Part 9
Ed era questo: due notti addietro egli aveva preso sonno prima d'aver spento il lume e facendo per spegnerlo in un intervallo di risveglio, gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o meglio, un'imagine, una larva che lo guardava con occhi stupiti e dolenti quasi di non riconoscerlo. Balzato a sedere sul letto, la fantasma si era dileguata súbito. Un'allucinazione senza dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso. Ma la sera per precauzione non si era dato il disturbo di spegnere la candela. Ed ecco, a trarlo con freddo orrore del dormiveglia, ecco lo spirito entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo doloroso e incerto; più vicino, più vicino....
Questa volta egli aveva messo un grido. E lo spirito, via.
Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare un raziocinio: forse quell'anima, non sentendosi da tempo più chiamare per mezzo del tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio; onde arguivasi che l'anima dello zio era andata da un'altra parte.
Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli?
.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva deride?... Insomma, fosse pazzia o no, per tutta la notte non gli era stato possibile richiuder occhio; e conveniva evitare una malattia d'insonnia, e paure, angustie.
A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere. Confermandolo nella determinazione della notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e di ridere de' suoi terrori notturni.
Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe ad abbandonar la casa ove era invecchiato e dove il padrone era morto?
Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti con aria meditabonda.
— Signorino, questa casa non è più per noi.
Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa? O forse il buon uomo, consapevole della tresca, ne temeva lui pure le conseguenze?
Gaspare non interrogò; rispose:
— Hai ragione. Cercheremo un appartamento ammobigliato.
Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in una delle vie principali; a buon prezzo: in casa del cavalier Squiti.
Quanto alla signora, essa ebbe una lettera, che Bicci le gettò nel balcone: In casa e nel vicinato tutti sapevano, spettegolavano, malignavano, mormoravano, spiavano. Era inevitabile una tragedia se qualche voce perveniva all'orecchio di Tredòzi. Diveniva obbligo d'un gentiluomo, in tal caso, salvar la fama e la vita d'una signora, allontanandosi. Oltre a ciò, per faccende d'interessi, Gaspare chiedeva a Silvia una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali e chetati sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro colloqui nella casa in cui egli andava ad abitare, o altrove.
Piacesse o no alla signora, questo era buon senso, questa era prudenza!
VII.
Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato della Provincia e persona molto grave, non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi tra celesti e verdi; capelli biondi; portamento modesto e gentile.... Assomigliava alla signorina che si recava al giardino pubblico il dì mortale dello zio Giorgio. Lei?
Forse non era; ma le assomigliava in modo che a vederla una dolcezza grande veniva, per gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente, con la rapidità del destino, egli, che dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti all'amore buono e al consiglio dello zio, ne rimase conquiso. Tale, infatti, tale gli appariva la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni che non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto! Tale era la donna amata e da amare: fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner Tredòzi! E a Gaspare, certo che stavolta era la buona, gli bisognava accertarsi anche se il cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica giovinetta in moglie.
Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver visto quell'angelo per la quinta volta, Gaspare uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che usciva; e s'accompagnassero per istrada.
Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio! Che galantuomo! — esclamò l'uno.
E l'altro: — Lo conosceva?
— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la verità; un filosofo; ma che cuore, che cuore! E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro Bicci!
— Ah sì!
— E che bene le voleva, a lei! A discorrere di suo nipote, ci godeva; proprio come un padre.
— È strano — disse Gaspare: — di me non ne parlava mai con me.
Ma il cavaliere si fermò di botto.
— A proposito: lei, senza dubbio, suona?...
Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente incongruenza di quell'_a proposito_, Bicci chiese:
— Suono?...
— Il piano?
— Sì, alla peggio.
— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti levandosi gli occhiali, pulendone le lenti e rinforcandoli: — non il pianoforte, però; uno strumento più geniale — come dire? — più canoro, più.... cordiale.
— Il violoncello?
— No, il clarinetto.
Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere col clarinetto in bocca; e tacque.
— Creda a me: la musica è il miglior conforto nelle disgrazie — seguitò l'altro.
— Lo credo.
— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo.
Gaspare allora esclamò entusiasta:
— Volentierissimo!
— Stasera?... Potrebbe?
E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le lenti.
— Sissignore, posso.
Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a dire, senza più sorridere, con tutta gravità:
— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso non ha tempo.
— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale battè forte il cuore.
— Non ho figliole: la mia pupilla.
«La sua pupilla? La signorina era sotto la sua tutela?» E Bicci pensò con nuova tenerezza: «Orfana come me!»
— La signorina Roccaforte è per me quel che era lei per suo zio. L'ebbi in casa bambina. Il padre....
Gaspare ascoltava il racconto religiosamente, intanto che benediceva suo zio e il clarinetto.
Poi, essendo già innamorato e con la testa nel cuore, si dimenticò di chiedere allo Squiti perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo di sonare.
Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto della signora Silvia. Ah la virtù di ogni amor buono su ogni amore disonesto!
Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano Bicci si studiò di rendersi elegante; ed entrò dagli Squiti con grandi palpiti e insieme con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo. Ma il cavaliere, che scartabellava della musica, l'accolse solenne; in tono ufficiale lo presentò alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad alla voce:
— Erminia!
Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si fece innanzi, lentamente....
— La signorina Erminia Roccaforte — .... e voltosi a un giovane, che la seguiva (oh Cielo!), il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico Griboldi, suo promesso sposo.
— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare, la signorina Erminia sorrise a pena a pena.
— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea mutazione di gioia. — Badi che io odio la musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro Bicci, di odiare una cosa bella?
— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava la signorina Erminia.
Il primo pezzo — del _Faust_ — procedè a meraviglia, quantunque le mani di Bicci qua e là affrettassero come un cavallo che abbia amor proprio e cui rincresca restar addietro al compagno. Finito il pezzo, la signora Squiti depose la calza e battè le mani; la signorina avvertì che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare; il cavaliere, deposto il clarinetto, abbracciò il compagno dimenticandosi d'esser grave.
— Oh che orecchio! che orecchio!
Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per colpa di Gaspare che cadeva in pensieri estranei. Pensava: «Io non sono forse meglio di colui? Si può dire un bel giovane? robusto come me? — Avvocato! — E non sono ingegnere, io? Che meriti avrà? Niente: fortuna! Quest'è fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca; e orfana...; nemmeno la suocera!»
— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva il cavaliere.
Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava: con il freddo nel cuore.
Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato sempre; di dover essere infelice sempre, per tutta la vita; e pativa della più grande sventura che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi d'una ragazza innamorata e fidanzata d'un altro.
VIII.
Assente da lei credeva che il solo contemplarla quale un'imagine di pura bellezza o una cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto, che pena la vista dei fidanzati in abboccamenti, in sorrisi, in bisbigli! Era una sconvenienza sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser lecito dirsi delle sciocchezze o, magari, parlar male del prossimo a bassa voce, in cospetto del prossimo? Non avevano riguardo quei due nemmeno a una persona giovane, che, in fin dei conti, veniva lì per far servizio al padrone di casa!
Così il povero Gaspare, invece di contemplare, doveva torcere gli occhi altrove; doveva dubitare che gl'innamorati ridessero di lui; doveva resistere alla tentazione di fracassar la tastiera del pianoforte.
Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento d'invidia e d'ira cedeva al desiderio del mirabile viso.
«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno. «Il meglio sarebbe che io mi distraessi.» Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni che gli capitavano, gli accrescevano il desiderio d'Erminia. Gliene capitò una, un giorno.... La signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di lui, vi penetrò.
— Lei.... tu!...: qua?
— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar meglio due occhi rabidi.
— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì lui, trovando il tono giusto.
— Vile!
Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore agl'insulti; freddo, quasi sprezzante.
— Non vi avevo chiesto quindici giorni di libertà? Ho i miei affari anch'io; avevo, ho bisogno di tranquillità, di riposo.
— Ah Gaspare, Gaspare!
Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono; a un tempo, lagrime di duolo e fiamma di tentazione e di colpa.
— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto! Non l'hai dunque l'anima? Dodici giorni senza passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi nemmeno una riga!
Il dolce rimprovero lo punse più che le offese. Deliberato tuttavia a finirla, Bicci, che voleva finirla da gentiluomo, esclamò:
— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo leale, rincresce offendere un uomo leale com'è l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto!
A quest'affermazione Silvia avvampò più che a uno schiaffo.
— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli prima, quando.... Tu menti! Adesso capisco che non mi ami più!
Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza con l'amore?
— .... Adesso voglio saper il resto; proprio tutto! Perchè abbandonarmi?... Dimmene la causa vera, subito! — L'investiva, inviperita. — Subito!
Che dirle? Rispose:
— Che volete che vi dica? Incompatibilità di carattere: voi siete piena di fuoco; e io....
— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non può esserci che tra marito e moglie! La ragione vera le la dirò io! Tu hai una nuova amante!
— No; ve lo giuro.
— Spergiuro! Infame spergiuro!
Era inutile discutere quando non valeva giurare. Gaspare non aveva ancor scosse le spalle che già Silvia gridava:
— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi? T'inganni! Io ti detesto, ma io ho dei diritti su di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu mi hai sedotta!... C'è il vincolo del rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante, ti caverò gli occhi; a te o a lei; così imparerai a conoscere le gentildonne!
Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io sono una gentildonna! — E partì, finalmente.
.... Se non che Bicci non gioì neppure della liberazione da quel giogo. Soggiaceva perduto, affannato, disperato a un maggior peso, all'amore fatale e contrastato dal destino. E non un amico col quale confidarsi! Avrebbero riso gli amici: un innamorato muove sempre a riso come chi cada goffamente in terra. Lui dove mai era caduto?
Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza del suicidio, si abbandonò e parlò al solo che lo compiangerebbe.
— Sono innamorato, Luigi.
Luigi si mise a ridere.
— Eh, lo so da un pezzo!
— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò Gaspare, abbattuto. — Credi di quella?
— Di tutt'e due: di quella e di questa.
— No no: solo di questa qui, della signorina — egli protestò —; ed è già impegnata!
Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse ch'essere innamorato di una sola fosse un malanno assai più serio. Poi disse:
— Perchè non andiamo in campagna? A mutar aria....
Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza, gli svaghi campestri, la caccia, il ristauro della villa potrebbero davvero guarirlo. Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir d'amore?
IX.
Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che passava il tempo, la cotta permaneva. La passione del nipote diveniva una passione più grave, più affannosa forse che quella del povero zio! Perchè se Erminia fosse morta dopo avere amato lui, com'era accaduto allo zio, meno male! Erminia invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe sempre quell'altro! E Gaspare era innamorato in modo che quando, in certi momenti, credeva d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e con essa quella pena al cuore come di un male che, dopo un breve assopimento, rincrudisce; un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio patito; una intollerabile smania di rivedere in realtà l'amata donna; una rodente gelosia. Oramai egli non si diceva neppur più uno stupido, convinto sempre più che Erminia era per lui la donna unica; che lei, proprio lei aveva incontrato al passeggio nel giorno funesto; che altre bionde così belle o più belle ne potevano esistere, ma che egli non avrebbe potuto amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte del buonsenso. Essendo perciò impossibile la guarigione e assurda ogni speranza, Bicci aspettava il compimento del suo destino, qualunque si fosse. E compieva frattanto il ristauro della villa; il quale era proceduto a meraviglia.
Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26 luglio — egli se ne stava tra gli operai allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre triste — parve di veder l'annuncio della sua morte; ma, aperto il foglio e letto il nome — oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e non di dolore. Oh gioia! A precipizio, come pazzo, discese e corse dietro a Luigi.
Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»; eppure un'onda di gaudio gli travolgeva ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con lagrime ferme su gli zigomi — lagrime di felicità — gridò:
— È morto!
— Chi?
— L'avvocato Enrico Griboldi!
*
Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande commozione, Gaspare, con moto quasi inconscio dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al buonsenso.
Riflettè che per una ragazza il perdere un «ottimo partito», non in colpa sua, sì della morte, giova di _réclame_: e che egli, se non fosse se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra volta. «D'altra parte — riflettè — si consola più presto una vedova propriamente detta che una fanciulla vedovata prima del tempo ed inesperta»; e però gli bisognerebbe aspettare.
— Quanti mesi?
Gaspare non temeva d'offendere la bontà di Erminia augurandone più breve che fosse possibile il cordoglio.
E verso la metà di settembre Gaspare fu a trovare in ufficio il cavalier Squiti; che, desolatissimo, gli disse:
— _Morte fura i migliori e lascia stare i rei._
Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente, in un'induzione dal caso singolare a un genere di sventura.
— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile dev'essere morire nella pienezza della gioventù! con uno splendido avvenire! amato!...
— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi è morto senza saperlo, d'una meningite acuta!
— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E la signorina?
L'altro scosse il capo.
— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol più veder nessuno; non esce di casa: un martirio! Le è venuto a noia anche il clarinetto. anche la musica, che è il miglior conforto nelle disgrazie.
«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non tornò ad abitare a Bologna che al termine dell'ottobre.
Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi condolgo — oppure: — Signorina, le mie condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli salutò e tacque, senza sospirare; Erminia tacque, volgendo gli occhi a terra; la signora Squiti sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio si prolungava un po' troppo — Bicci ebbe una espressione felice: — Povero giovane!
Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la signora intraprese l'elogio del morto. Annuiva Gaspare ad ogni lode, e gli costava così poco!; ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar la dolente; e pensava: «O il dolore è per le donne, o le donne sono per il dolore: diventano più belle!»
Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre; di guisa che la Squiti, accompagnandolo sino alla porta, gli susurrò:
— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di casa, e la sua compagnia ci sarà di sollievo. Se ne ricordi.
— Non dubiti, signora.
Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado però nelle seguenti visite quotidiane, non volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire la bussola. Poco giovava che la signora Squiti s'appigliasse a tutti gli argomenti, se tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia.
Come Dio volle, egli ebbe un'idea.
— Perchè non si prova a leggere, signorina?
— Non posso; no; è impossibile!
— E se leggessi io?
— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà anche me. Bravo, signor Bicci!
E Gaspare andò a leggere ogni giorno.
Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si avvicinarono le feste natalizie. «Quanto saranno tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la conforterebbe sapere che io l'amo, anche se lei, per adesso, non abbia voglia di far all'amore?»
Còlto quindi un momento che la signora Squiti non v'era, egli interruppe una lettura per guardare Erminia negli occhi. I quali si abbassarono; subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione, oramai? Un po' troppo, via!...
— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo la bussola.
— No — Erminia rispose in modo semplice e in tono tranquillo.
Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole.
E lei:
— Io gli volevo molto bene.
E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò:
— A me sembra che _amare_ significhi più e meno di _voler bene_. A Enrico io gli volevo bene, perchè egli mi amava; ma sono certa che divenuto mio marito mi avrebbe anche voluto bene. Capisce?
Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto perplesso a chiedersi: «E io che cosa dovrei dirle? Che l'_amo_, o che le _voglio bene_?» Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo cervello. Evidentemente, pur volendo bene assai al Griboldi, Erminia non ne era molto innamorata. Perbacco!... Quasi spinto da una molla allora balzò in piedi:
— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi è odioso!
Ella interrogava con lo sguardo, stupita.
— L'amo! Io l'amava due giorni prima di sapere che lei era fidanzata; forse l'amavo avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla, un giorno che lei andava al giardino; e adesso che la vedo soffrire, l'amo e le voglio bene!
La signorina, fredda, rispose:
— Me ne dispiace per due ragioni: la prima, perchè adesso il mio cuore è di pietra; la seconda, perchè, dopo quello che lei mi ha detto, io debbo pregarla di cessare le sue visite.
— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente Gaspare. — Io non vivo senza vederla! Muoio anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda ogni giorno....
Ella taceva.
— Signorina....
Gli occhi a terra; e zitta.
— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a mani giunte, attendendo.
Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti s'arrestò, trattenuta da un improvviso sospetto; così Erminia dovè concedere due grazie in una volta.
— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella disse — può riprendere il clarinetto.
X.
Quando alla signorina Erminia non mancava che un mese per compiere l'anno di lutto, Gaspare Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse nella risposta un'apparenza anche più solenne della solita.
— Il padre della signorina affidata alle mie cure mi lasciò l'obbligo di non concederla in moglie a chi non esercitasse una professione; fosse anche milionario. Lei....
— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con l'impeto di un naufrago che si salva.
— Dunque eserciti!
Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo di nuovo ricordando e avvertendo che erano brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al Genio Civile. Perchè non concorre? La raccomanderò io a due deputati miei amici e otterremo ciò che vorremo.
Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e attese confidando. Un mese passò; ne passaron due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente, fuor che un po' nell'amore, non era stato mai, e che giudicava non perduto il tempo del fare all'amore.
Provava, intanto, una gran voglia di lavorare; scopriva in sè una naturale disposizione a valutar terre, a costruire case e ponti, a tracciar strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo soli tre mesi e mezzo, cioè abbastanza presto, venir la notizia del concorso. Per i suoi giusti meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni non gli doveva riuscir difficile nemmeno l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
*
E non con altro sentimento che una trepidazione di gioia, al giorno e all'ora prefissi, Gaspare Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo Comunale. Ma ahi! con una trepidazione diversa guardò all'ingegner capo. Misericordia!
Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate le ciglia, immoto il viso ferino, senza guardare, chiese:
— Lei è il signor Bizzi?
— Nossignore: Bicci.
— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro. Aggiunse: — Il decreto dice Bizzi. — Però, nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un errore nel decreto; giacchè fece una smorfia di meraviglia.
— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio!
Misericordia! L'ingegner capo era....
Balbettò Gaspare:
— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir vero, fosse divenuto irriconoscibile a riconoscere colui: Tredòzi!
— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo.
— Cercherò....
— Benone! Venga di qua.
Lo condusse nella camera attigua, in cui altri due giovani scrivevano o disegnavano; e prese alcune carte.
— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo.... Alle quattro vedremo che cosa avrà saputo farmi.
— Non son cose difficili. — disse Bicci.
— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi lo battè con la mano su la spalla:
— Gran bravomo suo zio!
Dopo un poco uno dei giovani colleghi si volse a Gaspare:
— Fortunato lei!
E il compagno:
— È il primo che quel cane non tratta da cane.
Se non che anche di così innocente fortuna, dovuta in gran parte a una virtù o memoria famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle quattro; allorchè tornò l'ingegner capo.
Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —; disapprovò l'opera degli altri due; poi, appena costoro furono usciti, ordinò a Gaspare:
— Lei oggi verrà a desinare da me.
— Impossibile!
A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi ogni impronta di umanità.
— Tenga a mente che per me non c'è nulla d'impossibile, mai!
— Ma...; ecco....
— Che cosa.... ecco?
— Io sono fidanzato....
— Benone! No! malissimo!
— .... e per stasera ho promesso....
— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse; l'avvezzi per tempo, la sposa. Crede che sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse che le fa ora?
Fu inutile resistere.
Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e compianto troppo tardi, fingeva, lo traeva in un'insidia?
— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè io sono alla buona: leale, sincero, schietto come suo zio e come sarà lei.