Part 8
Gaspare tuttavia non credeva d'essere un uomo fuori del genere o sottratto alle conseguenze del peccato originale, ed era appena uscito dal dubbio della jettatura che cadde in un timore più forte. Ricordava che suo padre e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue e della fibra, eran morti giovani entrambi per malattie casuali e violente. Non avrebbe egli la medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto d'un colpo; come una giustizia sommaria che lo rimetterebbe nella regola dell'infelice destino umano!
E per evitare un tal colpo egli era condotto a desiderare qualche piccola disgrazia: una piccola malattia, un fiasco alla Scuola di applicazione.
Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se non con lode, senz'infamia. Non ebbe subito impiego; ma non lo cercò, avendo modo di vivere modestamente, di leggere romanzi, disegnare, dipingere alla meglio, suonare alla peggio il pianoforte e andare a spasso: di vivere, insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
Una sera lo zio Giorgio venne a casa male in gambe, e con un gran freddo addosso.
III.
La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse perchè non ne aveva avute altre mai in vita sua.
Sentendo irreparabile il danno del morbo e prossima l'ora, parlò al nipote con la serenità d'un savio antico. E disse:
— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo il suo esempio; io, al contrario, non so proprio che consigli darti.
Disse Gaspare:
— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso sta tranquillo.
Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui languiva il sorriso abituale:
— Credi che io abbia paura della morte? No no. Muoio volentieri: _rerum novarum cupiditate_. E poi, son convinto di aver già sofferto abbastanza.
Nella faccia serena gli si vedeva ora che aveva sofferto molto, povero zio Giorgio! Seguitava:
— Tu, per soffrir meno, provati a fare in molte cose il rovescio di quel che ho fatto io. Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e per crederci fermamente, non dimandarti mai se ci credi fermamente. Non confidar troppo nella scienza, perchè in fondo a ogni vero che essa scopre, rimane un mistero. Prendi moglie....
Gaspare, a cui sino a questo punto pareva non aver udito nulla di nuovo, spalancò gli occhi.
— Prendi moglie. Una buona moglie è una vincita al lotto, lo so; ma, non ostante il calcolo delle probabilità, al lotto qualcuno vince. Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano.... In politica, sii conservatore: è il solo partito che progredisca senza che nessuno se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar bandiera o di retrocedere.... Ama l'arte, ma sta lontano dagli artisti. Ama la poesia, ma temi la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo Dio....
E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto. Non giovando a risollevarlo dimanda alcuna, nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito per il medico.
Questi, che di grande appetito faceva colazione, credette lo disturbassero per un vano timore; cosicchè, quando arrivò, trovò l'infermo avviato a migliorare.
— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando al letto. — Il medico assicura che sei fuori di pericolo.
— Allora..., son bell'e spacciato.
Infatti non parlò più che verso sera, allorchè mormorò:
— Vado.
E aggiunse:
— Buona permanenza.
Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per emulazione quasi, cordialmente, Gaspare avrebbe forse risposto: — Buon viaggio — se Luigi, dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato in singhiozzi costringendo a singhiozzare anche lui.
Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma il corpo, con le fibre che gli avanzavano salde, la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava lo strappo finale. Per fortuna i minuti furono pochi.
— Zio!... zio!
Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero gli occhi, uno per uno, e lo baciarono: prima Gaspare, poi Luigi.
Quindi il servo accese una candela e attese, silenzioso, tutto in lagrime. Attese a lungo; ma come Gaspare, col capo fra le mani, non dava segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse ancora o meditasse, Luigi gli si accostò.
— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio! Vada a prendere un po' d'aria. Adesso qui....
Alla mente di Gaspare corse la visione delle tristi cose alle quali la morte obbliga i superstiti; nè tardò a pensare, con gratitudine, che l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando nel servo non avesse avuto allora e sempre il migliore amico.
Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera; e lasciatolo nell'altra, poco dopo vi rientrava con una tazza.
— A lei! Una goccia di brodo....
Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
— Ti par proprio che sia morto volentieri?
— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo più....
Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva alla parete.
— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza: c'è il ritratto. Ma non sentir più la sua voce.... Quella voce, mai più!...
Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro a lui.
Così:... morto. E l'anima?
Era, quel brutto giorno, una bella domenica alla metà di marzo, al tempo che già ferve per tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada affollata, solo, raccolto in sè; quasi sotto un peso opprimente; e dopo aver pensato agli uffici di pietà che gli restavano da compiere e alle forme di lutto da osservare, ripensava al mistero della morte.
Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario, per morir volentieri, aver sofferto molto, ecco che anche il soffrire diventa un benefizio. Ma si è sempre a tempo.»
Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco anche nelle gambe. Ah zio, zio! perchè morire? così buono!... Quand'ecco, a scorgere una carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al fiaccheraio e salì.
— Dove vuoi; per un'ora.
Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo zio Giorgio aveva patito assai? Oltre che la passione d'amore, a cui serviva di richiamo il tavolino delle esperienze spiritiche, quali altri guai aveva avuto quel nobile cuore?
A queste dimande risponderebbe forse qualche carta lasciata, per memoria, nello scrittoio; insieme col testamento.
Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva provveduto in bel modo e in perfetta regola alle sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di una giusta donazione a Luigi e all'infuori d'alcuni lasciti per beneficenza.
Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di nulla, nè il patrimonio dello zio, il quale troppo per l'addietro aveva speso a pro' della patria e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo. Di più: agenti e fattori ladri; disgrazie di grandinate e carestie, etc.
A conti fatti....
Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene: tanto, la possidenza di Poggiogrande; tanto, la risaia di San Piero; tanto, la villa: una villa malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria, laggiù, in una pianura malinconica.... Un ristauro sarebbe stato necessario.
In questo mentre il fiaccheraio, libero per quell'ora del suo arbitrio, credè che il più bel luogo ove condurre un signore svogliato e senza meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare, a mo' di chi si ridesta d'improvviso, si vide fra la gente che andava al passeggio o ne tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in fretta:
— No di qua! Torna indietro!
Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar gli occhi....
Dio! che bellezza!
Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice; con due occhi tra celesti e verdi, meravigliosi, portentosi! Che occhi!
In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava, quegli occhi gli scoprirono in viso una sciagura; indovinarono che egli non aveva nessuno, non madre, non sorella, non moglie a consolarlo; affermarono: io, per consolarvi almeno come moglie, verrei in carrozza, a casa con voi, piuttosto che andare al giardino, alla musica, con la mamma; promisero, quegli occhi, pur mostrando di promettere invano, conforto, pietà, fede, amore! E tutto in un istante!
Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta, avrebbe lì per lì composto un inno alla donna in genere; alla donna, del cui sublime ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì, e per la prima volta, gli occhi di quella giovinetta.
La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci. Vaso di consolazione. Incitamento alla vita perchè essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio che lo zio Giorgio gli aveva dato affinchè stesse di buon animo, con Luigi.
E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace e profonda acquistavano la significazione d'una volontà che così, per divina grazia, si manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
«Ammógliati».
Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione quale di carezza lunga, continua; e il suo sguardo a poco a poco avvertiva come un fervore di luce che s'andava definendo in un miraggio di felicità.
IV.
Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non lasciò nulla; perchè — era detto nel testamento — beneficando in vita aveva voluto vedere il buono o cattivo uso del suo denaro; e per carità cristiana non aveva voluto, beneficando in morte, che nessuno si compiacesse della sua morte. Erede di tutto lasciò il nipote Gaspare; con solo l'obbligo di una donazione al servo fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare un nipote come lui, Gaspare, era impossibile trovare un servo come Luigi. Le quali parole e la massima: «Ama te stesso un po' più del prossimo tuo», contennero Gaspare in così equa misura nel far la donazione che a lui non parve compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere più di quanto meritava.
— Signorino, è troppo! è troppo!
Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva la letizia di poter vivere agiatamente, insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia si ricordava del morto e mormorava spesso con gli occhi pieni di lagrime: — Dove sarà mai, povero padrone?
Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli vecchi, dello zio, avevano manifestato, più che il dolore della perdita, il presentimento doloroso del comune destino: _hodie tibi, cras mihi._
E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo o che incontrava per via, dicevano, tra mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti, addirittura con la bocca:
— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco che ti ha tolto ogni incomodo e lasciata l'eredità!
Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo il tuo dispiacere d'aver perduto una persona che amavi, e, nello stesso tempo, il piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo all'umano egoismo avrebbero meritato scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro: — Congratulazioni —, e invidiavano. Onde Gaspare doveva sfuggirli: a mostrarsi afflitto, non gli credevano; e mostrarsi lieto nè voleva nè poteva, essendo men tristo di loro.
Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva sempre più il bisogno di un'anima che lo comprendesse.
.... Or come una sera rincasava, appena dentro la porta Gaspare udì chiedere dall'alto:
— Sei tu?
Rispose:
— Nossignora, sono io.
Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco venuto ad abitare al primo piano.
— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, mentre accendeva un cerino.
Ma la signora continuava a fargli lume; ed egli, per non bruciarsi, gettò il resto del cerino e salì più in fretta.
Ella disse: — Credevo fosse mio marito.
— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva Bicci, che era corso a suonare il campanello.
Se non che Luigi o dormiva o era fuori.
— Colgo l'occasione — disse la signora — per farle, benchè in ritardo, le mie condoglianze.
— Grazie.
Ed ella, nell'attesa, proseguiva:
— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo per soffrire!
— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con lo sguardo in alto quasi intravvedesse lassù, nella vòlta, la ragione suprema della vita. E Luigi non veniva! Tornò a suonare.
La signora Tredòzi sorrise.
— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo Luigi....
Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse morto anche Luigi?
Ma no, eccolo.
— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora. Grazie! Scusi!
— Buona notte, signor Bicci.
Perchè mai una donna così gentile e così bella (non per la prima volta quella sera Gaspare l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani di un ingegnere così brutto e così villano come quel Tredòzi?
Le cose che non piacciono, o che dispiacciono, sembrano anormali ed enormi anche quando sono le più naturali del mondo; e questa interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi ragionevolmente, ricorse al pensiero di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva la signora Silvia. Perchè mai una donnina tanto graziosa apparteneva a un ingegner Tredòzi?
E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale, Gaspare volle rivedere la signora; e si vedevano spesso. Ella dal balcone, a cui si affacciava, e lui dalla finestra della sua camera, potevano anche parlarsi.
Cominciarono infatti con i «buon giorno» e i «come sta?» e con quelle parole che non giovano se non a confermare simpatia tra persone che hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme: considerazioni del tempo; accenni a qualcuno o a qualche cosa nella strada. Finchè essa ebbe un favore da chiedere al signor Bicci: un libro, perchè si annoiava.
Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone già cinque, lei ne ritenne uno solo; grata, nondimeno, e ancor più gentile e amabile. E nel breve incontro, a cui il prestito aveva dato occasione, Gaspare apprese molte cose. Prima di tutto, che la signora Silvia diveniva più bella più le si andava vicino. Poi, che era infelice per colpa di quel tanghero: mai a un teatro; mai a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi! Infine, che era una signora molto colta e che perciò egli, il quale desiderava essere cortese, avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni: e uno alla volta, per godere più spesso della sua gradevole compagnia.
Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare ne portò uno nuovo di stampa; e via via. Discorrevano di romanzi. Ma come discorrere di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano d'amore. Che se non sempre si trovavano d'accordo intorno al carattere delle eroine e degli eroi, sempre però convenivano in un punto: non essere possibile innamorarsi davvero senza commettere qualche sproposito. Orbene, Gaspare un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito, sbigottito: non di sentirsi innamorato della signora Silvia, che non c'era da meravigliarsene (per la solitudine del suo cuore dopo la perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano: di primavera), ma stupito dell'aver scoperta innamorata di lui la signora Silvia!
Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio; e subito, coll'intelligenza di un innamorato, egli scorse che all'articolo del matrimonio lo zio aveva avuto a un tempo ragione e torto.
«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano». Certo: ma non eran quelle donne lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per regola ingannare sembra peggior cosa che essere ingannati, ingannare un Tredòzi non era ingannare un amico o un marito che non meritasse di essere ingannato. Un'eccezione, insomma; della quale lo zio moribondo non aveva avuto tempo di avvertire la possibilità, e per la quale il nipote compirebbe un'opera quasi pietosa confortando una povera donna.
— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere di commettere uno sproposito, e tuttavia abbastanza sicuro che un tale amore non trasgredirebbe al buonsenso fino a divenire una passione.
E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa, con un tremito alle palpebre, prolungava un discorso vano, egli, col tono di un peccatore che si confessa o di un infermo che palesa il suo male al medico:
— Signora — disse d'improvviso, — io.... l'amo!
La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita; s'alzò, ricadde; si nascose il viso fra le mani, e — oh gioia! — si mise a piangere.
V.
Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso mestiere del conquistatore: nè mai si sarebbe imaginato di navigare per il mare della colpa a vele così gonfie, con tanto vento in poppa e a sì grande velocità. Troppa grazia! Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo liberi!
C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
— Sì. _Lui_ va in montagna per un ponte che s'è rotto, non so dove. Resterà fuori un mese e mezzo!
La libertà inattesa, per la quale si sottraeva all'usato giogo, la inebbriava, l'ammattiva.
— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella esclamò. Pensò Gaspare che quand'anche proseguissero a farne di una sorta sola, bastava.
E Silvia, ridendo, soggiungeva:
— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! Dormirà male, mangerà male, etc.: astinenza in tutto. Che castigo!
Ancora una volta la fortuna, per favorire un uomo, ne costringeva un altro — povero diavolo! — a disagi e a danni, e un po' ripugnava a Gaspare la soverchia letizia della bella. Tradire il marito poteva essere, sì e no, una perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. E se dopo appena un mese che aveva il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero diavolo» e l'ingannarlo giudicava una colpa, per quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano i primi ardori. Anzi, al sentimento della cattiva azione che commetteva, a un senso di profanazione che per quella tresca faceva al recente lutto, e all'amarezza del possesso diviso, gli si aggiungeva il timore d'un vincolo indissolubile. Silvia non dubitava neppure d'un lontano abbandono. «Ci ameremo anche quando saremo vecchi, per l'amore d'adesso» — ripeteva. Vecchi?
Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni di lei: ventotto o ventinove o trenta; e della differenza misurava l'entità nell'avvenire; e in proposito all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, non fosse predisposto da natura ad amar eternamente una bionda piuttosto che una bruna, quale la signora Silvia.
Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza dell'ingegnere. Silvia, da amante saggia che era, diventava pericolosa.
Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; temeva l'onta; raccomandava cautele.
— È geloso? — domandava Gaspare.
— Non so; non gliene ho mai data occasione. Ma so che non mi stima e io voglio che mi stimi a suo dispetto.
Onesta per dispetto!
— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di rispondere: — Sì.
— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
E lui:
— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò che significava chiaramente: «dimandami se io stimo me stesso, e ti dirò la verità anche per te».
Ora, questa donna che pretendeva stima fin dall'amante, lontano che fu il marito volle a ogni costo informare il mondo che aveva un amante lei pure. Non solo lo traeva a gite in campagna, all'uso (secondo i romanzi) di Parigi: l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi cittadini più frequenti; ivi gli dava del _tu_ non a bassa voce o a voce troppo bassa; ivi pareva cercare le amiche perchè la vedessero. Inutilmente Gaspare l'ammoniva: — Giudizio! Qualcuno ne parlerà a tuo marito; qualche voce gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava le spalle: — Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà, o io fuggirò con te. — Due cose da mettere i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè l'altra sembrava la peggiore di tutte: la peggiore, la più probabile, era per Gaspare una terza: una revolverata a lui, Gaspare!
Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel fortunato amore; già desiderava, invocava il ritorno di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse nei limiti della discretezza.
*
Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio che, pur senza sua grande intenzione, non gli fosse esaudito?
Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era uscita per le spese), stavano discorrendo del più e del meno e non attendevano al mal tempo e alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa tremenda scampanellata li interruppe.
— Lui!
Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il cappello in testa.
— Che sia proprio lui? Una seconda scampanellata.
— Dio!... Nasconditi; subito!
— Dove?
— Sotto il letto;
Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo spingeva e ve lo rinchiudeva, Gaspare sentì di odiare quella donna.... E una terza scampanellata, lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si udirono avanzare le voci; bestiale l'una; fioca l'altra.
— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi, e tu mi lasci fuori al fresco!
— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
— Vertigini.
— E io? Almeno almeno mi sarò presa una polmonite, causa tua! — Tossiva. — Maledetto il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo! Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un paio di mutande.... Alle dieci debbo essere in prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
E quindi la voce fioca:
— Ecco la camicia; ecco le mutande.
Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il cappello sodo!
E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per Bicci, là dentro:
— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
— L'abito!
— Lo cerco.
— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro ieri.
— Spicciati!
Ma:
— Non c'è.
Allora il marito cadenzando la parola con ira:
— È nell'armadiooo!
— No, ti dico!
— Sì, ti dico!
Due passi di lui a quella volta..., alla volta dell'armadio. La vita di Gaspare Bicci s'atteneva a un ultimo filo di speranza: Se il marito tradito era in mutande, non poteva avere indosso il revolver; a prenderlo occorrerebbe un certo tempo.... Ma uno strido modificò la catastrofe.
— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!... Dell'aceto! Muoio!
Il marito esclamò, più forte della moglie:
— Sei matta?
— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!... Dov'è ora l'aceto?
— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
. . . . . . .
Gaspare spingeva. Ella aperse.
— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!
VI.
Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si chiudeva, a chiuderlo con istrepito Gaspare preferì trarlo accosto. Ma uscendo, il marito al quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò e collegò un primo sospetto alla storia dell'abito che la moglie aveva voluto non fosse nell'armadio e allo svenimento improvviso; sicchè i sospetti crebbero.
— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho dovuto svenire altre due volte, dopo desinare.
Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le scampanellate; il rifugio nell'armadio; gli svenimenti sapevano di _pochade_; e assistendo alle _pochades_ Gaspare aveva riso sempre, di gran gusto, ma non gli era mai parso bello imitarne gli eroi. S'aggiunga che nella vita diviene non di rado tragedia quel che in teatro equivale alla _pochade_; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo da lasciarsi prendere pazientemente in giro.
Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere di ridar la pace a un uomo e di salvare la vita anche a una donna; e perciò bisognava, anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che eccitava a pazzie l'innamorata. Bisognava, magari, mutar casa.
Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare un secondo motivo, che non avrebbe confessato neppure a un amico intimo, neppure a Luigi.