Novelle umoristiche

Part 7

Chapter 73,866 wordsPublic domain

Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente a Giovanna; e costretto a ragionare, indarno cercava di sragionare. Impedire in qualche modo la caduta d'una donna era fortezza o viltà? Viltà forse per lei, la donna amata, e forse per tutte le donne, e certo, per tutti gli amici e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti i mariti, per le anime timorate, i moralisti. Oh i moralisti! Cos'è la morale se non il vantaggio dell'individuo in rapporto alla società? se non un egoismo collettivo? se non una menzogna della civiltà? Maledetti i pregiudizi che avvelenano il piacere!

Felice la barbarie! I barbari accordano la morale al loro vestire — per lo più van nudi —; hanno il capo libero o tutt'al più portano una semplice penna che non riscalda il microbio della calvizie, e hanno libero l'arbitrio. Invece l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono, l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre il capo con un coso o una cosa convessa, che è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù e di assenso al patto sociale; simbolo, in certi casi, di virtù e di vizio; emblema dell'uomo operoso o dell'uomo vano, del sapiente o dello stolto, del buon amico o del cattivo amico!

Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò che verso l'alba. Nè dormiva da molte ore quando il servo venne a svegliarlo con una lettera _urgentissima_.

Egli la lesse, d'urgenza:

«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito voi. Alfonso è corso da me col vostro cappello in mano.

«Era così triste! Mi ha domandato: — Come mai Giulio ha potuto confondere il mio col suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio marito è fiducioso, è un modello di marito e di padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire col vostro cappello, che non gli stava in testa, per comprendere tutta la mia colpa. Sarebbe un'infamia!

«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi nè mai più. Però vi prometto che non mi confesserò a mio marito come quella vostra marchesa; perchè nella vostra storia, scusatemi, non ci ho creduto....»

*

Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici fedeli.

Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro i cappelli sodi e ne adottò uno floscio, quale Alfonso non avrebbe portato mai. Ma con questo gli pareva di star così male che, dubitando di poter più innamorare le donne degli altri, prese moglie anche lui.

Efficacia d'una giarrettiera.

L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale, quando abitudine o gravezza o vigile coscienza delle divine funzioni assunte per rappresentanza mortifica ogni senso. Nemmeno è l'ora del riposo, quando in letto molle e caldo tornano alla memoria le dure veglie degli anacoreti e dei Padri e le dibattute vittorie con i demoni nel deserto: il pericolo è all'ora della siesta; quando mentre fermenta il cibo nello stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, una dolcezza sale o scende, non si sa di dove, a cullare il pensiero che si quieta, e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga nella rossa calura dell'agosto), l'anima risponde all'anima in cui avrebbe dovuto integrarsi e che, ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro petto che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore; e sono forse i fumi del vino. Ma allora basta — e grazie se si abbia! — il cuore d'un amico. Se no: — Chiamatemi il sagrestano per la partita (a carte o a bocce)! Presto! —

«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia.

— Padre Ignazio, un altro gocciolo?

— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte.

Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore, ve', di prima forza; da metter terrore dell'inferno nel più accanito liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete, gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent'anni di cura, non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l'invitava a predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto.

— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era bisogno! Perchè è proprio _quel peccato_ il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più.

— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con l'occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la tavola.

Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato scampo in una partita col sagrestano.

Proprio vero! Si può essere un po' goloso, un po' avaro o di non troppa carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita, o lasciarsi prendere dall'ira come padre Ignazio quando predica, e rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato, che pure non è il primo nè il secondo nell'ordine dei peccati capitali, e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s'arrogherebbero loro il diritto di lapidare il parroco!

.... Quand'ecco:

— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.

_Deo gratias!_ Era accaduto un prodigio! Perchè, vuotato il bicchiere, padre Ignazio aveva rivolto il viso all'ospite; e il viso non più bieco, ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato anch'esso dal raggio di sole che colpiva i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto; sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere il corso alle idee di prima, si rammentò dell'aneddoto che già gli era tornato in mente la mattina, alla predica, e che ora gli parve piacevole nel tempo stesso che giovevole per sè quanto un tresette.

— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che potrebbe servirvi di esempio, di prova a quel che dicevate stamattina così bene: che il Signore, nella sua divina misericordia, spesso ci soccorre nel fatto medesimo della colpa.

— Sentiamo.

— Un esempio però non da predica — sfuggì detto al buon prete —; il fine non giustifica il mezzo.

— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, come affermano i machiavellici; e.... Ma sentiamo il racconto, prima.

Uso a procedere francamente, senz'ambagi, ne' suoi racconti, il curato ebbe uno sguardo di preghiera all'amico che non interrompesse; e cominciò:

— Fu del '70 dopo _il fatto_....

L'altro scosse il capo, d'intesa.

— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania; e abitavo in una cameretta a un terzo piano. Di contro a me ci stava una signora vedova....

— _Vidua, periculosa_ — mormorò don Ignazio, riprendendo il mento nelle mani.

— .... giovane e belloccia.

Ma padre Ignazio chiese malignamente:

— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?

Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, don Giuseppe s'imbrogliò un poco.

— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca d'una cappellania.

E parendogli che l'amico desse soverchia importanza all'aneddoto, che altrimenti egli avrebbe narrato in due parole, e già a disagio per quelle interruzioni inopportune, il buon curato procedè meno sicuro.

— Quella vedova era mia penitente.

— Uhm!...

Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida! Pareva. Mi chiedeva anche dei consigli....

— Di che genere?

— .... aveva una questione con i parenti del marito e voleva mettermi in mezzo per riconciliarsi.

— Al solito; un pretesto.

Spento il sole, la faccia che non riceveva più riverbero, rincupiva. Si pentiva don Giuseppe d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla fantasia e attenuare o accomodare il racconto; giacchè a un certo punto, al punto capitale del fatto, era inevitabile arrivarci.

— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova mi chiamò in casa sua. Aveva proposte di conciliazione; ed era allegra.

— _Lætitia, periculosa_....

— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati.... Ma in quel mentre la punta d'un suo piede, di lei, faceva _toc toc_ per terra.

Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio sorrise; rianimando così il povero amico.

Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita che sorrideva in quel modo, in quel certo modo, indugiare nelle particolarità da cui l'aneddoto acquistasse più sapore? Chi li capisce i gesuiti?...

— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, d'una donna; e la scarpa non era una scarpa.

— Pantofola?

— Aperta come una pantofola, per lasciare scorgere la noce, il....

— Malleolo.

— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di femmine! La calza era nera; la prima che vedevo, in una donna. Avrei sempre creduto che anche le vedove portassero le calze d'altro colore!

Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre Ignazio.

— La calza non si vedeva solo sul collo del piede. Anche un po' più su, si vedeva; e.... Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era nera.

— Non importa.

— Importa! importa! Una scarpa di colore, come dire?, caffè e latte. Che pelle è?

— Non so...; di capra.

— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede; _toc toc_; la gamba tremava tutta ogni volta, da mettermi il convulso, mentre discorrevamo della conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre patito un po' di convulso. E voi, padre Ignazio?

— No; grazie a Dio.

Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:

— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati e di cose legali, ma non sapevo più dove guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi! In terra? C'era il piede. Dove avreste guardato, voi?

— Al muro.

— Bravo! Ma io non potevo guardare al muro, per colpa di quel piede.... Non sapevo più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così (il narratore con la mano destra divise la sinistra), quel piede indiavolato, che non poteva star fermo, e la calza, e la scarpa, e il _toc toc_, mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè il diavolo se n'accorse, e smise di battere in terra.

Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, lasciando perplesso il padre.

— È finita?

— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo mise una gamba a cavallo dell'altra, e quella di sopra cominciò a dondolare così, come se niente fosse! Voi che siete un sant'uomo, padre Ignazio, sareste scappato via....

— E voi?

— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. Mi chino...: il polpaccio!

— Cosa?

— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. E.... Un altro gocciolo, padre Ignazio; un altro gocciolo....

— No, no; non ne voglio più. Avanti!

Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; cercò, trovò l'idea di sostegno a proseguire con tono più dimesso, lentamente.

— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un giorno una melagrana matura, tanto piena che era crepata e per la crepa facevan gola una fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! L'altro dì, quando mi portarono i quattrini dell'uva, li contai due volte; prima mi sembrarono abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan pochi. A udirvi predicare, padre Ignazio, vorrei che predicaste in eterno; ma quasi quasi vi invidio....

— Oh che vi confondete adesso in una confessione generale? — esclamò padre Ignazio, con un gesto d'impazienza.

— Fo per mostrarvi che non credo di essere un perfetto prete. Allora però io stavo per diventare un prete del tutto cattivo, e solo perchè quella gamba mi tentava più che una melagrana, o una sommetta di quattrini, o le vostre prediche, padre Ignazio.

Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più duro dicendo:

— Dunque.... la gamba?

— La gamba? Non ho detto bene. La calza, fu. Perchè io sono certo, certissimo che quella gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio e la coscienza se noi sacerdoti invece di nere portassimo le calze bianche o di un'altra tinta, dopo che le donne le hanno messe su nere. Quel nero....

L'amico affrettava:

— Concludiamo.

— Quel nero che, come dire?, per noi è il colore della mortificazione, là faceva pensare a tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma con l'aiuto di Dio, la stessa causa del male giovò poi al buon effetto.

— Quale effetto?

— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe togliendosi il peso d'addosso —; voglio dire che se per la tentazione della calza arrivai a.... vedere il legaccio, per quel nero il legaccio mi fece più colpo: mi tirai indietro, tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, padre Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io ero salvo! — E pareva uscito allora allora dal pericolo.

Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò che non intendeva, il gesuita dimandò:

— Come? il legaccio? che cosa?

— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo il settembre?

— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il legaccio della calza?

— Sì! La gerr....

— La giarrettiera! Ebbene?

— .... bianca, rossa e verde!

La fortuna di un uomo.

I.

Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale curioso tipo di patriotta, di filantropo, di pensatore profondo e di parlatore arguto. Se fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero forse assomigliato a qualche filosofo umorista moderno e accusato di plagio, quantunque egli non leggesse che i classici latini e i giornali quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte cose, intorno alle donne, viveva d'amore e d'accordo con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare. Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere che lo zio non avesse mai amato alcuna donna.

Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla sua camera Gaspare aveva udito una voce angosciosa esclamare sommessamente:

— Figlia mia!...

Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti i ragazzi e che di lui era il difetto più grave, aveva spiccato un salto dal letto ed era corso a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio. Oh! Di là, nella sala attigua, al fioco lume della lampada, una signora vecchia in vesti nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani, a contatto, su di un tavolino, e il tavolino sembrava che ballasse!

A tal vista e alla vista dello zio coi capelli irti, gli occhi accesi e fuori delle orbite, la faccia pallida e contraffatta, Gaspare era ritornato subito sotto le lenzuola, giurando di non scrutare mai più che diavolo si facesse in casa a certe ore notturne; già guarito, e per sempre, del suo difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse quella paura, perchè nell'avanzare degli anni e nel meditare su quel ricordo fanciullesco si convinse che se lo zio aveva avuto tale orrore dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar in pace i morti e non confondersi nel mistero della morte; e anche si convinse che se lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla in quel modo, con l'aiuto della madre di lei, certo era bene non innamorarsi così appassionatamente.

Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi amico dello zio Giorgio. Commilitoni nelle schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva prestato quattrini al primo; e come questi, da ignorante qual era, non dimenticava i benefizî, quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai suoi debitori, dimentico dei crediti.

In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva sospettato che il compagno cercasse la morte, e il signor Bicci che il compagno volesse salvargli la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul ponte, erano stati divisi nella mischia; ma il domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume aveva rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e a una gamba in modo che si credeva impossibile rattopparlo. Ne rincresceva allo zio Giorgio; e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante di giovinezza e di energia, dovesse spiacer molto il morire; e, con cuore di filantropo e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo al passo dubbioso affinchè lo varcasse meno malvolentieri.

— Morire per la patria, in campo di battaglia o dopo la battaglia, è sempre glorioso e dolce.

Fra gli spasimi Luigi rispondeva:

— Una delizia. Ma io non muoio!

— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non credere, del resto, che la morte sia brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva tradotto la sentenza dello stoico.

E Luigi:

— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma io non muoio!

— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse il signor Bicci. Poscia tentò una nuova via: — _Morte, che sei tu mai?_ Ciro Menotti, caro Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare alla forca.

— Ma io non recito niente, perchè io non vado alla forca: sto qui: non muoio!

— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti, non dubitare che io, di ritorno a Bologna, porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime volontà ai tuoi fratelli.

A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del letto.

— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio! non muoio! non muoio! Se non lo so io, chi l'ha da sapere?

— E tu vivi! — gridò non meno forte lo zio Giorgio, perdendo la pazienza. — Ma la tua vita, bada, sarà legata per sempre alla mia, che non importava t'incomodassi a difendere! Chi sta bene al mondo ha l'obbligo sacrosanto di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito?

II.

Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei genitori è il più gran dolore umano, sarebbe disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè nacque postumo e perdè la madre non ancor giunto agli anni della discrezione. Egli però riconosceva che per lui, orfano, era stata una fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre e da madre, con alterna vicenda, a seconda dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.

Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza, Gaspare non vedeva che rose senza spine. Fin delle scuole e degli studi, che angustiano e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata memoria; così per tempo aveva saputo adattarsi alle necessità del mondo; tanto affetto gli era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole gli era parso ciò che appariva disagevole agli altri. A superar gli esami tranquillamente lo zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio precettore, il quale valeva una mediocre enciclopedia; e a guida negli svaghi e nei sollazzi gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo il guinzaglio.

Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età cioè, in cui tutti pericolano — lo zio lo sorresse donandogli trattati d'igiene e trattati intorno le cause e le forme di morbi insanabili: per di più, le precauzioni non essendo mai troppe, gli regalò il codice penale. Così Gaspare crebbe sano di mente e di corpo; non di molto ingegno, ma abbastanza da comprendere che il grande ingegno rende infelici; abbastanza di cuore da commiserare il prossimo suo, ma non tanto tenero da patir danni, a mo' dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di buon senso da persuadersi che i desideri superiori ai mezzi tolgono quiete e pace, e da scorgere in sè e fuori di sè prove indubbie della sua buona fortuna.

Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi non gli avrebbe invidiata la nativa arrendevolezza ai bisogni, alle convenienze, alle contingenze, ai consigli della ragione?

Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno delle due sole pretese in cui lo zio Giorgio insisteva. L'una: che suo nipote dimostrasse come i ricchi debbano servire la patria ugualmente ai poveri e come l'anno di volontariato sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che suo nipote conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che troppe volte è meglio un asino morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini vivi superano i dottori vivi, e quelli credono aver necessità di questi, è lecito trar partito dal comune pregiudizio.»

Ora, a proposito della laurea, Gaspare non dubitava che presto o tardi, scampato agli scogli della licenza liceale, appagherebbe lo zio e se stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto alla milizia, sapeva bene che i volontari d'un anno soffrono, invisi come «signori», le angherie dei caporali e dei sergenti, e che, essendo egli un giovane istruito, diventerebbe presto un bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari. Niente, dunque, volontariato!

La qual preparazione ad ambedue gli impegni dell'avvenire gli era così tranquilla, e quasi così grata, che la fortuna avrebbe potuto risparmiarsi la fatica di soccorrerlo.

Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste dubbio gli penetrò per la prima volta nell'animo: che la fortuna sua portasse jettatura agli altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò nella traduzione del greco; s'ingarbugliò in un maledetto periodo ipotetico, lungo lungo, da cui tutto il resto dipendeva in connessione logica e da cui egli, per quanto tirasse, non riusciva a strappare un senso razionale. E le ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione in buona copia; già i professori guardavano biechi, passando, ai fogli pieni di cancellature e di triboli, che non davan speranza di prossima fine.

E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il cómpit; quindi, in breve, molti; dei quali chi tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche questa è fatta!»; e tutti con la colazione davanti agli occhi e l'anima alleggerita.

Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; si curvavano sempre più sulle sudate carte e sui vocabolari copiosi e indifferenti; inghiottivano, sentendosi mancare le idee, la speranza e la lena, un pezzetto di cioccolata o s'attaccavano alla bottiglietta del cognac; si compromettevano con segni di richiamo e gettiti di pallottoline che recavano in seno una domanda o una risposta, un'invocazione d'aiuto o l'aiuto d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna e la materna angoscia.

Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.

A un tratto il compagno di destra mise un profondo sospiro; guardò con, negli occhi, la gioia della vittoria e insieme una luce di carità; poi chiese a Dicci, piano piano:

— E tu?

— Se non ci fosse quest'ottativo....

— A te! copia...; ma cambia le frasi.

.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, si salvò anche dal greco; e il compagno che l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!

L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero di leva.

In un gran camerone, pieno di fallaci speranze e d'un'allegria fittizia, egli attendeva rassegnato e tranquillo.

— Bicci Gaspare!

.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.

— 824!

— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che aveva più vicini; un operaio.

Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento che non toccherebbe a lui ventura simile; a quel povero giovane, che col padre o la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava un numero alto e n'aveva necessità, per rimanere in terza categoria.

Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne la sorte; e con un cordiale augurio ne accompagnò la mano entro l'urna.

— 12!

«Jettatore! jettatore!»

Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un pudore arcano, Gaspare non osava confidarlo nemmeno allo zio; non prevedeva che questi l'avrebbe consolato subito in quattro parole: La jettatura è un pregiudizio così stupido che fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e alla bontà degli uomini poco intelligenti. Quanto alla fortuna, sia o non sia sottoposta alla divinità, essa è una potenza innegabile. Bada però che è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è quasi sempre la disgrazia dell'altro; e che ciò che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia domani.

Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo zio. Ma Gaspare si consolò da sè per una diversa riflessione: dal non avere egli mai un forte mal di capo; dal non prendersi neppure un grosso raffreddore, non dovevan conseguire le pleuriti e le polmoniti altrui.

Per fortuna non conosceva dei medici i quali gli dicessero che, secondo la scienza moderna, anche il raffreddore è un'infezione, la benefica natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e per le bestie, moltitudini di microbi frigoriferi; onde se la fortuna risparmia qualche suo prediletto dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, di microbi, a danno degli altri uomini e delle altre bestie.