— A far più presto in questo modo c'è poca bravura — riprese la Marialì.
— Oh, ecco un altro reduce! — esclamò Cesare Torralba accennando a Frassini che entrava con l'aria cupa d'un cospiratore e salutava appena i presenti.
— Dunque — gli chiese pronta l'Antonietta svincolandosi da sua madre, — non rimane proprio nessuna traccia?
Giulio Frassini sospirò: — Nessuna. L'acqua ha scancellato tutto... È una fatalità. C'era qualcosa lì dentro, c'era un'idea, un simbolo.
Cesare non potè trattenersi dall'interrompere.
— Benedetto uomo! Lavora col sole come i semplici mortali.
Frassini guardò il cognato con profonda commiserazione.
— Il sole è buono pei mestieranti, pei virtuosi della forma. La vera arte sdegna i contorni e il colore. Che cosa ci vuole per riprodurre i contorni? L'abilità della mano. E pel colore? Una felice disposizione dell'occhio. Qualità subalterne. L'essenziale sta nell'esprimere l'inesprimibile, nell'afferrare l'inafferrabile. E questi si rivelano assai meglio nell'ombra che nella luce.
Quì Giulio Frassini s'accorse che nessuno dei presenti era in grado d'intender le sue teorie estetiche, e traversata rapidamente la sala evitando di scontrarsi a faccia a faccia con l'Angela, si recò nel salotto ove il fratello Luciano era entrato prima di lui e accendeva le candele sul tavolino da gioco.
— Oh bravo! — disse costui. — Poichè quelle donne fanno le preziose, scritturo te per il _whist_.
Ma la Marialì che s'affacciava in quel punto alla soglia dichiarò che in quanto a lei era pronta.
— _Tant mieux._ In tal caso, non mancano che Cesare e Girolamo. Bisogna chiamarli.
Girolamo, senza fretta, rispose all'appello, ma Cesare, impegnato in un colloquio con Vignoni, fece pregare che lo dispensassero.
Luciano s'impazientì.
— Siamo da capo. Se Cesare diserta il campo, venga Frassini.
— Io! Io! — biascicò l'artista in compenso. — Per quello che so il gioco, io!
— Non importa. Mettiti là... _Allons, vite!_
Appartati all'estremità della sala, il dottor Vignoni e Cesare Torralba discorrevano di cose molto importanti, a giudicarne almeno dalla cura che ponevano nel tener lontani i seccatori.
Il fatto si è che il dottore confidava a Cesare le sue apprensioni circa allo stato dell'Angela, la quale scontava oggi l'attività esuberante delle ultime settimane. Sulle prime s'era illuso anche lui, gli era parso che l'entusiasmo con cui ella s'era accinta all'impresa di raccoglier per poco intorno ai genitori la famiglia dispersa le avesse recato un rifiorimento di gioventù; oggi egli era costretto a ricredersi; notava in lei certi sintomi che lo impensierivano, temeva che realmente ell'avesse abusato delle sue forze, che avesse raggiunto quel limite oltre il quale la corda troppo tesa si spezza. Desiderava, sperava ingannarsi; tuttavia era suo debito insistere perchè la signorina fosse lasciata in riposo non per un'ora, non per qualche ora, ma pel tempo necessario a rimettere in equilibrio i suoi nervi. D'altra parte non ci poteva esser quiete per lei finch'ella non aveva neppure una stanza propria, finchè per dormire, per raccogliersi non aveva che quel misero andito tra le due camere del suo babbo e della sua mamma, i quali, nell'inconscio egoismo dei vecchi e dei malati, la chiamavano ogni momento, di giorno e di notte. Per ciò appunto egli, il dottore, si rivolgeva alla persona di famiglia che gl'inspirava maggior fiducia e ne invocava la efficace cooperazione. Eran parecchie le difficoltà da vincere, e senza dubbio le più gravi erano quelle di persuadere la signorina Angela e di trovar chi la sostituisse presso il commendatore e presso la signora Laura. Per la camera....
— Oh, per la camera — interruppe Cesare — offro la mia.
— Ecco — ripigliò Vignoni — io avevo pensato a quella del signor Tullio... È naturale che si scomodi lui, un giovinotto...
— No, no; la mia è più adattata. Io invece domanderò ospitalità a mio nipote... Non si tratta che di due notti... Parto martedì mattina.
Il dottore non seppe nascondere l'impressione penosa prodottagli da questo annunzio.
— Come mai?... Io che la credevo dei nostri per un pajo di mesi?
— Magari! — sospirò Cesare. — Non c'è rimedio... Tanto più urge provvedere, perchè io sono pienamente del suo avviso e anzi la ringrazio d'esser ricorso a me... Posso parlar subito con mia sorella... Ha tastato il terreno?
— Le ho ripetuto a sazietà che deve riposarsi. Ma non si riesce a nulla fin che non sia tornato il signor Tullio. — È lì che lo aspetta.
E il dottore segnò col dito l'Angela che al capo opposto della sala, avviluppata nello sciallo, sedeva immobile presso una delle finestre, con gli occhi intenti verso il giardino.
— Sembra tranquilla — disse Cesare Torralba.
Vignoni tentennò la testa. — È la stanchezza... In fatti, s'è decisa a sedere... Ma provi a voler moverla di là... Vedrà come si ribella... Il signor Tullio poteva ben risparmiarle questo motivo d'inquietudine.
— Deve però convenire che sono inquietudini assurde... Che pericoli ci sono?
— Ah... nessuno.
Frattanto, preceduti dalla madre, scendevano dalle loro stanze i due Alvarez. Indossavano lo _smoking_ coi risvolti di seta, erano pettinati, lisciati, profumati come se fossero usciti allora dalle mani d'un parrucchiere di via Toledo.
La Letizia si guardò intorno, non si curò del fratello Cesare e del dottore ch'erano assorti nella loro conversazione, ma indirizzandosi all'Angela, chiese: — E gli altri?
L'interrogata accennò al salotto attiguo, onde la Letizia s'avviò a quello in compagnia dei figliuoli, la cui apparizione fu accolta da un _oh_ tra ammirativo ed ironico.
Cesare toccò il braccio del medico.
— Sono due gran caricature que' miei nipoti.
Vignoni si contentò di sorridere.
Di là dai vetri si disegnò un'ombra, l'Angela balzò in piedi, la portiera si spalancò con fracasso, e Tullio, gocciolante da tutte le parti, si precipitò nella sala, gettò lungi da sè il cappello sformato, gettò l'inutile ombrello e disse affannosamente:
— Ebbene?... Sono andato quasi fino a San Vito senza incontrar nessuno... È tornata?
L'Angela non ebbe bisogno di rispondere, perchè parte di quelli che si trovavano in salotto s'erano mossi al rumore, e l'Antonietta, dimentica delle contumelie slanciatele dal cugino, fu la prima a presentarglisi e a commiserarlo.
— Oh povero Tullio! In che stato! Sembri una fontana.
La similitudine non aveva nulla di offensivo, essendovi fontane che sono capolavori d'arte, ma un uomo ch'è fradicio fino al midollo e cola acqua dai capelli, dagli occhi, dalle narici non è tenuto ad avere una grande equanimità, e Tullio cominciò già ad esser ferito dalla pietà canzonatoria di colei per amor della quale egli aveva affrontato la bufera. Anzi vedendola così asciutta mentr'egli era così bagnato gli venne il dubbio d'essere stato preso in giro, e insinuò stizzosamente:
— A che gioco giochiamo?... Sarei per scommettere che non hai nemmeno messo il naso fuori della porta.
— Questa è grossa! — esclamò l'Antonietta alzando le mani al cielo. — Meno male che ho i miei testimoni... Max! Fritz!... Avanti!
I due giovinetti s'inoltrarono con la cautela di persone che non volevano arrischiare un piediluvio nel lago che andava via via formandosi intorno a Tullio.
— Rispondete subito — intimò l'Antonietta. — Ero o non ero una mezz'ora fa in aperta campagna esposta alla pioggia ed al vento?
— Altro che esserci! — replicarono in coro i due Alvarez. — Eravamo insieme.
Ma la constatazione del fatto, in luogo di calmare gli spiriti bollenti di Tullio, rese il suo linguaggio più ostile e più provocante.
— Ah, eran quelli i tuoi cavalieri? — egli disse.
— Già. Ero col babbo, e nel ritorno si accompagnarono a noi Max e Fritz. Che c'è di strano?
L'Angela, Cesare, il dottor Vignoni esortavano Tullio a smettere, ad andarsi a spogliare, ch'era la cosa più urgente, ma egli aveva bisogno di sfogar il suo malumore, e, con un profondo inchino all'Antonietta, replicò:
— Anzi me ne congratulo tanto.. Specialmente se quei signorini erano in punto e virgola come ora... Eravate in _smoking_, cari?
La Letizia Alvarez sfoderò gli artigli in difesa della prole.
— Che modi son questi?... Chi ti dà il diritto di assumere quell'aria di superiorità verso i miei figliuoli?.. Se ti guardassi un po' nello specchio vedresti come sei ridicolo...
— Non mai come quelle due teste da parrucchiere.
— Tullio! — supplicava l'Angela, mentre lo zio Cesare e il dottor Vignoni lo prendevano ciascuno per un braccio e si sforzavano di tirarlo verso la scala.
Inviperita, la Letizia si scagliava contro la sorella.
— Tu che sei la padrona di casa avresti l'obbligo d'insegnar la creanza a chi non l'ha... Ma tu hai le tue preferenze, credi forse che non ce ne siamo accorti?... L'Antonietta e Tullio, Tullio e l'Antonietta, non c'è altri al mondo che loro.
L'Angela cercava di rispondere ma non trovava le parole, e si passava e ripassava la mano sulla fronte come se fosse oppressa da un intollerabile peso.
— Che c'entra l'Antonietta? — saltò su la Marialì intervenendo improvvisamente nella discussione.
Quì Luciano Torralba che s'era staccato a malincuore dal tavolino del _whist_ cercò di far valere la sua autorità di fratello maggiore.
— Volete finirla?
— A me lo dici? — rimbeccò la Letizia che non era in vena di mansuetudine. — Dillo a tuo figlio. È lui che ha bisogno delle tue lezioni.
Sul più bello s'aprì pian pianino l'uscio che dalla sala metteva nella camera del Commendatore Ercole, e la Maddalena, insinuando la testa nello spiraglio dei due battenti, chiamò:
— Signorina Angela! Signorina Angela!... Il padrone s'è svegliato (sfido io con questo strepito!) e domanda di lei.
Nello stesso tempo si udì una forte scampanellata.
— E questa è la padrona — ripigliò la Maddalena. — Io non posso mica esser da tutte le parti.
— E io — balbettò l'Angela ricadendo sulla sedia e stringendosi le tempie fra le dita — io non ne posso più... Ah, come la sala gira!
Biascicò ancora poche parole incoerenti, allargò le braccia, protese in avanti il capo ed il petto, e sarebbe stramazzata per terra se il dottor Vignoni, che non l'aveva persa d'occhio mai, non fosse accorso a sorreggerla.
— Dell'acqua!... Presto!... Dell'acqua!... E del ghiaccio!
XX.
Quando in una casa passa il soffio gelido della morte, e sia pur che passi soltanto e non s'arresti, è come se accadesse una rivoluzione improvvisa in tutti i congegni d'una macchina. La macchina non cessa d'agire, ma sembra trasformarsi ad un tratto; il suo centro si porta là dove la lugubre visitatrice s'annunzia, e, per quell'adattabilità ch'è propria degli organismi morali, al nuovo centro le varie parti si coordinano e si subordinano. Consuetudini inveterate si lasciano, ostacoli che parevano insormontabili si abbattono, istinti che parevano ribelli a qualunque freno si domano, fatiche che parevano eccessive si affrontano, contrasti che parevano eterni si placano. Non tace, no, l'egoismo umano; anzi se sopito si sveglia nell'animo stesso ove meglio fiorisce la poesia divina del sacrifizio. Pensa ognuno: — Che sarà di _me_ se la minaccia si compie? Qual posto prenderò _io_ nella famiglia allorch'essa si ricomponga dopo la sventura che sta per colpirla? Sarò più libero o più sottomesso? Sarò (oimè, anche a questo si pensa) più ricco o più povero? E nondimeno tanto coloro in cui l'_io_ s'afferma brutale quanto quelli in cui esso si nasconde ipocrita, o si ritrae vergognoso, o si riscatta con miracoli d'abnegazione, sentono la tragica solennità dell'ora, sentono che le cure quotidiane rimpiccioliscono e devono cedere il passo innanzi al gran dramma svolgentesi sotto il tetto domestico.
Così quella sera a Villarosa lo stato dell'Angela divenne di punto in bianco l'oggetto unico delle preoccupazioni di tutti; le dispute cessarono per incanto, ogni discorso che non si riferisse a lei ammutolì sin dall'istante che pallida, inerte ella fu trasportata nella camera e posta a giacere nel letto del fratello Cesare.
— Non si accalchino tutti quì — disse con fermezza Vignoni ch'ebbe il merito di non perdere il suo sangue freddo. — Resti una delle sorelle, e se crede resti anche lei, signor Cesare... Il signor Tullio potrebbe mettersi a mia disposizione per andare a San Vito... La carrozza è tornata?
— No — rispose Giacomo, il servo, ch'era salito anche lui e si torceva le mani vedendo la sua padroncina in quello stato: con gli occhi immobili, con una vescica di ghiaccio sulla fronte e senz'altro segno di vita che l'ansar frequente del petto. — No, non ancora:... ma si può far attaccare il biroccino, di cui si alza il mantice.
— Ed io son pronto — soggiunse Tullio rivolgendosi al dottore.
— Ma si cambi prima... Non si tenga addosso quei panni fradici.
— Se devo prender dell'altra acqua....
— Non importa... Si cambi... Ha il tempo... fin che attaccano... Chi guida?
— Io stesso se occorre — replicò Tullio.
— No, no — ribattè Giacomo. — Ci sarà il ragazzo del fattore che ha pratica.
— Spicciatevi allora — ordinò Vignoni al vecchio servo che s'indugiava, quasi aspettasse una parola rassicurante.
Dal pianterreno si udiva uno scampanellare continuo.
— Ma non lascino soli quei due vecchi — insistè il medico... E voi, Maddalena, che fate quì?
— Ci vorrà pure una donna.
— Si, ci vorrà per la notte... O la Lisa, o la cuoca... Voi dovete invigilar sulla casa, sui padroni... Andate intanto... Anche loro, li prego... E non spaventino il commendatore e la signora Laura... dicano ch'è un deliquio provocato dalla stanchezza... ch'è indispensabile un riposo assoluto.
— E se volessero venir di persona?