Nozze d'oro: romanzo

Part 6

Chapter 63,642 wordsPublic domain

Allorchè il docile nipote aveva accostato la sua seggiola a quella di lei ella non gli aveva detto niente, s'era contentata di ringraziarlo con un cenno amichevole e con uno di que' suoi sorrisi radiosi che mettevano in mostra, fra due labbra rosee, una doppia fila di denti candidi, uguali, perfetti. Indi s'era tirata alquanto nell'ombra, dietro la poltrona della madre, e su quella poltrona posava la mano scintillante d'anelli. La svelta, elegante persona si disegnava mirabilmente nell'attillato vestito di seta grigia, a risvolti di velluto nero, che un po' aperto sul davanti lasciava a nudo il collo bianchissimo e il principio del seno; i capelli abbondanti, fini, ricciuti, l'avvolgevano come d'un nimbo, e tutto intorno a lei si spandeva un sottile profumo di viola. Tullio non poteva a meno di paragonarla all'altre sue zie che si trovavano nella stanza; la giunonica Letizia a cui non restava quasi più traccia dell'antica avvenenza, l'esile Angela alla quale la vita d'infermiera aveva dato quella tinta scialba, e quell'andatura dimessa che le suore acquistano negli ospedali, la magra ed ossuta Adele, moglie dello zio Girolamo, verde e fegatosa, quasi si fosse guastata irrimediabilmente lo stomaco a sentire e a legger discorsi parlamentari. E poichè la nonna non entrava nel conto, e la signora Cesira, quantunque giovine d'età, ci entrava anche meno, Tullio era tratto a concludere che quella sera, nel salotto di Villarosa non c'erano che due donne degne d'esser guardate, l'Antonietta e la Marialì. E, sotto il rispetto puramente fisico, egli non avrebbe saputo davvero a quale delle due, fra la madre e la figliuola, spettasse la palma.

Dei confronti mentali che il suo vicino andava facendo la Marialì non si curava nè punto nè poco: sentiva che in quel suo nipote aveva un ammiratore di più, e ciò bastava a lusingare la sua vanità. Ella non supponeva nemmeno che in quel momento l'Antonietta la considerava come una rivale e che nel cuore, pur buono, della fanciulla s'andava accumulando un astio segreto contro di lei che le insidiava le prime dolcezze dell'amore; a' suoi occhi l'Antonietta era sempre una bimba e non poteva fermar l'attenzione degli uomini... Il suo tempo sarebbe venuto... molto più tardi.

Il commendatore Ercole s'era finito di svegliare e seguiva con un certo interesse, sebbene con minore entusiasmo di sua moglie, le esercitazioni musicali dell'Antonietta.

— Quindic'anni che non vado ad un'opera — egli borbottava.

— Son quasi venti — rettificò la signora Laura. — Da quando ci siam seppelliti quì.

L'ex Prefetto, ch'era sdrajato sulla poltrona, si puntellò con le due mani ai bracciuoli, e su su si levò a sedere con una particolare espressione di maraviglia sul viso. Già nel dormiveglia di prima lo aveva stupito la parlantina della consorte, ora lo stupiva in grado molto maggiore l'udirla manifestare un'opinione contraria alla sua, lei che delle opinioni non soleva avere che quelle degli altri, e che, sopra tutto, non osava mai contraddire nè censurare il marito.

Comunque sia, prima che il vecchio autocrata aprisse la bocca per reprimere questo tentativo d'emancipazione coniugale, la Letizia slanciò una delle sue frecciatine.

— Avreste proprio bisogno di tornarci a teatro per riformare i vostri gusti antidiluviani... Se verrete nell'inverno a Napoli, vi accompagnerò io a sentir della musica che non sia una strimpellatura buona al più per grattar gli orecchi.

— Lo so, lo so — ribattè il commendatore; — oggi la musica l'andate a prendere di là dall'Alpi... Non c'è che Wagner al mondo. Tutti i maestri italiani passati e presenti sono asini... E c'è da giurare che di cento che vanno in solluchero per queste nenie tedesche novantanove non capiscono niente.

Frattanto una singolare nervosità s'era impadronita dell'Antonietta che non giungeva più al termine di nessuna sonata, ma dopo poche battute, senza curarsi delle proteste dell'uditorio, ordinava a Vignoni di spiegarle sul leggìo un nuovo quaderno.

Max e Fritz, inorriditi, s'erano tirati in un angolo e svolgevano un album di fotografie, borbottando: — Par d'esser in una fiera di villaggio.

Ora le agili dita della ragazza richiamarono sul pianoforte il patetico lamento della «_Traviata_».

Addio del passato bei sogni ridenti.

— Oh — dichiarò Ercole Torralba — questo vogliamo sentirlo tutto.

— Mi ricordo quando lo cantava la Spezia — disse la signora Laura.

— E la Boccabadati?... L'abbiamo intesa a Livorno.

— E la Piccolomini?

— E la Patti?

— La Patti aveva più voce e più arte, ma la passione della Spezia non l'aveva nessuna...

— Nessuna in quest'opera valeva la Boccabadati — replicò in tuono reciso l'ex Prefetto.

— Per me la Spezia.

— Ma che? Ma che?

Era strano. In quella rievocazione di fatti che risalivano a oltre una quarantina d'anni, i due vecchi, pur bisticciandosi, si sentivano più vicini che abitualmente non fossero, sentivano che ognuno dei due sarebbe stato più triste, più solo il giorno che l'altro fosse venuto a mancare, sentivano ch'è una gran cosa l'esser vissuti insieme in un tempo lontano del quale coloro che vi attorniano hanno appena una confusa notizia.

«Addio del passato bei sogni ridenti.»

Per la decima volta la melodia diluita nella mediocre riduzione correva sui tasti del pianoforte quando l'Antonietta cessò di sonare ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.

— Cosa c'è? Cos'è stato?

La giovinetta balzò dalla seggiola, respinse sua madre e Tullio e il dottor Vignoni e gli altri ch'erano accorsi, e singhiozzando buttò le braccia al collo della zia Angela.

— Ma cos'hai, bimba? Spiegati.

— Non lo so — ella susurrò in modo da non essere intesa che dall'Angela. — Vorrei morire anch'io come Violetta...

— Insomma che dice? Che ha?

— Niente, niente — ripeteva l'Angela. — Non agitarti, babbo, non ti agitare, mamma... E non vi movete.

La Marialì sorrise.

— Nervi, nervi... Ci va soggetta... Passa subito...

— Antonietta, Antonietta! — supplicava Tullio, côlto da una vaga inquietudine, fatta di rimorso e di vanità. Se il suo contegno di quella sera non fosse stato estraneo al turbamento della cugina?

— Lasciala in pace — intimò la zia Angela. — La conduco io a respirare una boccata d'aria.

— Sì, zia, mi conduci all'aperto... E dov'è il babbo?

— Già, dov'è Frassini?

— Ma! — disse Girolamo. — Prima era di là con noi, poi è uscito in giardino.

— Meglio. Lo troveremo noi — ripigliò l'Angela cingendo col braccio la vita dell'Antonietta e trascinandola seco. — No, no, è inutile che nessuno ci accompagni.

Le due donne avevano appena rinchiuso dietro di sè la portiera a vetri, quando un'ombra passò davanti a loro correndo, e gridando, rivolta a qualcheduno che la inseguiva: — Smetta! Basta!...

In pari tempo un'altra ombra sbucò d'improvviso fuori d'una macchia d'alberi, s'arrestò di botto, scomparve nuovamente nel folto delle piante.

Pallidissime, la zia e la nipote s'erano fermate senz'articolar parola. La prima a rompere il silenzio fu l'Antonietta.

— Rientriamo — ella disse con una calma che contrastava con l'eccitazione di poco fa. — È inutile cercare il babbo ora.

— Perchè? — balbettò l'Angela.

— Oh! Credi che non l'abbia riconosciuto? Credi che non abbia riconosciuta la Lisa?

E soggiunse, in uno scoppio di pianto: — Hai visto? La mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui, si perde dietro alle serve!... Non ho ragione dì voler morire?

XIII.

Se l'Angela Torralba aveva dormito poco nelle notti precedenti, quella notte ella dormì ancora meno. Gl'incidenti della sera, riaprendo nel suo cuore piaghe ch'ella credeva rimarginate, sconcertando disegni che sorridevano alla sua fantasia, avevano avvelenato per lei la gioia di quella festa di famiglia. Ella non sapeva che cosa più l'avesse ferita: o la civetteria incorreggibile della Marialì, o il libertinaggio volgare di Giulio Frassini, o la leggerezza di Tullio, che, pur volendo bene all'Antonietta (bisognava esser ciechi per non accorgersene) non si vergognava di far lo smorfioso con la madre di lei. E come le suonavano all'orecchio le parole della nipote: _la mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui si perde dietro le serve!_ Che luce gettavano sulla vita coniugale di sua sorella e di suo cognato! Passavano gli anni e la Marialì era sempre la stessa, sempre giovine, sempre bella, sempre affascinante... e sempre viziosa... Ma egli, oh quanto s'era mutato! L'artista si rodeva ormai nella sua impotenza, l'uomo era abbrutito... Ah forse con un'altra donna non sarebbe stato così!

Pur l'Angela capiva che non c'era più modo di salvar nè l'uomo nè l'artista; e in ogni caso che mezzi aveva ella per tentare quest'opera? Ma l'Antonietta, quella sì doveva esser ancora possibile di salvarla, di toglierla dall'ambiente corrotto ov'ella viveva. Bastava trovarle un marito degno di lei... Tullio? Sicuro, Tullio, quest'era il compagno che fino a iersera l'Angela destinava in cuor suo alla nipote, pregustando la gioia delle prossime nozze, accarezzando con voluttà l'idea della famigliola che, per riconoscenza, sarebbe venuta spesso a Villarosa, vi avrebbe portato un soffio d'amore e di giovinezza... Ora però la sua fede era scossa... Chi le diceva che Tullio fosse disposto a sposarsi? Chi le diceva ch'egli non fosse uno dei tanti damerini che scherzano volentieri con una ragazza, che la lusingano e poi la piantano lì?... E l'Antonietta? O che c'erano prove positive ch'ella fosse innamorata sul serio di Tullio?... Degl'indizi, sì, in quantità, ma delle prove?... Iersera, in giardino, l'Angela si proponeva di strapparle una confessione esplicita, ma l'episodio grottesco della Lisa e di Frassini aveva mandato ogni cosa all'aria... Dunque?... Dunque il bel castello di carte non si reggeva, e le balde speranze concepite dall'Angela Torralba impallidivano al punto di non esser che un pio desiderio.

Se nonchè, ostinato, indomabile, il desiderio rianimava a poco a poco le speranze, rianimava la volontà, persuadeva l'Angela della necessità di moversi, di agire, di conoscere a fondo i sentimenti dei due cugini. Perchè se quelli si amavano davvero, sarebbe stato facile di togliere i malintesi fra loro, di superar gli altri ostacoli che certo si sarebbero incontrati per via.

Ed ecco che quì le si affacciavano nuove difficoltà. Il colloquio con ciascuno dei due nipoti, che sarebbe stato in condizioni normali la più agevol cosa del mondo, come, quando averlo, oggi, con la casa piena d'ospiti, con la giornata densa di occupazioni? Avrebbe l'Angela avuto un ritaglio di tempo per sè?

All'alba forse, quando tutti ancora posavano. Ed ella, rivoltandosi fra le coltri, aspettava l'alba con impazienza. Al primo raggio di luce che penetrasse attraverso le imposte sarebbe balzata dal letto, avrebbe ordinato alla Maddalena di vigilar sui padroni, sarebbe salita da Tullio. Sì, ell'avrebbe parlato a Tullio pel primo, tanto più che dall'Antonietta ella non poteva andare; l'Antonietta dormiva con la Marialì la quale non aveva voluto saperne d'intimità coniugali. La camera che la zia aveva allestita per la nipotina, la camera ov'ell'aveva fatto portare le più belle rose del giardino, era occupata invece da Giulio Frassini. Ironie della sorte!

Quando le parve giunto il momento, l'Angela si alzò, a tastoni, senz'accender il lume, senza far rumore. Ma i suoi genitori avevano il sonno leggero e si destarono tutti e due. Da destra e da sinistra ella sentì chiamarsi:

— Angela! Angela!

Ella dovette recarsi nell'una e nell'altra camera, dar una ragione qualunque del perchè fosse mezzo vestita, persuadere i due vecchi a starsene tranquilli nel loro letto e non pensar neanche di muoversi fin che non fosse tornata lei.

Così ella perdette un'ora buona, e allorchè finalmente uscì nella sala era giorno fatto.

— Tu sta attenta al babbo e alla mamma — ella disse alla Maddalena ch'era in piedi da un pezzo. — Io devo parlare a mio nipote Tullio. Non l'hai mica visto scendere?

— No; ma ho sentito uno scalpiccìo per le scale... Non so se fosse il signor Tullio; però qualcheduno in giardino c'è sicuramente...

Dalla cucina sbucò Giacomo, il servo.

— Il signor Tullio?... Saranno dieci minuti ch'è sceso... E non è stato il primo...

— Tutti così mattinieri?

— Tutti no... Ma la signora Letizia e il signor Girolamo passeggiavano insieme davanti alla casa poco dopo le sei e mezzo... E ora che ci penso, il primo dev'esser stato il signor Giulio... Non è però uscito con loro... Credo sia in salotto... Se vuole che lo avverta.

— No — disse bruscamente l'Angela. E soggiunse: — Nessuno ha preso il caffè e latte?

— Dalle sette mezzo in poi la prima colazione sarà pronta per chi la desidera — replicò Giacomo. — Non si poteva immaginarsi che quei signori si alzassero al canto del gallo... Del resto, per lei il caffè ci sarebbe...

— Lo prenderò più tardi.

E imbacuccandosi nello sciallo fece per aprir la portiera che dava in giardino.

Una voce maschile chiamò: — Angela!

Era Giulio Frassini.

Ella, che pur era stata avvertita della presenza del cognato, trasalì e s'imporporò in viso.

— Addio, Giulio... Scusa se ti lascio... Devo dar qualche ordine al giardiniere.

— Non posso accompagnarti? — egli chiese umile, quasi supplichevole. — Non posso dirti una parola?

Come respingerlo? Ella fece uno sforzo e rispose:

— Vieni pure... Ma capisci bene che son piena di faccende.

— Non ti tratterrò a lungo — ribattè Giulio, mentre, a fianco dell'Angela, scendeva la scalinata.

— Che cosa penserai di me? — egli disse a bassa voce, col tuono di chi si sente già condannato e accetta la propria condanna.

Ella tentò di schermirsi.

— Perchè mi rivolgi questa domanda?

— Dopo quello che hai visto iersera...

Sempre più inquieta e nervosa, l'Angela lo pregò di desistere. — Non t'intendo... Non ho visto niente.

— Oh non lo dire... Che lo dica l'Antonietta è naturale... per non far arrossire suo padre.

— E tu hai parlato di questo con la tua figliuola?

— No... questa volta no.

L'Angela lo guardò con un'espressione tra severa e dolente.

— _Questa volta?_ — ella ripetè.

Egli taceva seguendola a capo chino.

Passarono dinanzi all'oratorio che sorgeva, semplice e bianco, accanto alla casa. Proprio allora ne usciva un lavorante reggendo una scala a piuoli; dietro di lui Bortolo, il giardiniere, che si levò rispettosamente il berretto.

— Com'è mattiniera, padroncina!

— Oh, appunto di te cercavo — ella disse avvicinandosi a lui nella sua impazienza di troncare il colloquio con Frassini. — Hai visto mio nipote Tullio?

— Sissignora. Credo sia andato di là.

E accompagnò la parola con un gesto della mano.

— Verso il lago?

— Appunto.

— Lo raggiungerò.

— Non vuole dar prima una capatina in chiesa?... Sentirà come odora... Ho spogliato tutte l'ajole per infiorarne l'altare.

— Ma... mi dispiacerebbe che intanto passasse Tullio.

— Non dubiti... Vado io da quella parte... per preparar l'aranciera... chè domani o doman l'altro penso di metter le piante al sicuro... Il barometro è abbassato.

— Durasse almeno per oggi il bel tempo!

— Speriamo che per oggi durerà... C'è appena qualche nuvola laggiù.

E mentre l'Angela s'affacciava alla porta spalancata dell'oratorio, il giardiniere soggiunse:

— Tutto è in ordine. Veda come son lucidi i banchi, il pavimento, i vetri delle finestre... Ieri s'è fatto un _repulisti_ generale... Davanti ci sono le due poltrone pel commendatore e per la padrona.

L'Angela si decise ad entrare. Bortolo chiese licenza.

— Se mi permette...

— Va, va, e che Tullio m'aspetti sulla terrazza.

Tre dei Torralba dormivano l'ultimo sonno sotto le pietre di quel tempietto domestico: il signor Luciano, padre del commendatore Ercole, il signor Luigi, fratello di questo, e il giovine Manlio. E lì sotto, fra non molto, l'Angela avrebbe composto i suoi parenti, e anch'ella, in un giorno che si augurava non troppo lontano, sarebbe discesa a raggiungerli.

Per quelli della sua famiglia che vi riposavano ormai, pegli altri che vi avrebbero riposato fra poco, l'Angela amava il piccolo oratorio, sebbene, tranne al Natale e alla Pasqua, non vi si celebrassero funzioni religiose; chè il suo babbo non era punto osservante delle pratiche del culto, e la sua mamma, debole e malaticcia, era naturalmente dispensata da quanto potesse recarle la più lieve fatica. Ella, l'Angela, se qualche domenica voleva ascoltar la messa, andava alla chiesa di San Vito, e schermendosi dal prender posto nelle prime file destinate alle persone notabili del luogo, sedeva in mezzo ai contadini che tutti la conoscevano e l'avevano cara. Poich'ella intendeva così la religione: piuttosto che un complesso di dogmi e di riti, un'elevazione dell'anima, verso l'inconoscibile, un livellamento delle disuguaglianze sociali nella scambievole simpatia che ravvicina gli uomini in nome delle gioje e dei dolori comuni.

A ogni modo, nel cuore della donna resta sempre qualche cosa delle credenze e delle consuetudini antiche, ed era stata lei, l'Angela, che aveva insistito perchè in questa solenne occasione l'oratorio della villa s'aprisse e una benedizione di sacerdote scendesse sul capo dei suoi genitori.

Un'ombra discreta avvolgeva ancora il tempio silenzioso e raccolto; solo in alto un pallido raggio di sole penetrava fra gl'interstizi di due tende e lambiva la vôlta. Dall'altare ov'erano due coppe di rose si spandeva intorno un'acuta fragranza... come al giorno delle nozze di Marialì.

Come al giorno delle nozze!... A ciò pensava in quel momento Giulio Frassini che l'Angela credeva fosse rimasto in giardino e che invece era dietro di lei, ritto, immobile, appoggiato a uno degli stipiti della porta.

Di nuovo egli la chiamò a nome: — Angela!

Ella si scosse. — Mi hai fatto paura.

— Rose, rose! — egli borbottò. — Quante ce n'erano anche la mattina del mio matrimonio!... E sarebbe pur stato meglio che la terra mi si fosse sprofondata sotto i piedi!

— Insomma, Giulio — interruppe l'Angela. — Che discorsi son questi?

Frassini ripigliò: — Te ne scongiuro, non mi sfuggire. Ho bisogno d'uno sfogo... ho bisogno di spiegarti...

L'Angela era sui carboni ardenti.

— Ma se non ti chiedo nessuna spiegazione... Ma se non ho tempo... Via, sii ragionevole, lasciami...

Egli le sbarrava l'uscita.

— Cinque minuti, concedimi cinque minuti.. Di quì, se passa Tullio,... perchè tu cercavi Tullio, non è vero?... di quì lo vediamo.

— A che prò, Dio buono? — diceva l'Angela attorcendo convulsamente il fazzoletto alle dita.

Giulio Frassini abbassò la voce.

— È stata _lei_ che m'ha ridotto così... Perch'io non disturbassi le sue galanterie, perchè non fossi che un marito d'apparenza, s'è compiaciuta del mio abbrutimento, ha gettato fra le mie braccia le sue serve, le sue cameriere...

— Ma basta! — supplicava l'Angela coprendosi il viso con le palme e vergognandosi per lui e per sè.

Egli non le diede retta.

— E quando son caduto nel laccio — egli seguitò — _ella_ bandì ogni ritegno... portò in trionfo i suoi amanti sotto i miei occhi... E s'io mi ribellavo, _ella_ diceva: — Mi curo io forse di quel che tu fai? — Cento volte io, il marito, mi sono umiliato. — Sì, ho anch'io le mie colpe... perdoniamoci a vicenda... ricominciamo da capo... riprendiamo a volerci bene. — _Ella_ alzava le spalle e continuava a respingermi... Non più una carezza, non un bacio...

Il linguaggio di Giulio Frassini scompigliava tutte le idee, offendeva tutti i pudori dell'Angela, ormai invecchiata nell'austerità verginale... Che sozzura il mondo, che sozzura la vita!

— Sei vile! — ella balbettò.

— Non lo nego... Oh da un pezzo... Quella donna mi ha stregato... fin da quando per lei ne ho abbandonata un'altra... ho abbandonato te... Perchè non t'ho sposata, Angela?

E fece per prenderle la mano.

Ma ella si ritrasse bruscamente, livida, contraffatta, con un sorriso amaro sul labbro.

— Se Marialì ti vedesse!...

— Oh non sarebbe gelosa... Mai non sono riuscito ad ingelosirla.

— E vorresti ora... per mezzo mio?... Levati di là... Lasciami passare.

Egli la tratteneva col gesto, con la voce, con l'umile preghiera degli occhi.

— Ancora un minuto... Non interpretar male ogni mia parola... Ascolta... Allorchè l'Antonietta è rientrata in casa...

— Ebbene? domandò ansiosa l'Angela come pacificata a quel nome. — Non è stata un freno per voi?

Giulio Frassini ebbe un istante d'esitazione.

— Sì, forse la Marialì è meno sfacciata.

— Ma tu, tu?

— Ma verso di me sempre gli stessi rigori.

L'Angela battè i piedi impaziente.

— Che me ne importa? Credi ch'io t'abbia domandato questo?... Tu, a quel che sembra, se pur c'è l'Antonietta, non ti confondi.

— È stata una fatalità... Ho perso la testa... È _lei_... sempre _lei_ che me la fa perdere... Perchè chiudermi la sua porta?... Perchè mutar la disposizione che tu avevi data alle nostre camere?

— In nome di Dio, finiscila — esclamò l'Angela. — Mi fate schifo, tu e la Marialì... E l'Antonietta mi fa pietà... Era ben meglio sposarla appena uscita di collegio.

La fisonomia di Giulio Frassini si atteggiò a un'espressione di sgomento.

— Tu pure mi parli del suo matrimonio, tu pure?... E anch'io a volte ci penso... e vorrei spogliarmi d'ogni egoismo e trovare un giovine che fosse degno di lei.

— Ah sì? — disse l'Angela con uno slancio improvviso di simpatia che contrastava col tuono ironico, tagliente di prima. E stava per comunicare al cognato la sua idea di unire l'Antonietta e Tullio, ma Frassini mutò subito tono.

— Di lì a poco invece — egli ripigliò con veemenza — sento che non è possibile, sento che se c'è per me una tavola di salvezza è la mia figliuola... Ella mi compatisce, ella mi perdona... ella mi ajuterà a ricuperare la mia dignità, il dominio su me stesso... Ella che non deride la mia arte, il mio genio, mi ajuterà a dar forma alle visioni della mia fantasia... Perchè c'è della roba quì dentro — e si picchiò la fronte — a dispetto dei critici, a dispetto dei giurì che rifiutano i miei quadri... Oh, mi renderanno giustizia... Ma che non mi portino via l'Antonietta... Quella sarebbe la mia sentenza di morte come artista e come uomo... M'intendi, Angela?... O l'Antonietta resta con me, o...

Non terminò la frase, non aspettò la risposta, fece un gesto disperato e scappò via, piantando l'Angela più turbata, più confusa che mai.

XIV.

— E ora che dirò a Tullio? — ella chiedeva a sè stessa uscendo dall'oratorio.

Ciò ch'ell'aveva udito, ciò ch'ell'aveva visto avrebbe dovuto raffermarla nel convincimento ch'era necessario di provveder subito all'avvenire dell'Antonietta. E pur ella sentiva che Giulio Frassini aveva detto il vero; sola tavola di salvezza per lui era la sua figliuola.

E la vinceva una pietà immensa di quel povero cervello sconvolto in cui vaghe aspirazioni al bene lottavano con gl'istinti più volgari e più bassi e ove la coscienza del proprio decadimento non escludeva i fumi dell'orgoglio e i sogni ambiziosi di grandezza e di gloria.

Poteva ella, che lo aveva amato, contribuire alla sua rovina? Spingerlo a qualche passo estremo? Al suicidio forse? Ma, d'altra parte, l'Antonietta non meritava di esser felice a ogni costo? Non era una colpa imperdonabile il lasciarla fra una madre corrotta e un padre abbrutito?... E s'ella e Tullio s'amavano, era lecito sacrificarli, impedir loro di vivere insieme, di farsi una famiglia gioconda, sana, virtuosa?