Novelle Napolitane

Part 13

Chapter 133,803 wordsPublic domain

Tira, tira, la corda si spezza. Negli ultimi giorni dell'anno Chiarinella non la si riconosceva più. Si lamentava tutta la notte, piangendo sola, con la testa abbandonata che aveva fatto il fosso nel cuscino. Nel giorno della Epifania, Nunziata entrò a vederla e le spuntarono le lacrime agli occhi. Lei, poverina, le sorrise e le mostrò, senza parlare, un'altra arancia che le aveva portato la vicina e che aveva nascosta sotto alla coperta, sul petto.

— Senti, — disse Nunziata, — ti vengo a far compagnia. Io ti voglio bene. Sai oggi che festa è? Oggi è l'Epifania. Stanotte arriva la Befana che va da tutti i buoni piccini. Bisogna attaccare una calza a capo del letto. Se la bambina è buona la Befana viene a mettervi un regalo bello; se è cattiva vi mette i carboni.... Senti, — soggiunse, — ora me ne vado, ti mando Cristinella.

Dopo un po' la figlia di Nunziata, una bambina di cinque anni, entrò allegramente. Si recava in braccio una bambola di legno, alla quale avea messo il suo grembiale ed una cuffietta ricamata.

— Guarda com'è bella! — esclamò, sedendo sul lettuccio. — Dalle un bacio.

Glie l'accostò alla bocca. Chiarinella la baciò in punta di labbra.

— Si chiama Angelica, — disse Cristinella. — È figlia a me.

La strinse nelle braccia e si mise a cullarla, cantandole la ninna nanna.

— Oooh! oooh!

Poi subitamente l'adagiò sulla coltre del letto.

— Tu che hai? Sei malata?

— Sì.

— È cosa da niente, cosa da niente! — sentenziò, come aveva udito dire qualche volta alla mamma. — Una buona sudata e passa.

Come l'altra non diceva nulla, Cristinella si seccò. Spalancò la bocca rosea in uno sbadiglio e si allungò sul lettuccio, nel sole.

— Sai guardare il sole?

— No.

— Io sì, guarda.

E si mise a fissarlo. Ma gli occhi le si empirono di lagrime. Allora, dopo averseli rasciugati, riprese la bambola e scese dal lettuccio.

— Io me ne vado, — disse, — debbo preparare il letto a questa piccola! Uh! — esclamava, baciando la pupattola. — Quanto sei bella! Vieni con mamma tua!

Chiarinella rimase sola. Dopo un momento scese, rovistò in un angolo, trovò quello che cercava. E trascinandosi sino al letto con uno sforzo che dopo la fece piangere, attaccò al bastone della spalliera una piccola calza bucherellata.

La Bettina in tutta la giornata tornò a casa due volte e poi riescì per accompagnare Malia che faceva Venere, in _Orfeo_.

A notte la piccina, che sonnecchiava, udì una voce maschile su per le scale e la voce di Malia.

Diceva Malia:

Addio.... ciao.... Grazie!...

*

La notte della Befana era fredda, ma chiara e stellata. Un grande silenzio s'era fatto nella viuzza solitaria, un grande silenzio si fece nella stanzuccia quando Bettina e Malia chiusero al sonno gli occhi stanchi. Una delle rosee calze della ballerina pendeva accapo al suo letto. Ella stessa vi aveva lasciato cader dentro, sorridendo, un piccolo anello d'oro, un paio di profumate giarrettiere di seta. Era stata Befana a sè stessa, prevedendo che la Befana avrebbe lasciata vuota la calza. Nelle case de' poveri quella non entra.

Chiarinella dormiva, sognando la pupattola della sua piccola amica.

Alla dimane Malia si svegliò un poco più per tempo del solito. In tutta la notte l'anellino e le giarrettiere le aveano parlato all'orecchio. S'accostò alla finestra e si mise ad ammirare i regalucci, stropicciando una cocca del grembiale sull'anello lucente.

— Bello, bello! — faceva donna Bettina, di su le nude spalle della figliuola.

Chiarinella stese la mano, staccò la piccola calza dalla spalliera del letto e vi guardò entro. Il suo cuoricino batteva forte.

Ma nella calza non c'era niente.

Malia si lavava, canticchiando, le belle spalle bianche, nude, assalite dai brividi. Il bacile di latta si empiva di spuma candida, fiocchi di neve ne cadevano intorno. Ancora il sole non era arrivato alla stanzuccia, ma per le vetrate appariva il cielo azzurro, limpidissimo, sul quale la Befana aveva, nella notte, ripassata la sua scopa di penne di pavone.

La piccola calza bucherellata era caduta sulla coverta del lettuccio, e da presso due piccole mani vi si abbandonavano, esangui. Tra tanta infantile minutezza le cose più grandi eran due lacrime, che scendevano per le gote di Chiarinella.

Suor Carmelina

Giugno 1886.

Tra le suore dello spedale X.... ho conosciuto, tempo fa, suor Carmelina, una giovane donna sottile e bianca, bianca come una Vergine di cera, pallida come un'ostia nell'ombra. I malati la chiamavano _la santarella_; ella sorrideva sempre, parlava sempre sottovoce, pronunciava s la z e tratto tratto diceva a'malati: _Benedeto! Benedeto da Dio!_ Era veneziana, tutta piena di quella dolcezza de' modi e dell'anima onde quei del veneto son pieni.

Come era divenuta monaca? Nessuno me lo seppe dire. E da quanto tempo ella aveva abbandonato il mondo e Venezia bella? Tutte queste monacelle, _benedete_, hanno il loro piccolo dramma chiuso in cuore, e un mistero nascosto nell'anima. Alcune volte gli occhi luccicano, si velano d'una lacrima, le mani bianche fremono, la bocca freme, il respiro ansioso gonfia il petto coverto dalla tonacella. Ma andate a chiedere loro perchè fanno così, o tentate di impadronirvi di quella bianca mano fremente o cercate di interrogare quella lacrima! Fuggono, si chiudono nelle piccole stanzucce a vetri, evitano di ricomparirvi innanti, vergognose. Soltanto la piccola stanzuccia a vetri sa il mistero della piccola suora. Nessuno ha mai potuto udire i singhiozzi di una piccola suora.

*

Io chiedevo sempre a un mio povero amico, ricoverato in quello spedale, che ne pensasse di suor Carmelina. Si capisce; ogni giovanotto, in presenza d'una di queste figlie della carità, prima vede la giovane donna, poi vede la monaca. Imagina sempre un sacrifizio, si appassiona e s'intenerisce.

L'amico, un commesso viaggiatore, al quale una caduta avea quasi spezzata la gamba sinistra, stando in bolletta s'era salvato allo spedale. Veneto pur lui aveva ben presto stretto amicizia con suor Carmelina. La trovava semplicemente una buona _putela_, una _fia de la Madona_.

Io lo andavo a vedere tre volte alla settimana, poi finii per recarmi a trovarlo quasi tutti i giorni. Si cominciava a parlare della gamba anchilosata e si cascava, subito dopo, a chiacchierare di suor Carmelina.

— Non le hai mai domandato perchè s'è fatta suora?

— Mai. E perchè? Non me lo avrebbe detto. Parla poco.

— Ma con te, che sei compaesano suo, potrebbe far eccezione alla regola.

— La regola — rispose il mio amico, sorridendo — impone il silenzio alle suore, specie coi giovanotti malati, specie alle suore giovani.

— Senti, caro mio, francamente io vorrei trovarmi qui, in questo tuo letto.

— Con gli stessi dolori?

— Con gli stessi dolori.

— Con la stessa gamba impacchettata? Con la stessa smania di volere e di non poter uscire a vedere il sole, a veder camminare la gente per via, a vedere le carrozze, a camminare? Va là, tu scherzi. Siamo troppo amici. Nemmeno ai cani lo auguro.

— E io vorrei essere qui, nel tuo letto.

— Per vedere suor Carmelina? Per parlare con suor Carmelina? Per sentire la voce di suor Carmelina?

— Forse.

Lui rise fortemente. Ella in quel momento passava e si volse. Le donne hanno questo di particolare che anche da lontano, con la coda dell'occhio, appurano quello che dite e se parlate di loro. Per un momento la sua veste scivolò lungo la fila dei letti, senza romore, senza toccarli, lambendo i larghi quadroni di marmo del pavimento. Un malato, il numero 34, un vecchio colono di Melito, si levò a sedere sul letto e si sberrettò, inchinandosi, mormorando qualcosa. La suora gli rispose con un piccolo moto del capo. Forse gli sorrise, ma le tese larghe della cornetta m'impedirono di vedere. A un posto della sala si chinò, raccolse la buccia d'un'arancia e per l'aperto finestrone la buttò giù nel cortile. Poi sparve.

— Sei contento? — mi disse l'amico. — Ora l'hai vista. Sei contento?

— E tu non ti commovi?

— Io! _Ciò! vecio!_ Ne ho viste tante in mia vita! Io mi secco assai di dovermene stare qui inchiodato in questo letto, tra lamenti, spasimi, morti subitanee e morti lentissime, che non arrivano mai! Sono impregnato di acido fenico!

*

— Senti, _vecio mio_, — mi disse un altro giorno, — fra qualche giorno me ne vado. Ieri il dottore mi ha detto che ne ho per un'altra settimana. M'ha rifatta la gamba a nuovo. Che uomo, _benedeto_, che grande instituzione la chirurgia!

— E dici addio alla suora?

— Accidenti! Sei un bel seccatore tu, con la tua suor Carmelina! Guarda, ieri ella m'ha.... mi ha.... come si dice?

— Intenerito?

— Intenerito? M'ha fatto stomacare. È come tutte l'altre; sempre le stesse! Senti, io le ho annunziato che me ne andavo presto, fra una settimana, ch'ero bell'e guarito....

— E lei?

— Lei, al solito, s'è fatta rossa. Mi ha detto: Davvero? È proprio guarito? — Dico io: Sicuro. Cosa c'è? Le dispiace? — Ha fatto un muso! dice: Ecco, noialtre ci affezioniamo ai nostri malati così da volerceli tenere quanto più si può con noi. Ogni malato guarito si porta un po' del nostro dispiacere.... — Immagina! Le volevo tirare un cuscino.

— Sei un grande cretino, va! Come tutti i commessi viaggiatori.

— Aspetta che guarisca, _vecio mio_!

*

Dopo una settimana egli era impiedi. Ma ancora zoppicava un poco. Per tre o quattro altri giorni era necessario che rimanesse allo spedale.

— Piglio aria, — mi disse. — E riprendo l'abito del camminare. Vien qua; ho qualcosa da narrarti su _quella tale persona_.

Ci mettemmo a sedere sotto un finestrone dal quale una gran luce pioveva nella sala. Erano le nove della mattina e lo spedale faceva la sua toeletta, pieno d'un gran chiacchierio che s'intrecciava fra i letti, arrivava con gl'inservienti, usciva dalla stanza delle suore, per l'uscio socchiuso. Una vecchia suora, inforcati gli occhiali, scriveva in un gran libro che s'era squadernato innanzi, sulla tavola.

— Ieri — cominciò il mio amico — al dopopranzo, suor Carmelina m'ha fatto presente d'una manata di confetti. Abbiamo chiacchierato a lungo; lo spedale s'era messo a dormire. — Dove se ne va, ora che è guarito? — Me ne vado a Venezia, — le ho risposto, — vado a rivedere mio papà e la mamma. — Beato lei, che ci ha tutti e due! — E lei? — Ha chiusi gli occhi, ha scosso tristemente il capo: — Non ho nessuno. — E come nessuno? Fratelli, sorelle? — Nessuno..... — Ti dico, caro mio, — soggiunse il mio amico, — sono stato preso da una grande pietà. Non ho saputo nulla rispondere, nulla dire a confortarla. Tutto ieri ella è rimasta in sala. A sera, per le finestre, entra un gran profumo di zagare, dal giardino. Ier sera se ne moriva; una cosa deliziosa, inebriante. Suor Carmelina passeggiava in lungo e in largo. Spuntava la luna, laggiù, dietro il comignolo della fabrica di steariche, guarda.... lì. Io mi son messo a canticchiare:

_De Venezia lontan do mila mia_ _no passa dì che no me vegna a mente_ _el dolce nome de la patria mia,_ _el linguagio e i costumi de la zente...._

E continuavo:

_Soto el ponte de Rialto_ _fermaremo la barcheta,_ _O Venezia benedeta,_ _no te vogio più lassar...._

Avessi veduto com'ella rallentava il passo, per sentire! A un tratto eccotela che mi s'accosta al letto, con le lacrime agli occhi, con la faccia bianca bianca, stravolta, la bocca tremante: — Lei non canti! — m'ha detto con malo modo, — qui non si canta! La prego di smettere! Questo è uno spedale! — _Ciò_, brava la ragazza! E cantavo roba del suo paese, cantavo!

— Eccola....

Ma appena la suora apparve in fondo alla sala un grido infantile risuonò, un grido che ci fece trasalire. Saliva un gran vocio dal cortile e gl'inservienti s'urtavano, accorrendo. Suor Carmelina scomparve.

— Che sarà?

— Qualche resezione di ginocchio, qualche incisione alla spalla, una disarticolazione, un bottone di fuoco che arrostisce la carne, ecco, questo sarà! Oramai trenta giorni di spedale mi hanno abituato a tutto questio.... Ne ho udito d'urli!... Un inferno, caro mio. _Ciò!_ Che succede ora?

Qualche cosa di strano succedeva, infatti. Lo spedale era sossopra, la segreteria, attigua allo stanzone in cui noi ci trovavamo, s'empiva di gente. I malati si rizzavano a sedere sui letti.

— Andiamo a vedere! — disse il commesso viaggiatore, incamminandosi, zoppicante.

Era successo questo: il figliuolo del giardiniere, un bel ragazzetto biondo, era stato morso dal cane del guardiano. Il cane era idrofobo, palesava tutti i segni del male e lì per lì fu ammazzato. Ma il ragazzetto? Era perduto. Tutto questo lo sapemmo e lo _vedemmo_ in un momento; un brivido ci corse per l'ossa e il coraggio di avvicinarci all'infelice ci mancò. Ma la gente si stringeva più intorno a suor Carmelina che da presso il ragazzetto. L'_interno_ di guardia, un rosso dai piccoli occhi neri scintillanti, ci venne incontro, stropicciandosi le mani, gridandoci:

— Avete visto? Avete visto? — e soggiunse, entusiasmato: — Bellissimo! Stupendo! Magnifico!... Suor Carmelina ha succiato il veleno!...

La piccola suora era accorsa al grido del piccino, lo aveva trovato piangente, gli aveva chiesto che cosa fosse successo, e il piccino le aveva risposto:

— Mi ha morso il cane...

Subito dopo si sentì gridare:

— Badate! Badate! Il cane è idrofobo!

Il giardiniere gli aveva spaccato il cranio con un colpo di bastone. Ma il povero ragazzo mostrava il braccio nudo, sanguinante, e nessuno sapeva trovar modo di soccorrerlo. Allora suor Carmelina s'era avanzata, pallidissima, ma senza il più piccolo tremito. Aveva appressato alla ferita le labbra, e succhiato, lungamente, rigettando il sangue e il veleno, forbendosi le labbra bianche col suo gran moccichino scuro a quadroni. E allora tutta la sala numero quattro s'era posta a batter le mani, freneticamente. Il colono di Melito agitava il berrettino....

Documenti umani

Settembre 1886.

Tre giorni fa, in una scura e fetida vanella d'un palazzo in via Tribunali, d'un subito, qualcosa cadde con un tonfo sordo, e spaventò i sorci che frugavano tra i cocci sparsi e le immondizie e i rifiuti di quelle famiglie borghesi dalle quali escono continuamente, a turbare i pranzi delle immonde bestie, le improperie delle serve e i pianti dei piccini permalosi.

Cadde dunque qualcosa. I sorci fuggirono con gran terrore e si rintanarono. Era caduto il corpo d'una giovinetta: una bionda.

Esso rimase lì, prono, la faccia nel fango, un braccio teso, le gambe stese. Una fine caviglia spuntava di sotto alla gonnella, un piccolo piede arcuato, una calza bianca....

Quella ragazza s'era buttata da un terrazzo al quarto piano, ove era salita per sciorinare i panni.

Si chiamava Antonietta Canserano, aveva diciotto anni, era molto bellina. Quel corpo inerte rimase lì tre ore. A poco a poco le bestie immonde riapparivano. De' piccoli musetti, dei piccoli occhietti spauriti spuntarono pei buchi. La ragazza rimaneva immobile.

Finalmente si seppe il fatto. La vanella si empì di gridi femminili. L'orrore era grande, e il sangue!... Quanto sangue laggiù, tra i cocci e i rifiuti, nel fango, su per la nera poltiglia luccicante....

Arrivò un medico, arrivarono le guardie, il pretore, un delegato, curiosi da ogni parte. Il corpo dell'Antonietta fu tolto di lì, adagiato in una vettura, e trasportato allo spedale degl'Incurabili. La poverina era ancora viva. Respirava, lentamente, a fatica, e aveva gli occhi, socchiusi, pieni di lacrime....

*

La storia di questa fanciulla è breve ed è la solita storia.

Antonietta Canserano, orfana di madre, ha il padre in America. Era stata affidata a una zia che le voleva un bene del cuore e con la zia se ne stava, al quarto piano del palazzo numero 105 in via Tribunali.

A diciassett'anni aveva conosciuto un piccolo marinaio, bruno e atticciato. Si chiamava Vincenzino. Un cuor d'oro. Il marinaio a momenti avrebbe terminata la sua ferma, sarebbe tornato a Napoli, l'avrebbe sposata. Glielo aveva promesso da un anno; quando giurava si metteva la mano nera sul petto e gli occhi lucevano. Ella era così felice, così felice di quel piccolo uomo arso dal sole, delle parole sue tanto calde, tanto sincere! E aspettava.

Quattro mesi fa Antonietta chiese in grazia alla zia che le facesse pigliare un po' d'aria. L'usignuolo s'annoiava in gabbia. E come la zia non poteva accompagnarla ella uscì sola a passeggiare. Se ne andò alla _Villa_. Lì, non si sa come, le si accostò un furiere di linea. Si mise a chiacchierare con lei, la tentò, e seppe abusare della poverina. Questo succede assai spesso. Una rovina in un attimo. _Dopo_, il furiere, come tutti gli uomini senz'anima e senza rimorsi, abbandonò Antonietta.

Ella tornò, sola, a casa della zia. Per la strada del Chiatamone, un marinaio amico del suo marinaio l'aveva incontrata.

— Come! Sola! Se lo sapesse Vincenzino! Lasciate che v'accompagni.

Ella tremava come una foglia. Non rispose una sola parola.

— Se scrivo a Vincenzino volete che gli dica che v'ho incontrata?

Ella rispose:

— No.... per carità!

Il marinaio la guardò, fece spallucce. E continuarono a camminare, in silenzio....

*

Napoli, 18 luglio 86.

_Mio caro Potito_

ti scrivo queste poche riche ti fo conosciere che io sto bene di salute e così spero di sentire di te. Dunque Mio caro Potito, dopo due mesi e tredici giorni mi ho azzardato di scriverti innascosta dei mie parenti; perchè dopo tanti mie pianti mi ho sognato una donna e mi ha detto così — figlia mia Antonietta non piangete più che il mio figlio vi deve venire a sposare pregherò ia a Dio che gli dà buoni pensieri e ti prego fatelo una lettera; ecco mio care queste semplice parole mi à detto e mi sono svegliato ed ia ti sono scritta non aveva inchiostro e ti sono scritto con un lapis.

Dunque mio caro ricordati di mè che mi sei levato l'onor mio così che io quella sera ero una stupita non capiva che cosa era il mondo e tu ti ni approfittasti di mè così si deve approfittare i Dio di tè se ti sei negato infaccio ai miei parenti non può negarlo innazi al tribunale di Dio perchè io come tu mi sei lasciato così io sto! nessun altro si ni è approfittato di mè — non fa niente deve arrivare una lacrima avanti a Dio che ti deve pagare perchè ia non sone una cattiva giovane; che vi credete che ia mi ho dato a cattive strade nè questo non lo farò mai mio caro non fa niente che mi sei levato l'onor mio o fatto ridere ai miei parenti i Dio mi aiuterà perchè ia sono orfane di madre mio padre sta in america e non ni sà niente di questo misfatto che si lo sapesse quello mi viene ad ucidere — il mese entrante parto da Napoli e vado a trani mi accompagnano i mie parenti e vado in casa della madre della zia e là o la dota di mia madre che mi possa maritare che ho anni diciotto ho ancora se tu tieni coscienza se tu hai cuore vieni dal mia zia a Napoli e venitemi ad onorare se poi non credete fate come ti piace e ti prego di non dir niente ai miei parenti di questa lettera vi saluto e sono tua

Aff.ma

ANDONIETTA.

*

Questa lettera fu sequestrata presso una signora amica dell'Antonietta. Ella doveva spedirla al furiere di linea. Come non gliela spedì? Era scritta col lapis. Niente di più umano, di più _anima_, di più _cuore_ di questa lettera d'una quasi analfabeta.

Ma certo il signor Potito, se l'avesse ricevuta, ne avrebbe riso coi compagni, per gli errori di grammatica. Un furiere è _istruito_.

*

Ier l'altro la Canserano si precipitò dalla terrazza.

Oggi doveva arrivare Vincenzino il marinaio....

Le bevitrici di sangue

Dalle sette e mezzo della mattina fino alle dieci la carneficina delle vacche, al macello di Poggioreale, si compie tra uno strano affollamento di bevitrici di sangue, dura tra i desiderii sanguinosi delle anemiche, delle clorotiche, delle povere fanciulle sbiancate in faccia come la cera. Esse accostano alle pallide labbra il bicchiere colmo di quello spumante _vin delle vene_ e bevono d'un fiato, socchiusi gli occhi, la mano che leggermente trema. Intorno seguita la strage, tra un continuo romore di battiture, di tonfi sordi, di catene che si sciolgono, d'argani che rizzano i cadaveri ancor palpitanti delle povere bestie. Dopo bevuto il caldo sangue spicciato dalle carotidi incise, si passa in una stanzaccia nuda e sporca, e lì si sciacquano le coraggiose bocche femminili e le mani insanguinate. A parte il bene che può fare questo rimedio novello, lo spettacolo è orribile.

*

Appena entrati nel macello, come il visitatore si va accostando allo scannatoio, ode un rapido succedersi di colpi sordi, i quali danno la precisa idea di una gran quantità di tappeti sciorinati e battuti da servitori invisibili a un invisibile terrazzo. I tappeti sono cadaveri, ancor palpitanti, di vitelli, di vacche, di bovi smisurati. I carnefici, appena caduto l'animale sotto il coltello-pugnale di questi _toreadores_ del macello, cominciano a menar di gran colpi di mazze sulle reni e sul ventre delle bestie, perchè la pelle se ne stacchi. E mentre uno compie codesta bisogna, un altro si vale d'un mantice per gonfiare l'animale, e un altro d'un lungo ferro tondo per frugar nelle viscere. Il sangue scorre d'ogni parte e inonda il pavimento. I garzoni s'accovacciano, radunano con le mani il sangue a pezzi già quasi coagulato, ne colmano scodelle di ferro e quelle vuotano nelle botti preparate in un angolo. Tutto questo è fatto con grandissima rapidità, l'ammazzamento durando tutta la giornata e dovendo i beccai sbarazzarsi in un giorno fin di ottocento animali.

Le vacche entrano malinconicamente nell'ammazzatoio. Piegano fino a terra la testa. Annusano il sangue e si volgono intorno. Un primo leggero fremito inconsciente increspa loro la pelle, gli occhi grandi e dolci s'inumidiscono. Attaccate per le corna ai pali dei cavalletti enormi, alle forche bruttate di sangue rappreso, continuano a dondolare la testa inquieta, lasciando mescolare al sangue, per terra, i fili argentei della bava, ond'hanno tutto umido il muso. Subitamente un carnefice s'accosta: nascondendo il pugnaletto nella destra, guardingo. Leva la mano. Il pugnale s'abbassa, colpisce tra le corna, penetra, rapidissimo, fin nel cervello, e riappare fumante. Il carnefice dà un balzo, e si scosta. La vacca cade, fulminata. Una sola, breve convulsione le agita le gambe, ed è tutto; è morta. La sua compagna si agita, cerca di liberarsi, leva il capo, sbarra gli occhi, spaventata. Ma cade anch'essa sotto l'orribile forca, accanto alla prima. Lì per lì comincia la battitura, cominciano ad agire il soffietto, il ferro tondo, il gran coltello sventratoio. Ma prima, appena l'animale piega le gambe e si rovescia sul dosso, il fornitore di sangue, scalzo, sguazzanti i piedi nel sangue, accosta alla viva fontanella il bicchiere e, correndo, lo porta, colmo, alla fanciulla anemica. E costei beve d'un subito fino all'ultima goccia, e le labbra e il mento le si tingono d'un rosso fortissimo, e le dita si sporcano, e gli anellini luccicano tra il sangue gocciante....

*

La gran parte di queste bevitrici si compone di un elemento assai borghese. Sono modistine, sartine, fioriste e simili. Escono dall'ammazzatoio con le punte delle scarpette, coi tomai alti, macchiati. In Napoli l'anemia serpeggia un po' da per tutto: ora pensate a queste povere ragazze che fanno una vita sedentanea, in un laboratorio, coi lumi a gas d'inverno; pensate a queste giovanette elegantemente vestite che a casa loro dormono in un miserabile sottoscala, senza luce; pensate alle privazioni, alla mancanza dell'aria, del sole, alla mancanza del cibo sano, della carne che costa troppo, e vi spiegherete la mancanza dei globuli rossi.

*