Nozze d'oro: romanzo

Part 8

Chapter 83,759 wordsPublic domain

E appressandosi a lei le susurrò nell'orecchio:

— Tanto quì non la lasciano in pace... Quando poi ha persuaso quegli energumeni a battere in ritirata, cerchi un angolo tranquillo della casa, qualunque sia, e procuri di dormire un'oretta... Non abusi delle sue forze.

— Oh sì, ci vuol proprio quel poggiapiano della mia figliuola — borbottava, malcontento, il commendatore vedendola avviarsi. E poichè le acclamazioni si ripetevano, dava in ismanie sempre maggiori.

— Bifolchi! Bifolchi! Pagate i vostri debiti, altro che gridar _viva viva_!

Mescolandosi alla folla plaudente, l'Angela non durò troppa fatica a ottener silenzio. Ringraziò in nome di tutta la famiglia delle cortesi dimostrazioni, assicurò ch'ella in particolare avrebbe conservato perenne memoria di questo giorno, ma soggiunse che i suoi genitori erano affranti e avevano bisogno di quiete.

— Giusto — disse qualcuno dei più ragionevoli, — troppo giusto... Ora ce ne andiamo.

— Viva la signorina Angela!

— Viva i nobili signori Torralba!

— No, no — supplicava l'Angela portandosi il dito alla bocca.

Il capobanda la interrogò con lo sguardo.

Ella fece un segno negativo, e gettò una parola: — Fuori del cancello.

Ancora un applauso tosto represso, indi, con la musica in testa, la processione s'avviò abbastanza ordinata. Soltanto fuori del cancello, secondo il desiderio dell'Angela, le trombe ripresero a suonare la marcia dell'_Aida_.

— È finito — pensava l'Angela risalendo la breve gradinata che metteva alla sala terrena della villa. — È finito. Fra poco Villarosa sarà tornata un mortorio.

Al primo piano s'aperse una finestra, quella della camera abitata dalla Letizia.

— Non ti fendono gli orecchi anche di lontano? — gridò dall'alto l'Alvarez rivolgendosi alla sorella. — C'è da stare allegri a Villarosa in fatto di musica. Fra le sonate preistoriche di nostra nipote e i concerti della vostra banda, c'è da stare allegri.

L'Angela non rilevò le parole sprezzanti; si limitò a dire: — Ora che non c'è più nessuno, perchè non scendi?

— No, no, ho bisogno di rinfrancarmi... Quel frastuono mi ha intontita... E sono così stanca...

— Ti sei alzata molto presto stamane? — domandò l'Angela con un tono ironico che non l'era consueto.

Ma l'altra non se ne avvide o finse di non avvedersene, e rispose semplicemente: — Sì, molto presto.

L'Angela non rispose nulla, pentita già della sua richiesta insidiosa. A che prò? Chiese invece: — Che ce n'è di tutta questa gente? Luciano, Girolamo, Cesare, l'Adele, la Marialì, Frassini, i tuoi figliuoli?

— Si sono dispersi. Effetti della musica... Max e Fritz sono partiti per una passeggiata in _tandem_. Frassini dev'essere uscito a piedi con la figliuola... Luciano, Girolamo e l'Adele credo che stiano sbrigando la loro posta... la Marialì e gli altri saranno in salotto... Brr! Che aria frizzante! Il tempo vuol cambiare.

E in fretta richiuse i vetri.

L'Angela guardò il cielo che si copriva di cirri. All'occidente l'occhio del sole mostrandosi or sì or no fra le nuvole pareva una pupilla velata di pianto.

— È finito — ella ripetè fra sè. — È finito.

E stava per rientrare quando fu chiamata da Tullio.

— Zia Angela!

— Mi hai fatto paura — ella esclamò. — Di dove sei sbucato?

— Non so... Ero quì in giro.

— Dio, che faccia scura hai!... Vieni.

— No — egli rispose, — scendi tu in giardino un momento... Ho da dirti...

— Che cosa?

— Scendi un momento — egli insistè. — Non sarà poi un gran sacrifizio.

L'Angela compiacque al desiderio del nipote.

— Ebbene?

— Tu non hai voluto parlare — ripigliò Tullio concitatamente; — ho parlato io.

— Con chi?

— Con l'Antonietta. Siamo intesi.

L'Angela fu colpita dal contrasto che c'era fra queste parole e il modo singolare in cui erano pronunciate.

— Intesi su che?

— Sul romper tutto... Sicuro... L'Antonietta mi dichiarò che ha riflettuto, che non si sposerà ne ora, nè mai, che il suo obbligo è di consacrarsi a suo padre.

Ecco, pensava l'Angela, Frassini ha catechizzato la figliuola, le ha tenuto un discorso analogo a quello tenuto a me, e la poveretta ha consentito a sacrificarsi, a immolare la sua felicità e la sua giovinezza.

— Credevo fosse un ripicco, e non volevo prenderlo sul serio — continuò Tullio — ma ella ribattè il chiodo, e allora toccò a me di perdere la pazienza, e le diedi della matta, della commediante, della civetta...

— Oh Tullio! — esclamò la zia in tuono di rimprovero.

— Avrò fatto male — convenne il giovine. — Ma già ella non s'è troppo offesa... Oh, è d'una serenità, d'una equanimità degna d'una matrona di quarant'anni... Mi stese la mano, mi disse che non mi serbava rancore, e ch'era certa che le avrei reso giustizia, e che si sarebbe rimasti due buoni cugini, due buoni amici.

— E tu?

— Oh... io le dissi che non ci saremmo rivisti mai... E appunto per questo son venuto ad annunziarti che parto.

L'Angela non potè reprimere un grido.

— Parti?

Ironicamente, Tullio riprese: — Perchè fai le maraviglie?... Non era quello che mi consigliavi stamattina?... Allora mi suggerivi d'andarmene per non turbar la pace dell'Antonietta; ora che quella pace non è in pericolo sono io che me ne vado per amore della _mia_ pace... Tornerò a' miei studi, mi seppellirò ne' miei archivi, guarirò di questa scalmana... In fin dei conti, perchè dovrebb'esser altro?... che la conosco a fondo l'Antonietta?... Prima che ci trovassimo insieme in quest'occasione l'avevo vista forse cinque o sei volte, l'avevo vista ch'era una ragazzina in sottane corte... E venti minuti passati insieme in giardino dovrebbero esser bastati a farmene innamorare?... No, no... fuochi di paglia, fuochi di paglia... Ma siccome anche i fuochi di paglia posson appiccar davvero un incendio, il meglio è di battere in ritirata.

E Tullio rideva d'un riso amaro che mal dissimulava i singhiozzi.

L'Angela si sforzava di cercar una soluzione che non compromettesse l'avvenire.

— Partirai, ma senza precipitazione... e sopra tutto in buona armonia con l'Antonietta.

— Già... da buoni cugini, da buoni amici — egli soggiunse sarcasticamente, ripetendo le frasi che la ragazza gli aveva dette pocanzi.

— E perchè no? — chiese l'Angela. — Oggi siete tali; domani, s'è destinato, diverrete qualche cosa di più l'uno per l'altra... Credilo, Tullio mio, vi sono avvenimenti che si compiono attraverso tutti gli ostacoli... Non accusar l'Antonietta... Oggi forse ella non poteva parlarti in modo diverso... Un giorno muterà linguaggio.

— Quand'ella avrà mutato linguaggio io avrò mutato cuore — replicò Tullio. — No, cara zia, io non ho il tuo fatalismo... Gli avvenimenti li facciamo noi, non si fanno essi da sè... Intanto, domattina presto, poichè stasera non ci son più corse, io prenderò il treno...

Un colpo di vento improvviso gli fece portar la mano al cappello.

— Oh, come il cielo s'è annuvolato!

— È un pezzo che si va annuvolando... Non te n'eri accorto? — disse l'Angela avviluppandosi nello scialle. — Rientriamo... Discorreremo con calma.

Tullio scosse il capo energicamente.

— Rientra tu... Ho bisogno di respirar quest'aria di temporale... Rientra, zia, rientra...

Ella esitava; egli le cinse con un braccio la vita e l'accompagnò fin su della scalinata.

In quella, Cesare Torralba spalancava la porta a vetri della sala e attirava a sè sua sorella.

— Ma vieni dunque... Vuoi pigliarti un malanno... E tu, bel ragazzo?

Ma quest'ultime parole non ebbero risposta perchè Tullio era già lontano.

— Ha i gusti che avevo io alla sua età — disse Cesare con una spallucciata. E chiuse in fretta la portiera.

XVII.

Fermo in mezzo al viale, sempre con la mano al cappello perchè il vento non glielo portasse via, Tullio guardava le nuvole che si rincorrevano, guardava le masse degli alberi che si staccavano cupe sul cielo plumbeo e a ogni raffica si piegavano e si contorcevano con uno schianto secco dei rami e un fremito doloroso di tutte le foglie.

Uno strider di ruote sulla ghiaja lo scosse, ed egli si fece da parte per lasciar passare un carretto ov'erano allineati in due file alcuni vasi di limoni. Il carretto era tirato da un mulo che un contadino teneva per la cavezza; veniva dietro, sorvegliando il lavoro, Bortolo, il giardiniere.

— Oh signor Tullio — disse costui. — Sta a prendersi il fresco.

Il giovine tentennò la testa in aria d'uomo scontento.

— No, non son questi i temporali che mi piacciono... Appena se si sente brontolare il tuono in distanza.

— Ah! — soggiunse Bortolo ridendo — A lei piacciono i lampi e le saette... Non è la stagione... Oggi tutto finirà in pioggia... Mi basterebbe intanto mettere al coperto questi limoni.

— L'avremo presto la pioggia?.

Bortolo diede un'occhiata in giro e rispose: — Temo di sì... Del resto, è già una buona mezz'ora che il tempo minaccia e quei signorini che sono partiti in _tandem_ potrebbero essere ormai di ritorno... E anche gli altri, se non sono andati tanto lontano...

— Chi? Chi? — domandò Tullio.

— In _tandem_ sono partiti i signorini Alvarez — spiegò il giardiniere.

Tullio fece un gesto d'impazienza.

— Che me ne importa?... Chi sono gli altri?

— Il signor Frassini e la signorina Antonietta... Sono usciti insieme a piedi verso le quattro.

— E avevano ombrello?

— Non mi sembra... Allora non c'era che qualche nuvola sparsa.

Tullio continuava a interrogare.

— Da che parte si sono diretti?

— Saperlo!... Forse dalla parte di San Vito...

Dimentico delle sue bizze di poco fa, ormai Tullio aveva un solo pensiero; quello di correre incontro all'Antonietta e di ajutarla a cercarsi un ricovero se un acquazzone la coglieva per via.

— Dalla parte di San Vito, avete detto? — egli ripigliò.

— Suppongo... Non son mica sicuro.

— A ogni modo, andando per di là è probabile che li trovi.

— E non si provvede d'un ombrello? — chiese Bortolo.

Tullio accennò alla casa ch'era un cinquanta o sessanta metri più indietro.

— Non ne vale la pena. Perderei tempo.

In quella, sotto un ombrellone aperto benchè ancor non piovesse, sbucarono sul viale i tre bimbi del giardiniere. Rosso in viso e con l'aria d'uomo che sia conscio della gravità del suo ufficio, Piero, il maggiore, teneva forte con ambe le mani l'asta dell'arnese troppo pesante per lui; i due piccini, la Lina di quattr'anni e Cencio di tre si stringevano al fratello ridendo e strillando ogni volta che una folata di vento faceva cigolar le stecche e scuoteva con violenza la stoffa del baldacchino che li riparava.

— Bada... Si rovescia.

— Ecco... Or ora si vola.

— Piano... Mi schiacciate.

— Oh!... C'è il babbo.

Quì la baldoria ebbe fine perchè in un batter d'occhio Bortolo tolse l'ombrello alle mani inesperte del suo primogenito, lo chiuse e lo consegnò a Tullio, dicendogli:

— Se si degna, prenda questo... Non è elegante, ma è solido e ci si sta sotto comodamente in tre persone... Lo prenda, lo prenda, e lasci fare i conti a me con questi signorini... Chi v'ha permesso?... Dov'era la mamma?

Mentre i bimbi, piagnucolando, spiegavano al genitore come fossero usciti di casa in un momento che la mamma era salita a chiuder le imposte del primo piano, Tullio, decisosi ad accettare l'offerta, si dirigeva di corsa verso il cancello, e in mezzo a un nembo di polvere infilava lo stradone.

Frattanto, appesa al braccio del fratello Cesare, l'Angela camminava lentamente su e giù per la sala terrena. Chi l'avesse vista alla luce sarebbe rimasto colpito dal suo pallore, ma Cesare non se n'accorgeva, sia perchè l'ombre avevano ormai invaso la sala, sia perch'egli era infervorato a discorrere de' suoi disegni per l'avvenire. Ah, egli non sapeva che male le aveva fatto con quella sua semplice comunicazione:

— Sorellina mia, m'è arrivata una lettera che mi chiama a Roma per Mercoledì.

Ella ebbe appena la forza di balbettare: — Vai... a Roma?

— Sì, mi pare di averti detto che ci sarei dovuto andare... Ma non credevo che fosse così presto...

— Per tornare?... — soggiunse l'Angela, trepidante.

Ed egli aveva risposto: — Ripasserò certo di quì... per due o tre giorni... Anche dall'America mi sollecitano.

Come? Egli partiva!... Che disgrazia! Che disgrazia! Quando, nel rientrare in casa, l'Angela s'era trovata a faccia a faccia con Cesare l'incontro l'era parso provvidenziale. Chi meglio del suo fratello prediletto avrebbe potuto consigliarla, ajutarla nei dubbi, nelle angustie in cui ella si dibatteva? Aver l'intimo convincimento che Tullio e l'Antonietta si amavano, poter forse con una parola toglier di mezzo l'equivoco che li divideva, e quella parola non aver il coraggio di pronunciarla, e con la propria indecisione, col proprio silenzio servire al meschino egoismo di chi insidiava la felicità di due esseri nati l'uno per l'altro, ecco il cruccio dell'Angela, ecco ciò che l'avrebbe spinta a confidarsi con Cesare, ad attingere da lui l'energia necessaria per lottar con sè stessa, per vincer dentro di sè l'influenza malefica delle cose morte contrastanti alla vita.

Ma ora a che prò? Le avrebbe egli dato ascolto? Avrebb'egli, a ogni modo, avuto il tempo d'occuparsi del piccolo romanzo domestico che le stava a cuore?

Egli parlava, parlava con impeto giovanile d'un'opera buona da lui iniziata a Nuova York, d'una serie d'istituzioni, che insieme con alcuni fra i migliori della colonia italiana egli voleva fondare in vantaggio dei nostri poveri emigranti, taglieggiati, insidiati, indifesi, esposti a tutte le tentazioni cattive... E per questo, poichè occorreva il patrocinio del nostro Governo, per questo aveva domandato udienza al Ministro, e avendola tosto ottenuta si recava a Roma... Gli avevano promesso il loro appoggio due o tre deputati autorevoli... non Girolamo però col quale egli si sarebbe ben guardato dal toccar più l'argomento... Figuriamoci! A una lettera scrittagli dall'America Girolamo aveva risposto che c'era in Italia un'unica questione urgente: buttar giù il Ministero; e che a quella egli doveva consacrar le sue forze... Che miseria!

L'Angela gli badava appena. Ripeteva soltanto, quasi non credendo a sè stessa: — Tu parti... Se hai da essere a Roma Mercoledì, parti doman l'altro...

— Appunto — confermò il fratello. — A Roma mi tratterrò il meno possibile, verrò a risalutarvi di volo, e alla fine del mese m'imbarcherò a Genova o a Napoli.

Ella non potè a meno di esclamare:

— Oh Cesare, Cesare!... Avrai traversato l'Oceano, sarai venuto nella tua casa, nella tua famiglia dopo cinque lunghi anni d'assenza per rimanervi meno di una settimana! E sarà l'ultimo addio che avrai dato ai tuoi genitori!... E potrebb'esser l'ultima volta che vedrai Villarosa!

— Perchè dici questo?

— Perchè chi sa quello che accadrà _dopo_? — replicò l'Angela con le lacrime nella voce. — Chi sa in quali mani finirà questo luogo pieno di tante memorie?... Chi sa dove finirò io?

Cesare premette il braccio di lei sotto il suo.

— Tu? Tu?... Ma dovunque io sia tu potrai sempre raggiungermi... Un posto per la mia sorella ci sarà sempre presso di me.

— Grazie, Cesare. Ma tu dimentichi che non sarai sempre solo... che forse oggi stesso c'è chi ti aspetta laggiù.

— Una donna, tu credi?

Ella tacque.

Cesare riprese: — E t'avrei tenuta all'oscuro d'una cosa di tale importanza?... Non t'ho sin dall'infanzia messa a parte d'ogni mio segreto... perfino di quelli che si tacciono alle sorelle?... Non ci sono ne fidanzate, nè amanti... Ho una nobile impresa da compiere... non altro mi chiama di là dall'Oceano... Ah se t'avessi compagna! Che preziosa alleata saresti!

L'Angela scrollò il capo malinconicamente.

— Come t'inganni, Cesare mio!... Io non ho più che un ufficio nella vita, e non so neanche se mi basterà la lena per quello... Render meno penosi gli ultimi anni ai nostri vecchi, ecco la mia unica ambizione... E quando avrò chiuso loro gli occhi non impetro che una grazia dal Signore: morire anch'io, morir quì, in questa villa.

Sciogliendosi dal fratello, s'era accostata alla portiera che metteva in giardino, aveva posato la fronte sui vetri.

Cesare le portò una sedia.

— Devi essere esausta... Non hai avuto un minuto di requie in tutta la giornata.

— È meglio ch'io non segga — ella disse. — Fin che la macchina va... Dormirò un'ora di più domattina.

Guardava fuori, nella luce sempre più fievole del crepuscolo. Il vento continuava a infuriare; cadevano sull'ajole l'ultime rose; divelti dai gracili rami, i bianchi fiori stellati del bel gelsomino che s'arrampicava tra le finestre volteggiavano in aria come fiocchi di neve, e venivano ad ammucchiarsi sul ripiano della scalinata...

— È l'inverno, è l'inverno che s'annunzia — sospirò l'Angela. E la tristezza della sua anima si confondeva con la tristezza della natura.

Pareva invece che il brutto tempo ed il bujo avessero ingalluzziti quelli che si trovavano in salotto. Fra risate ed applausi una voce di donna, la voce della Marialì, canticchiava una strofa sguajata della _Vie parisienne_.

— Beata lei che ha sempre buonumore! — esclamò l'Angela rivolgendosi al fratello.

Cesare rispose: — Sì, ma se verrà il momento in cui nessuno più le faccia la corte, morirà disperata.

— Non verrà mai quel momento — soggiunse l'Angela con un'intonazione amara in cui si tradiva il malanimo della donna virtuosa e non bella verso l'avvenente e leggera alla quale vanno tutti gli omaggi.

— Verrà tutto in una volta, non dubitarne — ribattè Cesare Torralba. — E allora sentirà il vuoto della sua vita... sentirà che cosa sia non esser stata nè buona moglie, nè buona madre.

La Marialì, accompagnandosi sul pianoforte, seguitava a cantare:

_Je suis la veuve... la veuve d'un colonel._

Ma s'interruppe ad un tratto, e spalancando l'uscio fece irruzione nella sala.

— O che non ci son lumi in questa casa?

Dietro di lei, nel vano della porta, si movevano alcune ombre: don Antonio, la signora Cesira, il maestro di scuola, l'organista di San Vito.

Don Antonio borbottava: — Che bisogno c'era di lumi?

— Già — ribatteva petulantemente la Marialì; — a lei piace l'oscurità... Scommetto che le riceve all'oscuro le sue pecorelle... Ah don Antonio, don Antonio, se lo sapesse don Luca!... E lei, signora Cesira, non vada mica a confessarsi da quel poco di buono.

Don Antonio alzava la voce per protestare, ma la Marialì lo fece tacere con un gesto, ed essendosi accorta della presenza dell'Angela la sollecitò a dar gli ordini perchè accendessero i lumi.

— Ci tieni come le galline, diavolo!

XVIII.

Quasi si fossero dati l'intesa, Luciano, Girolamo, la Letizia e l'Adele scendevano contemporaneamente le scale, lagnandosi delle tenebre in cui erano immersi. I due uomini avevano ciascuno un fascio di lettere da impostare.

— Questa Villarosa è un paese barbaro — brontolava Luciano. — Nè gaz, nè luce elettrica... Come si fa a viverci?

— Si vive come si può — rispose l'Angela dopo aver sonato il campanello per chiamare il domestico.

— Ormai la luce elettrica l'hanno tanti paesi piccoli — osservò Girolamo. — Che cosa ci vorrebbe a introdurla quì?... La forza d'acqua l'avete.

— Ci vorrebbe qualcheduno che se ne occupasse — rimbeccò l'Angela. — Non potete pretendere che se ne occupino il babbo o la mamma... o che me ne occupi io... che ho già abbastanza pesi sulle spalle...

Montato sopra uno scaleo di legno, con un muso lungo due palmi, Giacomo consumava i fiammiferi senza riuscir ad accendere la modesta lampada a petrolio appesa alla volta. I presenti mormoravano, egli, in alto, sbuffava.

— Tira aria da tutte le parti... Bisogna chiuder quell'uscio... quello lì, di fronte alla scala.

Quando la difficile impresa fu condotta a termine, il servitore discese fra grida ironiche di _bravo, bene_.

— E ora fa più bujo di prima — disse la Marialì, mentre Giacomo, trascinandosi dietro lo scaleo, s'avviava al salotto.

— Benedetta la luce elettrica! — esclamò la Lucrezia Alvarez. — Noi l'abbiamo anche nella nostra villa di Posilipo e non c'è che da girare una chiave per accendere e spegnere... È un risparmio immenso di tempo e di lavoro. Col numero di lampade che abbiamo noi, ci vorrebbe un accenditore apposta.

— La luminaria di Pisa addirittura — masticò Cesare fra i denti.

Luciano e Girolamo agitavano i loro pacchi di lettere sotto il naso dell'Angela.

— Avrai una persona da mandare a San Vito?

Don Antonio, il maestro di scuola e l'organista si fecero avanti.

— Se vogliono consegnarle a noi... Noi dobbiamo pur recarci a San Vito.

— Oh, oh — saltò su la Marialì. — Non restano a cena con noi, loro tre e la signora Cesira?

— Per me è impossibile... pur troppo — replicò don Antonio. — Devo essere alla parrocchia stasera... Con don Luca non si scherza.

— Lo lasci cantare — disse la Marialì con una spallucciata.

— Oh sì... Già che sono nelle sue grazie, dopo che l'anno scorso m'ha côlto a cacciar sui suoi campi...

Anche il maestro e l'organista, per varie ragioni, erano costretti ad andarsene; solo la signora Cesira non fiatava perchè aveva paura dei lampi (non c'erano ancora ma potevano venire) e avrebbe preferito che le permettessero di passar la notte a Villarosa... in un cantuccio qualunque.

— Corpo di bacco! — borbottava don Antonio che s'era avvicinato alla portiera. — Corpo di bacco! A star di là in buona compagnia non ci si era accorti di quel po' po' di temporale che minacciava... E ora incomincia a piovere.

Grossi goccioloni percotevano obliquamente i vetri delle finestre, cadevano, rimbalzando, sul marmo della gradinata.

— Pazienza! — sospirò don Antonio. — Tanto bisogna avviarsi.

— Coraggio! — soggiunse il maestro di scuola costretto dalla sua condizione sociale a dar l'esempio delle virtù civili.

E l'organista si rimboccava i calzoni guardando con aria patetica le sue scarpe nuove destinate ad inzaccherarsi.

Ma l'Angela che s'era allontanata in silenzio tornò portando una parola consolatrice.

— O credono che li lasci andare a piedi?... Che diamine!... Ho ordinato già di attaccare... Così la carrozza li deporrà sani e salvi a San Vito, e Pietro, il cocchiere, s'incaricherà delle lettere... Sono in quattro che partono... Bisognerà che si ristringano il più possibile.

— Benedetta quella nostra signorina Angela! — esclamò don Antonio con entusiasmo. — Lei pensa a tutto, lei provvede a tutto.

Côlta da una subitanea inquietitudine, la Letizia Alvarez girava su e giù per la sala.

— E Max e Fritz che non si vedono ancora!

— Sono in giro anche Frassini e l'Antonietta — soggiunse con calma la Marialì. — Piglieranno un po' d'acqua. Non sarà poi una disgrazia irreparabile.

— Loro sono usciti col sereno — osservò Luciano.

— Un bell'originale è mio figlio Tullio che venti minuti fa si dirigeva a gran passi verso il cancello con un ombrellone sotto il braccio... Io che stavo fissando un'imposta della mia camera mi provai a chiamarlo... Oh sì... non m'ha sentito, o non m'ha dato retta.

— Dove sarà andato? — pensava l'Angela ricordandosi i discorsi del nipote e la sua dichiarazione di voler partire. Ella non poteva credere ch'egli fosse veramente partito così, senza salutar nessuno, senza prender la sua roba; ma, allora, dov'era andato, in nome del cielo? Non aveva proprio pietà di lei? Non gli pareva ch'ell'avesse bastanti emozioni in quel giorno?

Pian piano qualcheduno le si avvicinò per di dietro, le pose le mani sulle spalle.

— Ancora quì, signorina Angela, ancora in piedi? Non le avevo raccomandato di riposare?

— Oh Vignoni — ella disse voltandosi con uno sforzo manifesto e senza rispondere alla interrogazione. — M'ero dimenticata di lei.

— Brava!

— E il babbo? E la mamma?

— Li ho lasciati in questo punto... Pisolavano tutti e due... Credo che dormiranno fino a ora di cena... Ma lei, lei, signorina Angela?

Sfuggendo lo sguardo indagatore del medico ella borbottò: — Più tardi, più tardi... Sa che con questo tempaccio metà dei nostri ospiti sono a spasso?

— E per questo? Che vuol che succeda?

Fuori, nella notte precoce, il rumore d'una carrozza che si fermava davanti alla scalinata. La fiamma dei fanali oscillava, mossa dal vento.

— Chi è? Cos'è?

Era il legno che l'Angela aveva fatto attaccare.