Part 7
Combattuta tra pensieri diversi, l'Angela avrebbe volentieri ritardato il suo colloquio col nipote, ma poich'ella gli aveva mandato a dire per mezzo del giardiniere che l'aspettasse sulla terrazza sentì che non l'era lecito farlo aspettare invano e s'avviò a quella volta, prendendo, per giungervi più presto, un sentiero che rasentava l'orto e dall'orto era diviso da un'alta e fitta siepe di bosso. Senonchè, dopo una trentina di passi, la colpì un suono di voci, ch'ella tosto riconobbe per quelle di suo fratello deputato e di sua sorella Alvarez. Desiderosa d'evitar incontri che l'arrestassero sul suo cammino, ella era sul punto di sgattajolare per una viottola laterale, quando s'accorse che le due voci venivano di là dalla siepe e ch'ella poteva tirare innanzi non vista e non disturbata.
Infervorati in una conversazione vivace, la Letizia e Girolamo parlavano basso; non tanto però che alcune frasi non giungessero distinte all'orecchio dell'Angela.
— Con quella sua aria di santa s'ingegna — diceva la Letizia.
E Girolamo borbottava un assenso in cui l'Angela colse questa frase: — Il testamento dello zio Luigi...
— Sarà lo stesso ora — replicava l'Alvarez. — Tutta la disponibile sarà per lei... È inutile; con la vostra apatia...
L'onorevole protestò: — La nostra?... E tu?... E Luciano?... E la Marialì?
Con la morte nell'anima, l'Angela si cacciò nel fitto degli alberi, dimentica della mèta che s'era prefissa, non d'altro bramosa che di togliersi da quel luogo nefasto, ove il suo mal genio l'aveva condotta, ove una forza maggiore di lei l'aveva inchiodata per qualche secondo... Erano questi dunque i pensieri che, nel giorno delle nozze d'oro de' suoi genitori, occupavano la mente di sua sorella Letizia e di suo fratello Girolamo? Per questo ell'aveva raccolto la famiglia dispersa? Per questo aveva scritto tante lettere, prodigato tante cure, speso tanto danaro? Per questo, per sentir discutere di testamenti e di eredità, per sentirsi accusar d'ignobili intrighi, di macchinazioni venali? E chi sa? O in un altro angolo del giardino, o su in casa, la Marialì e Giulio Frassini, Luciano e l'Adele, riuniti in conciliabolo, manifestavano la stessa opinione sul conto suo... E Cesare?... Oh, Cesare lo avrebbero lasciato in disparte come complice probabile della sorella. Non era stato anch'egli favorito dallo zio Luigi?
Il contrasto fra la realtà e le apparenze, fra la bassezza rivelata dal colloquio ch'ell'aveva sorpreso e lo spettacolo di pietà filiale, di tenerezza paterna che di lì a poco si sarebbe svolto sotto ai suoi occhi, offendeva l'Angela in ciò ch'ell'aveva di più intimo e sacro, le faceva chiedere a sè medesima com'ell'avrebbe potuto, a sì breve intervallo, trovarsi faccia a faccia co' suoi denigratori, e stringer loro la mano e sorridere...
Un rumore di passi interruppe le sue meditazioni dolorose.
— Chi è? — ella gridò dando un passo indietro.
Curvandosi e rimovendo i rami e le fronde, Tullio sbucò da una macchia di sempreverdi.
— Sono io, zia... Quanta brina su queste piante!
E nel dir così si scoteva come un cane appena uscito dall'acqua.
Indi riprese: — Il giardiniere mi fece la tua ambasciata... Ma ti ho attesa e non venivi... Non ho avuto pazienza... Ma cos'hai?... Sei pallida...
— Non ci badare... È il freddo, è l'ora... Ho dormito poco.
— Sei tutta fradicia — disse Tullio passando il braccio sotto quello della zia. — Andiamo verso la terrazza... c'è il sole...
— Sì, andiamo dove c'è il sole... Ma non verso la terrazza... verso casa ormai — ella rispose tirandolo dall'altra parte. — Di quà, di quà...
— Come credi.
Uscendo dal bosco, sbucarono sopra un largo sentiero coperto di ghiaja umida che luccicava ai raggi del sole.
— Ebbene? Volevi parlarmi? — cominciò l'Angela.
— Io?... Sì... Ma tu pure...
— Parla, parla — ella insistè. Ell'era in preda a un'eccitazione febbrile, le sue labbra tremavano, ogni suo movimento era convulso.
Tullio seguitava a interrogarla con lo sguardo.
— Perchè mi guardi così? — diss'ella infastidita da quell'insistenza. — Non voglio esser squadrata dalla testa ai piedi come una bestia rara.
Ma ella mutò subito intonazione, e fissando in volto al nipote i suoi occhi limpidi e dolci: — Senti, Tullio — ella esclamò — ho bisogno che tu sii buono, che tu sii leale, ho bisogno d'aver fede in te.
— Perchè questo preambolo, zia?... T'ho dato motivo della mia sincerità?
— No... finora.
— Dunque?... Non hai nient'altro da dirmi?... Niente da parte dell'Antonietta?
La faccia dell'Angela, che alla luce del languido sole d'Ottobre appariva ancora più bianca e più smorta, si colorì di un fuggitivo incarnato.
— Le vuoi bene davvero? — ella chiese in un soffio.
— Se voglio bene all'Antonietta?... E me lo domandi?
— Che specie di bene? — ripigliò la zia. — S'è quello che si vuole ad una parente, sii cortese con lei, sii affettuoso, espansivo... ma che non ti sfugga nessuna di quelle parole che possono turbare una fanciulla inesperta.
— E s'è un bene diverso?
Memore del discorso tenutole da Giulio Frassini, l'Angela dominò la sua emozione.
— Bada, Tullio, sei molto giovine. Sei in un'età che si lascia spesso ingannare dalle apparenze e non è in grado di distinguere una simpatia passeggera da un affetto profondo... Dà tempo al tempo... Interroga te stesso nel silenzio, nella solitudine... lontano da _lei_... Sì... anzi se tu dessi retta alla zia, partiresti da Villarosa dopo la cerimonia...
— Mi scacci! — proruppe il giovine con amarezza.
— Oh Tullio... puoi credere che la zia Angela ti scacci?... Partiresti oggi per tornar di quì a poco, quando Villarosa fosse rientrata nella solita quiete... Ti confideresti meco, e se tu non avessi mutato pensiero nell'intervallo, allora... chi sa?
— Ch'io parta senz'aver riparlato con l'Antonietta? — ribattè Tullio punto persuaso delle ragioni dell'Angela. — Ch'io parta senz'aver avuto la chiave di certe contraddizioni inesplicabili? Ah no, zia, non lo sperare... È da jersera, e ci ho almanaccato tutta la notte... Oggi poi trovo cambiata anche te, che, invece d'ajutarmi, mi scoraggi... Tu sei stata a tu per tu con l'Antonietta; che ti disse?... Che aveva jersera?... Perchè si alzò dal pianoforte a quel modo!... Perchè mi respinse con tanta durezza?
L'Angela cercava invano di schermirsi da quell'incalzar di domande, che Tullio rinnovava con insistenza sempre maggiore.
— Nervi... Noi donne siamo nervose... La musica poi ci agita, ci esalta... S'era stancata, ecco...
— Ma che ti disse di me?
— Nulla.
— Oh, è impossibile..
— Sei presuntuoso, Tullio, sei vano... Vuoi proprio che l'Antonietta non abbia altro in mente?... Per quello che tu badavi a lei jersera!
Appena l'Angela si fu lasciata scappar questa frase ella se ne pentì, ma era tardi.
Imporporandosi in viso come se l'allusione sibillina avesse destato in lui un rimorso, Tullio balbettò:
— Ella suonava, io ascoltavo...
— Tu ascoltavi la Marialì... Tu eri incantato ad ammirare la Marialì — replicò l'Angela, ormai non più padrona di sè.
— La zia?
Le labbra dell'Angela si atteggiarono a un amaro sorriso.
— Sì, una zia come me... Ma per la Marialì gli anni non passano, ma la Marialì è una di quelle che, anche senza volerlo, fanno girar la testa agli uomini.
— La mamma dell'Antonietta! — ripetè Tullio. — E tu supponevi?... E l'Antonietta ha supposto?
Ora toccò all'Angela di arrossire fino alla radice dei capelli. Come aveva potuto tenere un discorso simile? Come aveva potuto scagliarsi con tanta acrimonia contro la propria sorella? E tradirsi con Tullio? E fargli balenar l'idea che l'Antonietta fosse gelosa della madre?... Ella, la savia, la buona, la rassegnata, ubbidiva dunque a non sopiti rancori, cedeva al risentimento d'un'offesa vecchia già di vent'anni? E così nè prendendo risolutamente sotto il suo patrocinio l'amore dei due nipoti, nè risolutamente adoperandosi per soffocarlo nel nascere, ella non riusciva ad altro che a portar nell'animo di Tullio lo scompiglio, la confusione ch'erano nell'animo suo.
Mentre, nell'agitazione crescente di chi s'accorge d'aver perduto la bussola, ella s'affannava a correggere, a mitigare il senso delle sue parole, Tullio si dichiarava in colpa, dava ragione all'Antonietta.
— È giusto... Jersera ho avuto anch'io uno strano contegno... Ma ne farò ammenda onorevole... Ne domanderò perdono in ginocchio...
— No, Tullio, non far sciocchezze — supplicava l'Angela.
Egli non le dava retta.
— Ora mi spiego... Ah zia cattiva che pretendevi di non sapere!...
— Se ti giuro che non so niente...
— Non ti credo.
Ella cercava d'impietosirlo.
— Abbi misericordia, Tullio, non mi tormentare... Vedi come sono abbattuta questa mattina... Ha fatto impressione anche a te il primo momento.
Tullio ebbe un po' di rimorso.
— È vero... Sei pallida... Cos'hai?
— Eh, i nodi vengono al pettine... Mi sono tanto affaticata nei giorni scorsi... E oggi ancora, quando penso alle brighe infinite che avrò... alla responsabilità che pesa su me...
— Povera zia, senza di te le nozze d'oro non si celebravano..
A lei salivano le lacrime agli occhi.
— Sì, la ho voluta io questa festa... Mi pareva così bello riunir ancora una volta l'intera famiglia intorno ai nostri vecchi...
— E ci sei riuscita.
— Son riuscita — ella ripetè con voce sorda chinando il capo. — Ma oggi è la giornata campale e non vedo l'ora, non vedo l'ora che sia questa sera... Ho sempre paura...
Scosse il capo e si sforzò di sorridere
— Saranno ubbìe. Ma è una ragione di più perchè tu non mi dia dispiaceri... Oh, ecco qualcheduno che si dirige dalla nostra parte... Avranno bisogno di me, per miracolo.
In fatti, mentre un uomo in cui l'Angela riconobbe il procaccino telegrafico di San Vito, s'avanzava frettoloso lungo il sentiero, un altro (era Giacomo, il servitore) gridava a pieni polmoni, fermo presso una macchia d'abeti:
— Signorina, i padroni si sono svegliati e domandano di lei.
— Vengo, vengo — ella gridò alla sua volta, accelerando il passo.
Cammin facendo ella prese di mano al procaccia i due telegrammi e disse a Tullio: — Firma tu la ricevuta... Io non ho un minuto da perdere... Ho da vestire i nonni, ho da vestir me... e poi... e poi tutto il resto... A più tardi... Abbi pazienza...
E coi due dispacci aperti (due dispacci d'auguri) risalì la scalinata.
XV.
Dalle nove in poi l'Angela s'era sentita come presa in un ingranaggio, come travolta in un turbine, e benchè avesse dovuto provvedere a tutto, vigilar su tutto, le pareva d'esser vissuta in un sogno, d'esser stata, anzichè una volontà direttiva e cosciente, un cieco stromento di forze ignote ed imperscrutabili. Ora (erano quasi le cinque) insieme col dottor Vignoni, aveva riaccompagnato i suoi vecchi nelle loro camere, e mentre il medico somministrava ad essi qualche calmante, ella, nell'andito che divideva le due stanze, abbandonata sopra una sedia, con la faccia tra le mani, cercava di raccoglier le sue impressioni, di fermar le immagini che, come accade nel sogno e quasi non si riferissero a scene pur dianzi svoltesi davanti a lei, si confondevano nella sua mente.
Prima, la _toilette_ del suo babbo e della sua mamma. Egli, nella _redingote_ attillata, con la sua commenda dei Santi Maurizio e Lazzaro al collo, faceva ancora una certa figura; ma lei, nel vestito di seta nera che dava maggior risalto al pallore del viso scarno e aggrinzito e si sgualciva in mille pieghe sulla persona esile, curva, rattratta, era proprio una rovina... Poi la cerimonia religiosa. Era strano; di quella cerimonia voluta da lei, di quella cerimonia che, nel suo pensiero, doveva santificare la giornata, l'Angela non si ricordava che qualche futile particolare: l'acuto profumo di muschio che i suoi nipoti Max e Fritz spargevano intorno a sè; la tenda d'uno dei finestrini che gonfiandosi di quando in quando a un fiato di vento lasciava intraveder le teste ricciute dei bimbi del giardiniere, arrampicatisi sugli sporti del muro esterno per guardar dentro nell'oratorio; il risolino sarcastico errante sulle labbra del commendatore Ercole nel momento in cui don Luca, il parroco di San Vito, terminata la messa, aveva creduto bene di aggiungere il suo bravo fervorino magnificando un vincolo conjugale suggellato da mezzo secolo di amore e di fede reciproca, lodando la pietà dei figliuoli accorsi da lidi remoti a rendere omaggio agli autori dei loro giorni, raccomandando il rispetto alla religione, l'ossequio alla Chiesa, porto unico di salvezza...
Poi tutti s'erano alzati in piedi, e allora, allora sì l'Angela aveva avuto una grande emozione. Chè ad uno ad uno i figliuoli, il genero, la nuora e i nipoti avevano deposto un bacio sulla fronte degli eroi della festa, ed ella che poche ore innanzi aveva creduto così difficile di trovarsi faccia a faccia con la Letizia e con Girolamo, aveva sentito, in uno scoppio di pianto, in un impeto di tenerezza, spegnersi ogni rancore, e le sue labbra s'erano sporte e le due braccia s'erano aperte volonterose a quelli che l'avevano ingiuriata coi loro sospetti...
— Signorina Angela! Signorina Angela!
Gli altri erano in giardino, in attesa del pranzo; ella, chiamata dalla servitù, aveva dovuto sorvegliar gli ultimi apparecchi della tavola imbandita per ventiquattro persone, scintillante di cristalli, lucente d'argenterie, sparsa di fiori...
Dalla porta spalancata le giungeva l'eco delle conversazioni vivaci, udiva le risate della Marialì che se la godeva un mondo a ingalluzzire il parroco don Luca e l'arciprete don Antonio, e vedeva passare e ripassare l'Antonietta a braccio del padre, e Tullio dietro a loro, come un'anima in pena.
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_Din, din, din..._ A tavola, a tavola.
Un rumore di sedie smosse, un acciottolio di stoviglie, un tintinnìo di bicchieri; quindi un relativo silenzio; solo dopo la seconda portata il sussiego cessò. E d'allora in poi fu un continuo _crescendo_, fin che il baccano toccò il suo culmine allo sciampagna. I tappi delle bottiglie volavano in aria con lo strepito secco di colpi di rivoltella, la schiuma traboccava dai calici, i brindisi si succedevano, s'intrecciavano, si accavallavano gli uni sugli altri. All'Angela, benchè avesse appena accostato il bicchiere alla bocca, una morsa d'acciajo stringeva le tempie, una nebbia pesante gravava gli occhi, e in mezzo a quella nebbia la tavola le pareva ondeggiare e le figure dei commensali avvicinarsi e allontanarsi a vicenda. Una però le spiccava dinanzi netta e precisa. Era quella della Marialì, nel suo abito chiaro guarnito di pizzi, con una rosa tea inserta nei capelli bruni, con un sorriso provocante sul labbro. E accanto a lei, l'uno a destra, l'altro a sinistra, don Luca e don Antonio con gli occhi imbambolati di chi ha troppo bevuto...
Dopo il pranzo il ricevimento in giardino, all'aperto, approfittando della giornata mitissima, forse l'ultima giornata mite dell'anno, perchè il barometro seguitava a scendere e l'occidente andava via via coprendosi di nubi.
Il segretario comunale e il farmacista di San Vito con le rispettive consorti, l'assessore anziano, il maestro di scuola, l'organista, tutti acidetti, perchè non erano stati invitati al banchetto, ove pure s'era creduto bene d'invitare il dottore con la consorte e la signora Cesira e don Antonio, e altri ancora... Già si sa, per tutti non c'era posto... bisognava scegliere le persone di maggior conto... Ah, non per questo gli auguri erano meno sinceri... anzi...
E apportatori d'auguri e di voti vennero anche il cavaliere Soldani proprietario d'una fornace nelle vicinanze, e l'ufficiale postale di San Vito, e certo signor Mazzi ex negoziante di salumi, il quale, avendo anni addietro comperato in quei dintorni una villa da un'antica famiglia patrizia in rovina, s'era trovato _conte_ di punto in bianco, senza suo merito e senza sua colpa, perchè i suoi coloni vissuti sempre alle dipendenze di gente titolata non potevano ammettere d'aver per padrone un plebeo. Il _conte_ Mazzi era sordo e rinminchionito, ma appunto per questo il commendatore Ercole lo riceveva volentieri, nell'amara compiacenza di vedere una decrepitezza peggior della sua in un uomo assai meno vecchio di lui. Invece l'Angela ne soffriva, costretta com'era, ella mite e pietosa, ad alzar la voce per farsi intendere, ad ajutarsi con lo sguardo e col gesto per rimettere in carreggiata quel povero diavolo, il quale, ostinandosi a rispondere a caso, ne diceva d'ogni colore. E oggi il _conte_, o fosse più sordo del solito, o lo turbasse la presenza di molte persone, non ne aveva azzeccato una, aveva parlato della sua salute quando gli avevano chiesto della vendemmia, e della sua stalla quando gli avevano domandato notizie di sua moglie inferma, provocando così un'ilarità mal repressa di cui egli aveva finito per accorgersi e che lo aveva indotto ad accorciar la sua visita. L'Angela s'era sentita una stretta al cuore allorchè nel salire sul suo biroccino egli le aveva detto: — Il suo papà ci vede poco, ma io mi cambierei con lui... Creda pure, una gran disgrazia la sordità. — E poich'ella gli susurrava qualche parola di conforto, il _conte_ le aveva risposto tutto commosso: — Grazie, grazie... Come va che a _lei_ la capisco?... È buona, _lei_.
Poco dopo del _conte_ Mazzi s'era accommiatato don Luca, offrendo un posto nella sua carrozzella all'arciprete che aveva addotto un pretesto qualunque per rimanere ancora a barattar quattro chiacchiere con quella deliziosa signora Marialì... Il suo superiore gerarchico l'aveva fulminato con un'occhiata, ma egli, don Antonio, s'era stretto nelle spalle. Già a lui vescovo non lo facevano in nessun modo e per quello che s'aspettava dalla Curia valeva proprio la pena ch'egli si negasse ogni svago onesto!...
Il veicolo di don Luca aveva appena oltrepassato il cancello che l'Angela s'era vista circondata dalle bimbe della Scuola comunale di San Vito di cui ell'era ispettrice. Venivano, guidate dalla sottomaestra Zorani, a portar le loro felicitazioni, si schieravano in semicerchio davanti al commendatore Ercole e alla signora Laura, e una di loro, quella ch'era in fama di più svegliata, cominciava a recitare un complimento, fatica particolare della signora Cesira, la quale, ospite di Villarosa sin dalla mattina, aveva aspettato con ansietà questo momento solenne.
— _In questo giorno..._ — principiava la bimba.
Ma un _oh_ doloroso dell'ex Prefetto, non abbastanza preparato alle gioje di un'accademia di declamazione, la faceva restare in asso.
— _In questo giorno... in questo giorno..._
— _Di letizia_ — suggeriva la signora Cesira, rossa come un gambero.
— _Di delizia_ — biascicava la bimba.
— _Letizia, letizia_ — ripeteva furibonda la maestra provocando con la voce e con lo sguardo un'irreparabile catastrofe.
Perchè, mentre la voce colpiva in pieno petto la declamatrice, gli occhi, divergendo l'uno a destra e l'altro a sinistra per effetto dello strabismo, sembravano fissarsi con espressione minacciosa sulle due bimbe collocate ai due capi opposti del semicerchio e le facevano prorompere in dirottissimo pianto. Animata dall'esempio, la vera colpevole era scoppiata in lacrime anch'essa, e il commendatore Ercole, alzando le mani al cielo, s'era messo a gridare: — Basta, basta per carità!
Per calmar la burrasca l'Angela aveva spedito tutta la comitiva infantile a mangiar dell'uva sotto una pergola non ancora vendemmiata interamente; indi, esercitando la sua virtù consolatrice verso la signora Cesira, l'aveva pregata di trascriverle, senza fretta, il suo _bel lavoro_. Certe cose si gustano più a leggerle che a sentirle.
— Sei buona, tu — aveva esclamato dietro dell'Angela una voce fresca e giovanile.
Era l'Antonietta che, passando, le buttava un bacio.
Ma, di lì a un momento le si avvicinava Tullio, torvo e cruccioso.
— O zia Angela, perchè l'Antonietta mi sfugge come un appestato?... Parlale, fa che si spieghi...
— Tullio mio, vedi bene se posso...
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Sulla strada, in mezzo a un nembo di polvere, il sordo muggito d'una folla che si avanzava. A un tratto, uno squillare di trombe.
— Oh Dio, la marcia dell'_Aida_!
— Angela, che roba è questa?
— Abbi pazienza, babbo... È la banda di San Vito.
— E l'hai fatta venir tu?
— Si sono offerti loro... Come si poteva rifiutare?
— E bisognerà star quì a sentirli?
— Per pochi minuti... Non si può usar uno sgarbo... Li mando subito di là dal bosco, nel prato.
— Ma io...
— Babbo, te ne scongiuro... Anche voi altri — e si rivolgeva alle sorelle, ai fratelli, ai nipoti — non vi squagliate tutti quanti... Per pochi minuti soli...
XVI.
Della condiscendenza mostrata nel lasciarsi assordare dai _viva_ dei contadini che avevano invaso la villa e nell'assistere all'esecuzione d'una _Marcia trionfale Torralba_, composta in suo onore dal capobanda di San Vito su motivi della _Bella Elena_, l'ex Prefetto, discorrendo nella sua camera col dottore, si rifaceva con recriminazioni infinite ch'erano per l'Angela come tanti colpi di spillo.
— Ah se sapevo, se m'immaginavo... Mai più permetterò all'Angela di agir di sua testa... Son io il padrone e intendo di essere il padrone fino all'ultimo... Anzi ho piacere che l'Angela mi senta... E di là, non è vero?
— Sì — rispondeva Vignoni — è nell'andito... Avrebbe assoluta necessità di riposo... È in piedi fin dall'alba.
— Colpa sua, colpa sua... Ha montato lei questa macchina.
— Non si lagni, commendatore... Non sia ingiusto...
Ma il vecchio Torralba tentennava ostinatamente la testa.
— Chè? Chè?... Un'idea sbagliata... Non si festeggia la decrepitezza... I figliuoli potevano venir a uno a uno... in giorni diversi... senza solennità... E a ogni modo, ce n'era d'avanzo di riunir la famiglia... Ma la scuola... ma la banda... ma il popolo... il buon popolo.
— Una cosa tira l'altra.
— Già, e i danari che si spendono?
— Oh, per una volta!
Nella stanza dirimpetto la signora Laura brontolava con la Maddalena, la cameriera.
— Ero sicura che avrei scontato tutti questi strapazzi... Sento già esacerbarsi i miei reumatismi... Aspetta, aspetta domani.
— Eh, non faccia brutti pronostici... Non accadrà nulla... Le resterà invece la compiacenza d'aver avuto la visita de' suoi figliuoli lontani.
— Visita di congedo — biascicò la signora Laura.
— Eh via... Un secolo deve campare.
— Son proprio di quelle, io... Ahi, ahi!... Il mio braccio!... E il dottore non può venire un momento da me?
— Vengo, signora Laura, vengo — gridò Vignoni dall'altra camera.
— E non la finiscono più quei cani? — grugniva l'ex Prefetto, stringendo i pugni. — Sta a vedere che tornano da questa parte.
In fatti gli accordi musicali che giungevano prima confusi e indistinti accennavano ora a riavvicinarsi.
L'Angela si levò faticosamente dalla sedia e affacciatasi alla soglia della camera da letto del suo babbo disse:
— Se ne andranno forse.
— Se ne vadano, senza sonare, per Dio!
Messi di buon umore dalla musica, dal ballo e dal vino (due barili che l'Angela aveva fatti portare nel prato erano stati vuotati in un attimo) i contadini sbucavano da ogni parte rumoreggiando e si accalcavano dinanzi alla casa.
— Viva! Viva! Viva la nobile famiglia Torralba!
E la banda riattaccava la marcia trionfale.
— Ma basta! — urlava il commendatore. — Non ci sarà nessuno a farli tacere?
— Or ora — disse l'Angela accingendosi ad aprir la finestra.
Fu peggio. Quelli ch'erano giù, vedendola dietro i vetri, si credettero in obbligo di salutarla con un tonante: — Viva la signorina Angela!
— Non aprire! — strillava intanto la signora Laura... — Ne ho presa anche troppa dell'aria.
— Anzi apri e mandali al diavolo! — ordinava il commendatore Ercole. — Se no, vengo io stesso.
— Se credono, scendo in giardino e li licenzio io — propose il dottore.
— Senza cerimonie — soggiunse il vecchio Torralba.
— Con buone maniere — raccomandò l'Angela.
Vignoni si mise a ridere.
— Ah sentano. Tutto considerato, è meglio che se ne incarichi la signorina.