Nozze d'oro: romanzo

Part 11

Chapter 113,789 wordsPublic domain

Girolamo reclamò di nuovo il diritto di parlar lui. — Esaminiamo le cose pacatamente, obbiettivamente. Se i nostri genitori avessero dieci anni di meno, se non avessero acciacchi, il partito più ragionevole sarebbe ch'essi dimorassero ora con l'uno, ora con l'altro dei figli... Nelle condizioni presenti, si capisce che, movendoli di quì, bisogna portarli in un luogo dove possano finire in pace i loro giorni... Roma, che la Letizia mi scusi, è più adattata di Napoli...

— Pagherei a saperne il motivo — disse la Letizia.

— Intanto il viaggio per arrivarvi è meno lungo.

— Gran differenza!... Cinque o sei ore... Quando si è in treno...

— Cinque o sei ore aggiunte alle tredici o quattordici da Villarosa a Roma non sono certo una bazzecola... E sfido chiunque a dire che, anche per le eventuali riunioni di famiglia, Roma, così centrale, non si presti meglio di Napoli... Ma quello che dà il tracollo alla bilancia è questo: Noi siamo in due, marito e moglie, e la nostra casa, piena d'aria e di luce, è disposta in modo da permetterci di assegnare ai nostri ospiti delle camere interamente disobbligate. Voi altri Alvarez siete in parecchi e da voi non ci può esser la quiete indispensabile a due persone in età avanzata.

L'Adele approvava col gesto e con la voce. — È chiaro.

Senonchè la Letizia protestò che ora toccava a lei di far valere le sue ragioni. E dopo aver dimostrato che i pochi inconvenienti di Napoli erano risarciti ad usura da infiniti vantaggi, si appellò a Luciano. Egli era stato a Roma ed era stato a Napoli; aveva alloggiato da suo fratello Girolamo e aveva alloggiato da lei. C'era confronto possibile per la vista, per la posizione, per tutto? E la villa di Posilipo non la contava? Una villa ch'era un Paradiso e ove si era portati dalla carrozza in un'ora circa, lungo una via deliziosa?... E in quanto alla quiete, le sue due figliuole minori stavano in collegio nove mesi dell'anno e i due maschi, Max e Fritz, erano forse ragazzi da dar disturbo? Fossero garbati come loro tutti i giovinotti italiani!... Pur troppo invece...

La Letizia non volle insistere su quest'allusione che l'era stata strappata involontariamente dal ricordo dei modi inurbani usati da Tullio verso i suoi rampolli, ma tornò a svolger con enfasi la sua tesi, irritandosi a ogni interruzione dell'Adele e di Girolamo e scoccando loro qualche frecciatina che l'Adele, dal canto suo, rimandava con sollecitudine di buona cognata.

Avvezzo alle combinazioni finanziarie che si liquidano con grandi cifre rotonde di profitti o di perdite, Luciano non aveva da principio sospettato i fini reconditi dello straordinario zelo filiale ond'erano accesi i suoi interlocutori. La sostanza dei vecchi Torralba, quand'anche vi si fosse aggiunto quello che l'Angela aveva ereditato dallo zio, doveva arrivare appena alle quattrocentomila lire, compresa Villarosa, ch'era una passività. Sicchè la parte disponibile sarebbe stata di duecento mila lire al più. Come supporre che gente provvista già d'una larga agiatezza si guastasse il sangue per disputarsi questa magra polpetta? Alla lunga però il battibecco fra le due femmine, meno caute di Girolamo nel loro linguaggio, aprì gli occhi al banchiere e lo fece arrossire di tanta piccineria. L'avidità dei grossi bocconi egli la capiva, ma l'avidità delle briciole offendeva la delicatezza dei suoi sentimenti.

Tuttavia, da uomo prudente, egli non volle impegnarsi in una discussione d'ordine morale, e si levò d'impiccio con molta disinvoltura ed abilità.

— Care mie — egli disse rivolgendosi di preferenza alla sorella e alla cognata che lo instigavano a pronunziarsi, — io credo che la questione sia prematura, _oui, tout à fait prématurée_. In primo luogo è sperabile che l'Angela si salvi e che le cose possano rimanere nello _statu quo_. Poi, data la catastrofe, bisognerebbe interrogar nostro padre sulle sue intenzioni, e io son convinto _qu'il ne voudra pas bouger_. A ottant'anni uno non muta soggiorno e abitudini. Se infine, _par hasard_, egli consentisse ad andarsene, dipenderebbe sempre da lui e solamente da lui lo sceglier Roma o Napoli. In qualunque caso, _mes chères enfants, vous ne devez pas compter sur moi_... Io son quì per poco... Figuratevi che avevo stabilito di partir martedì... Ritarderò, ma, _coûte que coûte_, pel 23 del mese è indispensabile la mia presenza a Parigi... Intanto aspetto l'esito del consulto per telegrafare...

A questo punto Luciano si risovvenne che l'ufficio telegrafico era distante cinque chilometri, e scaraventò contro Villarosa una filza d'improperi in francese e in italiano.

— _Sacrè pays!... Vilaine bicoque!..._ Peggio che nelle Calabrie!... Nè ferrovia, nè telegrafo, nè telefono, nè gas, nè luce elettrica.

— Questo ti prova — insinuò Girolamo — quanto sia giusta la nostra idea di portar il babbo e la mamma in un luogo più civile.

Luciano però, scorgendo in queste parole un nuovo tentativo d'immischiarlo in una faccenda noiosa, alzò le braccia e aperse le palme nell'atto di chi vuol ripararsi da una tegola che stia per cadergli sul capo.

— _Arrangez vous._

E con la scusa di andar a prender notizie dell'Angela uscì dalla stanza.

— Era naturale ch'egli se ne sarebbe lavato le mani — disse la Letizia. — A lui non conviene metter bastoni nelle ruote al suo figliuolo che sarà quì ogni momento e si accaparrerà l'animo dei nonni, mentre noi, che pure abbiamo interessi comuni, non riusciamo a concluder nulla.

— Santo cielo! — rimbeccò l'Adele. — Sei tu con la tua ostinazione...

— Io?... Come se voi foste remissivi.

— Non ricominciamo adesso — supplicò Girolamo. — Un espediente si troverà... Alla peggio torneremo alla mia prima idea... ch'è poi anche quella di Luciano... Darsi il cambio a Villarosa, starvi quanto più sia possibile, e tener tanto d'occhi aperti...

Ma la prospettiva di una lunga dimora a Villarosa era intollerabile a tutt'e due le cognate. Rinunziar per mesi a Napoli, a Posilipo, alle scarrozzate per la riviera di Chiaja, ai ricevimenti, ai teatri? — pensava la Letizia. — Rinunziar a Roma, alla Camera, alle conversazioni politiche? — pensava l'Adele.

— Se poi vi pesa qualunque sacrifizio — brontolò Girolamo alquanto seccato della cattiva accoglienza fatta alla sua proposta — non c'è altro che lasciar correr l'acqua giù per la china.

XXIII.

Per la quinta o sesta volta Giulio Frassini si avvicinò, senza entrare, alla camera della cognata.

L'Antonietta, ch'era nella stanza, lo riconobbe al passo e uscì in punta di piedi.

— Non ci sono peggioramenti — ella disse. — Ma tu, babbo, perchè non vai a letto?

— Potrei fare a te l'identica domanda — replicò il padre.

— Bisogna pure che qualcheduno stia alzato — riprese la ragazza, con quella cert'aria d'importanza che deriva dalla persuasione di prestar opera utile. — Non ho potuto lasciar i nonni che poco fa; ora il dottor Vignoni mi prega di rimaner presso la zia... Va, va a dormire... Io torno di là.

Egli la trattenne, e chiese: — Ti conosce?

— No, in apparenza no... E tuttavia il medico ha notato che quando ci son io ha la fisonomia più composta, la respirazione più regolare.

— E chi altri c'è?

— C'è lo zio Cesare, c'è Tullio...

— E il dottore non s'è mai mosso?

— Ancora non si fida... È molto buono, Vignoni, è pieno di premura... Ed è così affezionato alla zia Angela... Io giurerei che la salverà.

— Dio lo voglia! — sospirò Frassini. — Ma non parla, non conosce... Quanto tempo si può durare in questo stato?

— Il dottore assicura che anche ventiquattr'ore, anche trent'ore si può durarci... No, Vignoni non dispera, e non dobbiamo disperare neppur noi... Ma mi sono indugiata troppo... Addio...

— Aspetta... E tua madre?

— Era prima con noi, dalla zia... Dev'essersi ritirata nella sua camera..... Se tutti vegliano contemporaneamente, domani non ci sarà nessuno che possa reggersi in piedi... Buona notte, babbo, buona notte.

E gli porse le labbra.

Frassini vi accostò le sue come a una fonte da cui sgorghi un'acqua salubre. E dopo averla baciata le tenne strette ancora per un istante le mani e la guardò umile, riconoscente, quasi intendesse dire: — Mi vuoi sempre bene? Mi compatisci?

— Buona notte — ella ripetè staccandosi con dolcezza dal padre e tornando a prendere il suo posto al capezzale dell'Angela.

Egli ritraversò a capo chino la sala, e docile ai consigli della figliuola entrò nella sua camera, si gettò mezzo vestito sul letto, si ravvolse in una coperta di lana, chiuse gli occhi e cercò un'ora di quiete e d'oblio. Ma fu invano. Due visioni lo perseguivano: quella dell'Angela moribonda e quella della Marialì che riposava nella stanza contigua alla sua e della quale, attraverso l'uscio chiuso per di dentro, egli sentiva il placido, tranquillo respiro. Ah, Marialì, Marialì! Che rivelazione di freddo egoismo e di spaventosa inconscienza era, in quell'ora, in quel luogo, quel respiro placido e tranquillo! E che tempesta esso scatenava nell'anima del consorte rejetto! Che vampe d'odio feroce e d'amore bestiale agitava!... Oh s'egli avesse osato abbatter con un colpo vigoroso la porta sottile che lo divideva dalla donna perversa, e sorprenderla sola, indifesa, le belle membra allentate nel sonno, e stringerla fra le sue braccia un'ultima volta, e un'ultima volta succhiare il veleno della sua bocca; e poi trascinarla nuda, palpitante ai piedi _dell'altra_ che agonizzava, _dell'altra_ ch'egli aveva tradita per lei, e ucciderla, e darsi la morte... se avesse osato! Quante colpe, quante vergogne e quante viltà si sarebbero lavate in quel bagno di sangue!... Così egli si esaltava in proponimenti folli, e come sogliono i deboli si vergognava ad un tempo e de' suoi pensieri cattivi e della sua impotenza a tradurli in azione... Nè resse a lungo a quella tensione estrema dei nervi... Balzò dal letto, tornò nella sala che un lume appeso al soffitto rischiarava debolmente, si fermò pochi secondi, trattenendo il respiro, presso l'uscio dell'Angela; indi scese al pianterreno, e attratto da qualche rumore si diresse verso la cucina. Ma la paura d'imbattersi nella Lisa lo arrestò sulla soglia, ed egli diede invece una capatina nel salotto da pranzo ove non c'erano in quel momento che Max e Fritz spediti colà dalla diplomazia della madre.

— Su, su, ragazzi — ell'aveva detto rientrando nelle sue camere dopo il colloquio con Girolamo e con l'Adele. — Tutti sono in moto stanotte e non dovete esser da meno degli altri. Della zia Angela è inutile che cerchiate d'andare, ma tenetevi pronti ad ogni chiamata dei nonni.

E i due fratelli, che non dormivano, s'erano affrettati a ubbidire, dopo aver discusso alquanto fra loro sul genere di _toilette_ richiesto dalle circostanze. L'enorme baule ch'essi avevano portato con sè e che addossato alla parete faceva l'effetto d'un'arca sepolcrale nella cappella d'un tempio era fornito d'ogni ben di Dio; ma tutti i casi non si possono prevedere, e nè il baule conteneva, nè il codice della moda insegnava il vestiario che due giovinotti eleganti avrebbero dovuto indossare alzandosi nel cuor della notte per una zia in fin di vita. Stretti dall'urgenza, fermarono la loro scelta sopra un _tout de même_ di lana grigia, camicia di colore non inamidata, sciarpa di seta nera a stelline bianche col nodo un po' a sghimbescio, tanto da tradir la furia e l'agitazione della mano che l'aveva fatto. Avviatisi in questo arnese senza un programma ben chiaro nella mente, incontrarono sul pianerottolo il vecchio Giacomo che saliva con una brocca d'acqua calda e gli chiesero chi vi fosse dai nonni.

— Si son chetati da mezz'ora — egli rispose. — E del resto c'è la Maddalena. — Meglio lasciarli in pace... Forse troveranno in salotto da pranzo il signor Girolamo con la signora Adele... Almeno c'erano prima.

In realtà, non c'erano più; anzi non c'era nessuno. Sulla tavola la teiera fredda, due tazze con un fondo di tè, una bottiglia di cognac quasi piena, un pajo di giornali sgualciti, le carte che avevano servito al _solitario_ di Luciano, un portacenere con dentro un mozzicone di sigaro e tre o quattro fiammiferi spenti; in alto la lampada che languiva e scoppiettava spargendo un odore sgradevole. Gli Alvarez si guardarono in viso incerti se rimanere o tornarsene indietro... Ma rimasero, e approfittarono del non aver testimonî per dibattere insieme un argomento delicatissimo. Perchè non s'erano risentiti subito delle insolenze di Tullio? Perchè avevano permesso alla genitrice di assumer le loro difese? A ogni modo, chi impediva loro di risollevar la questione entro il termine fissato dalle leggi cavalleresche e di esigere dal cugino una spiegazione o una riparazione?

Slanciata questa idea, i due fratelli si grattarono entrambi la nuca.

— Un duello? — disse Max che pure aveva iniziato la discussione.

— Io crederei di no — replicò Fritz. — Tullio darà spiegazioni soddisfacenti.

— Uhm! — fece l'altro. — È così poco gentiluomo.

Fritz rincarò la dose. — È un bifolco.

— E non essendo gentiluomo potrebbe anche rifiutare di battersi — notò Max.

— Meglio! — scappò detto a Fritz.

Max si accarezzò i baffi nascenti per attingerne forza e coraggio.

— In ogni caso — egli riprese — nell'ipotesi del duello, toccherebbe a me... Io sono il primogenito.

— La mia opinione sarebbe — obbiettò Fritz con magnanimità — che la sfida fosse collettiva com'è stata comune l'offesa. Poi la sorte deciderebbe quale di noi due dovesse scender sul terreno.

— Nemmeno per sogno. È chiaro che tocca al fratello maggiore — insistè Max. — Piuttosto — egli soggiunse col tuono di uomo colto da uno scrupolo improvviso, — piuttosto bisognerebbe riflettere, se dopo il doloroso incidente della zia Angela, e dato lo scompiglio e l'agitazione in cui si trova la famiglia, non fosse opportuno di soprassedere, di evitare uno scandalo quì a Villarosa.

Fritz si mostrò compreso della gravità di queste ragioni.

— Certo che per i nonni sarebbe un gran dispiacere.

— E per nostra madre.

— E per tutti.

— Per la zia Angela poi, se, riacquistando la coscienza avesse il più lontano sentore della cosa, sarebbe il colpo di grazia.

— Verissimo, e noi saremmo responsabili della sua morte.

I due bravi giovinotti conclusero che fosse meglio frenarsi, salvo a rintuzzare con energia qualunque nuova provocazione, e, lieti della vittoria riportata sui loro istinti belligeri, si offersero scambievolmente una sigaretta.

Allorchè lo zio Frassini entrò, essi fecero atto d'alzarsi con la deferenza di nipoti che conoscono il Galateo; egli, stralunato secondo il solito, li salutò appena e andò a sedere in un angolo.

— Notizie? — si arrischiò a chiedere Max.

Frassini scosse il capo come chi non ha nulla da dire; poi masticò fra i denti: — Che tempo!

— C'era stata una sosta — osservò Fritz.

— Bella sosta! — mugolò Frassini accennando col pollice alla finestra di là dalla quale si sentiva scrosciar la pioggia e urlare il vento.

— Ha ripreso — disse Max in tuono conciliativo.

Il pittore non rispose; adocchiò la bottiglia del cognac sulla tavola e alcuni bicchierini sulla credenza, ne riempì uno e lo trangugiò d'un fiato. Indi tornò al suo cantuccio, ma non vi stette più di cinque minuti, e balzato in piedi si fermò dinanzi a certe stampe del secolo decimottavo ch'erano appese alle pareti e ch'egli si ricordava d'aver viste a quel posto fin dalla prima volta ch'era venuto a Villarosa e che l'Angela e la Marialì l'avevan condotto in giro per la casa. C'era anzi stata, a proposito di quelle stampe, una piccola disputa fra le due sorelle. — Anticaglie! — le aveva chiamate sprezzantemente la Marialì. E l'Angela pronta: — Anticaglie, sicuro... Quando il nonno comperò la villa c'erano già, e io le amo appunto per questo, le amo perchè son vecchie...

Come le parole, così, dopo tanto tempo e tante vicende, Giulio Frassini rievocava l'accento con cui erano state pronunciate, rievocava la voce, l'espressione malinconica e dolce del viso. Con la stessa voce, ma più velata e più stanca, l'Angela gli aveva rivolto il discorso in quella mattina; con la stessa espressione malinconica, ma d'una malinconia più profonda, ell'aveva accolte le sue tristi confidenze. E forse ora la voce era spenta per sempre, forse il viso s'irrigidiva nella sinistra immobilità della morte... A questo pensiero, Frassini sentì le lacrime gonfiargli gli occhi e i singhiozzi rompergli il petto, e si slanciò fuori della stanza e salì di corsa al piano superiore nel bisogno irresistibile di sottrarsi a quel dubbio angoscioso. Nella sala quasi buja (la lampada sospesa era spenta e solo una candela posata sopra una cassapanca gettava intorno una luce fievole e incerta) gli si parò dinanzi qualcuno. Era Tullio, uscito allora dalla camera dell'inferma per fissare un'imposta che il vento sbatacchiava. Frassini gli saltò addosso prima che l'altro lo ravvisasse, lo afferrò per ambe le mani, e con un gemito soffocato: — È morta? — chiese. — Perchè esiti a rispondere?

— Oh zio! Sei tu? — esclamò il giovine riavendosi dallo stupore. — Che hai?

— Rispondi! È morta?

— No. Se fosse morta, credi che sarei così calmo?... Vedrai anzi che non morrà... C'è qualche segno di risveglio... qualche miglioramento.

— Proprio? non m'inganni? Lo dice Vignoni? Dice ch'è fuori di pericolo?

— Questo non può dirlo... Ma è contento del polso, del respiro; è fiducioso insomma...

Frassini baciò e ribaciò il nipote per ringraziarlo dell'annunzio e riprese con solennità:

— È necessario che l'Angela guarisca. È necessario. Quella donna lì, tientelo bene a mente, vale più dei suoi genitori, delle sue sorelle, dei suoi fratelli; vale più di tutti noi...

Senza lasciar tempo al nipote di replicare una sillaba, il bizzarro uomo rifece a precipizio la scala, infilò l'impermeabile ch'era appeso all'attaccapanni nell'andito, se ne calò in testa il cappuccio, e come se l'agitazione de' suoi nervi non potesse quietarsi che all'aria libera, aperse la portiera a vetri, e giù d'un salto in giardino sotto un diluvio di pioggia.

Max e Fritz, fin da quando lo zio li aveva piantati bruscamente, s'erano scambiati un sorrisetto che voleva dire: — Quello lì starebbe bene in manicomio.

Però siccome anche dai matti si può imparar qualche cosa, i due bravi giovani pensarono di seguir l'esempio di Giulio Frassini bevendo subito un bicchierino di cognac. E dopo il primo ne bevettero un secondo, e dopo il secondo s'addormentarono.

XXIV.

Verso mattina il dottor Vignoni si decise finalmente ad abbandonare per poco il capezzale dell'ammalata e a portarne di persona le notizie al commendatore Ercole e alla signora Laura che lo avevan fatto già chiamare più volte. Non cantava vittoria; un nuovo aggravamento era sempre possibile; una gran vigilanza era sempre necessaria; ma nell'ultima parte della notte molto si era ottenuto; la signorina Angela mostrava ormai di conoscere, di sentire, d'intendere, e solo l'estrema debolezza le impediva di rispondere alle parole che l'erano indirizzate. Ora ella riposava, e questo sonno tranquillo, tanto diverso dal letargo di prima, apriva l'adito alle maggiori speranze. Nondimeno Vignoni aspettava con impazienza il verdetto di Locresi.

— E se non fosse a Milano? — obbiettò l'ex Prefetto. — Se non potesse venire?

— A Milano dev'essere — replicò il medico. — Le sue vacanze se le prende dalla metà di Agosto alla metà di Settembre... Potrebb'essere momentaneamente fuori di città per un consulto. In ogni modo avrà ricevuto il nostro dispaccio e telegraferà, perchè quando egli si assenta lascia sempre l'ordine di fargli proseguire i telegrammi che arrivan per lui, e risponde a tutti... Del resto, io preferivo Locresi, ma se non venisse, ci sarebbe il Fabiolo di Bologna.

Il commendatore si turbò.

— Quello non si muove per meno di mille lire... Eh, ho avuto occasione di conoscerlo sin da quando ero Prefetto, non per me, grazie a Dio... In fin dei conti, a che cosa servono questi consulti?.. A dar la polvere negli occhi... Noi abbiamo fiducia in lei, e se, come pare, c'è' un miglioramento progressivo...

Ma Vignoni insistè. Il consulto era una garanzia e per la famiglia e pel medico curante, ed egli, pur grato della fiducia, voleva sentir l'opinione d'un collega che avesse più autorità e più esperienza di lui.

— Bene, bene — concluse il commendatore, — se viene Locresi non c'è nulla da dire. Se no, riparleremo.

Meno inquieti per la figliuola, i due vecchi Torralba avrebbero preteso che il dottore si trattenesse da loro, ascoltasse con pazienza le loro lamentazioni, suggerisse nuovi rimedi ai loro disturbi. La signora Laura specialmente non la finiva più. Le fatiche di quei giorni avevano esacerbato i suoi mali; lo spavento preso per l'Angela aveva fatto il resto... Non aveva un punto della persona che non le dolesse... Ahi, ahi, ahi!... E l'Angela sola aveva pratica, sapeva vestirla, spogliarla, farle il massaggio, darle in tempo le sue pillole, le sue polverine... Povera Angela!... Se pur guariva, chi sa quando sarebbe stata in grado di ripigliare i suoi uffici?... Intanto le sorelle sarebbero partite... Per quello che si curavano dei genitori!... E poi non avevano la mano leggera... Neanche la Maddalena l'aveva... Era così goffa, impacciata!... Bisognava assolutamente che del massaggio se ne incaricasse lui, Vignoni, come nei primi tempi... O che non le dava retta?... E sonnecchiava?... Bravo, Vignoni, bravissimo!... I vecchi sono buoni pel camposanto, non è vero?

Occorse al dottore una bella dose di diplomazia per calmar la querula signora, e per indurre lei e il marito a starsene in letto tranquilli e a cercar di dormire sino a giorno fatto.

La Maddalena accompagnò il medico fuori della stanza.

— Va meglio, proprio?

— Ora va meglio. Speriamo che duri.

— Dio lo voglia! — soggiunse la cameriera. — Non solo per lei ch'è una santa, ma per tutti... Se muore la signorina Angela, il caso più fortunato che possa toccare ai padroni è di morire anche loro... Se ne accorgeranno, se ne accorgeranno... E non la tenevano mica nel conto che merita, sa... La tormentavano... Sono, uno per un verso e l'altra per l'altro, due temperamenti difficili...

— Sono vecchi, mia cara, e a una certa età...

— Adesso poi — continuò la Maddalena accingendosi ad aprir le imposte — se non c'è chi prenda il timone mi dirà lei come si tira innanzi... Il commendatore fa di tratto in tratto la voce grossa, strapazza questo e quello, minaccia punizioni e licenziamenti; ma tra perchè ci vede poco, tra perchè va perdendo la memoria non può sognarsi di essere ubbidito e di governar la casa; la signora è un automa e non si occupa che della sua salute... Era la signorina Angela che, con la sua quiete, pensava a tutto, disponeva tutto. Anche per l'assistenza ci vuole una regola... Stanotte non s'è coricato nessuno, e per una notte tanto, passi... Ma in seguito?... Bisognerà darsi il cambio, bisognerà che si sappia chi deve dormire e chi deve vegliare...

— È naturale — rispose Vignoni — e per metter ordine a questa faccenda dell'assistenza son quà io... Come medico, ho diritto d'ingerirmene... Pel rimanente non ho voce in capitolo.

E, portandosi una mano alla bocca per nascondere uno sbadiglio, s'accostò alla finestra.

L'alba era fredda e triste. Non pioveva più ma il cielo era plumbeo e l'aria satura di umidità; era cessato il vento, ma di tratto in tratto gli alberi, scossi come da un brivido di febbre, rigettavano con un rumore di piccole cascatelle l'acqua raccolta nel cavo dei rami. E dai rami si staccavano, con l'inerzia di cose morte, ad una ad una le foglie, e tacite e lente andavano ad aggiungersi a quelle che infracidivano a piedi dei tronchi o che il turbine aveva disperse quà e là. Sull'aiole devastate i virgulti, gli steli ed i fiori si fondevano con la terra in una grigia poltiglia; solo in un punto alcune dalie rosse giacenti in mezzo ai fusti abbattuti mettevano una nota più viva, come di sangue rappreso.

— Che nottaccia è stata! — esclamò Vignoni. — E oggi avremo poco di meglio.