Nozze d'oro: romanzo

Part 12

Chapter 123,719 wordsPublic domain

— Vuol credere — riprese la Maddalena — che proprio nel cuor della notte, quando pioveva a secchie rovescie, il signor Giulio si divertiva a passeggiare in giardino?

— Eh via!

— Positivo. Sarà rientrato da un'ora, aprendo la portiera con tanto fracasso che il padrone mi ha ordinato di andar subito a vedere cos'era accaduto. Era lui, il signor Giulio, può immaginarsi in che stato. — Un po' di pioggia fa bene — egli mi disse prevenendo le mie osservazioni. Pover uomo! Bisogna compatirlo. Non ha il cervello a posto.

— Doveva sposare la signorina Angela, non è vero?

— Sì, e la sorella gliel'ha portato via.

— Non è stata una gran perdita...

— Eh, se avesse sposato la signorina Angela non si sarebbe ridotto così... Era un giovine a modo, lui, ma _quella donna_ è stata la sua rovina.

— Chi sa poi...

— Gli uomini la difendono sempre — protestò, stizzita la Maddalena. — Una svergognata...

— Tss, tss! — fece il medico che subiva suo malgrado il fascino della Marialì. Si riavvicinò alla finestra e disse abbottonandosi la giacchetta: —

— Il termometro dev'essersi abbassato di parecchi gradi... Bisognerà riscaldare... almeno le stanze del commendatore e della signora Laura e quella ove c'è la signorina... C'è stufa lassù?

— C'è un caminetto che lascia il freddo che trova.

— Alla peggio servirà per cambiar l'aria... Anche in questa sala c'è un odore di chiuso!

— E figuriamoci quì! — soggiunse la cameriera mentre spalancava l'uscio del salotto da pranzo.

Ma si tirò due passi indietro, respinta dal fumo e dal puzzo.

— Misericordia!... C'è da morire asfissiati... Hanno lasciato spegnere il lume... Già se non viene qualcheduno ad aiutarci...

E la Maddalena corse in cucina chiamando: — Giacomo! Lisa! Marianna!

Dal salotto da pranzo intanto si levarono due _oh_ strascicati come di persone che si svegliano a fatica, e il dottor Vignoni vide agitarsi nel fondo due ombre che avanzandosi poi fino sulla soglia presero le forme dei due giovinetti Alvarez. Pallidi in viso, gli occhi gonfii e cerchiati di turchino, i capelli arruffati, le vesti in disordine (essi, i maestri dell'eleganza!) si fregavano le palpebre, si passavano e ripassavano la mano sulle tempie pesanti, e parevano non capir bene nè in che luogo fossero nè perchè vi fossero.

Fritz fu il primo ad aprir la bocca.

— Oh diavolo! Abbiamo dormito!

Max si lamentava: — È curioso... Tutto mi gira intorno... E il capo mi martella orribilmente.

— Anche a me — disse Fritz. — Mi sembra d'aver il mal di mare.

E Max riprese: — Appunto... Come poi siamo quì?...

— Non ricordi? — replicò Fritz. — Ci aveva mandati la mamma pel caso che potesse occorrer l'opera nostra.

Max finalmente si raccapezzò.

— Ah sì... è vero... E in causa della zia Angela.

E riconoscendo il dottore gli si rivolse per chiedergli: — Come sta la zia?

— Non ci son guai — rispose Vignoni. — Speriamo che si rimetterà... E loro due, signorini, vadano pure a letto, che la loro presenza non è necessaria... Se vedessero che cera hanno!

Questa constatazione medica del loro pallore non valse certo a tinger in roseo le gote dei due Alvarez. Più smorti in viso che mai, essi si strinsero addosso a Vignoni balbettando: — Ci trova in cattivo stato, dottore? Ma che cosa crede che sia?

Vignoni si mise a ridere. — Per carità, non si allarmino... Hanno il capo ingombro e lo stomaco sconvolto perchè non si sono accorti che il lume si spegneva e hanno dormito in un'atmosfera viziata... Due ore di sonno nella loro camera, fra le loro lenzuola di bucato, basteranno a rimetterli interamente... Vadano, vadano... Sono le sei e un quarto.. Alle nove saranno freschi come rose e in grado di rendersi utili.

Li accompagnò sino a piedi della scala, e vistili salir con bastante disinvoltura andò in cucina a vedere se ci fosse un caffè pronto. Era proprio sfinito.

Una contadinotta di mezza età, magra ed arzilla, con un fazzoletto rosso avvolto intorno ai capelli, gli disse, voltandosi dai fornelli:

— Buon giorno, dottore. Se ha pazienza un minuto glielo verso io.

— Ah siete voi, Giuditta — esclamò Vignoni che aveva riconosciuto la moglie del giardiniere. — Brava! Siete venuta a dare una mano...

— Sfido! — interruppe la donna. — Se non ci si ajuta in questi momenti... E si tratta della signorina Angela!... Si figuri chi non si getterebbe nel fuoco!... Ma siamo in porto, non è vero?

— Magari! Non m'arrischio a dir tanto... Spero bene, ecco tutto.

— Io ho fede che la Madonna la salverà — ripigliò la Giuditta, ritirando il bricco dal fornello. E gridò verso la sbrattacucina di dove veniva un tintinnio di porcellane acciottolate: — Ehi, c'è una chicchera pulita ed asciutta?

— Sicuro — rispose una voce squillante. E un braccio ritondetto e nudo fino al gomito porse la chicchera richiesta.

— È l'Eufemia, la nipote dell'ortolano che sta rigovernando le stoviglie — spiegò la Giuditta. — La Marianna e la Lisa non si reggevano sulle gambe e sono andate a buttarsi sul letto.

— Troppo giusto... Anche quelli di là avrebbero diritto di riposare un'oretta — soggiunse il medico alludendo a Giacomo e alla Maddalena, intenti a spazzare e spolverare l'attiguo salotto da pranzo.

— Presto sarà quì Bortolo — disse la Giuditta. — Ha voluto far prima un giro in giardino per verificare i guasti prodotti dal temporale... E poi manderanno qualcheduno dalla fattoria...

— Tanto meglio... Ma non è deposto questo caffè?

— Cercavo la zuccheriera.

Il dottore fece un segno negativo col capo.

— Niente zucchero.

— Allora, eccomi quà — ripigliò la Giuditta, riempiendo fino all'orlo la tazza. — Sarà troppo leggero.

Vignoni aspirò voluttuosamente l'aroma che si sprigionava dalla tazza fumante, e dopo aver bevuto due sorsi dichiarò: — Va benissimo... Pretendono che sia un veleno, ma basta il profumo per rintonare i nervi.

— E che bisogno... — principiò la donna.

— Zitto! — interruppe il dottore. — C'è gente di là, e mi par d'aver sentito pronunziare il mio nome.

— Ora lo cercheremo — diceva una voce maschile.

— Quest'è Bortolo — osservò la Giuditta tendendo l'orecchio.

— Era quì un momento fa — replicava un'altra voce, quella della Maddalena.

A rischio di bruciarsi la lingua e il palato, Vignoni vuotò in un colpo la tazza, la posò sulla tavola e corse in sala.

— Sono quì ancora. Che c'è?... Ah, un telegramma...

— Viene da Milano — disse il procaccia.

— Lo so, lo so — rispose tranquillamente il dottore ammaestrato dall'esperienza a non chiedere l'osservanza del segreto telegrafico ai piccoli uffici dei paesi di campagna. Dopo aver spiegato il foglio e lettone il contenuto, trasse un respiro di soddisfazione, e riprese, dirigendo la parola alla Maddalena: — Quel medico che abbiamo chiamato a consulto arriverà a San Vito con la corsa delle 11¾; gli andrò incontro io alla stazione... Ma che la carrozza sia pronta per le 10... Così, cammin facendo, mi fermerò dieci minuti a casa mia.

Diede un'occhiata a Bortolo e al procaccia ch'erano inzaccherati fino al colletto della camicia, e soggiunse in tono interrogativo: — Strade pessime, non è vero?

— Un orrore.

— Impossibile servirsi della bicicletta?

— Impossibile.

— Pazienza! Tenterò più tardi, a piedi — sospirò Vignoni che doveva far due o tre visite nei dintorni.

Firmò la ricevuta del telegramma e risalì dalla sua ammalata.

XXV.

La carrozza che doveva riportare il dottor Locresi alla stazione di San Vito era ferma davanti alla scalinata, e il celebre clinico, aitante della persona malgrado i suoi sessantacinque anni, stava accommiatandosi da quelli della famiglia (a eccezione dei due vecchi Torralba c'erano tutti) che facevano cerchio intorno a lui nella sala d'ingresso.

— A parer mio è scongiurato il pericolo — egli ripeteva — e non è nemmeno probabile una ricaduta se non si rinnovano le condizioni che hanno prodotto la crisi. Certo occorrono grandi riguardi nella convalescenza. Le risparmino qualunque emozione, non stiano mai in troppi nella sua camera, non la lascino parlar troppo, non la contraddicano... La trattino un poco come si tratta una puerpera.

Poichè in quel momento gli sali al naso un acuto odore di muschio, il dottor Locresi fece un sorrisetto e continuò: — E appunto come dalle puerpere, niente profumi...

I due Alvarez, i quali dopo un sonno ristoratore s'erano lavati, pettinati e vestiti con la solita cura, arrossirono sentendosi in colpa e si tirarono in disparte; ma la Marialì finse di credere che l'allusione potesse colpire anche lei, e toltosi dal seno un innocente mazzetto di gaggíe lo porse con garbo civettuolo a Locresi.

— È l'unico profumo che ho addosso e ne faccio volentieri il sacrificio; lo accetta?

Un lampo giovanile passò negli occhi del vecchio scienziato che in altri tempi non era stato sordo ai dolci inviti d'amore. Egli infilò il mazzolino nell'occhiello del soprabito, e stringendo nella larga mano muscolosa le piccole dita affusolate da cui veniva l'offerta — Questo non avrebbe fatto male a nessuno — rispose — ma fa troppo bene a me perchè io non lo accetti con gratitudine.

— Quando torna, dottore? — domandò Cesare Torralba.

— È poi necessario ch'io torni? — chiese, alla sua volta, Locresi. — Il nostro bravo Vignoni...

— No — interruppe questi. — Una sua seconda visita mi sembrerebbe molto opportuna.

— Torni, torni — soggiunse la Marialì.

E gli altri insistettero anch'essi: — Torni, torni.

Dopo aver consultato il suo taccuino, Locresi ripigliò: — Prima di giovedì è impossibile...

— Giovedì dunque — disse la Marialì. — Ci trova ancora...

— Come? È sulle mosse?

— Siamo tutti sulle mosse — spiegò Cesare. — Io però non abbandonerò Villarosa fin che mia sorella non sia ristabilita.

— E neppur io — affermò con enfasi Tullio.

L'Antonietta si avvicinò carezzevole alla sua mamma. — Anche noi resteremo, non è vero?

Invece la Letizia Alvarez e Luciano e Girolamo, se le cose prendevano una buona piega, sarebbero dovuti partir prestissimo. Anzi Luciano non era nemmeno sicuro di rimanere fino a Giovedì.

Di là dalla portiera il cocchiere fece un segno con la frusta.

— È tardi? — chiese Cesare Torralba insinuando la testa fra i due battenti.

— No — rispose Piero — ma nello stato in cui sono le strade non si può correr troppo.

— In tal caso, buon giorno a tutti — disse Locresi. E scambiate le ultime strette di mano, scese frettoloso la scalinata e si cacciò nel _coupé_.

— A giovedì — gli gridarono dietro, mentre la carrozza si metteva in movimento, ed egli, abbassato a mezzo il vetro dello sportello, salutava con replicati cenni del capo.

Indi il crocchio si sciolse. La Marialì e l'Antonietta entrarono nelle stanze del commendatore Ercole e della signora Laura; Cesare e il dottor Vignoni tornarono dall'Angela; Luciano, Girolamo e l'Adele si ritirarono per attendere alla loro corrispondenza; la Letizia e i due figliuoli, ancora tutti rimescolati dalle peripezie della notte, pensarono bene di salir nelle loro camere per riposarsi; Giulio Frassini, che aveva già fermato l'attenzione sopra un _motivo grigio_ degno del suo pennello, andò a piantare il suo cavalletto presso una finestra del primo piano, luogo propizio per aver ogni momento notizie della cognata.

Tullio intanto scese in giardino con l'idea di fare una camminata fuor della villa malgrado il cattivo tempo; poi, giunto al cancello, si arretrò spaventato dal fango della strada maestra, e rimase a passeggiar su e giù davanti alla casa, sulla ghiaja minuta che pareva sgretolarsi e fondersi sotto i suoi piedi. Era stato sino a poco addietro così in angustie per la zia Angela che avrebbe dovuto esser lieto delle assicurazioni esplicite di Locresi; e certo _di queste_ era lieto, ma ora egli sentiva rinascere in sè un'altra pena, un altro cruccio; come chi non si libera da un sogno angoscioso che per ricadere in una diversa ma non men triste realtà. Gli tornava alla mente il suo ultimo colloquio con l'Antonietta; gli risonavano all'orecchio gli amari sarcasmi ch'egli le aveva slanciati a proposito dei due Alvarez, e non sapeva capacitarsi che i suoi rapporti con la cugina dovessero, di punto in bianco, essersi mutati a quel modo... Non eran trascorsi che due giorni, e nel giardino pieno di fragranza e pieno di sole le loro anime s'erano intese, i loro cuori s'erano promessi; e jeri, jeri invece l'Antonietta lo aveva rispinto con quella sua dichiarazione di donna seria e matura che rinunzia all'amore e al matrimonio... Per il padre, diceva lei... Ma perchè? Il padre non era nè vecchio, nè infermo, era un _mattoide_ tranquillo, infatuato d'un'arte che nessuno capiva. Che poteva fargli l'Antonietta? È vero, Giulio Frassini non aveva conforti dalla moglie, sempre in traccia di nuovi galanti (e quì Tullio arrossiva rammentando la vampata di desiderio che gli si era accesa in corpo al cospetto della bella quadagenaria); ma correva pur voce che il marito si procurasse anch'egli le sue distrazioni, e da quando in quà il libertinaggio dei parenti è motivo sufficiente al sacrifizio delle figliuole? No, no; era necessario che Tullio avesse con l'Antonietta una spiegazione più ampia, ch'egli le strappasse di bocca le ragioni effettive della sua condotta... S'ella era capricciosa, volubile, se le sue simpatie si trasformavano in ripugnanze dall'oggi al domani, aveva l'obbligo di confessarlo; egli avrebbe chinato il capo, perdonando forse, allontanandosi certo per sempre; ma così no, così non doveva finire.

Rientrato in casa con questi propositi, Tullio ebbe la fortuna d'imbattersi subito nell'Antonietta che usciva dalle camere dei nonni per recarsi dall'Angela.

— Dove vai?

— Dalla zia — ella rispose.

— Non c'è lo zio Cesare?

— Vado a dargli il cambio.

— Aspetta... Vengo anch'io.

— Non troppi in una volta... Hai sentito Locresi?

— Troppi?... Saremo in due.

— Meglio che tu venga più tardi... Arrivederci.

Tullio le sbarrò il cammino.

— Un momento!

E assicuratosi che non c'era nessuno, ripigliò a voce bassa: — Ieri, a due riprese, ci siamo dette delle cose aspre...

— Ieri?... Mi pare un secolo... C'è passata di mezzo la malattia della zia.

— Ora la zia sta meglio e possiamo ben ricordare — notò il giovine. E ripetè: — delle cose aspre.

— _Tu_ le hai dette — interruppe l'Antonietta arrossendo lievemente. — Ma figurati s'io te ne serbo rancore.

Tullio s'irritò della calma con cui ella gli parlava; s'irritò di quel suo atteggiarsi a regina offesa e clemente.

— Può essere che il mio linguaggio fosse più acre nella forma — egli rispose. — Il tuo era assai più grave nella sostanza... Perchè distruggere quello che tu stessa avevi edificato?... Ti rammenti, Sabato?

Ella s'imporporò in viso.

— Rammento, sì.

— Ti burlavi di me allora?

— Oh Tullio — ella supplicò giungendo le mani.

— E se non ti burlavi, vuol dire che tu muti idea come muti vestito... Pensa, Sabato, jer l'altro... Io avrei ben diritto di saper quel ch'è accaduto in ventiquattr'ore...

— Ma Tullio — replicò l'Antonietta — ho pur cercato di persuaderti...

— Se non hai migliori ragioni? Quelli eran pretesti...

— Non lo credere, Tullio... È la verità... Tu non puoi intendere...

— Precisamente — egli insistè. — Non _posso_ intendere... E _voglio_ esser messo in grado d'intendere... Mi sembra di non aver pretese eccessive... Parla!...

— Non ora, non ora — pregava l'Antonietta guardandosi intorno. — Siamo soli per miracolo.

— Quando dunque?

— Oh Dio! Presto... Fra qualche giorno... Quando saremo proprio tranquilli sul conto della zia Angela... Lasciami, via... Ecco, han sonato al cancello... Visite, sicuramente... Ma oggi i nonni non ricevono nessuno... Bisogna avvertire la mamma... È appunto di là, dai nonni... Me lo fai tu questo piacere... Io salgo dalla zia Angela... Sii buono, Tullio... Oh, anche tu sei molto cambiato da Sabato — ella concluse con quell'arte soprafina che hanno le donne di metter dalla parte del torto chi discute con loro.

Riuscita così a liberarsi, infilò la scala, mentre Tullio rimaneva lì con un palmo di naso, sapendone quanto prima e pure ammansato dal calore di quello sguardo, dalla carezza di quella voce il cui eco gli vibrava ancora nell'anima.

Su, nell'andito del primo piano, Giulio Frassini, seduto dinanzi al suo cavalletto, chiamò la figliuola per mostrarle il suo schizzo.

— Se riesce, lo destino alla zia Angela... Credi che lo accetterà?

— Perchè non dovrebbe accettarlo?

— Già non glielo offro se non è degno di lei... Che te ne pare?

L'Antonietta si schermiva.

— Non me ne intendo, io.

— Falsa modestia... Credi forse che se ne intendano gli accademici?... O quei barbassori dei giurì di Venezia e di Monaco che rifiutano i miei quadri?... Sono gli artisti di professione quelli che non se ne intendono, guastati come sono dai loro preconcetti... Sentiamo... C'è il _grigio_?

Che ci fosse il grigio non c'era dubbio, perchè anzi non c'era altro che quello. E la ragazza non poteva non riconoscerlo.

— Quando c'è il grigio — ripigliò Frassini con una logica inappuntabile — non ci può non esser _l'effetto del grigio_... Mancherà qualche pennellata.

L'Antonietta si abbrancava a questa tavola di salvezza. — Ecco, bisogna vederlo finito.

— Sempre relativamente però — ribattè il pittore le cui teorie contraddicevano all'idea del _finito_. — Sempre relativamente. Che cosa c'è di finito a questo mondo?... Guarda quel cielo... Una nuvola e poi un'altra... e poi ogni nuvola cambia d'aspetto... Dar l'idea di ciò ch'è perpetuamente mutabile con segni che non mutano mai... ecco il cruccio dell'artista... se l'artista c'è... Ma quanti ce ne sono?

— Povero babbo! — pensava l'Antonietta rinunziando a seguir lo svolgimento delle complicate teorie paterne. — Povero babbo!

Era persuasa anch'ella ch'egli fosse un cervello malato; e pure avrebbe voluto aver torto, avrebbe voluto veder uscire dalle mani di lui il capolavoro da tanto tempo promesso; vederlo trionfare de' suoi dileggiatori e de' suoi nemici... Ah, quand'egli non fosse più un debole, un perseguitato, ella non avrebbe più sentito il dovere di sacrificarsi interamente a lui, di soffocare le proprie inclinazioni, di spezzare il proprio avvenire.

Giulio Frassini accennò alla camera dell'Angela che si apriva in quella saletta d'ingresso.

— Seguita bene — egli disse.

— Spero... Ora vado...

— Sì — ripetè Frassini. — Seguita bene... Lo so da Vignoni ch'è passato dianzi di quì... È andato a riposarsi una mezz'oretta non so dove... Non ha chiuso occhio in tutta la notte...

— È una gran fortuna aver un medico così premuroso — esclamò l'Antonietta. — Se la zia guarisce è merito suo.

Frassini tentennò la testa.

— Noi gli dobbiamo certo molta riconoscenza. Ma il merito principale non è suo...

— O di chi dunque?

— Sei tu che l'hai salvata!

— Io?

— Tu, tu... E hai fatto opera santa... Non c'è che lei in questa casa... come non ci sei che tu nella nostra... se pur la nostra può dirsi una casa...

Il pittore aveva deposto i pennelli e la tavolozza, e alzatosi in piedi aveva cinto con un braccio la vita della figliuola quasi a difenderla da un rapitore invisibile. I suoi occhi la covavano con un amore geloso, egoista, esclusivo.

L'Antonietta scoppiò in singhiozzi.

— Antonietta, Antonietta, perchè piangi? — gridò Frassini fuori di sè.

— Non è nulla, non ci badare — ella rispose frenandosi. — Sono i miei nervi... Dopo tante emozioni... Non è nulla... Dalla zia mi quieto subito.

— Vuoi presentarti dalla zia così?

La ragazza s'asciugò in fretta gli occhi e si sforzò di sorridere.

— Ecco, la crisi è passata... Lavora, babbo, lavora...

Egli la baciò in fronte e l'accompagnò fino all'uscio della camera dell'Angela, senza entrare.

— Dille che m'informo sempre di lei e che la saluterò domani...

XXVI.

Fu quella una giornata campale per la Marialì alla quale toccò far gli onori di casa. E non c'è dubbio che quest'ufficio era più adattato a lei che a sua sorella Letizia o a sua cognata Adele, tutt'e due scontrose una peggio dell'altra. Ella almeno era amabile, vivace e priva d'ogni sussiego. Le visite, si può immaginarselo, non mancarono. Tutti coloro ch'erano accorsi jeri a festeggiar le nozze d'oro dei vecchi Torralba accorrevano oggi a chieder notizie dell'Angela di cui s'era sparsa la voce che fosse proprio agli estremi.

Tra i primi, s'intende, don Luca e don Antonio, sorpresi di non dover adempiere alle funzioni del loro ministero, essi che avevano temuto di arrivar troppo tardi.

— È vero che se ci fosse stata urgenza ci avrebbero chiamati — osservava don Luca in tono agrodolce per ricordare alla famiglia i suoi doveri verso la religione.

— Meglio che non ce ne sia stato bisogno — soggiungeva il conciliativo don Antonio. E s'ingolfava in una discussione medica con la Marialì. Secondo lui la signora Angela aveva avuto una semplice _stornità_ dipendente da imbarazzo di stomaco; e in questi casi non c'era nulla di meglio che un bicchiere d'acqua di Janos.

Ma don Luca tagliò corto ai discorsi e prese congedo, tirandosi dietro il facondo arciprete che non osava contraddire per due giorni di fila ai desideri del suo superiore gerarchico.

— Un sacerdote non ha nulla da guadagnarci a star con quelle donne — notò, cammin facendo, l'austero curato.

— Però — obbiettava rispettosamente don Antonio — sentimenti cristiani li ha, e si potrebbe sperare con qualche buona parola a tempo e luogo...

— Vorrebbe convertirla?... Lei? — saltò su il parroco, fiutando una grossa presa di tabacco e ficcando gli occhietti penetranti in viso all'arciprete che arrossì fino alla radice dei capelli e balbettò: — Io?... Non dico questo... Ma qualcheduno più degno...

Via via si succedettero a Villarosa il maestro di scuola con la consorte, la signora Cesira, il segretario comunale, e l'assessore anziano, e il farmacista, e il cavalier Soldani, e la moglie di Vignoni, una donnetta timida, disseccata e invecchiata precocemente dai parti numerosi, la quale avendo sentito magnificar dal marito questa sorella della signorina Angela era stata colta da un principio di gelosia, e ora, al cospetto della sirena, si consolava pensando che una dama così bella ed elegante e d'apparenza così giovanile non poteva perdere il suo tempo con un rozzo e maturo medico di campagna.

Il visitatore più zelante fu il povero _conte_ Mazzi ch'era già stato la mattina presto e tornò verso sera. Per disgrazia egli era più sordo che mai e più che mai inetto ad accogliere nel piccolo cervello due idee in una volta, tantochè essendo riuscito con fatica nella mattina a capire che l'Angela stava male non sapeva intendere nel pomeriggio ch'ella stesse meglio e seguitava a profondersi in condoglianze e lamentazioni.

— Non me ne posso dar pace... Mi figuro lo stato del commendatore e della signora Laura... Che colpo, che perdita!

La Marialì si spolmonava.

— Ma scusi, non è mica morta.

Il vecchio conte che aveva côlto soltanto l'ultima parola alzò le braccia al cielo: — Morta!

La Marialì slanciò tre _no_ consecutivi che suonarono come tre colpi di revolver.

— Ah, dicevo bene! — esclamò il Mazzi. E Voleva aggiungere, ma la sua timidezza glielo impedì: — Perchè urla? Non sono poi sordo a quel punto.

— Anzi migliora — riprese la Marialì nello stesso diapason.

— _Finora_ — interpretò il _conte_ Mazzi. E l'avverbio parendogli strano ebbe un vago sospetto che la sua interlocutrice lo canzonasse. Onde si licenziò con molto decoro, balbettando. — Speriamo... Fin che c'è fiato c'è speranza... Si son visti tanti miracoli... Auguro di cuore...

Ma il commendatore Ercole, quando la Marialì gli ricomparve dinanzi, non seppe nascondere la sua impazienza.

— La finiremo con queste visite... La bella compagnia che ci fate..

Insieme coi genitori c'era il solo Cesare.

— La Letizia e l'Adele hanno lasciato a me tutte le seccature — disse la Marialì. — Sarebbe tempo che si decidessero a scendere... quantunque io non sappia ormai chi possa venire...

— Ormai è tardi e, fuor che Vignoni, non deve venir nessuno — dichiarò in tono perentorio il commendatore. — Anzi, suona il campanello...