Novelle Napolitane

Part 11

Chapter 113,793 wordsPublic domain

La guardia arrivò correndo, con una mano sull'elsa della daga. Per la via gridava:

— Ferma, ferma!

Don Peppe ebbe allora un istintivo impeto di salvazione. Fece un passo, guardando innanzi a sè nella via lunga e libera.

Ma pur i vicini, intorno, gridavano:

— Ferma! Ferma!

La guardia gli fu addosso e lo afferrò per il bavero della giacchetta.

— Io non mi movo.... — balbettò Cappiello.

— Canaglia! — gli urlò la guardia, cercando le manette in saccoccia.

Il calzolaio s'era chinato sul corpo inerte della vecchia, che quasi sbarrava la strada, sicchè una vettura da nolo, poco lontano, s'era dovuta fermare. Il cocchiere, le redini in mano, s'era levato in piedi sulla serpa e guardava, ancora senza capir nulla. La gente accorreva da ogni parte. Arrivarono pur due allievi carabinieri, uno dei quali, per via, s'andava sfilando i guanti di cotone bianco.

— È proprio morta, — annunziò il calzolaio, rizzandosi. — Il sangue l'ha affogata.

— Gesù! — fece Graziella, la stiratrice, coprendosi gli occhi con le mani.

— Avanti! — gridò a don Peppe la guardia.

Egli contemplava ancora la morta, movendo le labbra, come se parlasse a sè stesso. Allora un marmista ch'era arrivato l'ultimo, un grosso uomo barbuto, con tra le mani il martello e uno scalpello, chiese a don Peppe che s'incamminava:

— Ma perchè l'avete ammazzata, don Pe'?

Rispose:

— Dimandatelo a lei.

E se ne andò tra la guardia di pubblica sicurezza e uno degli allievi carabinieri. L'altro carabiniere si fece aiutare dai più coraggiosi e adagiò il cadavere in quella vettura che si trovava nel vicolo.

*

La bottega della fiorista rimase chiusa per un mese. Un bel giorno arrivò don Procolo, fumando. Fece aprire, rimase un pezzetto a rovistare e a parlare con due uomini sconosciuti a tutto il vicinato, cacciò in una cesta alcune masserizie e le coprì con un mucchio di fiori d'_organsino_. Al giorno dopo arrivarono gli stessi sconosciuti e vuotarono la bottega tutta quanta. I monelli del vicinato s'impadronirono dei ritagli delle carte colorate e li sparsero per tutta la via. Dopo un altro mese un pittore di stanze prese il posto della fiorista.

Finalmente, dopo due anni, Graziella, la stiratrice, in una mattina di maggio, vide passare l'impiegatuccio a mille e duecento, e per volerlo guardare e sorvegliare troppo abbronzò una camicia.

L'impiegatuccio guardò nella bottega della fiorista e vi scorse il pittore di stanze. Parve meravigliato. Allora Graziella, che un tempo gli aveva stirate pur le camice, lo salutò con un sorriso.

— Come state? Non vi siete fatto più vivo?

— Sono stato ad Arona, fin'ora, — disse, — traslocato....

— Avete saputo? — disse la stiratrice, dopo un silenzio.

— Ah! — fece lui. — Sì, so tutto. Doveva finire così.... Con quella madre! E don Peppe?

— Chi l'ha visto più?

— E.... Fortunata?

— Chi ne sa più nulla?

L'impiegatuccio, dopo aver accesa la sigaretta con un fiammifero della scatola di Graziella, se ne andò, lentamente, tutto pensoso. Ma la stiratrice gli aveva mentito per compassione. Pochi giorni prima, a Santa Lucia, ella aveva adocchiata Fortunata, con un bambinello. La fiorista vestiva di nero. Comperò al bambinello un soldo di ciambellette e gli fece bere un po' d'acqua sulfurea. Poi se ne andarono su pel marciapiedi, passo passo....

L'amico Richter

Ecco, amici miei, in che modo conobbi il professore Otto Richter.

*

Il Rione Principe Amedeo, voi sapete, così vicino per limiti al Corso Vittorio Emanuele, si trova ad esserne, per aspetto, assai lontano. Il Corso è ancora campagnuolo sotto la collina verde; il Rione è elegante; il Corso è tutto polveroso per la via larga e assolata; il Rione è severamente pulito. Qui un palazzo Grifeo, che ha un'aria d'antico e una salda costruzione di pietra grigia e nuda. Qui finestre archiacute che riflettono, a sera, nelle terse vetrate il gran chiarore della luna, la quale, di rimpetto, s'affaccia sul mare e vi bagna la sua pallida immagine. In uno studio d'incisione, sotto il palazzo grigio, si fonde e si cesella in silenzio. Un interno pieno di penombre; l'artista che passa e guarda, risale con la fantasia al vecchio tempo fiorentino. Se qui l'ambiente non fosse in gran parte lieto dell'orizzonte glauco e d'un profumo d'erbe selvatiche, e se non parlassero dell'amore della campagna i sanguigni rosolacci erti, e se non chiacchierassero, migrando a non lontane nidiate, gli uccellini freddolosi, la bottega dell'incisore parrebbe antica, quando intorno le capitassero muri grigi e stemmi onorati da vanti di toghe o di corazze.

In questo tempo nostro, il rione è semplicemente felice della sua nettezza e del posto. A un certo punto il parapetto della via è rotto dai primi gradini d'una scaletta malconcia. Per questa si scende in un solitario vicolo, e si esce così, passando sotto un potente arco, a Chiaia, nel quartiere elegante. Dalla pace al romore, dalla tranquillità delle cose e delle persone a un movimento che vi rimette dal sogno nella realtà.

In certe ore, in certi momenti, il vicoletto vi parla di tante strane e misteriose cose. Fu in questo vicoletto che conobbi il professore Otto Richter.

*

Era una lieta mattina primaverile. Vi giuro, amici miei, così non dico pel convenzionalismo che infiora quasi tutti i racconti con tenerezze meteorologiche. È la verità, la conoscenza accadde in aprile. A ogni modo, Otto Richter lo conobbi così.

Io scendevo lentamente per quella tale scaletta; egli se ne stava laggiù nel vicolo, all'ombra, piantata la punta di un'ombrella nel terriccio, le mani sul manico di madreperla a gruccia. Con le spalle al muro, gli occhi a terra, il vecchietto m'aveva l'aria di star meditando. Ora siccome in questa vita i pensosi sono, per lo più, i disgraziati, io che lo aveva visto dall'alto della scala piantato lì a quel modo, e me lo ritrovavo nella stessa posizione appena dall'ultimo gradino mettevo piede nel vicoletto, dissi tra me e me:

— Ecco uno che certamente, medita ai guai suoi.

Il vicolo era pieno di buon sole e di silenzio. Improvvisamente fu pieno di musica. — Come mai? — pensavo, tornando indietro, colpito deliziosamente da una melodia che si spandeva. Il vecchio s'era mosso; passava al sole dall'ombra, avvicinandosi a una delle tre finestre basse che si aprivano sul vicolo dal muro di faccia a noi. Alle finestre ci si arrivava quasi con la testa. Le vetrate erano spalancate e la musica passava. Ma la facevano misteriosa certe bianche tendine, occupanti di dentro tutto il vano e pur di dentro fermate sulle assi d'un telaio.

Accostandomi alle finestre, m'avvicinavo pur al vecchietto, e procuravo di non far romore; era così assorto poverino! L'ombrella era passata sotto l'ascella, le mani strette premevano l'ultimo bottone del panciotto ch'era, in alto, carezzato dalla barba rossiccia del solitario uditore. A volte, mentre la melodia saliva con più sonoro ritmo, le mani si staccavano dal panciotto, e una, l'indice teso, batteva il tempo. Si afferrava l'altra, nervosamente, al margine del soprabito, come se ne volesse tirar giù il panno.

Finita la musica, il vecchietto levò il capo; seguitava a sorridere, seguitava ad armeggiar con la mano, mormorando l'ultima frase musicale, solenne.

Mi feci animo e gli chiesi:

— Scusi, chi c'è qui dentro?

Lui fece un passo avanti, rimise in movimento l'ombrella e venne a me con una chiara felicità negli occhietti azzurri.

Rispose:

— Beethoven.

Col braccio levato misurò ancora quattro o cinque battute e canticchiò un'altra volta le note.

— Molto grande! — soggiunse con le labbra allungate in una smorfia d'ammirazione. — Giganteo! Questa sinfonia, monumento! Oh!... Piace a voi, signor?

Dio mio! Una così deliziosa cosa! A chi non piace la musica di Beethoven, amici miei? Egli era che non sapevo persuadermi come lì dentro ci fosse proprio lui. Avevo ben riconosciuta la _Pastorale_. Ricordate, voi, amici?

Ah! perchè la musica non si può scrivere e leggere come la parola!...

— Lei dice che la musica è di Beethoven, — feci, ridendo; — e sta bene. Ma com'è che Beethoven si trova lì dentro? È risuscitato?

Egli rispose lentamente, molto serio:

— Beethoven morto assai tempo. Qui Società Quartetto. Concerto.

— Forestiere lei?

— Allemand, di Cermania. Tetesco.

— E vive qui, a Napoli?

Disse con gli occhi di sì. E poi accennò pure che tacessi, e si riavvicinò alle finestre. Ricominciava la musica.

— Psst, — fece lui. — Bocherino.

Mise l'indice sulle labbra e socchiuse gli occhi, rapito.

Che finezza, che graziette, amici miei! La conoscete voi questa _Siciliana_?

*

Tornai laggiù. Ancora il professore Otto Richter non mi aveva parlato definitivamente di lui. La sua piccola figura da racconto d'Hoffmann o d'Erckmann-Chatrian, la sua placida figura tedesca serbava qualcosa di misterioso ch'io cercavo invano di scrutare e su cui arzigogolavo senza raccapezzarmici.

Seppi soltanto questo da lui, alle prime confidenze, ch'egli era venuto di Germania in Italia a piedi. Capite? A piedi. Ne rimasi inorridito; io che adoro le vetture, la ferrovia, le tramvie, tutto quello che è mezzo di trasporto!

Il mio sguardo scese subito alle scarpe del buon uomo, due scarpe punto eleganti, dal tomaio piatto, basso, enorme, dalla punta quadrata, dalle suola doppie tre dita. Vere scarpe nordiche. Egli posava su quel piedistallo e sorrideva, contentissimo. Aveva, parlando, un certo ammiccar d'occhi malizioso, pel quale gli si arricciavano le gote. Tutta la faccia diventava una ruga sola. Parlava a bassa voce.

E poi seppi, pure da lui, ch'egli viveva a Napoli da parecchio tempo, che abitava nel torrione di San Martino, che durante tutta la santa giornata girava per la città dando lezioni di lingua tedesca.

— Voi non conoscete? — fece lui.

— No, — risposi, mortificato. — Ma amerei imparare.

— Desiderate lezione? — disse lui, sorridendo. — Parleremo di questo.

Poi non ne parlammo più. Era un vecchietto pieno di delicatezze.

Continuavano le prove della Società del Quartetto. Una mattina il professore Otto Richter se ne venne nel vicoletto con tra mani un libriccino di elegante edizione tedesca.

— E questo?

— Questo? Trattato veleni.

Veleni? Ma il vecchietto si affrettò a soggiungere, battendosi in petto la mano spiegata:

— Io anche un poco medico.

Un po' medico, un poco poeta, un poco pittore — egli era un po' di tutto. Sopratutto un musicomane. La mia ammirazione cresceva di domenica in domenica, come i concerti del Quartetto si seguivano e ci teneva insieme la comodità del vicoletto. Bisognava vedere il mio amico Otto Richter mentre romoreggiava, di dentro, la _Cavalcata delle Walchirie_! Quel buon Richter! Coi pugni stretti, gli occhi lampeggianti, le gambe allargate, l'ombrella brandita come la frusta d'una delle amazzoni wagneriane, e facendo: Pa pa ta pa! Pa pa ta pa! Papatapà! Zin!

*

Passò un mese, un felice mese di pruove e di concerti. Non mancammo mai. Sui muricciuoli del vicoletto spuntavano fiorellini gialli e tutte le lor creste n'erano sparse. Una striscia d'ombra sotto quei muricciuoli, e in mezzo al vicolo un accampamento di sole. Saliva la musica fino al Rione, chiamando i passanti, invitandoli alla platea solitaria di questo teatro improvvisato. E pei gradini diruti scendevano subitamente figurine femminili, allegri cavalierini in galanterie. Era un romore di stivalini saltellanti che faceva voltare il mio amico Richter. Egli pareva un vecchio passero solitario turbato da una folla accorrente di uccellini chiassoni. Si ricantucciava e non si moveva più. Qualche piccola signorina lo indicava alle altre, sorridendo.

Certo il mio amico Richter interessava. Era una figura originale, di quelle che i giornali illustrati tedeschi mettono in una novella semplice e buona, vivificata dalla matita di un artista di spirito. Parecchie volte lo incontravo in quei paraggi, con una valigetta a una mano, l'eterna ombrella nell'altra. La valigetta s'empiva di frutta, di erbaggi, di latticinii, d'un po' di tutto. Il mio amico Richter entrava frettolosamente nella bottega d'un pastaio, faceva di cappello con quella cortesia ch'è tutta tedesca e chiedeva due chilogrammi di spaghetti. E in un'ora egli si era provvisto di tutto il mangiabile o il cucinabile. Così tornava a San Martino e di lì scendeva per andare a udir la musica in Villa Nazionale o in qualche altro posto dove musica si facesse. Era la sua grande passione.

Una mattina lo vidi che seguiva le esequie di un capitano suicida. Era accanto alla banda musicale, tutto pensoso, l'eterna ombrella sotto il braccio. Lo rividi poi qua e là per le vie, per le stradicciuole di Napoli, frettoloso, parlante a sè stesso. Forse si recava alle sue lezioni di tedesco. Poi non lo vidi più.

Scompaiono tante persone ogni giorno in questa Napoli, e tante ne compaiono di nuove!

*

Una sera, era qui la regina, si dava in onore di lei un concerto al Quartetto. Il vicoletto era pieno. Eravamo in parecchi amici, nella più grande aspettazione per un programma che prometteva Schumann, Wagner, Boccherini, Beethoven. La sala era certamente affollata, ma qui, nel vicoletto, al fresco, come si stava meglio — e senza pagare il biglietto! Per le aperte finestre uscivano il susurro degli intervenuti, lo strepito delle seggiole smosse, un fruscio d'abiti serici. Di tanto in tanto un accordo di violino, un suono rauco di tromba, una voce che chiamava.

Il vicoletto fu, a un momento, tutto illuminato dalla luna che si liberava dall'impiccio di certe nuvole impromettenti, e campeggiava serenamente in cielo. Noi altri si chiacchierava, aspettando. Accosto a me era seduto un uomo occhialuto, dalla piccola e incolta barba nera. Un forestiero. Non so come io gli abbia rivolto la parola, nè so più perchè. Certo è che il mio vicino, tra una domanda e una risposta, brevi sempre, mi disse che egli era tedesco, ch'era professore di lingua tedesca, e che avrebbe desiderato di esser conosciuto. Me lo disse, poverino, con una cert'aria! Pareva mortificato. Tedesco? Professore? Certo conosceva il mio amico Otto Richter.

— Otto Richter?... — borbottò, cercando nella memoria.

Poi fece:

— Ah! Richter!

— Dunque?

— Morto. Otto Richter? Professore? Morto.

Una cosa molto semplice per questo signore meditabondo. Ma.... Povero Richter! E come?

Il mio vicino pensò ancora. Ecco, era morto così, — e si batteva la fronte, — male di cervello. Tre giorni, non più. Poi morto.

Dopo un momento cavò da un enorme portafogli la sua carta e me la porse. V'era scritto a mano: Corrado Weber, professore di lingua tedesca.

— Chieggo scusa, — balbettava il pover'uomo, — io solo a Napoli, solo, solo. Così si vive, signor; lavorando. Richter mio buon amico. Poveretto.

Improvvisamente un fragore di battimani giunse a noi dalla sala; subito dopo l'orchestra intuonò la marcia reale. La regina entrava. Passarono quattro minuti; nessuno fiatava nel vicolo. Io pensavo al mio vecchio amico Richter, al mio povero vecchietto così strano....

— E quando è morto?

— Psst! — fece Weber. — Chieggo scusa, signor. Dopo.

Cominciava la musica. Weber si levò in piedi, si scappellò e si mise ad ascoltare con religiosa attenzione.

Senza vederlo

Siccome in questo mondo chi pensa a casi suoi e mette le cose a posto è chiamato accorto, così, quando dopo la morte di Selletta, spazzino, il quale prima aveva fatto il fiaccheraio e prima ancora avea governato un negoziuccio di commestibili, la vedova Carmela ricoverò un suo maschietto all'Albergo dei Poveri, la bambinella mandò a imparare a cucire da una sartina, e si tenne in casa soltanto il marmocchio che le succhiava la vita appeso tutta la santa giornata al petto vizzo, parecchie delle vicine, e furono le più attempate, dissero che avea fatto bene a provvedere a quel modo alle cose sue, sconsolata e impoverita come Selletta l'avea lasciata. Dissero le altre, poche, e furono le mammine fresche del vicinato, le quali cominciavano con la prima maternità a raccogliere tutto l'amor loro sui figliuoli, che questi erano il riso della casa e che proprio ci voleva un cuore assai duro per allontanarli e un coraggio, via, un coraggio!

— Come fate a rimanere sola sola? — diceva alla vedova Nunziata Fusco, una bionda grassotta, con in collo un bambino biondo e grassotto come lei.

— Dite voi, — piagnucolava Carmela, — come avrei potuto fare con tre angioletti attorno? Sono tre bocche, sono. E poi Nanninella, voi sapete, torna a sera dalla sarta e la notte mi fa compagnia. Impara l'arte, oramai è grandicella. Per Peppino.... voi dite che.... lì, all'Albergo.... è brutto, non è vero?

L'altra diceva:

— Sentite, me ne sarebbe mancato il coraggio. Voi non lo vedete più, Peppino, e lui non vede più voi. E chi chiama se s'ammala?

— Come! Allora non sapete niente. Lì si trova come a casa sua e niente gli manca.... Ah! è vero, — soggiungeva con le lagrime agli occhi, — io non avevo pensato a questo, ma già, avranno medici e medicine, e se accade che lui s'ammali, lontano sia, me l'hanno da far sapere.

— Vi dico che non lo fanno sapere, — sentenziava la Fusco, carezzando il suo marmocchio, come per dire a Carmela: «Questo qui, vedete, me lo tengo io, che sono la mamma, e non uscirà mai di casa sua».

La vedova rientrò in casa e corse a baciare così forte il suo piccino, che dormiva nella culla, da farlo svegliare in un sovrassalto. Il piccino si mise a piangere.

— Bello mio! — fece lei. — Zitto, via, zitto! Oggi andiamo a trovare Peppino.

Era venuto l'inverno a un tratto, con giornate buie e rigide. La casa di Selletta stringeva il cuore, tutta occupata dall'oscurità. Appena, di sotto l'uscio, ci si vedeva il lettuccio di contro la parete ove gli strappi al parato scoprivano la grigia nudità del muro. L'umido penetrava nelle ossa; Selletta lì dentro ci aveva perso la salute.

La vedova imbacuccò alla meglio il piccino e lei si buttò addosso lo scialle nero che a quello era servito di coltre, nella culla. Cercava ora la chiave della porta. La trovò nella cenere fredda del braciere che, con quella, aveva scavata il giorno prima, per riattizzare il fuoco.

— Andiamo da Peppino, — ripeteva al marmocchio, chiudendo l'uscio.

La viuzza, trafficata dai piccoli venditori e dal vicinato in movimento, pareva allegra. Nel lontano, per un vicoletto che vi sbucava, una larga striscia di sole attirava i passanti, i quali si fermavano apposta in quel po' di caldo a chiacchierare.

— Dove andate? — chiese alla vedova una vicina. — Avete vista la buona giornata e andate a spasso?

— Andiamo da Peppino, — disse Carmela, mettendo in tasca la chiave.

— Peppino chi?

— Peppino mio figlio, che ho messo a scuola all'Albergo dei Poveri quando Selletta è morto, buon'anima sua. È stato lui che me l'ha raccomandato. Diceva: Mettilo lì perchè impara l'arte e porterà pane alla casa.

— E voi l'andate a trovare?

— Sono tre settimane che non lo vedo, e questo gli farà piacere. Lasciatemi andare, bella mia, buongiorno.

E tirò via col bambino in collo, trascinando per la mota della viuzza un lembo della gonna lacera.

In quel pezzo della via soleggiata, lì dove il gruppetto di femmine s'era raccolto a ciarlare, trovò Nanninella che guardava curiosamente, con le manine sotto il grembiale, il panchetto d'un venditore di caramelle il quale si godeva il sole fumando la pipa, con gli occhi socchiusi.

— Nannina! — fece la vedova. — Come ti trovi qui? Che fai?

La bambina le corse incontro, allegramente.

— Non si lavora oggi, la maestra ci dà vacanza; ce ne ha mandate via tutte, perchè lo sposo la conduce in campagna.

— Andiamo da Peppino, — disse la vedova pigliandosela per mano.

Faceva un gran freddo, ma il tempo era sereno e la via asciutta. La bambina batteva ogni tanto i piedi a terra, per riscaldarsi, afferrata con una mano alla sottana della madre che le covriva il pugno. L'altra mano aveva ficcata nella piega dello scialletto, alla cintola. A volte, chinando la testa, passava il gomito sulla fronte per trarne indietro un ricciolo di capelli che le veniva sugli occhi. Non voleva metter fuori la mano dallo scialletto.

— È molto lontano? — chiese, a un tratto, quando furono nella via di Foria.

— Lì, in fondo, — disse la vedova. — Vedi quegli alberi? Lì, guarda, dirimpetto a noi.

— Com'è lontano! — mormorò la bambina.

Allo sbocco di via del Duomo, sul marciapiedi, incontrarono la rivendugliola che teneva bottega accosto alla loro. La vedova non la vide; in quel momento rincappucciava il piccolo. La vide Nanninella. E come la rivendugliola le sorrideva, le gridò, passando:

— Noi andiamo da Peppino. Torniamo più tardi!

— Chi è? — fece la vedova, voltandosi.

— Marianna, — disse la bambina.

— Cammina! — disse la vedova.

Arrivarono stanche; la bambina non ne poteva più. Cercarono il sole, presso alla grande scala dell'Albergo, ove quello batteva tutto sulla facciata. Sui gradini erano seduti tre ricoverati, tre vecchietti dell'Albergo, in chiacchiere con una venditrice di mele.

La vedova s'accostò, guardando nella cesta.

— Me ne comprate, bella figlia? — le fece la venditrice. — Guardate, ve ne do tre, di quelle grosse, per due soldi, guardate.

— Dite, — fece la vedova, — le posso portare su a mio figlio? Lo permettono, sapete niente?

— Come no? Vi pare? Son mele, non sono cannoni. Pigliatele. Dove le volete mettere?

— Qui, — disse la bambina, aprendo il grembiale. — Mettetele qui, le porto io.

La vedova pagò i due soldi e si mise a salire la scala dell'Albergo, con dietro la bambina, tutta felice delle mele. Sul largo pianerottolo non sapeva dove più andare, le porte erano molte, la scala continuava.

— È qui? — chiese la bambina.

— Ancora più su. Non so. Aspettiamo qualcuno che ce lo dica.

Sentivano zufolare su per la scala. Una voce d'uomo s'avvicinava canticchiando:

M'hanno detto che Beppe va soldato, e che vi han vista pianger di nascosto....

Spuntò subitamente un giovanotto, con le mani in saccoccia e uno scartafaccio sotto l'ascella. Quando fu sul pianerottolo dette una occhiata alla donna e alla bambina e tirò innanzi, continuando:

Far pianger sì begli occhi è gran peccato....

— Signore, signore! — fece la vedova.

— Che c'è? — disse lui, mettendo il piede sul primo gradino dell'altra tesa, e voltandosi.

— Dove si va per vedere.... per parlare con un bambino? Io ho qui mio figlio....

— Vi levate presto voi la mattina? Questa non è ora di parlatorio. Ma, via, può accadere che vi facciano vedere il bambino. Andate su, dal segretario.

— Dov'è? — chiese timidamente la vedova.

— Su, al secondo piano, prima porta a destra, ultima camera.

Parlando saliva; a un tratto la vedova non lo vide più. Ma udì la sua voce, dall'alto, mentre saliva anche lei:

— Ultima camera, avete capito?

— Sissignore! — gridò la vedova. — Grazie, signore, Dio ve lo renda!

Il segretario era un uomo assai maturo, molto per bene, con occhiali d'oro, con un bell'anello al dito indice. Sedeva presso la sua scrivania, firmando certe carte che un impiegato gli metteva innanzi una dopo l'altra, asciugando le firme sopra un gran foglio di carta rossa.

Nella camera c'era la stufa, che vi spandeva un lieve tepore.

— Chi siete? Che volete? — fece il vecchio, levando gli occhi dalle sue carte ed esaminando la vedova e la bambinella.

La vedova non sapeva che dire.

— Sono Carmela Selletta, eccellenza, volevo vedere, se è possibile.... io ho qui mio figlio.... ha sette anni.... Giuseppe Selletta....

— Ma, Dio mio! Non dovete venire qui! — fece il vecchio, con la penna levata. — Questo non è parlatorio, Dio mio! Ah! santa pazienza!

— Così m'hanno detto, eccellenza, — mormorò la vedova, mortificata. — Ho incontrato per le scale un giovane e m'ha insegnata la porta.

— Ma non è qui, non è qui! — insisteva il vecchietto. — E poi, bella mia, non è ora questa di parlatorio.

La vedova rimase muta.

— Come avete detto che si chiama vostro figlio? — soggiunse, dopo un momento, il vecchietto.

— Peppino.... Giuseppe Selletta.