Part 7
GIULIA--È tutta farina di Rodolfo: egli vuol fare al signor Leone, sua vecchia conoscenza, una burla solenne, nella quale non ci sarà ombra di scandalo; e dalla quale anzi nascerà un gran bene.
FABRIZIO--Quel Rodolfo mi pare un po' troppo spericolato, e non vorrei trovarmi a qualche pasticcio.
GIULIA--Per codesto sta' pur sicuro... Ma sentiamo la Laura stessa. (_Suona il campanello e viene un servitore_) Dite alla Laura che venga qui. Sentiamo un po' meglio da lei, per potersi governare anche noi. Oh, tanto meglio, ecco anche Rodolfo.
Scena Terza.
RODOLFO e poi la LAURA.
RODOLFO--Ma di là siamo tante mosche senza capo: venite via.
GIULIA--Senti, bisogna prima intendersi su questa faccenda dell'Ispettore.
FABRIZIO--Sì, perchè non vorrei pasticci...
RODOLFO--Non dubitare, no. Senti.
LAURA--(_entra_) Mi comanda signora?
GIULIA--Oh, bene! due colombi a una fava. O sentiamo un po' che cosa avete almanaccato contro quel valente cavaliere.
LAURA--Signor Commendatore, lo dica lei.
RODOLFO--Io dirò quel che si può dire. Del rimanente state pur certi che non nascerà veruno scandalo. La Laura tra poco fingerà di sentirsi poco bene, e ti domanderà di poter ritirarsi in camera sua: il caro Leone, già indettato con lei, domanderà di ritirarsi per qualche momento a scriver lettere, e anderà dalla Laura... Altro non posso dirvi per ora: governerò il tutto io; e tu, Giulia, secóndami, e sii certa che non farei niuna cosa disdicevole a una mia sorella.
FABRIZIO--E tu, pazzerella, acconsenti a far questa bella figura?
LAURA--La stia pur certo, signor padrone, che la parte che fo io la potrebbe fare una monaca.
RODOLFO--Via, via, non facciamo più chiácchiere. Andiamo di là; che non istà bene questo sparire di tutti i padroni di casa. (_Partono_)
Scena Quarta.
_Sala di conversazione. Varj convitati che giuocano, chi a scacchi, chi a calabresella, i quali ogni tanto fanno qualche parola riguardante il loro giuoco. A un tavolino sul davanti LEONE e il DIRETTORE, che giuocano a dama._
DIRETTORE--Signor Cavaliere, le buffo questa dama; doveva mangiarmi la pedina.
LEONE--Ecco le solite distrazioni!
DIRETTORE--Che vuole, lei ha altri pensieri che il giuoco della dama...
LEONE--Pur troppo la dice bene... E anche stamattina nella sua scuola... tutte distrazioni, sa?...
DIRETTORE--Lo vedeva bene, io; e me ne profittai per vendicarmi un poco... ha capito?... Che vuole? mi perdoni?...
LEONE--Anzi mi perdoni lei... Sa: non sapevo... Del resto... (_si alza_). Ma questo giuoco sarà bene smetterlo, eh?
DIRETTORE--Smettiamo. Io credeva di far piacere a lei...
LEONE--Grazie tante... La senta, signor Direttore: io ho pubblicato un ultimo mio lavoretto... Non sarà gran cosa... ma è fatto con amore... Gliene manderò una copia.
DIRETTORE--Mi terrò onorato d'un suo dono: e son certo che da quel libro imparerò assai.
LEONE--Veramente alcuni giornali ne hanno parlato anche troppo bene; ma temo di adulazione; e vorrei che qualche uomo leale e spassionato ne dicesse proprio quel che ne pensa su qualche giornale accreditato. Lei, vede, potrebbe darlo questo giudizio; gliene sarei proprio tenuto: e se poi potessi fare qualche cosa per lei...
DIRETTORE--Volentierissimo, signor Cavaliere.
Scena Quinta.
RODOLFO, GIULIA, FABRIZIO.
(_Tutti si alzano_)
GIULIA--Signori, ci perdónino se gli abbiamo lasciati qui soli. Mio marito doveva sbrigare una faccenda per il Municipio: io e mio fratello abbiam dovuto attendere a preparare un giochetto per più tardi. E per di più è venuta una forte emicránia alla cameriera, che l'ho dovuta accompagnare io stessa in camera sua, e ordinarle che vada a letto.
LEONE--(_Tra sè_) Povera Laurína! è stata di parola. Or ora verrò a consolarti, sai!
DIRETTORE.--Ma le pare, signora! che accadono scuse? Avremmo tutti avuto dispiacere, se, per cagione di noi, avessero trascurato le cose loro.
Scena Sesta.
Un SERVITORE e poi ELVIRA.
SERVITORE--La signora maestra Elvira.
GIULIA--Passi súbito (_le va incontro_). Brava signora Elvira: ci ha fatto proprio un favore.
ELVIRA--Sarebbe stata villanía il rifiutare sì cortese invito.
LEONE (_Vedendo l'Elvira, si trova impicciato_).
RODOLFO--Signor Leone, stasera ci vorrebbe un poco di quel saporito brio, col quale ella condiva già le più nobili conversazioni.
LEONE--Eh, caro Commendatore, lei, che delle più nobili conversazioni è stato sempre il più bell'ornamento, dubito che voglia prendersi giuoco di me, povero letteratuccio... ma pure, la guardi, stasera mi sento in vena, e chi sa... Prima però bisogna che le mi concedano una mezz'oretta di tempo per isbrigare alcuni affari di ufizio; e poi tornerò qui, e mi studierò di ringiovanire.
FABRIZIO--Si serva pure: ella sa dov'è tutto l'occorrente per iscrivere.
RODOLFO--(_alla Giulia_). Ci siamo: il topo si avvía verso la tráppola. Attenti.
GIULIA--Signor Cavaliere, noi andiamo di qua nella sala del pianoforte; e aspettiamo lei per prendere il thè.
LEONE--(_Leva fuori l'orologio_). Una mezz'oretta mi basterà. Guardi, sono le otto e un quarto; prima delle nove sarò da loro.
VARIE VOCI--Dunque l'aspettiamo: faccia presto.
LEONE--Ma lor signori son troppo cortesi verso di me. A rivederli a or' ora (_passando vicino all'Elvira:_) Signora Elvira, mi ha perdonato, eh? Mi raccomando a lei. (_L'Elvira fa un atto di assentimento col riso sulle labbra; e Leone esce_).
RODOLFO--(_alla Giulia e al Sindaco_). Non si può negare che sia un gran buffone. Ora vedremo quel che sa fare.
FABRIZIO--Rodolfo, mi raccomando; bada che non accada qualche scandalo. Giulia, anche te...
GIULIA--Sta di buon animo: finirà tutto allegramente. (_E volta agli invitati:_) Signori, passiamo di qua, dove si starà più comodi; e intanto la signora Elvira ci farà sentire qualche nuovo pezzo di musica sul pianoforte.
ELVIRA--Volentierissimo, giacchè la signora si contenta di così poco.
(_Escono ordinatamente, e co' soliti convenevoli_).
Scena Settima.
_Camera della Laura; da una parte il letto da una persona con parato, e alcuni mobili._
LAURA e CATERINA vecchia.
CATERINA--Ma che pasticci mi fai fare, pazzerella? Badiamo che non mi trovi a...
LAURA--A che ti vuoi trovare? fammi il piacere! (_Le accomoda le vesti_). Guarda, tu pari tutta me. Ora pòsati sul letto: l'uscio è accosto; quando viene l'amico, stúdiati più che puoi di nasconder la faccia: parla sottovoce. Abbassiamo dell'altro la calza di questo lume, (_lo fa_) e tiriamo ben giù la ventola. Così va ottimamente. Io sto qui nello stanzino accanto: fa' pulito ogni cosa; e ci sarà per te un bel regalíno. Ricòrdati bene di tutto (_si sente rumore_). Sta'... mi par di sentir gente. Addio.
Scena Ottava.
LEONE e detta.
CATERINA--Dio mio! in che pasticci mi mette questo capo sventato.
LEONE--(_apre adagio adagio e mette il capo dentro_) Laurína!...
CATERINA--Chi è? (_scende dal letto_).
LEONE--(_entra_). Son io, amor mio.
CATERINA--(_sottovoce_) O Dio! È lei, sor cavaliere? Per carità, parli sottovoce. Oh, che ho fatto! Tremo come una foglia.
LEONE--(_si avvicina_) Fídati di me, mia dolcissima Laura: io son qui per farti felice. Vieni, amor mio, tra le mie braccia.
CATERINA--(_fa la ritrosa_) Senta, signor cavaliere...
LEONE--Ma perchè mi tratti col _sor cavaliere_, e col _lei_? L'amore non vuol complimenti.
CATERINA--Mi vergogno a darle del tu...
LEONE--Ma no: fatti coraggio, anima del cuor mio... (_si avvicina sempre più_).
CATERINA--Per l'amor di Dio, Leoncíno mio, abbi compassione di me... Sono una fanciulla onesta... Non abusare della confidenza che ho avuto in te...
LEONE--Angiolo mio, (_la abbraccia affettuosamente_) io sarò tuo, tuo per sempre: ti adorerò proprio come le cose sante; ma calma per carità quell'ardore che ora mi avvampa. (_Si sente rumore di passi_).
CATERINA--Signore, ajutatemi! Siamo scoperti.
LEONE--(_s'impaurisce_) Laurína, per carità... Oh, Dio! dove mi nascondo?
CATERINA--Qui, qui, dietro il parato del letto.
_(Leone si nasconde; e Caterina si distende sul letto)._
Scena Nona.
La signora GIULIA con RODOLFO, e detti.
GIULIA--Laura...
CATERINA--(_coprendosi_) Signora...
GIULIA--Come stai!
CATERINA--Poco bene, signora...
GIULIA--Ma qui c'era gente... Con chi discorrevi?
CATERINA--Signora mia, con nessuno...
RODOLFO--(_nel tempo che le due parlano, gira per la stanza, e adocchia il nascosto._) Con nessuno, eh? O qua dietro chi c'è'? (_Va e tira fuori Leone, che resta confuso e immòbile._) E che faceva, signor Ispettore, là dietro?
LEONE--Passeggiavo...
GIULIA--Senti, passeggiava! Ed una persona della sua età, del suo grado, si lascia andare fino a questo punto, e rispetta così l'ospitalità?
LEONE--Signora, per pietà... Che vuole? Al cuore non gli si comanda. Commendatore, mi raccomando anche a voi...
RODOLFO--Ah! ora vi raccomandate? Dopo aver così vituperosamente sparlato di me, e messo su de' giornalisti a scrivermi contro, avete il coraggio di raccomandarvi a me!! Meritereste che vi rendessi pan per focaccia.
LEONE--Credete, Commendatore, son calunnie...
RODOLFO--Chetatevi, sfacciato! ci conosciamo. Un vostro pari, e chiappato in questo luogo, parlar di calunnie! Vedi, Giulia, che gente si elegge a ufficj così gelosi! Vedi che ospite gentile si è ficcato qui in casa tua.
LEONE--Per carità...
RODOLFO--Non c'è carità che tenga; e mia sorella, per ora, dee conoscere di che be' panni vestite. Voi non avreste dovuto dimenticare con quali arti vi sia riuscito farvi un po' di largo nel mondo, voi, che e per ingegno e per istudj non avreste mai potuto stare se non terra terra. Encomiatore sfacciato di ogni ricco e potente, vi abbracciaste alle falde d'un letterato di qualche nome ed egli vi mise al mondo come letterato, benchè fosse il primo a mettervi in canzonella, e contraffare i vostri modi ridícoli: vi voltaste come le banderuole ad ogni vento che tirava, e scriveste per bianchi e per neri, per guelfi e per ghibellíni: cercaste sempre lodi e favori, o raccomandandovi a modo di pitocco, o cercando di destar compassione: sempre vi ficcaste presso questo e quello: la vostra vita fu un continuo domandare impieghi ai governi di tutti i colori; e piangevate di consolazione, raccontando le udienze degli Arciduchi figliuoli di Canapone, come poi piangevate di gioja raccontando quelle de' figliuoli di Vittorio Emanuele: sfruttaste anche voi il sacro nome d'Italia... E foste creduto dagli stolti; e squadernando dinanzi agli occhj degli asini in seggio le lodi pitoccate e bugiarde, aveste ufficj e onorificenze. Questi e queste vi fecero dimenticar l'esser vostro: credeste d'esser davvero uomo da qualcosa: accortamente sfruttaste l'ira che aveva contro di me un giornalista, il quale, per fare, secondo lui, dispetto a me, celebrò e fe' celebrare le vostre sciocchezze stampate.
LEONE--Ma, Commendatore...
RODOLFO--Chetátevi: accenno solo qualcuna delle vostre prodezze, per edificazione di mia sorella, la cui casa avete adesso contaminata; ma potrò squadernarle tutte a tutti, se non ponete al presente scandalo quel rimedio che solo può esserci.
LEONE--Commendatore, signora Giulia... mi raccomando... non mi rovinate... Ditemi quello che debbo fare.
GIULIA--Con quale intenzione ella era venuto in questa camera?
LEONE--Con onesta intenzione; e lo aveva detto anche alla Laurína.
GIULIA--Dunque ella è pronto a fare il suo dovere sposandola?
LEONE--Come! qui su due piedi?...
RODOLFO--Esitereste forse?
LEONE--Non èsito: ma qui, ora...
RODOLFO--Qui, ora dovete darle la mano, e giurarle fede; e dobbiamo annunziare il matrimonio di là alla conversazione. Questa è la condizione prima che io pongo alla vostra salvezza.
LEONE--Ed io lo farò.
GIULIA--(_Va al letto dov'è la creduta Laura, e scoprendola e alzandola, la conduce sul davanti. Veduto che è la vecchia, Rodolfo e la Giulia danno in una risata; Leone si copre il volto colle mani._)
CATERINA--Signora, avesse sentito che parolíne dolci mi diceva il mio Leoncíno!
LAURA--(_esce dallo stanzino_) Eccomi qua io a spiegare tutta questa faccenda: io ho fatto quel che ho fatto, per dare una lezione al signor cavaliere, il quale, al modo tenuto meco, doveva avermi preso per qualche civetta; ed ho voluto fargli vedere che sono una ragazza onesta, e che tutte le cameriere non sono pari a quelle che forse egli ha trovato sin qui.
RODOLFO--Vedete, signor Leone, anche una fanciulla vi dà lezioni di morale e di creanza. Spero che, se l'amavate prima, come le giuravate, adesso l'amerete anche più... e farete il vostro dovere. Lo sfregio aveste intenzione di farlo a lei, ed a lei dovete fare giusta ammenda.
LAURA--Ho inteso ogni cosa; e so di che si tratta: ma io ringrazio tanto e poi tanto. Per ora amo di restar fanciulla, e non abbandonerò la mia buona signora; ma, se dovessi rompermi il collo...
RODOLFO--Lo vorresti fare con un po' più di sugo, è vero? Brava Laura. Sentite, Leone, la Laura rifiuta le vostre grazie: dunque di ciò non si parli più. (_Leone è nella massima confusione._) Oh, senti, Giulia, tu va di là in sala; e così voialtre due (_alla Laura e alla Caterina_) uscite per un momento di qui; che debbo dir due parole all'Ispettore, col quale verrò tosto di là anch'io, e finiremo allegramente la serata. (_Tutte le donne vanno via._)
LEONE--Rodolfo, vi siete vendicato troppo crudelmente.
RODOLFO--Troppo cortesemente dovete dire. Ma adagio, ci restano molte cose da fare. Voi avete abusato vilmente della vostra autorità con la villana proposta fatta alla maestra: avete ferito nel cuore il direttore, che è per essere suo sposo: avete violato l'ospitalità di questa casa onorata; e nella scuola avete dato prova della vostra asinità. Acciocchè tutte queste cose rèstino celate, bisogna che voi facciate di tutto per farle dimenticare.
LEONE--Ma che cosa?
RODOLFO--Nulla che non sia di stretta giustizia, e secondo la pura verità. Farete un largo rapporto al Ministro, dove farete l'elogio che meritano al sindaco e al direttore per il buon procedere delle scuole; delle quali parimente direte tutto il bene possibile: nè direte bugía, quando gli scolari di esse hanno mostrato di saperne più di voi.
LEONE--Ero distratto...
RODOLFO--Síe: eri distratto!--Vi adoprerete con ogni efficacia, ed io verrò in vostro ajuto, perchè la súpplica della signora Elvira sia risoluta favorevolmente, e si possa fare con più allegría il suo prossimo matrimonio. Promettete ogni cosa?
LEONE--Prometto.
RODOLFO--Per cancellare poi ogni sospetto dalle menti de' convitati, vi mostrerete lietissimo, farete ogni atto di cortesía al Direttore e alla Elvira; e, come siete poeta, così farete un sonetto per le loro nozze.
LEONE--Mi proverò.
RODOLFO--Dunque andiamo; ma prima ascoltate un consiglio. È un po' tardi; ma sarà sempre opportuno. Temperate quella smania di nominanza che vi consuma; tanto, siate pur certo che le lodi accattate, e fatte o per favore, o per amicizia, non sono sufficienti a dar fama durevole; e chi non ha stoffa vera, come suol dirsi, resterà sempre un minchione, anche se lo celebreranno cento lingue e cento penne: anzi quelle lodi gli saranno cagione di scherno appresso le persone che veggon diritto. Temperate la lingua, e datevi anche una risciacquatína al cuore; chè è da vera birba il far l'arte che avete fatto con noi sino ad ora. Non dico altro, perchè m'intendete. Di ciò che avete detto o fatto contro di me non ne faccio verun caso, nè ve ne serbo odio: mi basta la leggiadra vendetta che io ne ho potuto fare qui in casa di mia sorella: e però, dove facciate appuntíno quanto avevate promesso, non dubitate che io sia per nuocervi minimamente.
LEONE--Farò tutto senza che manchi un ette.
RODOLFO--Bene. Intanto andiamo a prendere il thè: mostratevi allegro, e mettete alla prova tutta la vostra fantasia! (_Partono_).
Scena Decima.
Sala del thè.
GIULIA, ELVIRA, FABRIZIO, il DIRETTORE e tutti i convitati.
(_L'Elvira è al pianoforte, e avrà finito una sonata: tutti battono le mani_).
GIULIA--(_Va là e le stringe la mano_) Brava signora Elvira; mi rallegro proprio di cuore: lei suona come un angelo.
ELVIRA--(_si alza_) Troppo buona la signora Giulia.
Scena Ultima.
RODOLFO, LEONE e detti.
RODOLFO--Oh! siamo arrivati troppo tardi!
LEONE--Abbiamo sentito, avvicinandoci, un concento di paradiso...
RODOLFO--(_sotto voce_) Bravo! così.
FABRIZIO--Era la mano maestra della signora Elvira.
LEONE--(_avvicinandosi alla Elvira_) Le faccio, signora Elvira, i miei complimenti; e mi duole di non essermi potuto beare nelle sue celesti armoníe.
ELVIRA--Tutta bontà sua. L'approvazione de' suoi pari è il più bel premio che io possa sperare dalla mia buona volontà.
RODOLFO--(_da sè_) Senti come la sa lunga! E quel baccello si beve la sopraffina canzonatura come un delizioso liquore!
(_Viene il thè: la Giulia lo prepara, e poi l'offre a questo ed a quello. Gl'invitati siedono senza ordine e senza precedenza_).
FABRIZIO--Dunque, signor Cavaliere, com'è contento di questa città e di queste nostre scuole?
LEONE--Contentissimo: posso dire che questa Chiusi, lungi dall'esser chiusa, è per me il più spazioso e apríco giardino che mai abbia veduto, e dove fioriscono i più eletti fiori, degni del paradiso (_volgendosi alle donne_).
RODOLFO--(_da sè_) Ohe! questi sono voli più che pindárici.
LEONE--Per le scuole e per gl'insegnanti, non ho mai veduto di meglio nella mia dura _carriera_; nè può essere altrimenti, quando ci sono delle signore Elvire e dei signori Carli.
ELVIRA e CARLO--Troppo buono!
LEONE--C'è stato un piccolo malinteso... ma il valente direttore mi ha fatto veder la cosa per il suo verso; sì che, invece di sdegno, mi ha accresciuto la stima.
DIRETTORE--E qui corampopolo gliene rinnuovo le più umili scuse.
LEONE--Lasci stare le scuse. Lei è degno della mia stima e della mia protezione.
DIRETTORE--Troppo onore! troppa grazia!
FABRIZIO--Anche la signora Elvira anderà superba di tanta sua degnazione, dovendo tra poco essere sposa del signor Direttore.
RODOLFO--Oh, mi rallegro... E quando, se è lécito?
DIRETTORE--Ora a Pasqua.
RODOLFO--Bravi! Cavaliere, voi siete valoroso poeta, ed anche all'improvviso: su, preparate un sonetto per questi due sposi, che tanto vi onorano e vi stimano.
LEONE--Caro Commendatore, volentieri... ma così _stans in duobus pedibus_.
FABRIZIO--(_al Direttore sotto voce_) O non si dice _stans pede in uno_.
DIRETTORE--(_c. s._) Sì: ma egli ha la licenza di dire a quel modo.
GIULIA--Bene: si ritiri nella stanza accanto, e ci pensi su: io sono ambiziosa di poter dire: _qui in casa mia scrisse e declamò un sonetto l'illustre Feroci_.
LEONE--A tanta cortesía non è possibil resistere: mi proverò. (_Va via_)
RODOLFO--Io non mi son mai trovato a uno spasso come quel di stasera: e tu, Giulia, e lei signora Elvira, e il signor direttore, fate maravigliosamente la vostra parte. Ma quel demonio della Laura, eh?
FABRIZIO--Insomma si può sapere com'è andata?
RODOLFO--Te lo dirà poi la Giulia: ti basti che tutto è andato bene; che l'Ispettore si era indotto a sposar Laura, e che ella gli ha detto un bel no.
FABRIZIO--Ma, o in camera?...
GIULIA--C'era la vecchia Caterina... (_Ridono tutti_)
DIRETTORE--Ma dica, Commendatore, come anderà del rapporto al Ministro?
RODOLFO--Non ha sentito? Porterà a cielo ogni cosa... E poi lasci fare a me.
(_Nel tempo del colloquio gli altri fingeranno di parlare tra loro, e sfoglieranno libri e album, l'Elvira guarda della musica insieme con la Giulia._)
FABRIZIO--A propòsito: guarda se mi fai dare un po' di nastro all'occhiello: non per me, sai, ma perchè sono quasi il solo sindaco non cavaliere; e poi per decoro di tua sorella.
RODOLFO--Se non vuoi altro che una croce, sta di buon animo, che non ti mancherà. Tu lo sai, come dice quell'amico: _Una croce e un sigaro non si nega a nessuno_.
LEONE--(_entra_) Ecco fatto.
GIULIA--Come! così presto?
RODOLFO--O non l'ho detto che scrive all'improvviso?
LEONE--Bádino, ve', signori, mi usino compatimento. (_Legge e gestisce con enfasi_)
Tu sei Minerva, o Elvira; e tu se' Apollo, O illustre Carlo; e se vi unite insieme. Da voi d'eroi nascerà chiaro seme, Di cui l'ausonio ciel ben fia satollo. Quando sotto il dolce giogo porrete il collo, Rifiorirà d'Italia ogni altra speme; E quel che più a noi Italiani preme, S'impregnerà di gloria ogni rampollo. Ritornerà per noi l'età dell'oro; Ritornerà, credete, êra novella; Faremo tutti un bello eletto coro. E in quel carattere che mai non si cancella, Griderem tutti nel più stil sonoro: Viva il dottissimo Carlo e Elvira bella.
(_Mentre legge, Rodolfo, Carlo, e tutti, udendo gli spropòsiti, fanno atti di scherno e di maraviglia_).
TUTTI--Bravo! viva il poeta! viva il cavaliere Ispettore.
LEONE--(_tutto giojoso_) Grazie, grazie, signori e signore. Scuseranno: quasi improvvisato!
TUTTI--Bello, bellissimo! Bravo!
GIULIA--(_Va da Leone, e dandogli la mano dice_) Mi rallegro con lei, signor cavaliere (_Leone fa delle svenevoli scimmiottate_); e come è stato tanto cortese per la poesìa, così oso pregarla di esser tale sino in fondo.
LEONE--Eccomi qua: comandi.
GIULIA--Vogliamo fare un ballónzolo; ed ella mi deve onorare di ballar meco la prima quadriglia.
LEONE--Io lei? Lei me, ha a dire! Mi tengo più beato di questa sua garbatezza, che dell'essere coronato in Campidoglio.
(_Si dispongono per il ballo: uno si mette al pianoforte e suona. Leone farà mille svenevolezze; e prima che il ballo cominci a buono, Rodolfo, guardando con atto di scherno Leone, dice_)
RODOLFO--E questa è la gente che il Governo prepone alle scuole!!!...
(_Il ballo comincia; e mentre ballano cala il sipario_)
FINE.
L'ARLECCHINO, IL BRIGHELLA E IL CÒLA
DEL VOCABOLARIO NOVELLO DELLA CRUSCA
SCHERZO DRAMMATICO[62]
PERSONAGGI
IL PRIMO COMPILATORE. IL SEGRETARIO della Crusca. ARLECCHINO. BRIGHELLA. CÒLA. COLOMBINA. CIAPO. RONTINO, bidello della Crusca. ALTRE MASCHERE TEATRALI. DUE QUESTURINI.
Siamo nel carnevale.
Scena Prima.
(_Il PRIMO COMPILATORE è seduto su una gerla dinanzi al suo tavolino, e sta lavorando al gran Codice della Nazione. Scrive, pensa e si gratta il capo: ha dinanzi un monte di libri d'ogni sesto_)
Ecco fatto. Questa etimología mi è costata sudori di sangue; ma posso dire di aver dato nel segno. (_Legge_)
«ADRUGÍNO. _Avv_. _Rim_. _Ant_. _F_. _Pucciarell_. 2, 219: E s'ella (la piena) vuol pure al tutto affondarmi Nel suo andare a mettermi adrugino, Io mi lamento, e dico: o me tapino! (_Forse questo strano vocabolo s'ha a leggere_ a drugino, _e sembra una corruzione di_ a ritrècine, _dicendosi figuratam_. _Andare a ritrècine, per_ Andare a rovina, a precipizio. _Così qui_ Mettere a drugino _significherebbe_ Mettere a precipizio.) Sta ottimamente. (_Chiama_) Rontino!
RONTINO--Comandi, chiarissimo.
COMPILATORE--Portate questa carta a' miei colleghi chiarissimi, chè la búttino nella tramoggia, e ménino il frullone di tutta lor possa. Ma, aspettate un momento: c'è altra roba da portare al buratto.
RONTINO--Son qui a' suoi comandi. (_Il Compilatore parte_)
Scena Seconda.
RONTINO solo.
(_Legge la carta datagli, e lettala, dà in uno scròscio di risa; poi dice:_) Stando fra queste mura, sono avvezzo a sentirne delle grosse, ma qui si passa la parte. Questo barbassore almanacca col ritrècine; e non si è accorto che quell'_Adrugíno_ gli è un error di copista: e giusto ieri copiai per il Fanfani quel sonetto antico, dov'è tal esempio, che legge correttamente _A dichino_. Ma zitti un po', chè nessuno mi abbia a sentire, e corregger l'errore. Mi diverto tanto quando gli veggo sbagliare. Oh! èccolo!
COMPILATORE--Tenete; anche questa è roba per il frullone. O di che ridete?
RONTINO--Rido di questo _metter nel frullone_.