Part 12
— Mazzia, fatemi il piacere, guardate un po' dentro, in archivio, se c'è Larissa, e parlatene a lui di questo ragazzo. Anzi fatelo venire qui, che sarà meglio.
— Come si chiama? — chiese l'impiegato alla vedova.
— Giuseppe Selletta.
Mazzia sparì dietro una portiera. Il vecchietto raggiustò sul naso gli occhiali, soffiò nelle mani e mise sulla scrivania una tabacchiera di argento. Nannina aveva riguadagnato coraggio e s'accostava alla scrivania, guardandovi curiosamente il gran calamaio dorato, sul quale due pupazzetti reggevano a fatica un vasetto per le penne. Lo sguardo della piccina incantata passava dal calamaio a un fermacarte di cristallo, sotto il quale si vedeva la chiesa di San Pietro, col cupolone, la piazza e la gente in cammino, tutto colorato.
— Sedete.... — disse a un tratto il vecchietto,. dopo una rumorosa soffiata di naso. — Pigliatevi lì, una sedia, quella dell'angolo.... brava, sedete pure.
Aprì la tabacchiera, tirò su una gran presa di _rapè_ e allungò le braccia sulla scrivania.
— Ah, buon Dio di pace e d'amore! — sospirò.
Poi, voltandosi:
— Che cosa avete in braccio? — dimandò, aguzzando lo sguardo di sotto agli occhiali.
La vedova alzò un lembo dello scialle e scoverse il piccino che dormiva tranquillamente con una mano sul petto.
— Figlio vostro?
— Sissignore.
Nanninella s'era avvicinata a guardare il fratellino, togliendosi alle contemplazioni del calamaio. Stese la mano per carezzarlo.
— Pssst! — fece il vecchio, sottovoce. — Lascialo stare, tu. Si sveglierà. Ricopritelo....
Appariva Mazzia sotto la portiera, impassibile.
— Dunque? — fece il vecchietto.
— Se il signor segretario — disse Mazzia — vuol favorire un momento....
— Che c'è?
Si levò poggiando le mani sui bracciuoli della sua seggiola, cercando in saccoccia il moccichino di seta rossa.
Ripeteva, camminando:
— Che c'è, Mazzia?
Quando il segretario gli fu vicino Mazzia lasciò ricadere la portiera e questa li nascose.
— Ora viene Peppino, — disse la vedova a Nanninella.
— Ora viene? — ripetette la piccina, sottovoce.
La vedova col capo fece cenno di sì. I due parlottavano ancora dietro la portiera, ma non si capiva nulla di quel che dicessero.
A un tratto riapparve il vecchietto. Pareva molto turbato e veniva innanzi lentamente, con lo sguardo sulla vedova Si fermò presso alla scrivania, aggiustò un quaderno sotto un libro e tossì due o tre volte.
— Sentite, bella mia...
La vedova s'era levata, traendo indietro la seggiola.
— Sentite, non si può parlare a quest'ora coi ragazzi.... Io ve lo avevo detto, siete venuta troppo presto! Gli è che a quest'ora il ragazzo....
S'interruppe. La vedova lo guardava.
— Mazzia.... — e il vecchietto si volse bruscamente all'impiegato. — Aiutami a dire....
— Il ragazzo è alla lezione, — disse Mazzia secco secco.
E si rimise a guardare di fuori, per la vetrata.
— Ecco, — disse il vecchietto risollevato, — è alla lezione. Qui si è molto severi....
La vedova ebbe un moto di dispiacere. Strinse meglio sul petto il bambino, e rimase lì impiedi, aspettando ancora, sperando ancora.
— È proprio impossibile? — mormorò timidamente.
— Eh? — fece il vecchio. — Sicuro, impossibile! Voi siete sua madre, non è vero?
— Sissignore, sua madre.
— Impossibile, bella mia.... — borbottò. — Come si fa? Dovreste tornare. Tornate.... tornate lunedì, che c'è udienza, non è vero, Mazzia?
Mazzia guardava difuori. Non udì e non rispose.
La vedova arrossiva. Cacciò lentamente la mano nel grembiale di Nannina.
— Perdonatemi. — balbettò, — io gli avevo portato.... gli volevo lasciare.... queste mele...
— Date qua. — disse il vecchio.
La bambina già ne avea posto due sulla scrivania, accanto al bel calamaio. Lui prese la terza e la mise presso alle altre.
— Torno lunedì? — disse Carmela
— Sì, sì, lunedì.... più tardi. Non venite da me, chiedete del direttore, egli saprà dirvi....
La vedova gli prese la mano ch'egli stendeva per carezzar la bambina, e fece per baciargliela.
— Oh! — esclamò lui, come spaventato. — Macchè! Macchè!.... Addio, addio.... buona giornata....
Erano uscite. Il vecchietto rimase impiedi presso la porta. Ascoltava il romore delle ciabatte della vedova su per la scala, la vocetta della bambina che interrogava.
Mazzia si ricollocò di faccia a lui e gli mise innanzi le carte.
— Piano, — disse il vecchietto, — non c'è fretta....
Vi fu un silenzio.
Il segretario scoteva malinconicamente la testa.
— Glie lo dirà il direttore, lunedì, — mormorò, — io no, di certo. Non voglio ricominciare la giornata a questo modo.
Asciugati gli occhiali se li piantò sul naso, tossì, soffiò nelle mani e riprese la penna.
— Ah! Signore Iddio! — sospirò. — Buon Dio di pace e d'amore!... Date qua, Mazzia....
La regina di Mezzocannone
Aprile 1886.
Finora _Mezzocannone_ ha avuto solo un re, quel buffo re di creta bronzata, mangiato dal tempo e dalle intemperie nel naso e nelle mani e negli occhi, nero, storto e contraffatto come un Esopo, bersaglio continuo alle invettive delle serve le quali vanno ad attingere l'acqua, e dei molti torsoli che gli lanciano i monelli impertinenti e democratici. Ma questo budello di _Mezzocannone_, questo lurido intestino napoletano, ha pur una regina. Il re è orribile: la regina è incantevole. Il re si chiamava, al tempo suo, Alfonso II d'Aragona. Ma la regina? Ella vive e regna ove finisce la stradicciuola. Come si chiama la regina?
*
Le prime visite che feci alla via, mosse da ragioni affatto lontane dall'interesse artistico, me la resero sempre più antipatica. Sino a pochi anni fa, al quarto piano d'uno di quegli sporchi palazzetti vecchi, c'è stata una _Ricevitoria_ brutta e scura, nella quale, ogni due mesi, io mi recavo a pagare la tassa della fondiaria, immaginate con quanta soddisfazione dell'anima! Poi, un bel giorno, la _Ricevitoria_ sloggiò; sloggiarono, rimossi in fretta e furia, i cancelletti di legno dai bastoni unti dalle mani dei poveri contribuenti, sloggiarono i pesanti registri che chiudono tanti segreti di ristrettezze e di privazioni, sloggiò un cassiere malinconico insieme ad un piccolo gatto grigiastro, il quale annusava specie le gambe dei salumai che venivano a pagare. La _Ricevitoria_ se n'andò e la casa rimase vuota, muta, spalancato l'uscio, sparse le camere di trucioli e di pezzetti di carta lacerata. I miei passi svegliavano un'eco breve e vibrante. Ancora sull'usciolino d'una delle stanzucce si vedeva un'addizione; i numeri erano segnati con la matita. Non avendo da fare altro collaudai l'addizione, con le mani in saccoccia e l'anima tutta dietro i miei tisici ricordi aritmetici. Il cassiere avea ragione, la somma era giusta: 14,780. Vi dirò pure, non senza una certa mortificazione, che, avendo, per una radicata superstizione napoletana, ripassati i numeri nel mio taccuino, quando scesi dalla casa abbandonata me li andai a giocare al lotto. Naturalmente non vinsi nulla, la sfortuna mia essendo grande come la provvidenza del buon Gesù.
In verità, quando mi trovo per cose mie o per gusto mio particolare a passare per una cosiffatta stradicciuola, mi si stringe l'animo. Dov'è l'azzurro, dove il sole, dove il buon sangue e la buona salute nelle persone, dove l'aria e la luce nelle case e nelle botteghe.? Dappertutto penombre, ed oscurità fitta e facce smunte e scolorite, in cui solamente palpitano i neri e vivi occhi napoletani, pieni di desiderii e di curiosità, tutti luminosi d'anima. Una pietà grande queste povere donne pallide, questi lavoratori di metalli, dallo sguardo lento, dalla pelle sudata, traspirante il veleno delle ebollizioni di piombo o di rame, questi tintori che si movono nell'oscurità, sotto un lumicino che pende dal soffitto, un lumicino rosso, quasi infernale. E i bambini che trascinano i piedi nudi, per la mota, i piccoli piedi indolenziti, e un vecchio che cerca invano un pezzetto di sole per la sua panchetta di _franfellicche_, e la buia, misteriosa cantina che raccoglie tutta la gente affamata e puzzolente del quartiere, la cantina della miseria, in cui, al venerdì, il fetore del baccalà fritto nell'olio soffoca il respiro e provoca le piccole tossi dei piccini che una famiglia di straccioni porta a mangiare nell'orrida caverna.
*
Dirimpetto, l'antica fontanella mormora sempre. E par che il borbottio si parta dalla sconquassata bocca del re sovrastante, di questo ammantellato padrone della strada, e lamenti la miseria del tempo. Tutto roso dall'umido e dallo stesso tempo irrispettoso che a poco a poco ha fatto di lui un personaggio da burla, vuote le occhiaie come colui della bibbia che in castigo ebbe mangiate le pupille dai vermi, l'infelice coronato pur vive ancora e concede la limpida vena dell'acqua a un popolo chiassone. L'acqua cade e si spande e allaga per buon tratto la via, commista a' nuovi rivoletti di un'altra fontanella che più in su è posta sul pendio, accanto alla bottega d'un torniere — una fontanella municipale, delle solite. E però, di state e di verno la via è sempre lubrica; i pochi fanali, che vengono fuori, uscendo come dalle finestre, lasciano piovere una scialba luce sul selciato sconnesso, che somiglia una disgregata sutura di un cranio in cui s'infiltrino fantastiche lacrime. E qua e là, per terra, si fanno bianche lucentezze sulle gobbe dei più gibbosi lastroni. Nel lontano, ove la strada è per finire, pende da un balconcello un fanaletto verde sul quale è scritto qualcosa in bianche lettere: _Albergo del Pavone_. Un letto vi costa quattro soldi. Dal balconcello certo non si può aver sott'occhio un felice orizzonte; non c'è dirimpetto che una scala, e in capo alla scala un immane Cristo in croce, rifatto dagli ultimi furori religiosi, dopo il colera. Nella notte, con innanzi ed ai lati alcune lampade accese, il gigantesco Cristo è vivo e spaventevole....
La via è sempre affollata. Vi sale e scende il commercio di _Porto_, della _Marina_, della vicina strada dei _Mercanti_, di tutte le stradicciuole circostanti. Gli operai, intenti alla loro bisogna nelle botteghe, non levano mai lo sguardo ai passanti e continuano a lavorare fino a notte.
C'è, a un posto di _Mezzocannone_, presso un caffettuccio, ove si giuoca a carte, una bottega di ricamatrici. Intorno al telaio, come attorno ad una tavola, seggono quattro o cinque povere ragazze, curve sui ghirigori d'argento o d'oro, sui cuori di seta cremisina, sui fiori dai pistilli di conterie luccicanti. Tra costoro è una rossa pallidissima, un po' lentigginata sulla faccia di madonnina bizantina. L'oro del ricamo non ha più luce di quello dei capelli di lei, che, a volte, rischiarati da un filo di sole, si accendono. Questa è la reginella di _Mezzocannone_.
*
La piccola rossa, le labbra strette, gli occhi intenti, le bianchissime mani ravvicinate, trapassa con l'ago la trama e non ne leva gli occhi per ore ed ore. È la prima dalla parte dell'uscio. Ma chi passa, in quei momenti di raccoglimento, non vede di lei altro se non la banda dei capelli fulvi, un impreciso profilo, un po' della guancia d'avorio vecchio. La reginella ricama.
In un tramonto estivo, nel quale si spegnevano le ultime luci perfino nella bottega delle ricamatrici, la rossa — è chiarissimo il ricordo nella mia memoria — aveva poggiato il gomito sull'asse del telaio, e nella bianca mano raccolto il mento, leggermente china da un lato la testa angelica, gli occhi nel vuoto, sognava. Le altre sommessamente chiacchieravano: la padrona preparava i lumi. Un grande silenzio s'era fatto per la via. La dolcezza del tramonto penetrava l'anima. E la piccola rossa, socchiuse le labbra esangui, lo sguardo perduto, continuava a sognare, come una santarella in un'aureola di pulviscolo d'oro....
L'impazzito per l'acqua
26 Maggio 1884.
Ieri un acquafrescaio del vico Marconiglio è stato spedito all'ospedale dei matti. Era un giovane pallido, un po' grasso, muto e pensoso. Altri dà di volta per mancanza di denaro, per fede politica, per ambizione; costui è impazzito per l'acqua di Serino. Così dicono quelli della sua famiglia, in cui la professione di venditori d'acqua è atavica. Ma il vicinato dice di no: dice che Peppino Battimelli è ammattito perchè non s'è sposato.
Peppino Battimelli aveva la sua _banca_ in un cantuccio in penombra, nel vico Marconiglio, sotto un balconcello dalla balaustra di colonnine di legno, una balaustra a petto di colombo, come se ne vedono spesso nei quartieri bassi di Napoli. Tra le colonnine barocche, in maggio, le rose d'una _capèra_ fanno capolino qua e là e l'edera selvaggia s'attorciglia al legno antico. Un merlo impertinente ripete, senza mai stancarsi, il suo ritornello, chiaro e vivace, da una gabbia che rimane, anche la notte, attaccata a un chiodo, fuori al balconcello. Disotto c'era la _banca_ Battimelli. Niente di più primitivo della pittorica decorazione di questa _banca_. Sulla faccia di mezzo una larga via, una signora ed un signore a braccetto, con alle calcagne un cagnolino. Alberelli in fila a destra e a manca. Cielo di verderame carico. Sulla faccia a sinistra una fontana publica tra cespi di fiori strani, un ragazzetto che si manda innanzi il cerchio e, in fondo, un palazzo rosso con le finestre verdi. Sulla faccia a destra il mare: un pescatore accoccolato sopra uno scoglio ha preso all'amo un pesce più grande di lui e lo tira su con la lenza. In fondo il Vesuvio in eruzione. È giorno, ma il pittore se n'è scordato e ha fatto scendere per le falde del monte la lava rossa. Alcune bianche vele s'allontanano pel mare.
Tutto ciò pei monellucci del vico Marconiglio era stupendo. Nella _controra_ afosa tre o quattro di loro, non avendo da fare altro, si mettevano, in contemplazione dei dipinti della _banca_, inginocchiati come innanzi ad una immagine di Santa Lucia benedetta. Peppino Battimelli, in camicia azzurra, rimboccate le maniche fino ai gomiti, sognava, da un gran seggiolone che lo faceva troneggiare sulla _banca_, sui limoni in fila, sulla fila riverberante delle _giarre_ di vetro sottile, capacissime. Un alito di fuoco passava nel vicoletto, al tramonto: le pietre sconnesse del selciato ardevano. Ma la luce, in questo vico Marconiglio stretto e scuro, anche nell'estate, è mite; sul cadere del sole, mentre la gente si sveglia dal torpore della giornata, il vico si rianima di moto e di voci; la _capèra_ s'affaccia, sbadigliando, al suo balconcello e incorona per poco la balaustra con le bianche sue braccia nude, tornite e lisce. Rimane un poco a guardare nella viuzza, chiacchiera con una sua comare, e torna in camera per riuscirne dopo un pezzetto, con un secchio in mano. Inaffia le rose e si china ad aspirarne il profumo. Quando c'era di sotto Peppino Battimelli la _capèra_ lo salutava, picchiando col secchio di latta sulla balaustra.
— _Peppì, bonasera!_
Egli rispondeva, con gli occhi levati:
— _Bonasera._
— _Sentite che caldo?_
— _Sì._
— _Peppì, io sto adacquanno 'e teste: si cade l'acqua dicitemmello, ca me dispiace._
— _Nonzignore, l'acqua nun cade._
— _Pecchè me dispiaciarria, Peppì...._
— _Nonzignore._
La _capèra_ sospirava e rientrava, lentamente. Impossibile commovere quest'_acquaiuolo_ malinconico. Nella stanzetta, che già andava accogliendo dolci penombre, lo specchio luceva in un cantuccio. La _capèra_ ha dovuto spesso mirarvisi. Ancora i capelli neri erano copiosi e belli, ancora, tra la lor frangia diffusa, gli occhi neri splendevano, ancora la bella bocca era rosea. Che importava la sua vedovanza? A volte meglio una vedova che una zitella. Ma Peppino non ne voleva sapere. Che peccato!
Verso le cinque o le sei della sera le comari del vico spazzavano le case. Qualcuna si pigliava briga di rinfrescare il selciato arso, buttando acqua qua e là. Il selciato si macchiava di tante chiazze nere, da cui saliva un tanfo di polvere cacciata via dall'acqua. La viuzza faceva toletta. Ma, dopo, aspettando che vi arrivassero da tutte le altre vie del quartiere gli operai dal lavoro, le femmine dalla fabbrica dei tabacchi, le _rivettatrici_ dalle botteghe dei calzolai, i cenciaiuoli ambulanti con la gerla piena di stracci e di cappelli vecchi, la viuzza taceva, presa da quella malinconica pace delle stradicciuole napoletane ove ogni casa nasconde e cova un dolore.
Peppino Battimelli continuava a meditare.
*
Tempo fa capitò nel vico la mamma, una vecchia. Chiese conto a tutto il vicinato di quello che il figlio di lei, Peppino, usasse di fare, stando a vendere acqua. Risposero tutti: Che volete che faccia? Vende l'acqua.
— _Diciteme 'a verità!_ — insisteva la vecchia.
— _Ma ch'è stato?_
Allora quella raccontò che il figlio aveva dato di volta. Non si sapeva perchè. Non aveva voluto mangiare, non bere; s'era spogliato nudo e voleva precipitarsi dal balcone. Un balcone al quinto piano, al vico Fico. Nemmeno l'ossa si sarebbero trovate!
— _Ma avite appurato pecche è mpazzuto?_
— _Gioia mia, pe l'acqua d'o Serino. L'acqua nosta nun se veve cchiù. A che simmo arrivate! Come fosse veleno!_
— A casa — seguitò la vecchia — Peppino parlava sempre dell'acqua di Serino. Un'ingiunzione municipale che ordina agli acquafrescai di non vendere acqua che non sia di Serino aveva colpito pur lui, giorni addietro. Il giovanotto _se c'era fissato_. Domenica scorsa, bestemmiando, — Gesù, lui che non ha mai bestemmiato! — in un impeto frenetico ha afferrato un coltello e si voleva ammazzare. Poi ha strappato la chiave all'uscio di casa e se l'ha data in capo e s'è ferito. Il medico ha detto che è pazzo....
La vecchia piangeva. Tutte le comari si sono intenerite e anche la _capèra_, dal suo balconcello pieno di rose. Intorno alla vecchia s'era radunata gran gente. Quando la madre di Peppino se n'è andata i commenti duravano ancora.
— _Vuie vedite 'a fantasia 'e ll'ommo addò va a sbattere!_ — ha esclamato una rossa, in camicetta bianca.
E ho visto la _capèra_ che rispondeva dal balconcello, col secchietto in mano:
— _Quanno uno sta sulo sbarea. Quann'è nzurato penza 'a mugliera. Chi tene belli denare sempe conta, e chi tene bella mugliera sempe canta!_
— _È overo_, — ha detto la rossa. — _Ma Peppino 'o teneva o nun 'o teneva 'o core mpietto?_
— _Io che saccio?_ — ha esclamato la _capèra_, ridendo.
La rossa, che ha intorno una nidiata di marmocchi, ha levato le braccia, gridando a tutti i maschi del vico:
— _Uommene! Uommene! Nzurateve!_
Il mistico matto era dimenticato. Le femmine gridavano con la rossa, le braccia levate:
— _Nzurateve! Nzurateve!_
E sulle soglie dei _bassi_, nelle botteghe, nella via, gli uomini ridevano, contentissimi, e ridevano pur le femmine che li incitavano ad ammogliarsi, e negli sguardi accesi degli uni e delle altre il desiderio luceva. Era, in quest'ora, ancor tutto caldo di sole il vicoletto. E il diavolo del terzo peccato alitava su tutte quelle facce sudate, passando improvvisamente tra quello scoppio d'urlante sensualità plebea....
Notte della Befana
Il letto di Chiarinella l'avevano collocato in un angolo ove arrivava tutto il sole. Nel verno, quando il sole era dolce, la poverina s'addormentava in un'onda luminosa, che le scaldava le manine esangui sulla coverta. Tutta la giornata rimaneva sola; la chiudevano in casa e portavano via la chiave, abbandonandola a tutti quei pensieri, a tutte quelle paure che hanno i bambini quando non si vedono accosto nessuno. Lei dapprima avea pianto, con la testa sotto alle lenzuola, tutta raggranchita, non osando gridare per non spaventarsi peggio. Provava timori strani, le pareva che non dovesse stendere le gambe perchè qualcuno, un mago, un essere spaventoso, le avrebbe afferrato i piedini, tirandola: non metteva fuori la testa, per la paura di non trovarsi di faccia un volto mostruoso con gli occhi spalancati che la guardavano di sopra alla spalliera del lettuccio. A momenti credeva di sentir battere alla porta quello scemo orribile, a cui venivan le convulsioni nella strada e che una volta le era corso appresso, urlando. Poi, quando la malattia la ridusse che non poteva più muoversi, rimase lì nel suo cantuccio, istupidita e indifferente, come se niente più la colpisse.
Lassù, in quella stanzuccia al quarto piano, ci dormivano la Malia, ch'era ballerina a una baracca, donna Bettina e Chiarinella. La Malia andava al concerto per tempo e toccava alla madre accompagnarla; la ragazza tornava di notte, tutta freddolosa nello scialletto rosso, con le mani nel manicotto spelacchiato, che lei stessa avea cavato dalla pelle di un gatto bianco e nero. Donna Bettina le portava nell'involtuccio la vestina di veli, il corpetto rosso a frangia dorata e le scarpine piccole piccole come quelle di Cenerentola. Malia, quando qualcuno dei giovanotti che frequentavano la baracca le avea regalato dei pasticcetti nell'intermezzo, entrando in casa si buttava sul letto assai stanca, senza nemmanco spogliarsi. Quando no, andava rovistando per la casa se trovasse qualche cosa da rosicchiare e strepitava, dicendo che se ne sarebbe andata via un bel giorno col primo venuto, perchè quella era una vita infame e non poteva durare. Donna Bettina diceva: Vattene, vattene, che è meglio; una bocca di meno! Nella notte, mentre la lampada ardeva innanzi a una Madonna sul canterano, donna Bettina chiamava sotto voce:
— Chiarinella!
La bambina non avea chiuso occhio. Rispondeva sommessamente:
— Eh?
— Dimani mamma ti compra un soldo di latte. Ti farò compagnia. Non ci vado al teatro....
— Sì, sì! — pregava lei. — Non ci andare, fammi compagnia!... Senti, mamma....
Quella balbettava, lasciandosi vincere dal sonno:
— Zitta ora, dormi.... domani.... domani....
La camera taceva. Chiarinella era sempre l'ultima ad addormentarsi; udiva per un pezzo ancora il respiro forte e uguale della sorella, che alla baracca avea ripetuta una piroetta e s'era affaticata. A volte la coglieva la sete; scendeva, a tentoni, cercando il bicchiere sulla scansia a cui le sue piccole braccia magre appena arrivavano. Certe mattine la veniva a vedere la Nunziata, una vicina che le avea dato latte quando Bettina non ne aveva.
— Povera piccina! — mormorava. — Povera Chiarinella mia!
Le portava un'arancia fresca, sedeva accosto al letto e si metteva a toglierne la buccia e la pellicola, dividendola a spicchi che la bambina succhiava avidamente, in silenzio.
— Par nata muta, — diceva Bettina, quando ne parlavano.
— No, no, è la malattia. Badatele, sapete, non si scherza, s'è fatta magra come uno spillo. Che v'ha detto il medico?
— Quale medico? E chi ha potuto chiamare il medico? Ah! Nunziata mia, voi non sapete i guai miei!
E si metteva a raccontarglieli sotto alla porta, mentre la Nunziata a ogni momento correva dentro a vigilare il _ragù_, di cui l'odore piccante entrava nella camera di Bettina. Guai grossi. Il marito se n'era andato a Palermo, sopra un legno di Florio, e chissà quando tornava. Denari niente. A Natale soltanto avea mandato trenta lire, sparite via come il fumo. Malia se ne avea prese otto per una cinturella dorata che le serviva nell'_Orfeo all'inferno_, al terzo quadro. La casa si sfasciava, abbandonata alla miseria, senza sistema, senz'amore. Non c'era più niente; Malia avea saccheggiato tutto: il Monte di Pietà era pieno dei panni loro.
— Oh! Gesù! — diceva Nunziata, rabbrividendo. — E come potete vivere così? Mettetevi a fare la serva, i posti ci sono.
— E Malia? La lascio sola? E Chiarinella?
— Per la bambina, se la Provvidenza ve la fa guarire, me la tengo dentro da me con le figlie mie, — disse Nunziata. — Intanto Malia potete lasciarla fare. Lei non è stupida, baderà.
— Oh! no, mai sola! — protestava Bettina. — Voi sapete il mondo com'è cattivo!
Ma in fondo era per questo, che alle cenette dopo il teatro ci andava anche lei, e a volte avea messo in saccoccia qualche mezzo pollo, mentre la figlia teneva a bada i giovanotti che le facevano la corte per gli occhi belli che aveva.